Il parroco entrò primo, e dietro lui, tirata per mano, Maria, la quale
camminava con evidente ritrosia, gettando tutt'intorno sguardi quasi
atterriti coi suoi grandi occhioni selvaggi. Dopo aver chinato la sua
bianca testa in un saluto a Guido e alla donna, che s'era levata con
vivace mossa a sedere sul letto, il Prevosto disse:
“Riverisco, signor mio; signora, le son servo.”
“Oh sor Prevosto! La non mi riconosce più?” esclamò Anna, i cui occhi
andavano cercando con desiosa curiosità la fisonomia della giovinetta,
la quale, visto gente, aveva chinato il viso più che mai e lo teneva
basso con molta vergogna.
“Sì, sì, certo che la riconosco;” disse il vecchio curato con ilare
bonarietà nell'aspetto e nella voce; e tornando alla sua radicata
abitudine di dar del voi a tutti i suoi parrocchiani: “che? non siete
mutata di molto voi, e se non foste un po' smagrita e pallidina, direi
che siete ancora l'Anna d'una volta.... Ma intanto eccoci qui: vi ho
condotta la povera Maria.”
La madre di Guido tese le braccia alla giovinetta.
“Maria!” diss'ella con molto affetto: “vieni, vieni qui ch'io
t'abbracci.”
Ma la fanciulla invece d'abbandonarsi sul seno di colei che pur ve
l'invitava con sì dolce suono di voce, con sì amorevole espressione,
si trasse indietro e si nascose dietro il buon prete; e siccome questi
aveva lasciato andare la mano per cui la teneva introducendola, ella si
attaccò ad una falda del lungo di lui soprabito.
“Su via, animo che cosa fai?” — badava a dire il curato: “va' innanzi,
Maria, che queste le sono sciocchezze; qui vedi i tuoi parenti, gente
che ti vuol bene, e in quella buona signora troverai una madre.”
“Sì, sì, davvero; farò di tutto per esserti come una madre;” diceva
col medesimo affetto Anna, tendendo sempre alla fanciulla le braccia
amorosamente.
Ma era come dire al muro.
Allora il parroco, tanto per iscusarla, mentre di soppiatto colla
destra tentava di tirare innanzi la ragazza e spingerla verso il letto,
disse:
“Vedete, la è un tantino selvaticuccia.... sì, anche un po' troppo,
se volete.... Ma che s'ha da fare? È vissuta fin'ora in compagnia
delle sue capre sulla montagna e nella casa della sua nonna, e non con
altri.... E poi la è così novellina e sempliciotta, come un agnello
appena nato, ve lo assicuro io; è una di quelle creature del buon Dio,
che hanno la fortuna dell'innocenza.”
Per Guido, che colla sua artistica immaginazione di quella giovinetta
s'era formato un tipo, fu quella una disillusione completa. I raggi
delle candele che illuminavano d'una luce rossiccia la stanza, cadendo
di sbieco sul corpo magro e disadatto della giovinetta, ne facevano
risaltare più sfavorevolmente che mai i contorni angolari; la testa
grossa, con una massa enorme di capelli in disordine, pareva una
matassa arruffata senza forma e senza figura; le membra gracili e
tirate avevano un'infelice durezza di linee; la gonnellucciaccia che
le pendeva dai fianchi malamente sfilacciata, a brandelli, era fatta
apposta per accrescere l'aspetto disavvenente della sua persona.
L'avreste detta una selvaggia di quelle tribù a cui non sono concesse
le soavi grazie che fan leggiadro il sesso femmineo della razza
indo-europea.
“Vieni,” ripeteva ancora la madre di Guido, “siamo tuoi congiunti,
noi; io sono tua cugina, e questi, che è mio figlio, è tuo cugino ancor
egli.”
“Sì,” disse il giovane avvicinandosi alla ragazza e tentando di
pigliarle una mano: “siamo cugini.”
