A Bologna Giacomo Leopardi trovò così liete accoglienze, quando vi
stette alcuni giorni mentr'era diretto a Milano, chiamatovi da lo
Stella, che partendone aveva già deciso di ritornarvi per un lungo
soggiorno. A pena ebbe combinati con l'editore milanese gli elementi
de le due edizioni latina e latina italiana de le opere di Cicerone
e compilatine i programmi ne le due lingue, il 26 settembre 1825
partiva da Milano e la mattina del giorno 29 era a Bologna, dove prese
a pigione un appartamentino in casa di _un'ottima e amorevolissima
famiglia_, gli Aliprandi, che abitavano presso il teatro del Corso
in casa Badini. Essi pensavano anche al suo vitto ed al servizio,
chè egli accettava di rado e poco volontieri i molti inviti a pranzo
continuamente fattigli. Le premure de' suoi ospiti gli erano care
in sè, e più care perch'egli capiva che la grande stima in cui lo si
teneva era causa di questi riguardi. Troppo aveva sofferto nel borgo
natio, vedendosi disprezzato perchè d'aspetto infantile, deforme,
misero, perchè amante de la solitudine e tutto dato ai libri, dovendo
a sua volta disprezzare quei coetanei e compaesani che non si curavano
d'esser qualche cosa, si davano da sè il nome d'ignoranti e gli
predicavano che con gli anni egli avrebbe _messo giudizio_ e cioè
abbandonati gli studi. Quel suo somigliare un grande ingegno (e certo
pensava a sè) apprezzato in Recanati _come la gemma nel letamaio_
ricorda l'orgoglio dantesco del
Faccian le bestie fiesolane strame
Di lor medesme, e non tocchin la pianta,
S'alcuna surge ancor dal lor letame,
In cui riviva la sementa santa
Di quei Roman, che vi rimaser, quando
Fu fatto il nido di malizia tanta.
Pure egli non era scettico ancora, sapeva che il mondo è bello, che
_tante cose belle ci han fatto gli uomini_, che vi son tanti uomini
buoni e grandi; e avrebbe voluto darsi un poco a quelle cose che
chiamano mondane; ma in un mondo che lo allettasse e gli sorridesse,
che splendesse, sia pure di luce falsa; non ne la società di Recanati
che lo faceva dar in dietro a prima giunta, gli _sconvolgeva lo
stomaco_, gli _muoveva la rabbia_. A Bologna gli parve di rivivere:
è vero che quei letterati temendo di trovarlo superbo e soverchiatore
lo guardarono da prima con invidia e con sospetto, ma la sua modesta
affabilità e quelle maniere semplici che son proprie di tutti i
grandi uomini, pur essendo prese dai volgari per indizio di poco
valore, com'egli stesso osservò, gli conciliarono presto le simpatie
generali; e gli stessi dotti finirono per festeggiarlo, per fargli
visite frequenti e per dichiarare che la sua presenza era un acquisto
per Bologna. Tuttavia l'inverno passò triste per lui, che soffriva
assai pel freddo, si sentiva _senza appoggio e senza amore_, e non
godeva buona salute, specialmente al principio de la stagione cattiva.
I primi giorni de la primavera gli apportarono forza e letizia e un
compiacimento d'amor proprio per l'invito di recitare qualche cosa
ne l'accademia dei Felsinei, ov'egli, in presenza del Legato e de
la più alta nobiltà bolognese, lesse infatti l'_Epistola al Pepoli_,
che gli diede ne la città fama ancor più diffusa e gli procurò nuove
conoscenze. Tra queste va annoverata quella de la contessa Teresa
Carniani Malvezzi, una de le donne più colte e più note de la Bologna
di quel tempo.
*
* *
Da Cipriano Carniani ed Elisabetta Fabbroni era nata a Firenze nel
1785 Teresa, che, bambina ancora, dimostrava, così bella intelligenza
da invogliar ad istruirla il suo dotto zio Giovanni Fabbroni. Con lui,
volonterosa, ella si diede ad approfondirsi ne la geometria, e con lui
avrebbe compiuto più alti studi, se la madre, che voleva abituarla
a le cure domestiche, lo avesse permesso. Meglio pel suo avvenire
parve il darle solo qualche cognizione superficiale d'inglese e di
francese, di musica e di disegno. Non aveva che sedici anni quando il
conte Francesco Malvezzi de' Medici, bolognese, s'innamorò di lei,
che senz'essere bellissima, era tuttavia graziosa e piacente co'
suoi bei capelli biondi, la fronte alta e candida, la figura snella
e soprattutto con la sua gentilezza di modi e la sua intelligenza.
Lo sposo apparteneva ad un'antichissima famiglia, che aveva avuto
feudi importanti ne l'Emilia, in Lombardia e nel Napoletano, famiglia
ricordata anche dal Muratori fra le più nobili d'Italia.
Nel novembre del 1802 Teresa col Malvezzi andò a Bologna, dove visse
quietamente e lietamente, frequentando la buona società, senza perdervi
l'amor de la famiglia: ebbe tre figliuoli e le morirono, due a pena
nati, la terza di sei anni; poi, il 10 settembre 1819 le nacque un
altro maschio, Giovanni, che al suo cuore affettuoso diede tutte le
sante gioie de la maternità. Poco occupata da le cure domestiche, la
giovane contessa, trovandosi ad aver libera gran parte de la giornata,
benchè volesse essere la prima e premurosissima maestra del suo
bambino, pensò di impiegare utilmente e con diletto le ore d'ozio,
ritornando a gli studi, che di mal grado aveva lasciati, allettata
anche da la magnifica biblioteca, raccolta dal suocero suo, dottissimo
bibliografo. Più di tutto l'attraeva la poesia, per la quale aveva
avuto fin da bambina un grande trasporto e di cui le impressioni
sentiva profonde ne l'anima, commovendosene spesso fino a le lagrime.
Con l'amore de gli studi sorse in lei il desiderio di conoscere i
letterati di cui sentiva far le lodi, e di molti ottenne ben presto
l'amicizia: l'abate Giuseppe Biamonti, professore di eloquenza ne
l'Università di Bologna, coltivò l'ingegno di lei, dandole lezioni
di filosofia e facendole conoscere i principali classici greci; più
che maestro, egli le fu amico affezionatissimo, e nei dotti colloqui
gli piaceva di comunicarle le proprie osservazioni intorno a Platone
e notare ne le risposte di lei il bell'ingegno e il vivo sentimento
ch'ella dimostrava. Partito da Bologna, non solo non la dimenticò
mai, ma si compiacque di scriverle lunghe lettere, di parlarle
diffusamente de' suoi studi, di ricordare le belle ore passate a
lei vicino, in città od in villa, di desiderare d'esserle presso
per leggerle le sue cose _e vedere nel suo volto quale impressione_
producessero _nell'anima sua bella_.[36] La consolava ne le sventure
che l'afflissero (nel 1817 essa perdeva una sorella e ne rimaneva
dolentissima), parlandole con quella pietà religiosa, che era fervente
in ambidue; le inviava anche i propri lavori stampati e gradiva assai
le lodi di lei. Come un _amico_ stimato e caro, piuttosto che come
una dama, la trattava anche Paolo Costa, che pure le chiedeva i suoi
consigli e fidava ne la sua dottrina e nel suo gusto; a proposito
de l'opuscolo _Della sintesi e dell'analisi_, inviandogliene il
manoscritto prima di farlo mettere in buona copia, egli la pregava
di leggerlo e notare i luoghi che non le fossero sembrati abbastanza
chiari, e d'avvisarlo quando egli potesse andar ad ascoltar le sue
osservazioni.[37]
La rimbombante armonia del Frugoni abbagliò da prima la donna studiosa,
che nei suoi giovanili tentativi si lasciò andare a l'imitazione di
quel poeta: imitazione da cui Paolo Costa la ritrasse, insegnandole
l'analisi de le idee e facendole gustare i classici italiani. Intanto
col Mezzofanti, allora semplice prete, aveva ripreso la lingua inglese,
e con Olimpia De Bianchi, dotta signora, amica di Madame de Staël,
lo studio de la lingua e de la letteratura francese; da sè stessa si
occupava del latino, e col Garattoni si consigliava circa il modo di
studiare più efficacemente Cicerone. Con questi letterati frequentarono
pure in vari tempi la sua casa lo Strocchi, che le spiegò Orazio e
Virgilio, il marchese Angelelli, l'Orioli, l'Azzoguidi, il Testa,
Don Apponte, la Tambroni, il Prandi, il Pozzetti, il Butturini, il
Perticari, i cardinali Lante e Spina. Amicissimo le fu il Monti,
che ebbe per lei molta stima e vivo affetto e che ne le piacevoli
conversazioni in casa Malvezzi cantò in un'ottava estemporanea le lodi
de la contessa:
Bionda la chioma in vaghe trecce avvolta
Ed alta fronte ov'è l'ingegno espresso;
Vivace sguardo, che ha Modestia accolta.
