Di ciò che avvenne sino a che stemmo a campo presso Damiata.
Ma or riveniamo al principale di nostra materia e diciamo così. Quando
noi fummo così stati in questa città di Damiata, il Soldano, con esso
uno grosso esercito, assalì nostr’oste di verso terra. E incontanente
lo Re e sue genti d’arme s’armaro e misono in punto. Ed a fine di
difendere che li Turchi non si mettessero negli alloggiamenti che
avevamo al campo, io andai verso il Re tutto armato, lo quale io
trovai parimente armato, e così tutti suoi Cavalieri che sedevano
appancati d’intorno a lui. E gli richiesi umilmente ch’e’ mi donasse
congedo d’andare colle mie genti sino fuora dell’oste a fedire sui
Saracini. Ma tantosto che Messer Giovanni di Belmonte ebbe udito la
mia richiesta, egli isgridò molto forte, e mi comandò da parte lo
Re, ch’io non fossi sì ardito d’uscire del mio alloggiamento sino a
che esso Re mel comandasse. E qui dovete sapere che col Re ci avea
otto buoni Cavalieri e valenti, i quali aveano avuto e guadagnato
molte fiate lo pregio dell’armi tanto di qua il mare che oltre mare,
e solevali l’uomo appellare li buoni Cavalieri. Dentro li quali eravi
Messer Gioffredo di Sargines, Messer Matteo di Marly, Messer Filippo
di Nantolio, e Messere Imberto di Belgioco Connestabile di Francia,
li quali non c’eran mica a quel giorno, ma erano al campo fuora
dell’oste, e così il Maestro de’ Balestrieri con gran quantitade di
genti d’arme per guardare così che li Turchi non s’approcciassero
di nostr’oste. — Ed egli avvenne che Messer Gualtieri d’Autreche si
fece armare di tutto punto e donare suo scudo e sua lancia e montò
a cavallo, e tantosto fece sostenere le cortine del suo paviglione,
ed uscitone, ferì degli sproni correndo contra li Turchi. Ed in così
ch’elli partì del paviglione tutto soletto, all’infuori d’un suo uomo
nomato Castillione, ecco il suo cavallo di battaglia provare il vento
colle nari, e sbuffare e barberare, e gittarlo a terra tutto disteso,
e fuggire a furia coverto di sue armi verso i nimici. E ben sappiate
come, sendo la più parte de’ Saracini montati sovra giumente, per ciò
fu che il cavallo guaragno fiutolle, e volle correre a quelle in caldo
ed in bizzarria. Ed udii dire a coloro che ciò avean visto che quattro
Turchi vennero al Signore d’Autreche che giaceva a terra stordito, ed
in passando e ripassando davanti a lui gli diedero sopra dei gran colpi
di mazza, di che talmente ne fu in periglio che là ne sarebbe stato
morto, se il Connestabile di Francia non lo fusse andato soccorrere con
alquanti delle genti del Re che avea alla sua guida. Fu egli rimenato
a braccia nel suo paviglione donde era partito pur dianzi, e talmente
era naverato e pesto de’ gran colpi di mazza che avea sofferto, ch’elli
non potea più parlare. Tantosto furongli addirizzati alquanti Medici
e Cirugiani[59], i quali, poi che non parve loro in fin di vita, gli
trasser sangue del braccio, donde male ne prese; perchè, quando venne
la sera, taluno mi pregò che noi l’andassimo vedere per ciò ch’egli
era uomo di gran rinòmo e valenza. Ciò ch’io feci assai volentieri e
andammo verso di lui. Ed entrando nel suo paviglione, l’uno de’ suoi
scudieri ci venne dire allo incontra che noi sostenessimo il piede di
paura di risvegliarlo. Ciò che noi femmo, ed appressandoci bellamente
il trovammo giacente sul suo covertoio di vaio minuto di cui era tutto
inviluppato, perchè allora noi tirammo tutto a cheto verso dove tenea
la faccia, ed affiatatolo, il trovammo morto. Di che noi e molti fummo
tutto dolenti di aver perduto un così produomo. E quando fu detto al
Re, egli rispose, che non ne vorrebbe mica avere alquanti che altresì
fussero caparbii e disobbedienti a’ suoi comandamenti come era stato
quel Signore d’Autreche, il quale per suo difetto medesimo s’era fatto
uccidere.
