Fra le otto dichiarazioni d'amore, ricevute da Nanà quel tale venerdì,
non ce ne furono che due fortunate e degne di risposta: quella del
Marliani e quella del conte Enrico O' Stiary.
A lui Nanà rispose così:
"_Signore,_
"Voi desiderate essermi presentato? Io straniera, libera di me stessa,
venuta in questa vostra bella Italia per dimorarvi forse a lungo,
trovandovi un'aria confacente alla mia salute e al mio appetito, sul
punto di rimettermi al teatro, avrei cattiva grazia se rifiutassi
l'onore di fare la vostra conoscenza.
"Avendo stabilito adunque di riunire in casa mia i signori ai quali
fui raccomandata e che ebbi il bene di conoscere in questi giorni di
mia residenza in Milano, vi esprimo il piacere, signor conte, che
avrei di vedervi da me a pranzo domani, sabato, alle sei e mezza, nel
mio nuovo alloggio di Via Rastrelli.
"TERESA."
* * * * *
Fu uno de' non meno strani capricci da _cocotte_ parigina codesto, di
vedere riuniti a tavola tutti i suoi adoratori di Milano.--Anzi ella
spinse il capriccio fino a trovar modo di averci presente anche uno
dei non presentabili, il cameriere dell'albergo, che l'aveva servita a
tavola ne' primi giorni, il quale, come già dissi, le aveva
confessato, che se ella gli avesse comandato di buttarsi giù dalla
finestra, le avrebbe obbedito sull'istante. Lo volle presente anche
lui, e lo chiese in prestito all'albergatore per servire la tavola.
Nanà si riprometteva da quello spettacolo un gran divertimento tutto
intimo. S'imaginava che nessuno di quegli otto o dieci signori sapesse
dell'amore dell'altro, e godeva di vedere che muso si sarebbero fatto
reciprocamente. Si ricordava della famosa cena data a Parigi, per
festeggiare il successo delle _Varietès_, e contando sulle dita
gl'innamorati presenti allora, trovò che a Milano erano aumentati di
numero.
Il pretesto per quell'invito era trovato. Ella voleva posarsi come
artista della Compagnia Blanche et Babil. Dopo pranzo, ella avrebbe
cantati dei _couplets_ e avrebbe fatta una scena a monologo per
mostrar al direttore della Compagnia francese, che ella non era
un'oca, come pur qualcuno insolente le aveva detto a Parigi.
Era dunque necessario un pubblico.
Quale pubblico migliore di coloro che le avevano già protestato
ammirazione ed amore?
Il difficile era d'invitare i quattro spasimanti che non conosceva
ancora. Ella non voleva disseminare in Milano i _poulets_. Le
convenienze del resto non erano il forte di Nanà. Ad un'artista, dopo
tutto, le eccentricità stanno così bene! Quanto più ella avesse fatte
le cose fuor delle regole, tanto più ell'era certa di farsi della
_rèclame_.
"Incaricherò quelli che conosco già, di invitare i quattro che non
conosco ancora" pensò dessa. Dirò che un redattore del _Figaro_ ed
altri miei amici di Parigi mi hanno dato delle lettere di
raccomandazione presso questi signori; che a me secca di andarli a
trovare, ma che desiderando pure di essere a loro raccomandata, per
non far torto a' miei amici di Parigi, li invito a pranzo. Così
raggiungo il mio scopo e faccio buona figura."
Andò ella stessa ad invitare _madame Blanche_. Questa le domandò:
--Ci saranno altre signore?
--Finora non potrei dirvi altra signora che la mia padrona di casa...
una vedova coll'amante--rispose Nanà.--Io non conosco altre donne a
Milano. Voi ne conoscete?
--Se volete, vi presenterò la prima amorosa e la _grande coquette
prémièr rôle_.
Nanà accettò e invitò a pranzo anche la prima amorosa e la _grande
coquette prémièr rôle_.
* * * * *
Aldo Rubieri e Sappia, a cui s'indirizzò pe' primi, si schermirono di
fare degli inviti per lei. Essi non conoscevano nessuno dei quattro
signori che Nanà aveva loro nominati.
Allora ella mise tutto sulle spalle di Marliani, che quantunque le
avesse lasciato credere d'aver fatta una grossa vincita in Borsa e che
era comparso da Nanà vestito a nuovo ed elegante come nei giorni di
abbondanza--era stato messo un poco da parte.