Non in tutto nemica al viril sesso;
Bocca soave in che d'Arno s'ascolta
Lo bello stile, ond'ha fama il Permesso;
Agil persona, dolci modi e vezzi,
I pregi son della gentil Malvezzi.
Per lei componeva anche alcune sciarade e trascriveva di propria mano
alcuni versi («Il mio _Requiem Æternam_ all'anno '13»).
La gentile accoglienza che questi dotti ricevevano da la contessa, la
sua grazia nobilmente affabile e dignitosa era da loro, anche lontani,
ricordata a lungo: il Monti da Milano le scriveva due volte (10
novembre e 13 novembre 1813); molto la pregiava anche il Pindemonte,
il quale a proposito di lei scrisse una volta ad Antonio Papadopoli:
«La signora Malvezzi è per verità donna rara ed io sempre più imparo a
stimarla.»
Queste dotte amicizie l'animavano ne gli studi, ch'ella coltivava
sempre con più profondo interesse ne la sua vita piuttosto ritirata,
ma non tanto che non le desse esperienza de gli uomini e de le cose:
frutto di tali studi furono i volgarizzamenti de la _Repubblica_
(Bologna, Marsigli, 1827, in 16º di pagg. VIII-164), de la _Natura
degli Dei_ (Bologna, Masi, 1828, in 16º di pagg. XII-170; Milano,
Silvestri, 1836), de la _Divinazione e del fato_ (Bologna, Dall'Olmo,
1830, in 16º di pagg. XVI-180), del _Supremo de' beni e de' mali_
(Bologna, Sassi alla Volpe, 1835, in 16º di pagg. 240) e del _Lucullo,
ossia del secondo de' primi due libri accademici di Cicerone_ (Bologna,
Volpe al Sasso, 1836, in 16º di pagg. 105).
Questi volgarizzamenti, fatti con molta diligenza e dettati in quello
stile elegante e sostenuto che loro si conveniva, piacquero ai dotti
e furono accolti benevolmente dal pubblico, che ammirò la severità de
la coltura ne la nobile signora. Urbano Lampredi scriveva da Napoli a
Teresa Malvezzi: «Mi dispiace molto che non se le si sia presentato
l'occasione di farmi avere la sua versione della _Repubblica di
Cicerone_. Ne parlammo nello scorso agosto a Sorrento col celebre
scopritore mons. Mai; anzi fu egli stesso che me ne diede la notizia,
commendando molto questo di Lei nobile lavoro.» E Giuseppe Mezzofanti
giudicava così il volgarizzamento del _Supremo dei beni e dei mali_
(lett. 4 dic. 1835):
«Più volte, insino da miei teneri anni, lessi nell'aureo sermone del
Lazio i Libri, ne' quali Marco Tullio ricerca il _Supremo dei beni e
dei mali_. Con diletto nuovo li rileggo ora, da Lei, Sig.ª Contessa,
volgarizzati. Pare che Cicerone stesso, fatto toscano, in riva all'Arno
disputi di filosofia, e con le grazie di nostra lingua adorni i suoi
ragionari. Io seco Lei mi congratulo, e godo meco medesimo ripensando
all'onore ch'Ella mi fece, allorchè volle un tempo che io Le fossi
osservatore de' felici suoi progressi ne lo studio degl'idiomi.»
Da l'inglese la Malvezzi tradusse in versi sciolti il _Riccio rapito_
del Pope (Bologna, Nobili, 1822) ed il _Messia_, egloga del Pope
medesimo (Bologna, Nobili, 1827), e di questo volgarizzamento è
notabile che fece una diffusa recensione Salvatore Betti nel _Giornale
Arcadico_, settembre 1827. Fra i lavori de la contessa sono inoltre
degni di considerazione i seguenti: _Alla Maestà di Carlo IV Imperatore
esortazione di Francesco Petrarca per la pace d'Italia_, volgarizzata
da T. C. M. (Firenze, per il Magheri, 1827); _Firenze tornata al
Granducal Governo l'anno 1815_ (Bologna, Tipi Governativi alla Volpe,
1854), 31 ottave senza nome d'autore. L'esemplare che si trova ne
l'Archivio Malvezzi de' Medici ha correzioni di mano de la contessa
Teresa.
Molto si dilettò nel dettare poesie originali, pur riconoscendo
modestamente ch'esse non erano gran cosa, tanto che di propria mano,
sopra un fascicoletto in cui le aveva raccolte, scriveva: «Questo è
il saggio de' miei primi e de' miei ultimi versi e dirò quasi tutti
improvvisati. Il cielo mi perdoni.» Queste sue poesiole, se non hanno
la vera e grande inspirazione poetica, il soffio divino che crea,
l'ardore che infiamma le anime, rivelano insieme a una coltura non
comune, specialmente in donna, un'indole dolce e malinconica, tenera
ne gli affetti, profonda ne le impressioni de la natura e del bello.
Spesso nei sonetti la Malvezzi imita il Petrarca ch'ella prediligeva
fra i poeti nostri e di cui scrisse:
No, che alla mesta e dolce melodia,
Onde 'l Cigno di Sorga la beltate
Canta, e 'l valor di Lei, che in le beate
Sedi levò sua somma leggiadria,
Un cuor di tigre o d'orso non potria
Frenare il pianto, e non sentir pietate;
e ne l'ammirazione di lui sentiva un modesto scoramento a tentare _la
difficile via del sacro monte_. Talvolta la sua mestizia giunge a la
tristezza; al zeffiretto che le si aggira intorno mentr'ella è lontana
da l'amato dice:
Tu testimon de' miei dogliosi accenti,
Digli come nel duol morta ho ragione,
Di quale acuto stral trafitto ho il core.
E digli come a' miei giorni dolenti
Speme nessuna mai limite pone,
Sin che propizio a me nol guida amore.
E poco diversamente, ma con malinconia molto più nera, cantava altra
volta:
. . . . . . . . . . . . . . io non saprei
Tant'eloquenza aver quanti ho martiri.
E ripetendo questi mesti accenti,
Deh non tacer che'l duol morta ha ragione,
E qual pungente stral m'ha fitto in core.
E poi di' come a' miei giorni dolenti
Speme nessuna mai termine pone,
Se non sia morte a por fine al dolore.
A le anime beate, che si levarono al soggiorno del cielo e che
rifulgono _al vero sole intorno_, dove non può turbarle _mai tenebra
alcuna_, chiede perchè la morte, alfine pietosa, non liberi la sua
misera anima, sì ch'ella pure goda il cielo presso a loro, e sospira:
Posa quindi sperar forse l'oppresso
Mio cor potria, chè qui null'altra calma
Porta conforto a mia vita affannosa.
