CAPITOLO XII.

Di ciò che avvenne sino a che stemmo a campo presso Damiata.

Ma or riveniamo al principale di nostra materia e diciamo così. Quando

noi fummo così stati in questa città di Damiata, il Soldano, con esso

uno grosso esercito, assalì nostr’oste di verso terra. E incontanente

lo Re e sue genti d’arme s’armaro e misono in punto. Ed a fine di

difendere che li Turchi non si mettessero negli alloggiamenti che

avevamo al campo, io andai verso il Re tutto armato, lo quale io

trovai parimente armato, e così tutti suoi Cavalieri che sedevano

appancati d’intorno a lui. E gli richiesi umilmente ch’e’ mi donasse

congedo d’andare colle mie genti sino fuora dell’oste a fedire sui

Saracini. Ma tantosto che Messer Giovanni di Belmonte ebbe udito la

mia richiesta, egli isgridò molto forte, e mi comandò da parte lo

Re, ch’io non fossi sì ardito d’uscire del mio alloggiamento sino a

che esso Re mel comandasse. E qui dovete sapere che col Re ci avea

otto buoni Cavalieri e valenti, i quali aveano avuto e guadagnato

molte fiate lo pregio dell’armi tanto di qua il mare che oltre mare,

e solevali l’uomo appellare li buoni Cavalieri. Dentro li quali eravi

Messer Gioffredo di Sargines, Messer Matteo di Marly, Messer Filippo

di Nantolio, e Messere Imberto di Belgioco Connestabile di Francia,

li quali non c’eran mica a quel giorno, ma erano al campo fuora

dell’oste, e così il Maestro de’ Balestrieri con gran quantitade di

genti d’arme per guardare così che li Turchi non s’approcciassero

di nostr’oste. — Ed egli avvenne che Messer Gualtieri d’Autreche si

fece armare di tutto punto e donare suo scudo e sua lancia e montò

a cavallo, e tantosto fece sostenere le cortine del suo paviglione,

ed uscitone, ferì degli sproni correndo contra li Turchi. Ed in così

ch’elli partì del paviglione tutto soletto, all’infuori d’un suo uomo

nomato Castillione, ecco il suo cavallo di battaglia provare il vento

colle nari, e sbuffare e barberare, e gittarlo a terra tutto disteso,

e fuggire a furia coverto di sue armi verso i nimici. E ben sappiate

come, sendo la più parte de’ Saracini montati sovra giumente, per ciò

fu che il cavallo guaragno fiutolle, e volle correre a quelle in caldo

ed in bizzarria. Ed udii dire a coloro che ciò avean visto che quattro

Turchi vennero al Signore d’Autreche che giaceva a terra stordito, ed

in passando e ripassando davanti a lui gli diedero sopra dei gran colpi

di mazza, di che talmente ne fu in periglio che là ne sarebbe stato

morto, se il Connestabile di Francia non lo fusse andato soccorrere con

alquanti delle genti del Re che avea alla sua guida. Fu egli rimenato

a braccia nel suo paviglione donde era partito pur dianzi, e talmente

era naverato e pesto de’ gran colpi di mazza che avea sofferto, ch’elli

non potea più parlare. Tantosto furongli addirizzati alquanti Medici

e Cirugiani[59], i quali, poi che non parve loro in fin di vita, gli

trasser sangue del braccio, donde male ne prese; perchè, quando venne

la sera, taluno mi pregò che noi l’andassimo vedere per ciò ch’egli

era uomo di gran rinòmo e valenza. Ciò ch’io feci assai volentieri e

andammo verso di lui. Ed entrando nel suo paviglione, l’uno de’ suoi

scudieri ci venne dire allo incontra che noi sostenessimo il piede di

paura di risvegliarlo. Ciò che noi femmo, ed appressandoci bellamente

il trovammo giacente sul suo covertoio di vaio minuto di cui era tutto

inviluppato, perchè allora noi tirammo tutto a cheto verso dove tenea

la faccia, ed affiatatolo, il trovammo morto. Di che noi e molti fummo

tutto dolenti di aver perduto un così produomo. E quando fu detto al

Re, egli rispose, che non ne vorrebbe mica avere alquanti che altresì

fussero caparbii e disobbedienti a’ suoi comandamenti come era stato

quel Signore d’Autreche, il quale per suo difetto medesimo s’era fatto

uccidere.