Ma ella ritrasse vivamente la destra che Guido cercava, e si tirò in là.
“La è semplice, la è semplice;” tornò a ripetere il parroco, dondolando
la testa, “bisognerà aver pazienza; ma è buona come il pane e
ubbidiente a dovere. La nonna ne faceva ogni sua volontà.”
Poi volgendosi a Maria:
“Questi signori ti vogliono bene, sai, e tu hai da voler bene a loro.
Sono venuti qui apposta per te, ed è la nonna che loro ti affida e che
per mezzo mio ti comanda di amarli.”
La fanciulla nè si scosse nè parlò.
“Maria,” riprese a dire Anna con affettuoso calore, “noi ti amiamo
davvero come t'amava la povera Marta.... Ah! perchè non è ella più qui
a conoscer quale affetto io avessi tuttavia per lei! Ah! perchè non
l'ho potuta almeno abbracciare anche una volta!...”
E sopraffatta dall'emozione ruppe in pianto.
Guido le si fece dappresso sollecito, ammonendola amorevolmente.
“Via, non far così, mamma.... Lo sai che ti fa male.... Un po' di
coraggio, te ne prego.... anche per questa poveretta che certo non ha
mestieri la si stimoli al pianto.”
Volse gli occhi verso la fanciulla, e il contegno come la faccia di
costei parevano voler dare la più ampia smentita alle ultime di lui
parole. Essa, all'udir piangere, come tirata dalla curiosità, s'era
fatta un poco innanzi, sporgendo il collo, aveva levato alquanto la
testa e diretto lo sguardo sul volto della donna giacente; ma tale
sguardo era senza espressione, pari a quello delle pupille di vetro in
una statua di cera; e Guido che lo incontrò, ebbe la mente attraversata
da un subito sospetto.
“Ma questa ragazza è scema:” pensò.
Maria, accortasi d'essere osservata dal giovane, chinò ratto gli occhi
e si trasse nuovamente indietro, facendosi riparo delle spalle del
parroco.
“Mia buona signora,” disse questi, commosso più che non volesse
lasciare scorgerlo: “le lagrime non giovano a nulla, ed è dovere
d'ogni cristiano rassegnarsi alla volontà del Signore. Marta visse una
vita lunga e da virtuosa donna qual'era; ha fornito molto bene la sua
carriera mortale, e ora riceve il compenso de' suoi meriti. Per tutto
quanto le poteva ancora importare sulla terra, che è questa poveretta,
aveva posto ogni speranza in voi, Anna; e il miglior modo di mostrare
a quell'anima il vostro affetto e il vostro rimpianto è di soddisfare
i suoi desideri.”
“E lo farò nel miglior modo che potrò,” disse la donna vivamente; “e
d'ora innanzi Maria la considero come figliuola.”
Il parroco tolse commiato. Quando lo vide avviarsi, la ragazza si mosse
ella pure per seguirlo e tornò ad afferrargli la falda del soprabito,
come per farsi condur seco.
“No,” disse il sacerdote, “tu devi rimanere colla tua nuova famiglia.”
Maria supplicò mutamente con uno sguardo.
“È la volontà della nonna:” soggiunse il parroco.
Allora la giovinetta lasciò andare il lembo del vestito che aveva
afferrato, e chinò tanto il capo da non potersi più scorgere della
faccia che l'alto della fronte. Fu messa per quella notte in uno
stanzino attiguo alla camera dov'era la madre di Guido; e questa udì
la fanciulla smaniare e sospirare tutta la notte, e la mattina, appena
l'alba, aprir la finestra ed esporsi alla brezza, come farebbe chi
avesse la testa riarsa da febbrile calore.
“La non è dunque insensibile come pare:” disse Anna a suo figlio,
narrandogli ciò: “ma è soltanto timida e selvatichetta.”
La disillusione provata da Guido per le sembianze della giovinetta
avevano un poco ammorzato in lui lo zelo primitivo, ma non estintolo
affatto.