Al Monti, che le chiedeva quale fosse il fiore ch'ella desiderava
dedicato a lei nel giardino de la Feroniade, rispondeva preferendo
il giglio soletto ed umile tra le selve, vago tra le siepi incolte,
immagine di quella virtù, che può tanto in un cuore gentile. Tra le sue
liriche hanno pure pregio un'anacreontica al conte Prospero Ranuzzi suo
zio, patrizio benefico e colto, e alcuni versi _In morte di Vincenzo
Monti_.
La principale sua opera poetica è il poemetto _La cacciata del tiranno
Gualtieri accaduta in Firenze l'anno 1343_: di cui i primi tre canti
furono pubblicati a Firenze dal Magheri nel 1827 (in opuscolo in 16º
di pagg. 73). Nel 1832 esso uscì compiuto a Bologna da la tipografia
Nobili (in 16º di pagg. 175).
L'argomento è ricavato da la cronaca di Giovanni Villani e da la storia
di Bologna del Ghirardacci; le descrizioni di luoghi e di paesaggi
da la _Montagna bolognese_ del Calindri. Nella prefazione la contessa
scrive:
«Da lungo tempo bramosa di dare al meglio che per me si potesse
un testimonio di filiale alletto alla dolce mia patria, considerai
che la cacciata del tiranno Gualtieri, azione per sè medesima tanto
meravigliosa e che apre largo campo a tutti e sì vari affetti, poteva,
raccogliendosene tutti i particolari, essere materia a un poemetto.»
Capo de la congiura è immaginato un giovane di ventitrè anni,
Averardo di Chiarissimo, avo di Cosimo de' Medici, e per intrecciare
la favola l'A. trae partito de la nota amicizia fra Taddeo Pepoli,
signore di Bologna, e il tiranno Gualtieri. La materia divisa in nove
canti fu trattata in versi sciolti, in vero non sempre armoniosi, ma
correttissimi ed eleganti.
Il meraviglioso è derivato dal Cristianesimo, e de le figure
mitologiche bandite, tengon luogo le personificazioni di vizi, virtù
e sentimenti, le apparizioni d'angeli, l'intervento celeste e quello
infernale. Ne la protasi s'invoca la Virtù, che sublima agli eterni
secreti le anime e _che si sta in cielo veracemente diva_. La poetessa
narra poi de le crudeltà di Gualtieri, a la cupa figura del quale
oppone quella celestialmente luminosa di Angelo degli Acciaioli,
arcivescovo di Firenze, implorante da Dio pace su la città oppressa;
al santo vecchio una visione scopre vicina, per opera di Averardo,
la libertà sognata, fa intravedere i grandi che verranno da la stirpe
medicea, e persuade il tentativo d'andar a rimproverare e consigliare
il duca, che gli risponde superbamente e non trema punto a le
profetiche minaccie di lui. Tornato al tempio, il sacerdote vi trova
Averardo, che fuor di sè per lo sdegno e il dolore, lamenta l'uccisione
di Naddo Oricellai e la tirannia di Gualtieri, del quale tante vittime
invocano vendetta. L'Acciaioli manda l'ardente giovane da Taddeo Pepoli
per esporgli l'infelice condizione di Firenze e commuoverlo così da
toglierlo a l'amicizia del duca e ottenerne aiuto di armi e di uomini.
Qui finisce il primo canto.
Satana, già roso dal dispetto pel preveduto trionfo de' Medici,
s'infiamma di collera, quando giunge la _Discordia_ ad annunciargli
che in Toscana ogni gente si ribella a l'inferno e a Gualtieri, animata
dal santo zelo che ha diffuso ne le anime un messaggero celeste. E qui
segue un concilio infernale, imitato da la _Gerusalemme_ del Tasso;
vi grandeggia la figura di Satana colorita di tinte virgiliane, figura
che, come il Mauro Atlante su gli altri monti, si estolle alteramente
con le spalle e col capo su gli altri spiriti infernali: gli occhi ha
torti e rossi come bragia, la lunga barba affumicata e mista di pel
rosso come i capelli, che incolti e rabbuffati gl'ingombrano gote,
spalle e petto.
Bélial vanta le glorie de l'inferno in terra, ma Satana non ne è pago,
poichè teme de la filosofia divina, di cui la luce va diffondendosi
nel mondo, dove è già nato in Amalfi Flavio Gioia, che inventerà la
bussola, e sono non lungi la scoperta de l'America e l'invenzione
de la stampa. Minacciando a l'Italia sorgono nel concilio infernale
l'_Ipocrisia_, l'_Invidia_, il _Tradimento_ e la _Simulazione_; e
Satana impone che tutto il suo regno si adoperi in favore di Gualtieri.
La maligna _Fama_ s'abbatte a Firenze in Morozzo, amico del duca, e
lo manda a rivelare la congiura al tiranno, il quale lieto e fidente,
perchè Averardo volontariamente si allontana da la città,
Inganno e frode in quel parlar travede,
e fa uccidere il delatore, che, spirando, maledice a lui ed a la
fedeltà serbatagli. Qui termina il secondo canto.
Averardo con l'amico Adimari e lo scudiero si è avviato verso Bologna:
passa da Cafaggiolo, che doveva più tardi accogliere Leone X bambino;
da Fiorenzuola, edificata da la repubblica fiorentina per frenare
le ribellioni degli Ubaldini; da Campeggio, patria di Ugolino da
Campeggio, famoso capitano di Pisa; da Loiano, dove un dì soggiornò la
contessa Matilde:
. . . . quella scaltra indomita guerriera,
Che del German lo insuperbito impero
Ardita scosse, e fe' crollarne il trono.
Nella selva de' Burelli trova seduto sopra un margine verdeggiante e
fiorito un uomo pensoso, che sta scrivendo:
Da Certaldo ad onorar Fiorenza
Scese già pargoletto e il gentil core
Accese allo splendor de' bei costumi
E della leggiadrissima vaghezza
Di valorose donne.
È il Boccaccio, che saputo lo scopo di Averardo, si accompagna a lui
e lo conduce innanzi al Pepoli, cui il giovine messo narra le crudeltà
di Gualtieri e il proposito dei Fiorentini di riacquistare a qualunque
costo la libertà. Il signore di Bologna risponde gentilmente che
amerebbe dare aiuto alla città amica, ma che prima vuol ponderare quale
sia l'avviso migliore e, invitati intanto gli ospiti a le nozze di
suo figlio, li conduce ne la sala dove stanno apparecchiate le mense.
Sopravviene Francesco Petrarca insieme a Giotto:
. . . . . . . . . . . . . dipintor sublime
Che a Cimabue tolse dell'arte il grido;
il primo reduce dal trionfo di Roma, trattenuto a Bologna dal Pepoli
per rendere le nozze più _regali e conte_; il secondo, andato a
dipingere il palazzo de gli sposi. Messer Francesco accompagna
Averardo e il Boccaccio ad ammirare le pitture di Giotto, li seguono i
principali patrizi bolognesi, fra cui Bittin de gli Angelelli:
. . . . . . . . . . . . e grave in vista,
Seco venia quel nobil de' Malvezzi,
Giulian, de l'arme e della patria onore.
E qui finisce il canto terzo.
