Era già tramontato il sole quando il treno che conduceva il dottor
Romualdo giunse alla stazione di Genova. Il nostro amico, la cui
inquietudine era andata crescendo di mano in mano ch'egli si avvicinava
al termine del suo viaggio, salì nel primo _omnibus_ che gli si parò
dinnanzi, e si lasciò condurre ad un albergo di aspetto signorile, ove
ebbe la soddisfazione di esser preso pel servitore di una famiglia
inglese arrivata insieme con lui. Tolto l'equivoco, egli venne
affidato alle cure di un cameriere d'infima categoria, il quale, dopo
avere acceso una candela, lo accompagnò in una stanzuccia del quinto
piano. Lo scarso bagaglio e il vestito dimesso del viaggiatore non
meritavano maggiori riguardi. Era già molto ch'egli pagasse il conto.
Il cameriere, tanto per iscarico di coscienza, gli chiese s'egli avesse
bisogno di nulla, e senz'aspettar risposta, lasciò la stanza tirando
sgarbatamente l'uscio dietro a sè. Ma il professore non se n'accorse
nemmeno, assorto com'era in un solo pensiero: cercar subito del
capitano Rodomiti.
Onde, risciacquatosi alquanto per liberarsi dal caldo e dalla polvere,
scese le scale, e domandò subito la via per giungere in piazza Banchi.
Non gli fu difficile arrivarci, ma dovette convincersi che per quella
sera bisognava rinunciare all'abboccamento col capitano. Perchè
l'ufficio dei signori Radice e Lupini, _shipbrokers_, era chiuso, e non
si sarebbe riaperto fino alla mattina successiva. Il professore girò
un poco a caso; poi, facendo di necessità virtù, ritornò all'albergo,
ove si risovvenne che non aveva ancora desinato e mangiò un boccone
in fretta e senza appetito. Quando si ridusse nella sua cameruccia
al quinto piano, erano circa le dieci. Il dottor Romualdo spalancò la
finestra e s'accorse che la sua soffitta aveva il pregio inestimabile
di dominare il magnifico porto di Genova. Qua e là lungo la costa
brillavano, mutando di tratto in tratto colore, i fanali dei fari
lontani; più presso, la colossale lanterna disegnava sull'orizzonte
la sua mole maestosa, come un bruno fantasma cinto il capo di luce
spettrale; dalle oscure masse dei bruni navigli si levava al cielo una
selva d'alberi; il silenzio dell'ora era rotto dal gemito del vento che
investiva le sartie e dal suono dell'onda che veniva a frangersi sulle
carene. Dai mari del tropico e dai mari del polo, ora cullati sulle
acque tranquille, ora sbattuti dal flutto minaccioso, ora protetti
dal più bel padiglione d'azzurro, ora avviluppati fra nuvole dense di
pioggia e gravi di fulmini, attraverso bonacce, attraverso tempeste,
lottando, soffrendo, quei mille e mille navigli erano convenuti allo
stesso punto, e ora riposavano uno a fianco dell'altro dalle lunghe
fatiche, salvo a dividersi presto per non incontrarsi forse mai più. Ma
fra tanti legni quale era la _Lisa_? Gli occhi del professore cercavano
invano d'indovinarlo, mentre il cuore con battito affrettato gli diceva
che l'arrivo di quel bastimento, di cui ventiquattro ore prima egli
ignorava perfino il nome, non doveva rimanere senza influenza sui suoi
destini.
Il nostro Romualdo dormì poche ore di un sonno interrotto. Al primo
albeggiare calò impaziente dal letto, e si appoggiò di nuovo al
davanzale della finestra. Una nebbietta sottile si stendeva sul mare
e cingeva d'un tenue velo i legni ancorati nel porto; sotto, nella
via buia, principiavano a muoversi delle ombre, a levarsi dei suoni;
la città più operosa d'Italia si svegliava rapidamente. A poco a poco
cresceva il moto e lo strepito; il fischio acuto della locomotiva
fendeva l'aria; sui ciottoli della via si sentiva il rumore sussultorio
dei carri pesanti e lo scalpitar delle zampe ferrate dei cavalli e
dei muli; i ragli e i nitriti si mescevano al vociar dei facchini.
Indi il sole, alzandosi sull'orizzonte, pennelleggiava d'una bella
tinta di arancio le nuvolette sparse pel cielo; s'indoravano al caldo
raggio le punte delle antenne dei bastimenti, spiccavano i colori delle
allegre bandiere sventolanti da poppa, l'onda palpitante di voluttà
si colorava di sprazzi argentini; sgombre dal grigio vapore che le
avvolgeva si disegnavano con netti contorni le cupole delle chiese
e le guglie dei campanili, e le case, e le villette disseminate sui
colli, finchè i fasci luminosi invadevano anche le strade più anguste
portando dappertutto il movimento e la vita baldanzosa della giornata
che comincia.