Ora sappiate che il Soldano donava di ciascuna testa di Cristiano, a
chi gliela portava, un bisante d’oro; donde codesti traditori Saracini
entravano la notte a furto nell’oste nostra, e là dove trovavano genti
che dormiano spartate tagliavan loro la testa: sicchè avvenne ch’e’
sorpresone ed uccisero la guaita o scolta del Signore di Corcenay, e
ne asportaro la testa e lasciarono il corpo giacente sovra una tavola.
E dovete anche sapere ch’essi conoscevano a punto l’andazzo dell’oste
nostra, perchè le varie battaglie di nostre genti per compagnie
agguatavano, ciascuna la sera sua, tutto intorno l’oste a cavallo
l’una appresso l’altra; ed i Saracini che conoscevano questo andazzo,
entravano nell’oste appresso che il guaraguato a cavallo era passato,
e facevano segretamente molti mali e molti micìdi. E quando il Re fu
di ciò avvertito, egli ordinò che da quell’ora innanzi, coloro che
solevano fare il guato a cavallo, sì il farebbono a piede: di che la
nostr’oste ne venne poi molto serrata e tenuta sì unita che ciascuno vi
s’intrattoccava senza che vi vaneggiasse uno spiazzo solo.
E fummo così lungamente a Damiata perchè il Re non trovava punto in
suo Consiglio ch’egli dovesse tirar oltre, sino a che fusse venuto
suo fratello il Conte di Poitieri, che il vento avea ammenato in Acri
come vi ho detto qui davanti, perciò ch’elli aveva con lui tutto il
retrobando di Francia. E di paura che li Turchi non si ferissero e
traforassero per mezzo l’oste coi cavalli loro, il Re fece chiudere
il parco dell’oste di grandi fossati, e sui terragli ci aveano
ballestrieri a forza ed altre genti che agguatavano la notte com’io vi
ho detto.
La festa di San Remigio fu passata avanti che alcune novelle
venissero del Conte di Poitieri e di sue genti; donde il Re e tutti
quelli dell’oste ne furono in gran misagio e sconforto, perciò che
dubitavansi, nol vedendo venire altrimenti, ch’ellino fusser morti
od in grave pericolo. Allora mi sovvenne del buon Decano di Maurù, e
raccontai al Legato come per tre processioni ch’egli ci avea fatto fare
sulla nave, noi fummo liberati del grande periglio in che eravamo. Il
Legato accolse il consiglio, e fe’ gridare tre processioni nell’oste
che si farebbono per tre Sabbati. La prima processione cominciò dalla
magione d’esso Legato e andarono al Tempio di Nostra Donna in Damiata,
ed era il Tempio nella Meschita de’ Turchi e Saracini, e l’avea quel
Legato fatta dedicare di novello nell’onore della Madre di Dio la
gloriosa Vergine Santa Maria. E così per due Sabbati fue fatto, ed in
ciascuno il Legato facea sermoni, ed appresso il sermone udito, dava
esso al Re ed agli altri gran Signori di larghi perdoni. Di dentro
il terzo Sabbato arrivò il buon Conte di Poitieri colle sue genti, e
bene gli fu mestieri di non esser venuto entro il tempo dei primi due
Sabbati, perchè io vi prometto che davante quel tempo, egli vi regnò
senza cessare sì gran tormenta nel mare davanti Damiata, ch’egli vi
ebbe più di dugento quaranta vascelli, che grandi che piccoli, tutti
ispezzati e perduti, e le genti che li guardavano sommerse: perchè se
il Conte di Poitieri fusse allora venuto, egli sarebbe stato in pronto
risico di morirvi di mala morte, e così al fermo sarebbe stato, se il
buon Dio non gli avesse fatto sua aita.