Satana veduta venirne a l'inferno l'anima di Morozzo, monta in furore e
minaccia tutti gli spiriti dannati: il _Tradimento_, prendendo aspetto
di Francesco Brunelleschi, annuncia al Buondelmonte i tentativi di
Averardo, e quegli, riuniti gli amici, corre con loro al palazzo ducale
e rivela il pericolo a Gualtieri, che, sgomento, si ode consigliare
da l'uno il richiamo in patria de le famiglie offese e la clemenza, da
gli altri la crudeltà, l'uccisione del Medici, il tradimento. Il duca
risolve di tentare a vicenda le arti e la violenza: a Guglielmo affida
la vigilanza de la città; manda Buondelmonte a Bologna, Cerrettieri
a levare armi ed armati; ritiene Baglioni presso di sè. Il Pepoli
intanto festeggia solennemente le nozze del figlio, descritte da la
Malvezzi con bella efficacia pittorica; a rallegrare tali nozze venne
da Avignone la Corte d'amore, presieduta da Fannetta da Romanino: Amore
è così invocato:
Salve stella d'Amor, salve o Fanciullo,
Salvete, o Grazie, cui sfavilla Amore!
Per voi riprende vita e prende forma,
Per voi risplende di letizia vera
Tutto che il mondo ingenera e governa.
Perdon le belve la natía ferocia,
L'uom gentilezza acquista e s'avvalora,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Almo fuoco d'Amor, per te bellezza
Sfavilla e irradia delle grazie il riso!
Qui giovani e donzelle ergete i canti,
Qui date a piene man ligustri e rose,
Che doni son d'Amor grazia e beltate.
Levate le mense, s'intuonano i canti, ed il Petrarca, sorgendo a un
tratto dal suo scanno d'oro, prorompe ne la canzone:
Italia mia, benchè il parlar sia indarno.
Qui finisce il canto quarto.
Gualfredo Tedesco (il Guarnieri de la storia), sceso in Italia con
molte milizie, riceve da Cerrettieri gli ordini del duca. Buondelmonte
a Felsina si tien da prima celato e con dodici ribaldi assale di
notte Averardo, che intrepido difendendosi li fuga. Fallito questo
colpo, il traditore tenta la calunnia e incita contro il Medici due
valorosi cavalieri, venuti da lungi per giostrare e sempre vinti
da l'eroe toscano ch'essi corrono a sfidare su la piazza, dando
origine a un tumulto, tosto sedato dal Pepoli. Averardo, che s'è
innamorato di Fannetta da Romanino, sentendo ch'essa s'appresta a
tornare in Francia, va a salutarla, le rivela il suo amore, ne ottiene
dolci parole e incitamento a difender la patria. Cessate le feste,
Buondelmonte s'annuncia al Pepoli come ambasciatore del duca, e quegli,
benchè spaventato da un sogno infernale, non perde la calma, convoca
il Consiglio, dinanzi al quale ode la richiesta che si uccida o si
consegni Averardo; di che sdegnato, caccia l'ambasciatore, ma in segno
del suo desiderio di pace decreta che il Medici debba partire del
pari. Qui finisce il canto quinto; ma segretamente gli offre duecento
cavalieri, che faran sembiante di seguirlo per proprio volere e che
durante il viaggio sono atterriti da lo spettro di Adolfo de' Panici,
annunziante orrende vendette. Buondelmonte rapidissimo va da Gualfredo,
che ha ricevuto una forte somma dai Bolognesi per lasciarli in pace,
e lo persuade a mandare un capitano con mille barbute contro Averardo
e i suoi. Ne lo scontro una fiamma celeste, che lambe gli elmi ai
seguaci de l'eroe e va a cadere sui masnadieri, anima il prode toscano,
il quale, ucciso il condottiero nemico, ne pone le schiere in fuga;
ma, mentre con le poche forze che gli restano vuol ridursi in salvo,
sopraggiunge, avvertito de la disfatta dei suoi, Gualfredo, che con
un colpo de la sua asta ferisce il cavallo del Medici, da la bestia
inalberata precipitato in un fiume. A tal vista l'Adimari già ferito
cade a terra privo di sensi e i Tedeschi si allontanano: Averardo
semivivo è portato da un'onda su di un dirupo, e qui finisce il canto
sesto.
Un miracoloso arco di luce gl'illumina la via e gli permette di
trascinarsi fin poco lungi da un convento, dove è raccolto e curato.
Buondelmonte, credendolo morto, ne reca la notizia a Firenze, causa al
popolo di pianto, di gioia al tiranno, che si abbandona a le vendette
e, sicuro ormai, licenzia le armi assoldate.
L'eroe convalescente ha una visione in cui Dante gli fa ammirare una
fantastica allegoria del creato, gli predice la sua missione di liberar
la patria, lo conduce dinanzi a una splendidissima apparizione de la
_Sapienza_ e qui finisce il canto settimo.
Partito da l'Eremo, Averardo, come gli fu predetto, trova nel bosco
un'armatura d'oro, che fu di Cosimo il Pio, ed è salutato da una
pastorella, che si muta in fulgente immagine de la _Vittoria_ e
dispare.
L'eroe vede in una capanna l'amico Betton de' Cini, stato orribilmente
martoriato da Gualtieri e moribondo presso la figlia, che, fatto
il triste racconto de le loro sventure, spira uccisa dal dolore; il
Cini, porgendo un'asta, impone la vendetta a l'amico, il quale manda
un pastorello con una sua ben nota armilla a l'arcivescovo, perchè a
quel segno lo sappia vivo. Ma il messo è preso e posto anch'egli in
fin di vita dai tormenti del tiranno, furibondo nel sapere il Medici
a le porte. Un operaio ne l'accomodare l'orologio de la torre, ove il
pastore è stato gittato agonizzante, ode il secreto del sopraggiungere
di Averardo e ne sparge la novella ne la città, che si leva a tumulto,
commossa soprattutto da la voce de l'Adimari, il quale poi, per
stornare dal popolo l'ira del duca, si dà prigioniero a questo. E qui
finisce il canto ottavo.
Mentre Satana, giunto in soccorso di Gualtieri, è ricacciato ne
l'inferno da san Giovanni Battista, sopravviene il Medici; tutta
Firenze è in armi, dovunque si combatte, ed il popolo trionfa,
costringendo infine il duca, lungamente assediato nel suo palazzo, ad
arrendersi e cacciandolo da la Toscana, tornata in libertà.
Una de le scene più belle e che ci danno più chiara idea de la dignità
e de la dolcezza con cui la Malvezzi sentiva l'amore, è quella in cui
Averardo va a salutare Fannetta; la trova, mentre sta ornandosi del
velo il quale cade ondeggiando su l'aurea vesta trapunta e sparsa di
fiori,
. . . . . . . . . . Allor che il vide
Con pudico elevar d'onesto ciglio
Sfolgoreggiò d'un candido sorriso.
L'ode dichiararle il suo amore e il proposito di seguirla:
La delicata bianca man gli porse,
E di pietà dipinta, in atto umile
Gli occhi in sè per vergogna raccogliendo,
Sospirò, poi rispose: Mai diviso,
Pur mai questo mio cor da te non fia;
Ma tempra la tua fiamma ora, e m'ascolta.
Più non rimembri 'l tuo fiorito nido,
Che fatto preda di spietate genti,
Sotto il tuo schermo securtà sol spera?
Più non ascolti il popolo infelice
Con qual doglioso e disperato pianto
T'infiamma all'armi? Deh! ragion ti vinca,
Nè faccia passïon troppo possente
Che mia fama si leda e il mio bel grido.
Ah poichè dentro al generoso core
La mia sembianza consacrar degnasti,
Amico porgi a mia virtù conforto,
E non tentar la femminil fralezza.
Dietro l'orme d'Amor segui la gloria,
Amor ti guidi, Amor ti porga aita,
Sicchè tua fama segni eterna stampa,
E, fatto di virtute a' prodi esempio,
Il ciel di Romanin meco t'attende.
Mentr'ella parla e Averardo le bacia la mano, un lume fulgente
risplende ne' suoi occhi, una tremula fiammella le lambe la fronte e i
biondi capelli:
. . . . . . . . . a tanta meraviglia
Stupido quasi rimirolla fiso.
