V.

La sera dopo al teatro Milanese si dava una rappresentazione mista in

dialetto ed in francese.

La nascente compagnia ambrosiana lasciava il posto ad una _troupe

française_ che pigliava possesso di quel palcoscenico. L'impresario

aveva combinato per le ultime serate delle recite internazionali metà

di dilettanti milanesi metà di comici francesi.

Per _lever de rideau_ la Giannella recitava una farsa del Duroni, a

cui faceva seguito una commedia in due atti di Scribe _jouèe par

madame Blanche et par monsieur Babil_.

La sala allora non era com'è adesso. Non c'erano palchi. Una loggia

sostenuta da colonne aggettava in mezzo della parete dicontro al

palcoscenico e accoglieva un centinaio di spettatori.

Quella sera non ce n'erano più di venti sparsi quà e là al parapetto.

Verso le nove e mezzo Nanà fece il suo ingresso in quella loggia

accompagnata da un'amica e da un cavaliere.

Il sipario era calato.

Le sedie al parapetto erano occupate tutte. Ma, vedendo la donna

bella, un signore s'alzò e le cedette il suo posto. L'amica e

l'accompagnatore si sedettero dietro a lei in seconda fila.

Nanà depose il suo binoccolo sul parapetto dinanzi a sè, strisciò una

lunga e rapida occhiata in platea, un'occhiata che parve indifferente

a tutti e quasi sprezzante, ma colla quale essa vide od intuì ad uno

ad uno al loro posto almeno una mezza dozzina de' suoi molti

adoratori; assaporò con immenso giubilo il fremito e il mormorio che

la sua apparizione produsse nella sala, poi si volse indietro a dire

alla sfuggita una parola all'amica.

La donna che l'accompagnava non era nè bella nè brutta; e quando Nanà

le parlò si mise a ridere forte. Tutti si volsero a guardarla.

Poco dopo Nanà pigliò in mano il binoccolo e cominciò la rassegna in

platea.

Ernesto Cantis, il giovinetto commesso d'avvocato col suo bravo

garofano all'occhiello dell'abito stava di fianco addossato al muro e

guardava Nanà a bocca aperta. Essa lo trovò _tout bonnement absurde_.

Si alzava il sipario.

Nell'angolo a sinistra c'era Filippo Marliani, il solo che Nanà

conoscesse. Seduti, ma colla faccia rivolta a lei Nanà indovinò altri

quattro patiti. Erano Enrico O'Stiary, Bianconi, Salis e Parma a lei

ignoti. Ciascuno di costoro aveva un proprio contegno particolare. Uno

guardava troppo, l'altro guardava di rado; Enrico fingeva di non

averla ancora veduta. Dei quattro che stavano nelle sedie, fra cui

appunto il nostro Enrico, uno si volgeva a riderle in viso ogni volta

che la commedia ne porgeva il pretesto; l'altro le mandava un'occhiata

languidissima, un terzo si dimenava sulla sedia, ma non si volgeva

mai.

Nanà che li aveva già squadrati tutti non badava a nessuno.

Il solo, come dissi, che Nanà si ricordava benissimo di avere

conosciuto era Filippo Marliani. Il lettore ne sa già qualche cosa. Il

Marliani aveva fatta la conoscenza di Nanà a Parigi dalla Tricon, poi

l'aveva amata fuor della casa infame per qualche giorno, finchè il suo

compagno di viaggio il marchesino Sappia era riuscito a strapparlo da

Parigi.

Era stata una conoscenza così affrettata e superficiale, che nè il

Marliani avrebbe saputo che cosa pensare di Nanà, nè essa di lui.

Il Marliani quello stesso giorno, vedutala passare in _brougham_ s'era

informato dal cocchiere del luogo di sua dimora e le aveva scritto una

delle otto lettere famose. Essa gli aveva risposto su un biglietto di

visita:

"Questa sera al Milanese, venite a trovarmi."

Durante il secondo intermezzo Marliani montò sulla loggia. Il signore

che aveva accompagnato le due donne in teatro gli cedette la sua sedia

e discese. Nanà ricevette il Marliani con moltissima espansione, un

poco perchè aveva a chiedergli un gran favore e un poco pel gusto di

far rabbia agli altri cinque adoratori, che spalancarono gli occhi

invidiando il Marliani.