--Saremo in tanti uomini quante donne?--domandò il Marliani, che
soffriva fremendo la nuova freddezza di Nanà.
--Non mi pare. Mancano ancora due donne.
--Ci penso io.
--Ma quali donne, di grazia?
--Non saranno principesse del sangue... ma via, _demi-monde_ più o
meno legittimo.
--E con chi verranno?
--Con me.
--Chi saranno?
--La Romea, che è libera perchè fu lasciata appunto la settimana
scorsa dal suo Tizio; è una donna divisa dal marito, che ha una
_buvette_ molto _chic_ sul Corso... e la signora Marco Polo.
--Mi fido?
--Fidati.
--Sono belle? Perchè io di brutte non ne voglio.
--Sono belle.
--Più di me?
--_Farçeuse!_
"Il mio divertimento così sarà completo--pensò Nanà.--Esse non
sapranno magari parlar il francese e diranno spropositi da cavallo. Io
godrò di vedere queste bellezze milanesi trascurate in un canto per
me. In ogni caso, esse mi serviranno di rifugio quando fossi troppo
assediata o stufa dei complimenti degli uomini."
* * * * *
Alle sei e mezzo Enrico arrivò e trovò già molte persone radunate in
sala.
Alle sette gli invitati erano a tavola. Nanà aveva fatto il suo dovere
di padrona di casa con un garbo perfetto. Si avrebbe detto che ella
fosse stata allevata nel palazzo dell'Eliseo. Nessuno degli invitati
certo--tranne il Marliani ed il Sappia--che però non l'avevan detto ad
anima viva, avrebbe imaginato che quella Francese, la quale sapeva
ricevere in quel modo, fosse stata un'allieva di _madame Tricon_.
Da una parte della tavola oblunga Nanà stava seduta in mezzo a
O'Stiary ed a Sappia; a sinistra del marchesino c'era la Giannella che
mangiava a quattro palmenti; poi veniva _monsieur_ Babil, il direttore
della Compagnia francese--poi la Luisa, amante del Sappia,--Marliani e
madama Bianche.
Dall'altra parte, a destra del conte Enrico, sedeva la Romea, più
imbellettata, infarinata e stupida che mai--quindi il Bonaventuri
aiutante, la padrona della casa,--il conte di _vieille roche_--poi la
_coquette première rôle_--poi Ernesto Cantis, lo scrivano
dell'avvocato Delguasto,--la prima amorosa--e finalmente il banchiere
Strunzinweill, di Francoforte sul Meno, che compiva il giro accanto a
madama Bianche.
* * * * *
In tutto sedici persone, otto uomini e otto donne.
Il cameriere dell'albergo che serviva la tavola, gettando spesso degli
sguardi inquieti sotto di essa, tentava di scoprire il segreto lavorìo
de' piedi di O'Stiary e di Sappia, e andava con ansia affannosa
cercando di indovinare quale fosse fra quegli invitati il preferito da
Nanà. Ma essa era impenetrabile; rideva con tutti e faceva bella ciera
a tutti nello stesso modo.
Degli altri convitati nessuno sarebbe stato in grado di far quello
studio del cameriere. Ciascuno era così occupato di sè stesso, così
attento a dissimulare agli occhi di tutti gli altri, tranne che a
quelli di Nanà, la propria cotta, che non aveva tempo di fare delle
osservazioni fisiologiche sugli altri.
La grande faccenda per essi era di non lasciarsi scorgere preoccupati,
e di cercar tutti i mezzi per comparire spigliati e brillanti in
faccia a Nanà.
Enrico O'Stiary solo era serio e riservato. Egli non aveva ancora
diretto un complimento a Nanà nè alcuna allusione alla propria
lettera.
--Voi, conte, siete anche pittore, non è vero?--domandò Nanà ad Enrico
sulla fine del pranzo, mentre girando la manovella a vite sgretolava
nel _casse-noisettes_ i gusci delle noci di cui era ghiottissima.
--Dilettante?
--Sì, signora.
--Di figura?
--Di tutto. Studio la figura e studio il paesaggio. Amo però la figura
assai più del paesaggio.
--Sapete che Rubieri mi fa il ritratto?
--Altro che, e l'ho veduto.
--Come vi pare?
--Stupendo! Fortunato Rubieri!
"Finalmente!"--pensò Nanà.
E domandò come un'ingenua:
--Perchè fortunato?