“È un'anima da dirozzare:” s'era egli detto. “Mia madre le educherà
il cuore, ed io l'intelligenza. Sarà una grande soddisfazione e un
prezioso compenso per noi il vedere sorgere da quell'animata macchina
di carne la creatura intelligente ed affettiva della donna; una
soddisfazione uguale a quella che provo, quando dal masso della creta
veggo nascere sotto la mano la statua bella e vera. Tanto meglio che
quest'infelice non abbia il fragile dono della bellezza! Il nostro
interesse per lei mi pare ne sia più santo, e forse tale sventura
sarà compensata in lei da interiori e più preziose virtù che si
svolgeranno.”
Furono fatti vestire a Maria altri panni alla foggia cittadinesca, e
quando la poveretta comparve in una veste lunga, che le si adattava
al corpo magro e stecchito come ad un bastoncino la fodera d'un
ombrello, la era così impacciata e goffamente ridicola che Guido non
potè a meno di rompere in una risata. La giovanetta lo guardò fisso un
pochino con quel suo sguardo senza luce, poi guardò sè stessa nel suo
nuovo acconciamento; e, come vergognosa de' fatti suoi, fuggì via a
nascondersi.
Era intenzione di Anna e di suo figlio di non fermarsi al villaggio
più d'otto giorni; ma l'aria nativa, benchè la stagione fosse poco
propizia, giovava pur tanto alla salute della madre, e la bellezza
del paese esercitava su Guido quel medesimo fàscino che già aveva
esercitato sul padre di lui, quando primamente era capitato in quei
luoghi, così che decisero dimorarvi un mesetto. Si allogarono nella
casetta antica della famiglia che presero per quel tempo in affitto,
quella casa dove erano trascorse l'infanzia e la prima giovinezza di
Anna; e Maria vi ebbe una camera dove furono raccolti tutti gli oggetti
che le aveva lasciati la nonna e che le dovevano esser cari.
Colla sua nuova famiglia, la giovinetta, poco più, poco meno, era
sempre quella che il primo giorno. Stava sola quanto più poteva,
fuggendo tanto l'Anna quanto il giovane; innanzi a loro di rado
alzava gli occhi a guardarli: si teneva impalata e immobile, come se
non osasse pure trarre il fiato: non rispondeva che a monosillabi:
e nè l'uno nè l'altro avevano potuto vederla piangere o sorridere o
dare un segno qualunque di sentimento. Un giorno che il tempo era più
freddiccio, Anna ritiratasi nel pian terreno e sedutasi sulla vecchia
poltrona di suo padre presso al fuoco, s'era abbandonata a ricercare
colla mente tutte le memorie del passato, e per farsi meglio sfilare
innanzi alla fantasia l'immagine delle cose trascorse, aveva chiuso
gli occhi e pareva dormisse. Maria entrò col suo passo felino che non
si faceva sentire, e s'accostò pian piano. La salute, che tornava ogni
dì meglio alla madre di Guido, le dava una leggiera tinta d'incarnato
alle guancie, l'interna emozione di quel momento si rifletteva sulla
fisonomia di lei in sì gentile maniera, che uno splendore di giovinezza
animava la beltà di quei tratti da disgradarne qualunque più leggiadra
nel fiore de' suoi anni, se non fossero stati que' fili bianchi ne'
capelli e quelle finissime rughe ai lati della fronte.
Maria stette un poco a contemplarla; poi s'accosciò pianamente ai piedi
di lei, appoggiò un gomito alle ginocchia e il mento sulla palma della
mano, e si diede a fissar l'Anna, come se non l'avesse vista mai e
volesse imprimersene i tratti nella memoria.
La madre di Guido udì un respiro più forte che pareva un sospiro,
e aprì gli occhi, vide Maria in quella positura che la mirava.