Ed ella il salutò divina in vista,
E con occhi di pianto e di pietate,
In atto d'amorosa grazia adorno,
Dal luogo ov'era, con real contegno
Rimossa, dipartissi.
Quest'episodio mi pare pregevolissimo per finezza poetica e per
delicatezza d'affetti. Tutto il poemetto rivela una profonda
venerazione pei grandi poeti, un sincero e non timido amor di patria; è
bene architettato, condotto secondo l'imitazione dei modelli classici
di cui vi si trovano numerosissime reminiscenze, ricco pure di belle
trovate, come quelle che introducono a popolarne la scena le grandi
figure storiche del Petrarca, del Boccaccio, di Giotto; soverchia
parte vi si dà forse al soprannaturale di carattere biblico, che
non bene si accorda con l'epoca storica; anche l'amore di Averardo,
quantunque dia origine ad uno dei migliori episodi, non è forse
conveniente a l'efficacia de l'insieme. Altro ancora si potrebbe
osservare, ma bisognerebbe pur sempre convenire che il poemetto è
opera d'ingegno e di cuore tutt'altro che volgare. A la studiosa
contessa non si lesinarono lodi ed onori: nel 1822 le venne offerto il
diploma de l'Accademia Felsinea, nel 1823 quello de l'Accademia degli
_Enteleti_ in San Miniato di Toscana; nel 1824 quello d'Arcadia, nel
1826 quello de l'Accademia Tiberina, nel 1827 quello de l'Accademia
latina, nel 1828 quello de l'Accademia dei _Filergiti_ di Forlì.
Lo Stella nel 1829 le chiedeva il suo ritratto, l'elenco de' suoi
scritti pubblicati e qualche cenno su quelli cui attendeva, per la
collezione da lui intrapresa dei _Ritratti delle donne europee viventi
chiare nelle scienze, nelle lettere, nelle arti belle_, collezione
di cui la parte letteraria doveva venir affidata ad ottimi scrittori
ed i ritratti essere eseguiti da Camilla Guiscardi. (Nell'archivio
Malvezzi si conservano le tre lettere 20 marzo, 10 aprile, 9 maggio
scritte a questo proposito da Luigi Stella a la contessa.) Questi onori
lasciarono la Malvezzi semplice e modesta, e di essi ella diceva: «Gli
onori piacciono, è vero, a tutti; ma a chi guarda un po' a dentro,
piace più assai il meritarli che non l'ottenerli; come piace assai più
l'essere che il parere.»[38]
La contessa Teresa amava vivamente il marito e il figliuolo; e
quantunque coltivasse gli studi con molto piacere e trovasse un vivo
compiacimento ne le dotte conversazioni, serbava la miglior parte di sè
a la famiglia: sincera ne la fede religiosa, era di un'austera severità
di costumi e, veramente donna ne la tenerezza e ne le abitudini,
insieme ai libri amava i lavori femminili, orgogliosa di mostrarsi
in quelli assai valente. La sua austerità non escludeva però quella
femminile indulgenza, che è forse la miglior prova de la virtù sincera,
scevra di ostentazione e d'orgoglio; tale invero doveva conoscerla
Paolo Costa, suo intimo, se le scriveva: «..... La nostra Guiccioli ha
saputo ieri la nuova funesta della morte del poeta Byron. Ella si duole
di questa cosa, ma con dignità. Se Madonna Laura, che amò un canonico,
trovò pietà ne' posteri, spero che questa, cui oggi non si perdona
d'aver amato un luterano e filosofo, andrà almeno non vituperata,
non derisa nel tempo avvenire. Noi certo non ci vergogneremo di
compiangerla anche al dì d'oggi.»
*
* *
La Malvezzi aveva circa trentanove anni quando conobbe il Leopardi,
allora ventisettenne; se le mancava ormai la freschezza de la gioventù,
era sempre bella per l'espressione intelligente de la fronte candida
sotto i biondi capelli, per lo sguardo vivace ed aperto e soprattutto
piacente, per la graziosa eleganza del portamento e dei modi, per lo
spirito e le attrattive de la conversazione, ch'ella sapeva sostenere
con amabilità femminile, anche sopra argomenti seri. Ne la sua maturità
dignitosa, ella trovava quella calma dolcezza che non ha la gioventù;
si teneva libera di ricercare le conversazioni più gradite, le più
intime amicizie anche con uomini, e, naturalmente franca, aveva ne
le parole e nel fare qualche cosa di sincero e di spigliato che la
faceva riuscire amabile quant'altra mai. Avrebbe potuto dire, come
argutamente Madame de Sévigné: «Jeunesse et printemps ce n'est que
vert, et toujours vert; mais nous, les gens de l'automne, nous sommes
de toutes les couleurs.» Nel suo salotto ella esercitava una specie di
sovranità gentile; incoraggiato dal suo sorriso, tutto grazia, tutto
anima, il Leopardi, riservatissimo, ritrovava un mite coraggio, una
franca parola, e la conversazione diveniva profonda senza pedanteria
nè ostentazione: egli vi portava la luce del suo intelletto, ella la
dolcezza del suo cuore di donna; spesso in uno sguardo s'intendevano
senza parlare. Ella doveva riuscir simpaticissima al Leopardi tanto
sdegnoso e tanto annoiato de le Recanatesi, che avevano poco più, o
piuttosto un poco meno di quel che portavano nascendo da la natura; e
a proposito de le quali egli diceva che a Recanati le Grazie non erano
state mai nè pure di sfuggita a l'osteria; doveva apparirgli cara e
interessante la sua conversazione, specialmente a confronto di quella
cui era abituato ne la società del suo paese, società che per _buona
lingua_ non intendeva che qualche _brava lingua di porco_, società di
_devoti amanti di libri da far stomaco_, dov'era un _letteratone_ quel
tale che toscaneggiava solo con l'_e'_, cui immancabilmente il _mi
pare_ faceva da lacchè, e che, sentendo qualificare il proprio stile
di squisito, rispondeva con modestia che lo stile del cinquecento è un
bello stile.
Quanto diversa la Malvezzi, che veniva giudicata ed era in realtà una
de le più colte donne del suo tempo! Salvatore Betti (10 dicembre 1835)
le scriveva così:
«Se alcuno mi chiedesse: Qual è la donna che nel secol presente rendesi
più benemerita de' gravi studi dei classici? Io risponderei subito: La
contessa Malvezzi. E veramente non vedo chi altra poterle paragonare:
chè là dove nelle eleganze ci ritrae tutto l'oro che fece bello il
trecento ed il cinquecento, nella profondità della dottrina ci fa
rivivere quella divina Cassandra Fedele, che _decus Italiæ_ fu salutata
dal Poliziano. Di che pensi ella se mi congratuli con questa comune
patria: la quale avendo più che mai bisogno di esempi splendidissimi di
vero senno italiano, può mirabilmente specchiarsi in questo gran lume
del gentil sesso. Ma venendo alla novella opera che ha voluto tradurre
di Cicerone, a quella cioè _De finibus_, le dirò che la vo leggendo
con infinito diletto..... Oh la degna, oh la saggia, oh la critica
traduzione di che ella ha regalato le nostre lettere! Per non parlar
qui della chiarezza ed eleganza dello stile, e della tulliana pienezza
e dignità del periodo: perchè queste son doti che tutti trovano sempre
ne' magistrali scritti della contessa Malvezzi.»