--Perchè egli ha trovato da ispirarsi ad un corpo di donna come oggidì
non se ne vedono quasi più... a Milano.
Egli si arrestò; ma Nanà questa volta non gli porse la replica. Voleva
vederlo venir a lei con qualche frase sentita, espressiva, infuocata,
e non ci riusciva.
Sappia poco dopo si interpose, parlando di tutt'altro, e Nanà restò
colla sua voglia in corpo.
* * * * *
Poco dopo un immenso scoppio di riso si fece intendere dall'altra
parte della tavola.
Bonaventuri stava dando ad intendere un'enorme frottola alla
Giannella, che era cascata, come sempre, nella ragna.
Il Cantis poco prima aveva per caso nominati i volontarî di un anno.
--Volontarî di un anno?--aveva chiesto la Giannella a bocca
piena--Possibile? Già volontarî a un solo anno?
Tutti avevano capito che essa stava per fare una delle sue solite
confusioni famose.
--Sicuro! sicuro!--sclamò Bonaventuri, prima che altri pensasse a
disingannarla.--È una trovata di Marco Minghetti, ministro di
agricoltura e commercio. Ora abbiamo dei volontarî di un anno di
fanteria e di cavalleria.
--Faccia piacere!--sclamò la Giannella.
--Ma come, non lo sa? Tutti gli Italiani devon esser soldati, d'ora
innanzi, appena usciti dalle braccia della balia.
--È possibile?--ripetè la Giannella.
--Così è; il nostro Governo vuole che tutti gli Italiani imparino gli
esercizi dal giorno che sanno reggersi in piedi. Si chiamano i
volontarî di un anno per questo.
La povera Giannella in fondo non aveva tutti i torti di capir male il
senso di quella frase. Essa è sbagliata di pianta. Infatti per
esprimere quella idea la logica e la sintassi insegnerebbero a dire
_volontarî per un anno_, e non _volontarî di un anno_.
--Il vostro bambino che età ha?--le domandò serio serio il
Bonaventuri.
--Nove mesi.
--Bene, fra tre mesi egli entrerà nel volontariato.
--Chi me l'avrebbe detto!--sclamò la Giannella guardandosi sospettosa
intorno e parendole di vedere sulle faccie degli astanti un sorrisetto
tra carne e pelle... che tradiva la burla.
--Ma che cosa gli insegnano poi?--domandò perplessa.
--Gli insegnano la manovra, la tattica, e....
--Anche la balistica--aggiunse Sappia.
--Ma mi faccia piacere!
--Come! Voi dunque non sapevate che c'erano i volontarî d'un anno?
--Sì, li ho sentiti a _luminare_, ma non credevo poi che dovessero
cominciar la manova a quell'età. Credevo che non la fosse altro che
una iscrizione che facesse il Governo... per sapere poi... e che so
io?
--Eppure è così come io ve lo dico, cara Giannella. S'è veduto che
cominciando a istruire militarmente i bambini appena che sono spoppati
diventano poi eccellenti coscritti.
Uno degli astanti non potè più reggere a star serio e tutti
scoppiarono nella risata.
La Giannella, avvezza a queste cose, alzò le spalle, mescè un bel
bicchiere di vino e se lo trangugiò in un fiato in santa pace.
* * * * *
Allora la conversazione si fece generale, varia, moltiforme,
intrecciata, da un capo all'altro della tavola. E le frasi, e i motti
e gli scherzi venivano mandati e rimandati nel frastuono come il
sughero pennuto colle racchette nel giucco del volante.
--Si dice infatti che Gounod voglia scimmiottare List ma non ci credo.
--Io conosco Gounod--sclamava Nanà--e vi so dire ch'egli è un
libertino di prima forza, altro che prete.
Correva in que' giorni la voce che l'autore del Faust volesse farsi
uomo di chiesa.
--Ma certo--rispondeva dall'altro lato il giovine di avvocato--che la
causa Nunziante Antonelli farà un grande scandalo....
--Certe donne--sclamava a sua volta il Bonaventuri, parlando alla
Romea--sono come le costolette. Quanto più le si battono tanto più
diventano tenere.
--Stenterello spera bene nel contatore--si udiva uscir la voce fessa
di un altro, che ciarlava col conte _vielle roche_.--Ne ha comperati
mille in Francia e centoventi lire, mentre poteva averli qui in Italia
a settanta.