Prima delle sette, il professore era già fuori dell'albergo e
passeggiava su e giù per la piazza Banchi aspettando che l'ufficio
dei signori Radice e Lupini si aprisse. Lo aspettava con impazienza, e
nondimeno, quando vide le imposte spalancate, e un signore dalla faccia
rubiconda (certo il signor Radice o il signor Lupini) dondolantesi
sulle punte dei piedi nel vano della porta, coi due pollici nelle
tasche del panciotto, col sigaro in bocca e col cappello in testa,
dovette fare altri tre o quattro giri prima di trovare il coraggio
necessario per presentarsi. Intanto alcuni individui, che al vestito
parevano gente di mare, vennero a scambiar poche parole col mediatore.
Poi si lasciarono con una stretta di mano, e il signor Radice, o
Lupini che fosse, gettò via il sigaro, aperse la bocca a un lungo
sbadiglio, stirò le braccia ed entrò nel suo banco. Il dottore
Romualdo, pensando che fra coloro i quali si allontanavano poteva
esservi anche il capitano Rodomiti e che con la sua esitanza egli aveva
forse perduto l'opportunità di veder subito il misterioso personaggio,
ruppe finalmente gli indugi, e affacciatosi all'uscio con la mano al
berretto: — Di grazia — chiese — c'è qui il capitano Antonio Rodomiti?
Il signor Radice (o Lupini), vista l'esotica figura del professore, ne
fu esilarato, e, da quell'uomo faceto ch'egli era, prima di rispondere,
guardò sotto alle sedie, sotto ai banchi e perfino dietro le imposte di
un piccolo armadio infisso nella parete; poi disse con una risatina; —
Non lo vedo.
Sconcertato un po' da questo strano accoglimento, il Grolli ripensò con
desiderio alla sua cattedra, al suo laboratorio chimico e alla graziosa
formola _x (sen y)/(sen α)_; tuttavia rinnovò la domanda con altre
parole: — Ma non viene qui il capitano Rodomiti?
— Sicuro che viene, ma adesso non c'è.
— E... scusi... a che ora posso...?
Il professor Grolli non aveva finito la frase quando il signor Radice
(o Lupini) scoppiò in una risata sonora. Gli è che l'ottimo sensale
di noleggi coglieva finalmente il frutto della sua facezia di pochi
minuti prima. Poichè sulla soglia dell'ufficio, dietro la personcina
esile e smilza del professore, era comparso un colosso alto quasi due
metri e grosso in proporzione, e questo colosso era precisamente il
capitano Rodomiti che il signor Radice (o Lupini) aveva fatto le viste
di cercare perfino negli scaffali d'un armadio.
— Con permesso — disse il capitano, il quale a cagione della sua mole
ciclopica non poteva entrare finchè il professore non gli cedesse il
posto.
Costui sentì a trenta centimetri sopra il suo capo la voce tonante
del nuovo arrivato, si voltò, guardò in su, e vide in mezzo a una
nuvola di fumo che usciva dal caminetto di una pipa, una bella testa
caratteristica con la carnagione abbronzita, la barba folta, gli occhi
azzurri e profondi e una cicatrice a sinistra della bocca.
— Con permesso — ripetè il capitano, e il dottor Romualdo si tirò da
parte più confuso che mai, mentre il signor Radice (o Lupini) rivoltosi
al colosso gli disse: — Capitano, quel signore domanda di voi.
Il capitano Rodomiti squadrò d'alto in basso il signore piccino, si
tolse la pipa di bocca, mandò fuori un buffo di fumo e chiese: — È lei
il professore Romualdo Grolli?
— Appunto, sono io — rispose il professore, alzando gli occhi in su
come se guardasse un campanile.
— Lietissimo di far la sua conoscenza... Se non Le dispiace, potremo
andare in luogo tranquillo... a pochi passi di qui... A rivederci
allora — continuò il capitano, salutando con la mano il sensale di
noleggi senza pronunziarne il nome, e lasciando così sospesa la grave
questione se il personaggio faceto fosse il signor Radice o il signor
Lupini. — Eccomi con lei — egli riprese quindi, abbassando lo sguardo
sul Grolli.