La contessa, che amava la compagnia de gli uomini d'ingegno, fu lieta
di conoscere il giovane recanatese, di cui la fama, benchè non certo
allora ancor adeguata al merito, narrava grandi cose: il fare dignitoso
e modesto, l'aspetto malaticcio e sofferente, la malinconia di lui,
dovettero commuoverla di una pietà quasi materna, resa più intensa da
l'ammirazione per quel grande intelletto. Perciò ella lo accolse con
un'affabilità affettuosa e reverente, con un'effusione che aperse a
sincera gioia l'animo de l'infelice, avido d'affetto, cui ella apparve
come una donna diversa da tutte le altre, come un'amica tenera ed
alta, di cui la mano candida gli offrisse ne la stretta affettuosa un
conforto ed un sostegno; diversa da tutte le altre, pure richiamante al
suo pensiero le più dilette immagini femminili che avevano allietata
la sua giovanezza: modesta e pura come Silvia e Nerina, graziosa ed
arguta come la Cassi, gl'inspirava la reverente tenerezza che aveva
provato per quelle e l'ammirazione ardente e devota che a lui, ragazzo
ancora, sparuto, deforme, ammalato, aveva fatto apparir questa come
una divinità. Di più, vicino a la Malvezzi non gli taceva ne l'animo,
come presso a le altre, l'amore a la fama, nè i libri cessavano di
attrarlo: anzi ella colta, capace d'intenderlo e così calda ammiratrice
dei grandi, lo animava più che mai a gli studi e a la gloria. Quando
la conobbe era il maggio odoroso, era la primavera che ogni anno
risvegliava in lui la vita intima, spesso sopita in un doloroso
letargo, la soave primavera che gli rammentava gli occhi ridenti e
fuggitivi, il viso bianco e i neri capelli di un'altra Teresa, la
Fattorini; se il canto ingenuo di questa lo aveva commosso, l'arguta
parola de la Malvezzi lo inebbriava. L'abbandono con cui ella gli
apriva il suo cuore, confidandogli i suoi secreti, l'affetto con cui
voleva saper tutto di lui, l'aperta franchezza con cui lo rimproverava
talora e la ingenua modestia con cui ne accettava rimproveri e
consigli, gli parvero qualche cosa di veramente degno de l'anima sua
e lo fecero vivere nei primi giorni che la conobbe in una specie di
delirio e di febbre, chè gli parve d'aver trovata _la donna che non si
trova_, quella cara beltà cercata invano, dove splende più vago il riso
di natura e sognata nel secolo, che da l'oro ha nome, fra gli spiriti
o ne l'avvenire; la donna capace di rendere beato il vivere anche
fra l'immenso dolore de gli umani, capace d'incitare a la lode e a la
virtù. Pieno d'entusiasmo, ridesto a le splendide illusioni de la sua
prima giovanezza, egli scriveva allora al fratello Carlo: «... questa
conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè
mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente
al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor
capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione
contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno,
anzi una morte completa, durata per tanti anni.»[39] Quasi un commento
a queste parole appaiono quelle (benchè scritte parecchio prima e già
pubblicate nel 1826) del dialogo di _Torquato Tasso e del suo genio
familiare_, in cui il Leopardi, dopo aver notato come l'uso del mondo e
i patimenti sopiscano in ciascuno di noi quel primo uomo ch'egli era,
il quale però si ridesta talora, in ispecie nella gioventù, finisce
col dire: «Infine io mi maraviglio come il pensiero di una donna abbia
tanta forza da rinnovarmi per così dire l'anima e farmi dimenticare
tante calamità.»[40]
Con intima gioia egli sentiva di venir ricuperando quella sua potenza
di amare, che gli aveva illuminato di così viva e ardente luce la
prima giovanezza e ch'egli aveva sempre creduto il più prezioso di
tutti i doni, sol che si trovasse nel mondo un oggetto che ne fosse
degno; la compagnia de la contessa gli dava quei momenti di rapimento
e d'emozione profonda, che per lui valevano ben più di tutte le gioie
volgari: era un _amore senza inquietudini_, una felicità senza rimorsi.
Come il suo cuore, quest'amicizia soddisfaceva il nobile orgoglio del
suo grande spirito, che sdegnoso de le lodi volgari si sentiva felice
de l'altissima stima di quella donna: «Le lodi degli altri non hanno
per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue e mi
restano tutte nell'anima.»[41] Ne' suoi _pensieri_ egli notava come
a lungo andare non rimanga piacevole se non la compagnia di quelle
persone da cui ci importi o ci piaccia essere stimati sempre più, e
come perciò le donne, volendosi rendere lungamente gradite, dovrebbero
studiarsi d'esser tali che de la loro stima rimanesse lungamente vivo
il desiderio.
La malinconia de la contessa, malinconia dolce e serena, gli pareva
indizio di un'anima elevata, e consuonava col dolore di lui, pur
ravvivando il suo spirito e dissipandone le tetre nebbie; così che a
la sua tristezza _ostinata, nera, orrenda, barbara_, succedeva come
un'alba soave; a l'orrore di una notte tempestosa, quella malinconia
_che partorisce le belle cose, più dolce de l'allegria_; infinito
sollievo gli dava il non doversi più serbare tutti i pensieri per sè;
infinita dolcezza il vedere altamente apprezzato ancor più del suo
ingegno poderoso, il suo cuore, del quale ardiva dire egli stesso, che
poche cose eran degne; e benchè egli si mettesse col pensiero più in
su de la gloria e de gli uomini e di tutto il mondo, l'approvazione de
l'amica gli tornava così soave che certo per lei sola, come già pel
Giordani, quand'anche non ci fosse stato altro spettatore, nè altro
premio de la virtù, egli avrebbe voluto esser virtuoso. L'affetto di
lei lo animava e lo riscaldava così ch'egli, tanto ritenuto per natura
e per abitudine, tanto propenso a la taciturnità, lasciava sgorgare
dal suo cuore tutti i sentimenti così a lungo compressi, e a poco a
poco, smesse le forme de l'ossequio e le restrizioni de la timidezza,
palesava intiera l'anima sua, scopriva quel tesoro di grandi idee,
che aveva raccolto nei libri e ne l'osservazione. Il suo immenso
desiderio di ritrovare un uomo di cuore, d'ingegno e di dottrina che
si degnasse essergli amico, era stato soddisfatto dal Giordani; ma
questa nuova amicizia con una donna intelligente, coltissima e gentile,
tutta grazia e spirito, aveva un'attrattiva diversa e potentissima
su di lui. La Malvezzi, intimamente onesta e abituata ad una pura
intimità con altri letterati, probabilmente non pensò nè pure di
poter risvegliare una passione nel cuore del poeta: tutto, del resto,
doveva rassicurarla: l'età sua, molto maggiore di quella di lui, il
contegno riservatissimo ch'egli soleva tenere, la purezza assoluta
dei costumi di lui, la nobiltà de l'animo rivelantesi in tutte le sue
parole ed i suoi scritti, e la propria intatta fama, che le procurava
la riverente stima di tutti; sì ch'ella non nascose punto l'affetto
ch'egli aveva risvegliato in lei, e di cui aveva coscienza di non
dover arrossire; e, vedendo quanto conforto egli traesse da la sua
compagnia, lo accolse con piena libertà ne la propria casa. Ogni sera a
l'ave maria egli si recava da lei e vi rimaneva fin dopo la mezzanotte,
conversando di lettere e di filosofia, leggendole i suoi versi, dandole
probabilmente quegli stessi consigli che in quei giorni dava a la
Caterina Franceschi Ferrucci per mezzo del Puccinotti: «Confortala
caldamente, non dico a lasciare i versi, ma a coltivare assai la prosa
e la filosofia. Questo è quello che io mi sforzo di predicare in questa
benedetta Bologna.»[42] Probabilmente anche a la Malvezzi ripeteva non
esser poetico il secolo e che un poeta, anche sommo, avrebbe levato
pochissimo grido, e se pur fosse diventato _famoso nella sua nazione, a
gran pena sarebbe stato noto al resto dell'Europa_, «perchè la perfetta
poesia non è possibile a trasportarsi nelle lingue straniere e perchè
l'Europa vuol cose più sode e più vere che la poesia.»