Costui dava il sopranome di Stenterello al ministro Cambrai-Digny, che
teneva allora il portafogli delle finanze.
--Oh la donna indovina se è amata assai prima che glielo si dica!
Questo aforismo era uscito dalle labbra della prima amorosa che
parlava col banchiere Strunzinweill.
--Ma che genio, che genio! Lo ha fatto vedere or ora nello
_Spiritismo_ se ha genio. Egli deve accontentarsi di scrivere degli
idilli... d'un atto e non tentar la grande drammatica.
--Eh già! Talvolta chi sa far delle conquiste colle madamine fa poi
delle tòpiche colle grandame.
--Io ho in bottega del famoso Marsala Ingham--strillava la Romea che
pensava a far la _reclamé _alla sua _buvette_.
--Ora che la valigia delle Indie passerà per Brindisi noi saremo
salvi.
--Eppure--gridò Bonaventuri, già leggermente brillo--l'anno scorso a
Montecarlo io coll'ultimo scudo, ho guadagnato otto mila franchi!
A questo punto Nanà si levò e tutti passarono nella sala a bevere il
caffè.
* * * * *
Que' signori avrebbero desiderato allora di mettersi un poco accanto a
Nanà; ma tranne due arrischiati e positivi, il conte di _vieille
roche_ e Bonaventuri che la stringevano ai panni, gli altri quasi per
timore di farsi scorgere troppo premurosi le stavano lontani. Da noi
questa specie di spavento semi-fanciullesco è per così dire
contagioso, tantochè lo subivano in quel punto perfino il Sappia e il
banchiere di Francoforte che non erano poi novellini.
Anzi vi fu un momento in cui Nanà stupì di essere lasciata sola. Ella
vedeva bene che gli occhi dei suoi adoratori, le erano continuamente
tutti addosso e strisciavano continuamente su di lei, sfuggevoli,
furtivi, come pavidi di essere colti in flagrante dagli altri. Ma
tutti facevano il disinvolto; ella dal canto suo aveva un gran da fare
a non mostrare predilezione per nessuno e a lasciar supporre a
ciascuno di potersi credere il preferito.
Intanto però cominciava a provare un principio di dispetto che quel
solo, ch'ella preferiva davvero, non si curasse di lei.
Enrico infatti s'era seduto in un angolo della sala, aveva acceso un
avana e fingeva di stare guardando attentamente un album di
fotografie. In sostanza spiava anch'egli Nanà.
A un certo punto questa s'attaccò al braccio di Sappia e lo condusse
nella strombatura d'una finestra.
--Ascoltate--gli disse.--L'altra sera in teatro non potevo dirvi
chiaramente quello che mi preme di dirvi ora. Voi, per mia sventura,
mi avete conosciuta a Parigi in un luogo dove, Dio mi è testimonio, io
c'era andata due o tre sole volte... per ragioni che se le sapeste mi
compatireste assai...
--Lo credo--disse il Sappia con una certa convinzione.
--Mi giurate voi marchese che sarete abbastanza gentiluomo, per non
dir a nessuno, almeno finchè starò in Milano, che voi mi avete
conosciuta in quel luogo?
--Io ve l'ho già promesso una volta ed ora vi ripeto se volete il
giuramento.
--Mi basta e vi ringrazio,--disse Nanà stendendogli la mano.--Voi
avrete sempre in me una amica devota.
E stava per staccarsi da lui; ma il Sappia la trattenne.
--Ricordatevi però che fra i presenti io non ero solo a quel convegno,
e che non fui nemmeno il fortunato.
--Lo so. Volete parlare di Marliani?
--Sicuro.
--Egli non dirà nulla. Me ne ha dato anche lui la parola d'onore. Egli
mi ama ancora.
--Ora ditemi almeno che cosa posso io sperare da voi?
--Niente e tutto--rispose Nanà col suo più incantevole sorriso.
--Spiegatevi.
--Vi dirò; io non sono più la donna che voi avete conosciuta a Parigi,
in un momento di crisi terribile. Io sono assai migliore. Sono
diventata immensamente difficile e _rangée_. Ora è necessario
conquistarmi per possedermi; sappiate conquistarmi e chissà ch'io non
diventi la vostra amante.
--Ah!--sclamò il Sappia spiegando nella frase che stava per dire, un
lato caratteristico dell'indole meneghina.--Volete farmi fare tanta
fatica?