Ora sappiate che il Soldano donava di ciascuna testa di Cristiano, a

chi gliela portava, un bisante d’oro; donde codesti traditori Saracini

entravano la notte a furto nell’oste nostra, e là dove trovavano genti

che dormiano spartate tagliavan loro la testa: sicchè avvenne ch’e’

sorpresone ed uccisero la guaita o scolta del Signore di Corcenay, e

ne asportaro la testa e lasciarono il corpo giacente sovra una tavola.

E dovete anche sapere ch’essi conoscevano a punto l’andazzo dell’oste

nostra, perchè le varie battaglie di nostre genti per compagnie

agguatavano, ciascuna la sera sua, tutto intorno l’oste a cavallo

l’una appresso l’altra; ed i Saracini che conoscevano questo andazzo,

entravano nell’oste appresso che il guaraguato a cavallo era passato,

e facevano segretamente molti mali e molti micìdi. E quando il Re fu

di ciò avvertito, egli ordinò che da quell’ora innanzi, coloro che

solevano fare il guato a cavallo, sì il farebbono a piede: di che la

nostr’oste ne venne poi molto serrata e tenuta sì unita che ciascuno vi

s’intrattoccava senza che vi vaneggiasse uno spiazzo solo.

E fummo così lungamente a Damiata perchè il Re non trovava punto in

suo Consiglio ch’egli dovesse tirar oltre, sino a che fusse venuto

suo fratello il Conte di Poitieri, che il vento avea ammenato in Acri

come vi ho detto qui davanti, perciò ch’elli aveva con lui tutto il

retrobando di Francia. E di paura che li Turchi non si ferissero e

traforassero per mezzo l’oste coi cavalli loro, il Re fece chiudere

il parco dell’oste di grandi fossati, e sui terragli ci aveano

ballestrieri a forza ed altre genti che agguatavano la notte com’io vi

ho detto.

La festa di San Remigio fu passata avanti che alcune novelle

venissero del Conte di Poitieri e di sue genti; donde il Re e tutti

quelli dell’oste ne furono in gran misagio e sconforto, perciò che

dubitavansi, nol vedendo venire altrimenti, ch’ellino fusser morti

od in grave pericolo. Allora mi sovvenne del buon Decano di Maurù, e

raccontai al Legato come per tre processioni ch’egli ci avea fatto fare

sulla nave, noi fummo liberati del grande periglio in che eravamo. Il

Legato accolse il consiglio, e fe’ gridare tre processioni nell’oste

che si farebbono per tre Sabbati. La prima processione cominciò dalla

magione d’esso Legato e andarono al Tempio di Nostra Donna in Damiata,

ed era il Tempio nella Meschita de’ Turchi e Saracini, e l’avea quel

Legato fatta dedicare di novello nell’onore della Madre di Dio la

gloriosa Vergine Santa Maria. E così per due Sabbati fue fatto, ed in

ciascuno il Legato facea sermoni, ed appresso il sermone udito, dava

esso al Re ed agli altri gran Signori di larghi perdoni. Di dentro

il terzo Sabbato arrivò il buon Conte di Poitieri colle sue genti, e

bene gli fu mestieri di non esser venuto entro il tempo dei primi due

Sabbati, perchè io vi prometto che davante quel tempo, egli vi regnò

senza cessare sì gran tormenta nel mare davanti Damiata, ch’egli vi

ebbe più di dugento quaranta vascelli, che grandi che piccoli, tutti

ispezzati e perduti, e le genti che li guardavano sommerse: perchè se

il Conte di Poitieri fusse allora venuto, egli sarebbe stato in pronto

risico di morirvi di mala morte, e così al fermo sarebbe stato, se il

buon Dio non gli avesse fatto sua aita.

La sesta crociata ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia · 第 34 / 97 题