III.

Era già tramontato il sole quando il treno che conduceva il dottor

Romualdo giunse alla stazione di Genova. Il nostro amico, la cui

inquietudine era andata crescendo di mano in mano ch'egli si avvicinava

al termine del suo viaggio, salì nel primo _omnibus_ che gli si parò

dinnanzi, e si lasciò condurre ad un albergo di aspetto signorile, ove

ebbe la soddisfazione di esser preso pel servitore di una famiglia

inglese arrivata insieme con lui. Tolto l'equivoco, egli venne

affidato alle cure di un cameriere d'infima categoria, il quale, dopo

avere acceso una candela, lo accompagnò in una stanzuccia del quinto

piano. Lo scarso bagaglio e il vestito dimesso del viaggiatore non

meritavano maggiori riguardi. Era già molto ch'egli pagasse il conto.

Il cameriere, tanto per iscarico di coscienza, gli chiese s'egli avesse

bisogno di nulla, e senz'aspettar risposta, lasciò la stanza tirando

sgarbatamente l'uscio dietro a sè. Ma il professore non se n'accorse

nemmeno, assorto com'era in un solo pensiero: cercar subito del

capitano Rodomiti.

Onde, risciacquatosi alquanto per liberarsi dal caldo e dalla polvere,

scese le scale, e domandò subito la via per giungere in piazza Banchi.

Non gli fu difficile arrivarci, ma dovette convincersi che per quella

sera bisognava rinunciare all'abboccamento col capitano. Perchè

l'ufficio dei signori Radice e Lupini, _shipbrokers_, era chiuso, e non

si sarebbe riaperto fino alla mattina successiva. Il professore girò

un poco a caso; poi, facendo di necessità virtù, ritornò all'albergo,

ove si risovvenne che non aveva ancora desinato e mangiò un boccone

in fretta e senza appetito. Quando si ridusse nella sua cameruccia

al quinto piano, erano circa le dieci. Il dottor Romualdo spalancò la

finestra e s'accorse che la sua soffitta aveva il pregio inestimabile

di dominare il magnifico porto di Genova. Qua e là lungo la costa

brillavano, mutando di tratto in tratto colore, i fanali dei fari

lontani; più presso, la colossale lanterna disegnava sull'orizzonte

la sua mole maestosa, come un bruno fantasma cinto il capo di luce

spettrale; dalle oscure masse dei bruni navigli si levava al cielo una

selva d'alberi; il silenzio dell'ora era rotto dal gemito del vento che

investiva le sartie e dal suono dell'onda che veniva a frangersi sulle

carene. Dai mari del tropico e dai mari del polo, ora cullati sulle

acque tranquille, ora sbattuti dal flutto minaccioso, ora protetti

dal più bel padiglione d'azzurro, ora avviluppati fra nuvole dense di

pioggia e gravi di fulmini, attraverso bonacce, attraverso tempeste,

lottando, soffrendo, quei mille e mille navigli erano convenuti allo

stesso punto, e ora riposavano uno a fianco dell'altro dalle lunghe

fatiche, salvo a dividersi presto per non incontrarsi forse mai più. Ma

fra tanti legni quale era la _Lisa_? Gli occhi del professore cercavano

invano d'indovinarlo, mentre il cuore con battito affrettato gli diceva

che l'arrivo di quel bastimento, di cui ventiquattro ore prima egli

ignorava perfino il nome, non doveva rimanere senza influenza sui suoi

destini.

Il nostro Romualdo dormì poche ore di un sonno interrotto. Al primo

albeggiare calò impaziente dal letto, e si appoggiò di nuovo al

davanzale della finestra. Una nebbietta sottile si stendeva sul mare

e cingeva d'un tenue velo i legni ancorati nel porto; sotto, nella

via buia, principiavano a muoversi delle ombre, a levarsi dei suoni;

la città più operosa d'Italia si svegliava rapidamente. A poco a poco

cresceva il moto e lo strepito; il fischio acuto della locomotiva

fendeva l'aria; sui ciottoli della via si sentiva il rumore sussultorio

dei carri pesanti e lo scalpitar delle zampe ferrate dei cavalli e

dei muli; i ragli e i nitriti si mescevano al vociar dei facchini.

Indi il sole, alzandosi sull'orizzonte, pennelleggiava d'una bella

tinta di arancio le nuvolette sparse pel cielo; s'indoravano al caldo

raggio le punte delle antenne dei bastimenti, spiccavano i colori delle

allegre bandiere sventolanti da poppa, l'onda palpitante di voluttà

si colorava di sprazzi argentini; sgombre dal grigio vapore che le

avvolgeva si disegnavano con netti contorni le cupole delle chiese

e le guglie dei campanili, e le case, e le villette disseminate sui

colli, finchè i fasci luminosi invadevano anche le strade più anguste

portando dappertutto il movimento e la vita baldanzosa della giornata

che comincia.