--Ma no! Voi siete uno dei giovani più simpatici e più ammodo ch'io
abbia conosciuti. Non dovreste far tanta fatica! Vi basta? A
rivederci. Non vorrei che la vostra Luisa si insospettisse di me.
E si allontanò.
* * * * *
Mezzo minuto dopo la Luisa domandava a Sappia.
--Che cosa ti ha detto quell'antipatica pettegola?
--La mi ha detto, che il direttore le ha offerto mille franchi al mese
per le parti di _grande coquette_. E la mi domandava se doveva
accettare.
--E tu?
--Io le ho detto di accettare.
* * * * *
Spiccatasi da Sappia, Nanà, s'incontrò in Ernesto Cantis, che la stava
aspettando al varco con aria sorridente ma coll'agonia nel cuore.
Quel colloquio serrato e segreto col marchesino, avevano destate nel
petto del povero giovinetto certe furie della gelosia che non aveva
ancora provate in sua vita.
Era fatto così!
--Caro signor Cantis, che cosa mi contate di bello?--domandò Nanà.
--Che io muoio d'amore per voi--s'arrischiò di balbettare il
giovinetto.
--Lo so, lo vedo.
--E null'altro?
--Ma che cosa vorreste vi rispondessi, mio Dio!--rispose Nanà
sottovoce.--Io ci tengo che voi abbiate di me una buona opinione. Io
sento che verrà forse un giorno in cui io potrò essere infelice, e
voglio farmi dei veri amici, i quali abbiano per me dell'affezione
calma e della stima. Se io vi dessi delle speranze, e che poi non
dovessi esaudirle, mi farei un nemico di voi. È meglio che ci fermiamo
qui.
E s'allontanò anche da lui.
--Oh Nanà!--sclamò il giovinetto vedendola staccarsi così presto. E
disse quel Nanà come un uomo che s'annega e che cerca soccorso alla
sponda.
Nanà comprese quello spasimo, e sorrise fra sè, beata. Essa lo
considerava come un piccolo tributo dovutole, e ne godeva. L'idolo,
sotto al cui naso si brucia tutto il giorno dell'incenso, ne
sentirebbe forse ancora il profumo, per quanto avesse narici per
sentirlo? Ormai ell'era troppo avvezza a vedere uomini agonizzanti di
amore a' suoi piedi.
"Tutti fanno lo stesso a Milano come a Parigi!--pensa Nanà--Sarei
quasi per desiderare che Enrico facesse diverso del solito! S'io
giungessi a farmi sposare da lui a furia di amor vero, di amor
sincero, che mi facesse redenta a' miei occhi... ed anche a' suoi,
quando venisse a sapere il mio passato?
* * * * *
Qualcuno in quel mentre si fece udire a parlare di Garibaldi e della
guerra sui monti.
Nanà sapeva che Enrico vi aveva preso parte.
--Sì, sì--gridò. E tutti udendo la voce di lei tacquero come per
incanto.--Conte raccontateci qualche aneddoto della guerra. A me
piacciono le storie di guerra.
Enrico si schermiva. Il Sappia si alzò a magnificare un certo aneddoto
dei piedi gelati, che secondo lui era una bellezza.
Non si è mai traditi tanto bene, come da' proprî amici.
--Ha un aneddoto che è delizioso--gridò il Sappia...--Racconta Enrico
l'aneddoto dei piedi gelati.
--Sì, sì, vogliamo i piedi gelati--si gridò da ogni parte.
O'Stiary s'arrese.
--La cosa è semplicissima--disse.--Eravamo in distaccamento avanzato
in cima a una montagna tutta coperta di neve. Faceva un freddo da
lupi, e io lo pativo tanto ai piedi da veder le stelle anche di
giorno. Non c'era nè bevere acquavite o rhum, nè portar doppie calze
di lana, nè camminare e saltare, io li avevo sempre gelati. Un giorno
mi lamentavo di questo incomodo con un vecchio garibaldino d'un altro
battaglione, un povero diavolo, contadino di origine, che mi aveva
reso qualche servigio, ma non mi conosceva più che tanto. Lo vedo
spalancar gli occhi e dirmi:
"Ma diavolo! Perchè non l'ha detto prima a me?
"Che! Voi avreste un rimedio contro il freddo a' piedi? gli domandai
io.