Essa lo presentò alla sua amica; dopo dieci minuti di discorsi molto

indifferenti Filippo accostò la faccia a quella di Nanà e le scoccò

questa domanda.

--Non si può dunque venir in casa tua?

--No--rispose Nanà--ti dirò poi.

--E che cosa dici della mia lettera?

Nanà lasciò scappare una di quelle sue risate sonore, che fece volgere

il capo a tutto il teatro.

--Perchè ridi?

--Perchè insieme alla tua ne ho ricevuto altre sette.

--Sette!

--Sette?

--Chi sono?

--Ah, se tu volessi farmi dire tutti que' nomi, saresti bravo. Mi

ricordo di quello di un solo: del conte Enrico O'Stiary. Lo conosci?

--Di vista,--rispose Marliani,--eccolo là.

--L'avrei giurato che era lui--sclamò Nanà.

--E dimmi un po', chi è quel signore che ti accompagna, che era qui

poc'anzi?

--Oh, _sans consequence_! È il cugino del mio albergatore; l'ho

pregato io stessa di accompagnarci.

--Ti fa la corte?

--Ma neppur per ombra.

--E mi risponderai alla lettera?

--Perchè no? Dove stai? Debbo parlarti.

Marliani cavò un biglietto di visita, sul quale, in calce, stava

l'indirizzo.

--Debbo parlarti di cose serie. Ma guai a te se tu dici qualcosa sul

conto mio... sai. A Parigi tu non mi hai conosciuta.

--Mi credi un mascalzone?

Nanà fu rassicurata. Allora cominciò gradatamente ad alzar la voce,

parlando di tutt'altro e volgendo la parola anche all'amica che le

sedeva accanto.

* * * * *

--Oggi ho fatto conoscenza con _madame Blanche_, che è alloggiata nel

mio albergo.--disse Nanà.--Fu lei che m'indusse a venir qui stasera.

--È piuttosto brava--disse Marliani tanto per dir qualche cosa.

--Anzi--soggiunse Nanà levandosi; giacchè in lei la risoluzione era sempre

contemporanea all'idea che le scattava in testa e non usava mettere fra

l'azione e il pensiero il benchè minimo intervallo.--Voglio andar sul

palco a trovarla. Accompagnami.

Nanà dava assai facilmente del tu a' suoi amici. Chi non sapeva nulla

di questo vezzo, aveva talvolta delle sorprese singolari. Capitava di

doversi domandare se ella avesse tanti amanti o tanti fratelli, o

tanti cugini quanti si trovavano in una sala in cui ci fossero, per

esempio, una trentina di giovinotti.

A ventinove di essi, essa dava del tu, con magnifica disinvoltura.

--Mi lasci qui sola?--disse la signora Fanny.

--Vieni anche tu.

Nanà diè il braccio a Marliani, e si mossero verso il palcoscenico.

Sul palco trovarono per prima la Giannella, a cui un collega burlone

stava dando a intendere che quella mattina una donna aveva partorito,

uno dopo l'altro, dieci figli tutti maschi e tutti vivi.

A tale notizia, la Giannella aveva spalancati i suoi occhi grigi e

aveva sclamato:

--Tu mi sgonfii!

--Ma no; è un fenomeno rarissimo, ma non è la prima volta che succede.

--Fino a quattro, l'ho già sentito dire anch'io... ma dieci poi... mi

par troppo.

--Eppure è un fatto!

--Oh, guarda mo', povera disgraziata!--sclamò allora la Gianella, che

s'era data subito a credere al barzellettatore.--Ed è viva ancora?

--Altro che viva! Si dice anzi che ieri, dopo soli tre giorni, sia

andata dal Cabrino a ballare.

Un barlume di sospetto che il suo compagno d'arte si burlasse di lei,

passò negli occhi sorridenti della Gianella.

--Per bacco! Dieci? Saranno ben piccini.

--Ma che!--rispose l'altro colla più imperturbabile serietà--sono

tutti grossi, al contrario, come bimbi di un mese.

