Come si ferì alla terra contro lo sforzo de’ Saracini, e perchè questi
fuggironsi e ci lasciaron Damiata.
Allora noi cominciammo a navigare per di dietro la barca della gran
nave del Re e andammo alla terra. E tantosto che le genti del Re, le
quali ferivano alla terra come noi, videro che noi andavamo più tosto
ch’elli non facevano, ci gridarono di sostenere sì che arrivasse
l’insegna di San Dionigi; ma io non ne li volli credere, anzi ci
lasciammo correre davanti ad una grossa battaglia di Saracini e di
Turchi, là ove egli ci avea bene sei mila uomini a cavallo. Li quali,
sì tosto che ci videro ferire alla terra, toccarono degli sproni
diritto a noi. E noi ficcammo il calcio delle nostre lancie a terra
nella sabbia, e rivolgendo loro le punte e covrendoci degli scudi ne
attendemmo l’impeto: ma come essi videro ciò, e che noi prendevamo
terra tuttavia, tornarono di tratto le briglie e fuggirono.
Il buon produomo Messer Baldovino di Reims, tosto ch’e’ fu sceso a
terra, mi mandò dicendo per l’uno de’ suoi Scudieri ch’io l’attendessi;
ed io gli mandai pel suo messaggero medesimo che assai volentieri il
farei, e che un sì valente uomo quale egli era valeva bene d’essere
atteso: donde egli mi seppe grado tutta sua vita. E tantosto arrivò
egli in nostra compagnia con gran numero di Cavalieri. E ben sappiate
che per gl’inconvenienti ch’io vi ho messo in conto, quando fui a terra
non avea meco allora di tutte le genti che avea menato di mie terre,
nè pedone nè cavaliere: ma non perciò Dio m’ebbe sempre atato di sua
grazia, donde io ne lo lodo e ringrazio.
Alla nostra mano sinistra arrivò il Conte di Giaffa, il quale era
cugino germano del Conte di Monbelial e del lignaggio della Casa di
Gionville. Questo Conte di Giaffa arrivò molto nobilmente a terra,
perchè la sua galea era tutta pinta di dentro e di fuora agli scudi
dell’armi sue, le quali armi son d’oro ad una croce di rosso appastato.
Egli avea ben trecento marinai nella sua galea, de’ quali ciascuno
portava una targa a sue armi, ed a ciascuna targa ci avea su un
pennoncello de’ suoi colori, sicchè quando correva sul mare era bello
a vedere e ad intendere, a cagione dello sbattìto che menavano i
pennoncelli e così del bombo di nacchere taballi e corni saracineschi
ch’egli aveva in sulla galea. E sì tosto che questa ebbe ferito nella
sabbia il più avanti che vi potè essere impinta, egli e suoi cavalieri
e genti di guerra ne uscirono molto bene armati ed in punto, e vennero
ad arringarsi di costa a noi. E prestamente fece il Conte di Giaffa
tendere suoi padiglioni; perchè i Saracini, quando li videro tesi,
si assembraro in gran numero e rivennero correndo contro di noi a
gran battuta di sproni: ma come e’ conobbero che noi punto non ce ne
ispaventavamo, e che anzi li attendevamo di piè fermo e in silenzio, ed
essi da capo ci tornarono il dosso e se ne fuggirono a dreto.
Alla man destra arrivò allora la galea della riverita insegna di San
Dionigi, a bene una portata di ballestra da noi. Ed egli avvenne che,
siccome ella toccò terra, un Saracino si mosse a furia contro le genti
di quella galea, il facesse egli o per non potere suo bizzarro cavallo
arrestare, o perchè pensava aver soccorso da’ suoi: ma certo è bene
che il poveretto ne fu tantosto morto e ispezzato. Quando il buon Re
San Luigi seppe che la insegna di San Dionigi già era sulla terra,
egli sortì del suo vascello che era già presso della riva, e non si diè
tanto d’agio che il vascello ove egli era mordesse piaggia, anzi, oltre
il grado del Legato che era con lui[53], se ne gittò fuora nel mare;
e fu nell’acqua sino alle spalle, e montò all’incalzo suo scudo al
collo, suo elmo in testa e sua lancia in pugno. E quando ebbe aggiunte
sue genti, scorse dal suo lato una battaglia d’armati, e domandò chi
fussero, e poi che gli dissero ch’erano Turchi e Saracini, ed egli
pensò d’incorrer lor sopra tutto solo, ma le sue genti il fecero
dimorare sino a che tutti i suoi cavalieri fossero ai luoghi loro ed
apprestati alla mislèa.
Tantosto inviarono li Saracini verso il Soldano di Babilonia un loro
messaggero, per fargli assapere che il Re era arrivato. Per tre volte
ripeterono il messaggio, ma anche risposta non ne ebbero perchè il
Soldano era fieramente malato. Il che vedendo li Saracini, e pensando
che il loro Soldano fusse morto, abbandonaro la città di Damiata.
Quando il Re ne udì la novella egli inviò un suo Cavaliero per saperne
il vero sino a Damiata. E ben presto ritornò il Cavaliero di verso
il Re e gli rapportò ch’egli era il vero ch’e’ fusse morto, e che
se n’erano fuggiti li Saracini, e ch’egli era stato sin dentro loro
magioni. Allora il Re fece appellare il Legato, e tutti i Prelati
dell’oste e fece cantare _Te Deum laudamus_ tutto al lungo, e poi
montò a cavallo insieme con noi, e ce n’andammo ad alloggiare davanti
Damiata. I Turchi male avvertiti partirono troppo subitani, sicchè
non ci tagliaro i ponti delle navi ch’essi avean fatto, donde gran
dispiacere ci avrebbon recato; ma bene per altra via essi ci fecero
molto gran male e dannaggio, di ciò ch’essi buttaro il fuoco per tutti
i lati della _Fonda_, là ove tutte loro mercatanzie erano e il loro
avere di pregio, ch’essi fecero cautelosamente abbruciare, di paura
che noi ce ne fussimo in modo alcuno avanzati[54]. E fu una cosa stessa
come chi buttasse domani il fuoco nella ruga del Piccol Ponte a Parigi,
di che Dio ci guardi.