"Altro che! mi risponde. Un vero tocchesana, un rimedio infallibile,
caro camerata.
Io lo invitai a parlare. E lui cominciava:
"La si figuri che io appena venuto a far il volontario, specialmente
d'inverno, pativo anch'io un tal freddo ai piedi, che.....
Io lo interrompevo spingendolo alla conclusione, e lui invece:
"Un poco di pazienza, mi diceva; bisogna prima che io vi faccia la
storia del rimedio.
"No, non m'importa di sapere la storia; vorrei la pratica, replicavo
io, ma non c'era verso. Da vero contadino zuccone, lui voleva andare
per le lunghe.
"Dicono l'acquavite. sì, l'acquavite non dico. Se se ne ha, è buona
anch'essa, ma quand'è passata fuori, lascia i piedi più freddi di
prima.
"E dunque?" chiedevo io.
"Dunque invece io l'ho trovato il vero rimedio.
"Su dunque. Che cosa avete fatto?
"Una cosa di nulla, a pensarci sopra. Eppure è eccellente. Bisogna
sapere prima di tutto, che io prima non avevo mai usato di portare le
calze....
"Sì. Ebbene?
"Dal giorno che misi un paio di calze di cotone sotto alle scarpe, il
freddo è passato come per incanto. Provate, camerata, e vedrete."
L'aneddoto era buono e si rise. Allora Nanà si mise a magnificare il
modo di raccontare del conte, e tutti o quasi tutti si diedero a
raccontar il loro piccolo aneddoto. Fu una confusione da non dirsi.
Tutti raccontavano e nessuno ascoltava.
* * * * *
--Come mi trovate?--non potè trattenersi dal dire, a Enrico, Nanà,
dopo d'essersi congratulata con lui della sua storiella.
--Io vi trovo degna di Vandick e di Tiziano. Nanà gli domandò chi
fosse Tiziano.
E dopo:
--Io, partendo da Parigi, avevo idea di far questo viaggio in Italia,
paese dell'arte, specialmente nella speranza di trovar un pittore che
mi sapesse ritrarre come dico io....
L'invito era troppo diretto per non accoglierlo.
--Volete, Nanà, che io mi provi a dipingere questa vostra magnifica
testolina?
--Provarvi in che modo?--domandò Nanà. E volgendosi repente a un
invitato che s'era messo al pianoforte e vi traeva degli accordi, gli
gridò:
--Ma volete finirla voi?
--Io vi propongo di farvi il ritratto, mezza figura, nel mio piccolo
studio.
L'emozione di Enrico, mentre faceva a Nanà questa proposta, era
grandissima. Egli sembrava di marmo, tanto s'era fatto pallido ed
immobile aspettando la risposta di Nanà. La sua voce era tremolante.
Nanà sorridendo, cogli occhi abbassati, che si sarebbero fin detti
modesti in quel punto, faceva saltar sul palmo la nappetta d'un
cuscino che le stava accanto. E non rispondeva. Essa cominciava a
trionfare e assaporava con voluttà il piacere della vittoria.
Enrico ripetè:
--Non volete?
Nanà gli stese la mano, e rispose:
--Ci si può riflettere.
E lo piantò là, perchè... forse... qualcuno l'aveva chiamata.
Nessuno assolutamente l'aveva chiamata.
* * * * *
Tutti però segretamente la reclamavano. La conversazione, dove non era
lei, languiva. Non per quello che ci mettesse lei, ma per quello
ch'essa, senza volerlo, ispirava agli altri.
Un ah! generale fra gli uomini l'accolse dunque quand'ella si staccò
da Enrico e venne a sedere fra la Romea e la _grande coquette prémièr
rôle_.
Allora la conversazione si rifece generale.
--L'assenza dell'oggetto che si ama--sclamò Bonaventuri che non faceva
segreti delle sue ammirazioni per Nanà--l'assenza dell'oggetto amato
fa lo stesso effetto del vento sulle fiamme: spegne le fiamme deboli e
aumenta le forti.
--Che filosofo!
--Non sono io. È Larochefoucauld.
--Voleva ben dir io!
--Che cos'è l'adulterio? Ne ho letta una definizione nuova non so
dove... aspettate... Non mi ricordo. L'adulterio è una bancarotta
fraudolenta della moglie a cui il marito resta sotto col proprio
capitale. Va bene?
--Sì, e poi?
--Soltanto che invece di essere disonorato chi ha fatto fallimento
resta disonorato chi ci resta sotto.