Prima delle sette, il professore era già fuori dell'albergo e

passeggiava su e giù per la piazza Banchi aspettando che l'ufficio

dei signori Radice e Lupini si aprisse. Lo aspettava con impazienza, e

nondimeno, quando vide le imposte spalancate, e un signore dalla faccia

rubiconda (certo il signor Radice o il signor Lupini) dondolantesi

sulle punte dei piedi nel vano della porta, coi due pollici nelle

tasche del panciotto, col sigaro in bocca e col cappello in testa,

dovette fare altri tre o quattro giri prima di trovare il coraggio

necessario per presentarsi. Intanto alcuni individui, che al vestito

parevano gente di mare, vennero a scambiar poche parole col mediatore.

Poi si lasciarono con una stretta di mano, e il signor Radice, o

Lupini che fosse, gettò via il sigaro, aperse la bocca a un lungo

sbadiglio, stirò le braccia ed entrò nel suo banco. Il dottore

Romualdo, pensando che fra coloro i quali si allontanavano poteva

esservi anche il capitano Rodomiti e che con la sua esitanza egli aveva

forse perduto l'opportunità di veder subito il misterioso personaggio,

ruppe finalmente gli indugi, e affacciatosi all'uscio con la mano al

berretto: — Di grazia — chiese — c'è qui il capitano Antonio Rodomiti?

Il signor Radice (o Lupini), vista l'esotica figura del professore, ne

fu esilarato, e, da quell'uomo faceto ch'egli era, prima di rispondere,

guardò sotto alle sedie, sotto ai banchi e perfino dietro le imposte di

un piccolo armadio infisso nella parete; poi disse con una risatina; —

Non lo vedo.

Sconcertato un po' da questo strano accoglimento, il Grolli ripensò con

desiderio alla sua cattedra, al suo laboratorio chimico e alla graziosa

formola _x (sen y)/(sen α)_; tuttavia rinnovò la domanda con altre

parole: — Ma non viene qui il capitano Rodomiti?

— Sicuro che viene, ma adesso non c'è.

— E... scusi... a che ora posso...?

Il professor Grolli non aveva finito la frase quando il signor Radice

(o Lupini) scoppiò in una risata sonora. Gli è che l'ottimo sensale

di noleggi coglieva finalmente il frutto della sua facezia di pochi

minuti prima. Poichè sulla soglia dell'ufficio, dietro la personcina

esile e smilza del professore, era comparso un colosso alto quasi due

metri e grosso in proporzione, e questo colosso era precisamente il

capitano Rodomiti che il signor Radice (o Lupini) aveva fatto le viste

di cercare perfino negli scaffali d'un armadio.

— Con permesso — disse il capitano, il quale a cagione della sua mole

ciclopica non poteva entrare finchè il professore non gli cedesse il

posto.

Costui sentì a trenta centimetri sopra il suo capo la voce tonante

del nuovo arrivato, si voltò, guardò in su, e vide in mezzo a una

nuvola di fumo che usciva dal caminetto di una pipa, una bella testa

caratteristica con la carnagione abbronzita, la barba folta, gli occhi

azzurri e profondi e una cicatrice a sinistra della bocca.

— Con permesso — ripetè il capitano, e il dottor Romualdo si tirò da

parte più confuso che mai, mentre il signor Radice (o Lupini) rivoltosi

al colosso gli disse: — Capitano, quel signore domanda di voi.

Il capitano Rodomiti squadrò d'alto in basso il signore piccino, si

tolse la pipa di bocca, mandò fuori un buffo di fumo e chiese: — È lei

il professore Romualdo Grolli?

— Appunto, sono io — rispose il professore, alzando gli occhi in su

come se guardasse un campanile.

— Lietissimo di far la sua conoscenza... Se non Le dispiace, potremo

andare in luogo tranquillo... a pochi passi di qui... A rivederci

allora — continuò il capitano, salutando con la mano il sensale di

noleggi senza pronunziarne il nome, e lasciando così sospesa la grave

questione se il personaggio faceto fosse il signor Radice o il signor

Lupini. — Eccomi con lei — egli riprese quindi, abbassando lo sguardo

sul Grolli.