--Ma bisogna dire allora che essa sia una gran macchina di donna.

--Lei? Non è più grossa di te.

La Giannella portò le due mani sul grembo, come per assicurarsi che in

esso non ci avrebbero potuto stare dieci marmocchi.

In quel punto gli astanti che non potevano più reggere, scoppiarono in

una fragorosa unanime risata.

--Ah! Voleva ben dir io!--sclamò la buona Giannella, guardandosi

intorno ramminchionita e sorridente.--Che cosa ne so io? Se ne sentono

tanti adesso di _felòmeni_!

* * * * *

Nanà e i suoi due compagni s'erano fermati presso la Giannella e

avevano udito quel singolare diverbio: "Ma è la _Tatan Nenè_ sputata"

pensò Nanà.

In questo il direttore le si accostò:

--Vorrei parlare a madama Blanche--disse quello.

Il direttore le additò il camerino e ve l'accompagnò.

Nel camerino di madama Blanche Nanà trovò Aldo Rubieri e il marchese

Sappia, i quali avendola veduta andar sul palcoscenico dalla parte di

destra, l'avevano preceduta dall'altro ingresso a sinistra.

Aldo Rubieri e Sappia non si conoscevano; madama Blanche li aveva

presentati uno all'altro.

--Di nome è un pezzo ch'ella è conosciuta da me--gli disse il

marchese.

--Posso dire anch'io che il di lei nome non mi è nuovo. Ell'è grande

amico di un mio amico, il conte O'Stiary.

--Di Enrico? Ma sì, diavolo! L'ho lasciato appunto in platea.

Nanà entrò.

Dopo gli abbracci, i saluti, le congratulazioni colla artista

cominciarono i complimenti da parte di Sappia e di Rubieri che madama

Blanche le presentò.

Questi da vero artista, che ha il diritto di rilevare più che altri,

le bellezze formose nella donna, scoccò a Nanà un complimento così

plastico, che questa ne restò colpita ed estatica.

Allora ella gli parlò subito del desiderio di avere da lui un ritratto

in marmo. Gli domandò il permesso di andar il giorno dopo a visitare

il suo studio.

Quanto al marchesino Sappia egli era così commosso dalla vicinanza di

Nanà che balbettava, e per mostrar disinvoltura faceva invece la corte

a madama Blanche.

Madama Blanche, che aveva mangiata subito la foglia, accettava quella

corte di ripiego con molta ironía. Ella si era messa allo specchio e

truccandosi faceva mostra di non sentir le lodi che Rubieri profondeva

a Nanà, perchè quelle lodi... fatte a un'altra, nel suo camerino, la

seccavano enormemente.

Finalmente il Sappia interpellato da Nanà dovette volgersi anche a

lei. E allora si capì perfettamente che quelle due creature, le quali

pareva proprio si vedessero per la prima volta, s'erano conosciute

altrove... di sfuggita, misteriosamente, da un gran pezzo forse, ma

s'erano già vedute in qualche altro luogo di questo mondo.

Una frase di Nanà tolse ogni dubbio a Rubieri e a madama Blanche.

--Voi siete sempre un gentiluomo, non è vero?--domandò Nanà a Sappia,

accomiatandosi e stringendogli la mano molto inglesamente. A cui

Sappia aveva risposto:

--Ne potete dubitare? Non temete nulla da me.

* * * * *

Nanà quando fu nello studio dello scultore fu presa dalla sua solita

smania di far valere la sua immensa bellezza plastica. A Rubieri era

bastato uno sguardo per accorgersi di essa e non avrebbe potuto

desiderar di meglio che di averla per modella. Ma naturalmente non

osava. Fu Nanà che gli disse essere pronta a lasciarsi far il ritratto

ignuda, e allora Rubieri per idealizzare l'opera sua aveva trovato

un'idea che gli era parsa luminosa, e che Nanà aveva accettata con

entusiasmo.

--Io farò di voi la Venere contemporanea.

E così s'era fatto. In meno di quindici giorni, dal blocco informe di

creta, era già sortita come un giorno dalle spume del mare somigliante

e stupenda la statua-ritratto della Nanà.

Nanà a Milano · 第 16 / 28 题