* * * * *
Verso le undici venne il _thè_.
Nanà aveva dichiarato a' suoi amici che avrebbe recitata la sua scena
e cantati i _couplets_ dopo il _thè_, per tenerli tutti riuniti fino
ad ora tarda.
Nel porgere la tazza ad Enrico gli disse sotto voce:
--Ora mi vedrete nel mio costumino di Parigi, pettinata alla greca; e
se mi direte che ho proprio una testa artistica forse... forse mi
deciderò a venire da voi.
Di lì a poco Nanà entrò nel suo penetral più sacro a travestirsi.
Comparve mezz'ora dopo in un delizioso costumino di fantasia che
faceva risaltar in modo mirabile le forme opime.
Un applauso entusiastico l'accolse. Battevan palma a palma anche le
donne, che pur fremevano di rabbia nel loro interno.
Nanà era così innamorata di sè e degli applausi che non s'accorgeva o
non pensava al dolore che essa procacciava alle proprie amiche, alle
quali toccava assistere a' di lei trionfi intimi.
Nessuna donna è più nemica di colei che si mostra seducente e adorata
in sua presenza.
Guardate in una festa da ballo, dove compaia a un tratto qualche
astro, e vedrete le occhiate bieche, e gli sguardi di traverso, in
tutte le altre donne che prima comparivano sciolte, sorridenti e
felici.
La Romea, per esempio, che si sapeva tanto diseredata di curve,
arrabbiò come una dannata al mostrarsi di quella maravigliosa figlia
di Eva, sfolgorante di gioventù e di bellezza, e si sentì presa a un
tratto da un'immensa voglia di piangere. Fu la sola che non ebbe
l'ipocrisia di battere le mani. Ben inteso che le altre fingevano di
battere; ma accostavano adagino palma a palma per non aumentar il
fracasso.
* * * * *
Gli uomini invece pareva volessero impazzire di gioia e di
ammirazione. E avevano perfettamente ragione. Chi non si scuote
all'idea della bellezza artistica è un ciuco. Inebbriati da quella
apparizione essi perdevano perfino la misura delle manifestazioni
decenti e scordavano appunto che in mezzo a loro stavano sette
infelici creature, che sorridendo si mordevano le labbra a sangue e
soffrivano per quegli omaggi e per quei gridi, come se ricevessero in
viso le più mortali ingiurie.
Ma è così.
Certi giovinetti non sanno dissimulare e mentire se non precisamente
quando farebbero invece assai meglio a dire la verità.
Un "zitto, silenzio, basta" s'elevò da ogni parte quando Nanà fè'
cenno che avrebbe incominciata la scena.
Ella si mise dunque a recitare abbastanza male un monologo che la si
era fatta scrivere per un'occasione consimile, tutto pieno di motti a
due tagli e di idee lascive.
Gli spettatori, tranne O'Stiary, giubilavano. Le donne facevano mostra
qualche volta di scandolezzarsi onde aver il diritto di dire poi di
Nanà cose oscene, per ringraziarla del pranzo.
Quel monologo era una birbonata qualunque, intermezzato da _couplets_,
che Marliani accompagnava al piano.
Gli applausi scoppiavano fragorosi, pazzi, ad ogni _refrain_.
E le donne intanto sussurravano sottovoce agli uomini di condurle a
casa. Una aveva l'emicrania, l'altra male al petto. La Romea
protestava mal di denti.
Non c'erano, che la buona Giannella e la signora Fanny, che avessero
pigliato il loro partito e che lodassero schiettamente l'artista e la
donna bella.
Appena ebbe finito l'ultimo _couplet_, Nanà fuggì via con un fare
modesto ed infantile, che piacque immensamente agli uomini, e che fece
sempre più bestemmiar le donne, in petto. Marliani tentò da balordo di
seguirla verso la stanza da letto, ma Nanà gli chiuse bravamente
l'uscio in faccia.
Questo tratto sollevò una salva sterminata di nuovi applausi, e un
ridere saporito e grasso in tutti quanti.
--Che ne dite?--domandò Nanà a Enrico tornando nel salotto vestita
come dianzi.
--Voi siete adorabile, e io vi amo come un pazzo--disse Enrico.
Nanà trasse un lungo e tacito respiro dal petto.
--Verrete voi nel mio studio?
--Domani alle due aspettatemi.