Anche a lei, notava, a lei che in parecchie poesie aveva espressi
vivi sentimenti d'amor patrio, come andando dietro ai versi e a le
frivolezze si facesse espresso servizio ai tiranni, riducendo a un
giuoco o a un passatempo le lettere, sola speranza di rigenerazione
che rimanesse a l'Italia. Tanto più appar probabile ch'egli le desse
questi consigli, se si considera che ne le prose di lei egli ammirava
la sobrietà, il buon giudizio, la purità de la lingua e de lo stile;
mentre pei versi non ebbe che parole di compatimento; gli è ben vero
che quelle lodi eran fatte nel periodo de la loro calda amicizia,
mentre il giudizio sui versi, e precisamente sul poemetto, fu dato dopo
avvenuta la rottura fra loro.
Il Leopardi leggeva spesso a Teresa i propri versi, ed ella ne
era commossa così da piangere di cuore, senz'affettazione, e oh
quanto quella commozione doveva piacere a lui, che così ben poteva
comprenderla! Quando col fiorire de la sua giovanezza da le spoglie
de l'erudito venne uscendo in lui il poeta, egli, leggendo Virgilio,
senza avvedersene si lasciava andare a recitarlo ad alta voce,
infiammandosene tutto e commuovendosene fino a le lagrime; e se a
l'improvviso sentiva recitare da qualcuno un verso del mite Mantovano
o di Dante austero, il suo cuore prendeva a palpitare e il suo spirito,
quasi a forza, teneva dietro a quella poesia. Che cosa doveva provare,
notando che i versi suoi producevano quelle stesse emozioni ne l'anima
de la graziosissima Malvezzi? Il Mestica, credendo inverosimile
che da la meravigliosa illusione di quest'amicizia, il Leopardi non
traesse qualche nuova inspirazione, suppone che la contessa piangesse
specialmente a la lettura del _Consalvo_, in cui crede di veder
consacrato l'amore del poeta per lei, raffigurata ne la pietosa Elvira,
che accorda un bacio a l'amante moribondo.[43]
Il Recanatese s'interessava ai lavori de la Malvezzi, lesse il
manoscritto del poemetto _La cacciata del tiranno Gualtieri_, chiese a
lo Stella (lettera, 3 settembre 1826) se fosse stata mandata a lui, che
stava pubblicando un'edizione de le opere di Cicerone, la traduzione
del _Sogno di Scipione_ fatta da la dama bolognese, traduzione di cui
il manoscritto le era stato rubato da un amico e mandato a stampare,
non si sapeva dove. Giacomo le procurava inoltre dei libri e forse la
consigliava ne le sue letture; infatti in una lettera che non porta
data precisa, ma dovrebb'essere de gli ultimi giorni d'ottobre del
1826, il Leopardi, restituendo al conte Pepoli il secondo volume di una
delle opere filosofiche del Buhle, gli dice che la Malvezzi non l'ha
letto, perchè non le parve tempo di continuare una lettura così grave:
non si dia quindi pensiero di procurar altri volumi.
D'amore non parlavano mai, se non per ischerzo, ma quell'intimità
tenera doveva illudere ben presto il Grande, che a l'amore anelava
con tutte le forze de l'anima: appassionatissimo, sotto il suo aspetto
riservato fino a sembrar freddo, egli credette una simpatia incline a
tenerezza quella ch'era soltanto un'affettuosissima amicizia; mentre
la contessa non vedeva in lui che un fratello, un compagno spirituale,
egli non tardò a desiderare, poi a cercare un'amante ne l'amica. Simile
al Socrate de' suoi _Detti memorabili_, egli, d'anima gentilissima,
infaustamente, per quanto sublimemente, disposto a l'amore, sciagurato
ne le forme del corpo, benchè sapesse ormai di non poter essere
amato che soltanto d'amicizia, considerava questa come poco atta a
_soddisfare un cuore delicato e fervido che senta spesso verso gli
altri un affetto molto più dolce_. Infine qualche cosa dei sentimenti
di lui ella dovette indovinare, perchè mentre da prima gli aveva
promesso di scrivergli assai di frequente quand'egli fosse a Recanati,
dopo la sua partenza non gl'inviò che il volgarizzamento della
_Repubblica_ di Cicerone; il Leopardi si lagnava che le molte aspettate
lettere, si fossero ridotte ad una soprascritta e, contando di tornar
presto a Bologna, sperava poterle dir a voce tutto quel ch'ella avrebbe
voluto sapere, e domandarle tutto quello che avrebbe voluto saper lui,
conchiudendo con un'affettuosità velata di complimentosa cortesia:
«Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi _your most faithful
friend, or servant, or both, or what you like_.»
Che avvenne quand'egli fu ritornato a Bologna ne l'aprile del 1827?
Recatosi da la contessa, commosso dal desiderio di rivederla, forse
ne l'effusione di quel momento non seppe frenare la dichiarazione del
suo amore, illudendosi che quella donna, la quale mostrava un così
nobile apprezzamento del suo cuore e del suo ingegno, potesse compatire
almeno anche la passione destata in lui. Ella, austera, ne fu offesa
doppiamente, e perchè vedeva spezzata così quell'amicizia fraterna,
che aveva sognato potesse durar sempre, e perchè quella rivelazione le
parve irriverente.
Fu detto e ripetuto da molti che a le focose parole del poeta ella
rispondesse, ordinando ad un servo un bicchier d'acqua per lui;
il Ridella nega questo fatto, che del resto non appare conforme al
carattere de la Malvezzi, dolce e severo insieme, e che avrebbe offeso
troppo profondamente il Leopardi, perch'egli potesse desiderare
di riveder più tardi la contessa. Certo ella allontanò da sè il
Recanatese, che ne sofferse assai, ma finì col riconoscere il
proprio torto e forse col rimpiangere quella cara amicizia perduta,
se, orgoglioso ed altero com'egli era, le scrisse: «Contessa mia,
l'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi voi mi diceste così
chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che
non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi
la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso;
se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti e
le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più
chiare ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venire a salutarvi, ma
non ardisco farlo senza vostra licenza. Ve la domando istantemente,
desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete,
vostro vero e cordiale amico.»[44]
Alcuni giudicano il contegno de la Malvezzi con severità, tanto da
giungere a crederla l'_Aspasia_ con cui ella non ebbe a comune nè la
sovrana bellezza, nè la civetteria. Opportunamente il Cesareo notò a
questo proposito che il Leopardi aveva conosciuto Teresa nel 1826,
mentre l'_Aspasia_ fu scritta dopo l'autunno del 1830, sì che una
tale passione dopo cinque anni non ha nulla di verosimile. Ancora
si potrebbe notare che la Malvezzi aveva un figlio soltanto, mentre
nell'Aspasia si parla di bambini, e ognun sa come il Leopardi amasse
anche nel verso attenersi ai particolari veri. Confutar più lungamente
quest'errore dopo gli ultimi studi leopardiani sarebbe cosa inutile.
Nel salotto de la contessa e a canto a lei, il Leopardi passò alcuni
fra i migliori momenti de la sua vita, non si può negarlo. Fu certo
effetto di bontà d'animo la grande intimità ch'ella gli concesse, e di
più effetto de le abitudini onestamente libere ch'ella aveva contratte
ne le sue amicizie con molti uomini dotti; come il Leopardi ad esempio,
anche il Biamonti soleva passar le serate con lei, trattenendosi _fino
alle 11 e più_;[45] ma ad ogni modo quell'amicizia, che doveva essere
un conforto per lui, finì col diventare un nuovo dolore.