E i due uomini uscirono insieme sulla strada. Il professore, che durava
non poca fatica a misurare il suo passo su quello del capitano, gli
veniva a fianco senza parlare nella speranza che l'altro iniziasse
il discorso. Dal canto suo il Rodomiti avrebbe preferito di essere
interrogato; onde tacevano tutti e due, e tacendo si esaminavano a
vicenda. Una grande disparità fisica non suol generare a prima vista
una grande simpatia reciproca fra due individui. E fra il Rodomiti e il
Grolli la disparità non poteva esser maggiore. Il primo, come si disse
or ora, era veramente un bell'uomo, dalla fisonomia aperta e leale, ma
il dottor Romualdo lo considerava dal punto di vista onde gli uomini
troppo piccoli considerano gli uomini troppo grandi, e non poteva
guardare senza una certa diffidenza quella figura torreggiante, quelle
membra atletiche, il cui solo contatto pareva doverlo schiacciare.
Ed egli velava questa diffidenza con la unzione, con la timidezza che
sono proprie dei deboli quando si trovano al cospetto dei forti, e che
spiacevano singolarmente al capitano Antonio, già poco favorevole al
_topo di libreria_.
Il Rodomiti si determinò a romper pel primo il silenzio. E lo fece alla
marinaresca, senza preamboli. — Io vengo da Montevideo, signore.
Quest'annunzio fu una rivelazione pel Grolli. Egli alzò gli occhi verso
il suo interlocutore, poi li chinò a terra e un vivo rossore si stese
su quella parte del suo volto che non era nascosta dalla barba o dai
capelli.
— Da Montevideo — egli soggiunse, come facendo eco alle parole del
capitano.
E cento memorie della fanciullezza si affacciarono alla sua mente, e
un nome scancellato quasi dal suo cuore gli tornò sulle labbra. Pur
sul punto di pronunziarlo si arrestò, come se pronunziandolo violasse
un voto, fallisse a un dovere. E si contentò di fare una domanda
indiretta:
— È partito da un pezzo di là?
— Da due mesi e mezzo.
— E la cosa per la quale mi ha chiamato a Genova ha relazione con
questo suo viaggio?
— Senza dubbio — rispose il capitano, stanco di tutto questo armeggìo.
— Ho un incarico della signora Elena Natali.
L'incanto era rotto. Il nome che da anni e anni il professor Grolli non
sentiva più menzionare d'intorno a sè tornava a ferirgli l'orecchio,
e la persona che portava quel nome stava forse per aver di nuovo una
parte nella sua vita.
— Elena! — balbettò il professore, più commosso ch'egli non volesse
parere. — Non le sarà già accaduta sventura?
— Povera signora! Se ella ebbe colpe verso la sua famiglia, le ha certo
espiate.
— Sarebbe... morta?
— Quando partii da Montevideo, ella viveva, ma pur troppo era ridotta
agli estremi... Basta, ora vedrà una sua lettera.
In quella, il capitano, invitando il dottor Romualdo a seguirlo, infilò
un portone spalancato, salì un paio di scale, spinse una porticina
ch'era solamente rabbattuta ed entrò insieme al suo compagno in un
andito stretto e buio.
— Sei tu, Tonino? — disse una voce femminile. E in pari tempo una donna
di mezza età aperse un uscio laterale dando un po' di luce all'andito
tenebroso.
— Son io — rispose il capitano — È fatta la mia camera?
— Sì, Tonino... Bada al fuoco... Mi raccomando, con quella pipa.
Il capitano Antonio fece spallucce, e chiese: — La bimba?
— Dorme ancora... Devo svegliarla?... Poni il piede su quella
favilla... Abbi riguardo, Tonino.
— Lasciala dormire — replicò il capitano, senza curarsi delle strane
paure di sua sorella Teresa circa al fuoco. — Passi, passi.
Queste ultime parole erano rivolte al dottore Romualdo, che venne
introdotto in una camera modesta ma pulita, e fatto sedere davanti a un
tavolino.
Il Rodomiti offerse al suo ospite un sigaro che questi rifiutò, poi
tolse dal cassetto un grosso piego suggellato.
— Ebbi queste carte dalla signora Elena — egli soggiunse. — Si
compiaccia di leggerle. Io la lascio solo, ma tornerò di qui a
mezz'ora... Intanto son di là con mia sorella. Se le occorre qualche
cosa, tiri il campanello.
E uscì inchinandosi alquanto per non urtar col capo sull'architrave.
— Fumerà anche lui — brontolava la signora Teresa nell'andito — sicuro,
fumano tutti adesso, fumano perfino le donne.
E il capitano replicava infastidito: — Sempre questa fissazione del
fuoco.... Non fuma, non fuma.
Poi si fece silenzio, e il dottore Romualdo aperse con mano tremante il
piego misterioso che gli stava davanti. Insieme con altre carte ch'egli
si riserbò di esaminare più tardi, c'era una lunga lettera scritta di
mano femminile.