E i due uomini uscirono insieme sulla strada. Il professore, che durava

non poca fatica a misurare il suo passo su quello del capitano, gli

veniva a fianco senza parlare nella speranza che l'altro iniziasse

il discorso. Dal canto suo il Rodomiti avrebbe preferito di essere

interrogato; onde tacevano tutti e due, e tacendo si esaminavano a

vicenda. Una grande disparità fisica non suol generare a prima vista

una grande simpatia reciproca fra due individui. E fra il Rodomiti e il

Grolli la disparità non poteva esser maggiore. Il primo, come si disse

or ora, era veramente un bell'uomo, dalla fisonomia aperta e leale, ma

il dottor Romualdo lo considerava dal punto di vista onde gli uomini

troppo piccoli considerano gli uomini troppo grandi, e non poteva

guardare senza una certa diffidenza quella figura torreggiante, quelle

membra atletiche, il cui solo contatto pareva doverlo schiacciare.

Ed egli velava questa diffidenza con la unzione, con la timidezza che

sono proprie dei deboli quando si trovano al cospetto dei forti, e che

spiacevano singolarmente al capitano Antonio, già poco favorevole al

_topo di libreria_.

Il Rodomiti si determinò a romper pel primo il silenzio. E lo fece alla

marinaresca, senza preamboli. — Io vengo da Montevideo, signore.

Quest'annunzio fu una rivelazione pel Grolli. Egli alzò gli occhi verso

il suo interlocutore, poi li chinò a terra e un vivo rossore si stese

su quella parte del suo volto che non era nascosta dalla barba o dai

capelli.

— Da Montevideo — egli soggiunse, come facendo eco alle parole del

capitano.

E cento memorie della fanciullezza si affacciarono alla sua mente, e

un nome scancellato quasi dal suo cuore gli tornò sulle labbra. Pur

sul punto di pronunziarlo si arrestò, come se pronunziandolo violasse

un voto, fallisse a un dovere. E si contentò di fare una domanda

indiretta:

— È partito da un pezzo di là?

— Da due mesi e mezzo.

— E la cosa per la quale mi ha chiamato a Genova ha relazione con

questo suo viaggio?

— Senza dubbio — rispose il capitano, stanco di tutto questo armeggìo.

— Ho un incarico della signora Elena Natali.

L'incanto era rotto. Il nome che da anni e anni il professor Grolli non

sentiva più menzionare d'intorno a sè tornava a ferirgli l'orecchio,

e la persona che portava quel nome stava forse per aver di nuovo una

parte nella sua vita.

— Elena! — balbettò il professore, più commosso ch'egli non volesse

parere. — Non le sarà già accaduta sventura?

— Povera signora! Se ella ebbe colpe verso la sua famiglia, le ha certo

espiate.

— Sarebbe... morta?

— Quando partii da Montevideo, ella viveva, ma pur troppo era ridotta

agli estremi... Basta, ora vedrà una sua lettera.

In quella, il capitano, invitando il dottor Romualdo a seguirlo, infilò

un portone spalancato, salì un paio di scale, spinse una porticina

ch'era solamente rabbattuta ed entrò insieme al suo compagno in un

andito stretto e buio.

— Sei tu, Tonino? — disse una voce femminile. E in pari tempo una donna

di mezza età aperse un uscio laterale dando un po' di luce all'andito

tenebroso.

— Son io — rispose il capitano — È fatta la mia camera?

— Sì, Tonino... Bada al fuoco... Mi raccomando, con quella pipa.

Il capitano Antonio fece spallucce, e chiese: — La bimba?

— Dorme ancora... Devo svegliarla?... Poni il piede su quella

favilla... Abbi riguardo, Tonino.

— Lasciala dormire — replicò il capitano, senza curarsi delle strane

paure di sua sorella Teresa circa al fuoco. — Passi, passi.

Queste ultime parole erano rivolte al dottore Romualdo, che venne

introdotto in una camera modesta ma pulita, e fatto sedere davanti a un

tavolino.

Il Rodomiti offerse al suo ospite un sigaro che questi rifiutò, poi

tolse dal cassetto un grosso piego suggellato.

— Ebbi queste carte dalla signora Elena — egli soggiunse. — Si

compiaccia di leggerle. Io la lascio solo, ma tornerò di qui a

mezz'ora... Intanto son di là con mia sorella. Se le occorre qualche

cosa, tiri il campanello.

E uscì inchinandosi alquanto per non urtar col capo sull'architrave.

— Fumerà anche lui — brontolava la signora Teresa nell'andito — sicuro,

fumano tutti adesso, fumano perfino le donne.

E il capitano replicava infastidito: — Sempre questa fissazione del

fuoco.... Non fuma, non fuma.

Poi si fece silenzio, e il dottore Romualdo aperse con mano tremante il

piego misterioso che gli stava davanti. Insieme con altre carte ch'egli

si riserbò di esaminare più tardi, c'era una lunga lettera scritta di

mano femminile.

Il Professore Romualdo · 第 5 / 28 题