Nel maggio del 1828, mentre era a Pisa, Giacomo Leopardi, riavutosi
in quel dolcissimo clima, e rifiorente, ne l'anima almeno, al ritorno
de la bella stagione, scriveva a la sorella Paolina d'aver fatto ne
l'aprile, dopo due anni, dei versi, _ma versi veramente all'antica e
con quel suo cuore d'una volta_; sono quelli del _Risorgimento_, in cui
con armoniosa dolcezza canta le pene de l'animo suo nel periodo dal '19
al '28 e la gioia di sentir rivivere in sè gl'_inganni aperti e noti_,
che natura gli diede proprii e che le sventure avevan sopito.
E voi, pupille tremule,
Voi, raggio sovrumano,
So che splendete invano,
Che in voi non brilla amor.
Nessuno ignoto ed intimo
Affetto in voi non brilla:
Non chiude una favilla,
Quel bianco petto in sè.
Anzi d'altrui le tenere
Cure suol porre in gioco;
E d'un celeste foco
Disprezzo è la mercè.
Il signor Sante Sottile Tomaselli nel suo studio sul _Risorgimento_ di
G. Leopardi immagina che il poeta, innamorato di qualche bella popolana
di Pisa, si vedesse oggetto de gli sguardi schernevoli e dei sorrisi
canzonatori de le altre donne, che potevano osservarlo, mentr'egli
in qualche via fissava la fanciulla cara; ma questa non è che una
supposizione, a la quale manca non pure ogni prova, ma ogni sostegno.
Del resto a l'asserzione che il _Risorgimento_ sia stato inspirato da
una gentil Pisana, risponde il poeta stesso:
_Da te, mio cor, quest'ultimo_
_Spirto_, e l'ardor natio,
Ogni conforto mio
_Solo da te_ mi vien.
Lo Straccali, acutissimo commentatore dei canti leopardiani, ed altri
molti credono inspirati da la Malvezzi i versi che citammo, in cui
si risente la piena de l'amarezza, rimasta in cuore al poeta dopo
una crudele delusione: ma che questa fosse la perduta amicizia de la
contessa, mi par dubbio per lo meno; veritiero e sincero ne la sua
inspirazione, se avrebbe potuto affermare che _quelle pupille tremule,
quel raggio sovrumano_, non brillavano d'amore per lui, avrebbe potuto
con ugual verità dir che ne la contessa non v'era nessuna intima
affezione, che quel bianco petto non chiudeva una _favilla_, egli che
l'aveva conosciuta tenera, anzi tenerissima di cuore?
Mi par probabile che i versi citati si riferiscano piuttosto a Madama
Padovani[46], al carattere de la quale appaiono convenientissimi; ne
la Padovani il poeta ammirava a punto sopra tutto gli occhi fulgenti, e
dopo averla avuta cara, egli la disprezzo veracemente.
Un'obbiezione rimarrebbe: per la Padovani il poeta provò solo una
fuggevole, benchè viva simpatia, cui forse non si conviene il nome di
_celeste foco_; ma può darsi ch'egli avesse in mente più che la durata
di quell'amore, la purezza e l'entusiasmo che sempre accompagnavano
l'amore in lui.
Com'è ingiusto accusare troppo severamente la contessa, che ne la
sua austerità non poteva e non doveva sopportar il troppo audace
linguaggio de l'appassionato poeta, il quale a tale linguaggio giunse,
malgrado l'indole riservatissima, spinto dal fuoco de l'anima e da
l'illusione di quel compatimento ch'egli pose ne l'animo de la sua
Elvira per l'infelice Consalvo; così è ben poco ragionevole tacciare
lui d'ingratitudine verso la Malvezzi, perchè nel febbraio del 1828,
rispondendo probabilmente a una domanda rivoltagli, scriveva al
Papadopoli: «Ho veduto il poema della Malvezzi. Povera donna! Avevo
veduto già il manoscritto.» Questa parola di compatimento, in cui
infine non vi ha nulla di amaro, non appare punto strana su la penna
del grande Recanatese, così difficile ammiratore e così parco lodatore;
egli aveva il diritto d'esser giudice severo fra tutti, e che severo
fosse infatti bastano a provarlo i giudizi ch'egli diede sui migliori
suoi contemporanei, quali il Manzoni, il Mamiani, il Costa, il Rosini.
L'amore passò rapido in lui; le sue passioni erano troppo ardenti e
infelici perchè non dovessero consumarsi in breve nel proprio fuoco,
lasciando solo una triste cenere: cosa morta in un cuore che appariva
morto, solo per risorgere più fremente e più grande.
*
* *
Gli ultimi anni de la contessa Teresa passarono ne le abitudini oneste,
studiose e casalinghe ch'ella aveva sempre avute. Le maggiori gioie
de la sua maturità serena e de la sua vecchiezza tranquilla, benchè
per ben vent'anni tormentata da una malattia nervosa, le vennero dal
figliuolo Giovanni, che, se è vero essere i figli le migliori virtù de
la madre, fu per lei il più bel titolo di lode. È noto come Giovanni
Malvezzi fosse generoso de l'opera sua e de le sue sostanze a la causa
de la patria, come nel '49 assumesse il comando de la Guardia Civica;
come dieci anni dopo facesse parte della Giunta provvisoria di governo
e quindi deputato a l'assemblea de le Romagne, ne promovesse l'unione
al regno d'Italia; commemorandolo nel Senato (24 novembre 1892),
il presidente Domenico Farini diceva: «Profonde convinzioni, bontà
soverchiata dalla modestia, virtù private pari alle pubbliche, furono
doti spiccate di Giovanni Malvezzi.» La contessa Teresa ebbe carissime
la prima sposa di suo figlio, Barbara Pio di Savoia, e la seconda,
Augusta Tanari, soavissima donna che Bologna ricorda con affetto.[47]
Fra i libri e l'ago ne la dolcezza domestica, che le faceva
sopportabili i tormentosi suoi mali, Teresa Carniani Malvezzi invecchiò
tranquilla e rispettata. Inferma e avvertita dai medici che non
le rimaneva speranza su la terra, posò la mano sul capo del figlio
piangente vicino a lei, e, volgendo lo sguardo a l'alto, disse: «Dio,
benedite mio figlio, la sua sposa e i suoi figli.» E in queste parole
di benedizione spirò la notte del 9 gennaio 1859, pianta non da la
sola famiglia e da gli amici, ma da l'intiera città. Il figliuolo e
i nipoti Giuseppe e Nerio serbarono a la sua memoria un vero culto di
venerazione e d'affetto.
Men nota che non meriti in realtà come scrittrice colta e gentile,
ell'è notissima per la famosa lettera di Giacomo Leopardi al fratello;
ma la sua severa e pur dolce figura smarrì nel tempo i puri contorni
fino a diventar per taluni quella d'una civetta volgare e senza cuore.
Tale non fu invero la dotta gentildonna a la quale il Leopardi dovette
ripensar talvolta con amarezza sì, ma non senza rimpianto, ricordando
fra le poche liete ore de la sua vita quelle trascorse a canto a lei,
buona amica.
Un dottor Paoli scriveva da Firenze a la Malvezzi il 21 agosto 1827:
«Ieri mi giunse il pacco contenente le trenta copie della sua _Egloga_
e numero quattro della _Repubblica_ di Cicerone. Leopardi mi mostrò
desiderio di aver un esemplare de la prima, ed approfittandomi de
l'autorità ch'Ella mi ha dato di diramarne alcune copie non esitai a
compiacerlo.» Il poeta non aveva dunque scordato Teresa; e nè pur lei
potè dimenticarlo, e forse gli accordò perdono, se è posteriore a la
loro rottura la lettera scrittagli da lei e rimasta fra le carte del
Ranieri.