Acconciatasi senza soggezione in una mossa naturale, la giovinetta
aveva una certa grazia quale Anna non le aveva vista mai, e in quel
punto nello sguardo dell'orfana a lei rivolto, credette scorgere una
intelligenza, una tenerezza che le si mostravano per la prima volta. Ma
appena Maria ebbe veduto aperti gli occhi di Anna, sorse di scatto, e
tornando tosto in tutta la disavvenenza dei suoi movimenti, fece atto
di partirsene rossa in viso, come chi vien colto a far cosa che non
dovrebbe.
Anna fu tosto a trattenerla, pigliandole una mano.
“Perchè fuggi? Ti fo io paura?”
Maria, al solito, non rispose.
“Non mi vuoi dunque bene niente niente? A me che te ne voglio tanto?...
Non me ne vuoi?... Rispondi.”
“Non so:” disse con voce stentata la ragazza guardando da un'altra
parte.
La madre di Guido la tirò a sè con affetto, e la baciò in fronte; Maria
si era lasciata chinare verso la donna, nè riluttante, nè consenziente,
e riceveva i baci con una specie di rassegnazione passiva.
“Dimmi se non sei contenta di noi; dimmi se hai qualcosa di cui
dolerti, se desideri alcunchè. Io voglio che tu sii lieta e contenta.
Ma perchè taci sempre e non rispondi mai alle mie dimostrazioni
d'affetto? Tu non mi hai ancora restituito pure un bacio.”
La giovinetta si divincolò, e non con garbo, dalle braccia di Anna e
disse con un accento di espressione indefinibile, che non poteva dirsi
se fosse ammirazione, invidia, o ritrosia, o scioccaggine:
“Siete troppo bella, voi!”
Maria aveva creduto di dover tornare a tutte le abitudini che aveva
prima della malattia della nonna; e il suo primo pensiero era stato
quello di andare di nuovo sulla montagna, colle capre alla pastura.
Guido aveva messo in pratica tutta la sua abilità persuasiva per farle
capire che quel genere di vita era affatto finito per lei e che ne
incominciava un altro tutto diverso.
La selvaggia fanciulla, sempre taciturna a suo modo, vi si acconciò
colla buona voglia di chi fa un sacrifizio che gli sia imposto. Il
giovane artista avvisò che non c'era tempo da perdere per cominciare
l'istruzione fin'allora troppo trascurata di questa fanciulla che
omai toccava l'adolescenza; e vi si applicò senza ritardo con tutto
l'animo, chiamando in soccorso del suo buon zelo tutta la pazienza di
cui poteva disporre. Ma per quanto fosse in lui quest'ultima, la mala
voglia e la cocciutaggine della ragazza erano ben maggiori. Ella non si
ribellava mai, ma si accostava allo studio come una vittima rassegnata
al supplizio; si rinserrava in un silenzio timoroso e selvaggio, e a
qualunque cosa le dicesse il giovane maestro, non dava risposta, ma
lo guardava collo sguardo attonito dei suoi occhi larghi, che diceva
chiaro ella non capir nulla. Guido provò di tutto per ismuoverla
da quella passività inintelligente: rimostranze ed amorevolezze,
incoraggiamenti e rampogne, anche preghiere, e, non potendone più, la
collera. Tutto si spuntava contro il mutismo caparbio della giovinetta.
“Non è una creatura umana quella lì:” esclamava Guido allo stremo
affatto di pazienza: “è un macigno. Affè che i marmi delle mie statue
hanno più sentimento e più intelligenza!”
Trascorso il mese, si dispose tutto per tornare in città. Maria
sapeva che stava per abbandonare quel paesello che doveva pur essere
l'unico amor suo; ma non fu mai che in presenza d'Anna o di suo
figlio manifestasse uno sfogo di dolore o solo un rimpianto. Rinchiusa
invariabilmente nella sua atonia, guardava tutti i preparativi che si
venivan facendo con quella sua aria balorda, di cui Guido aveva finito
per indispettirsi maledettamente, e la si faceva più taciturna che mai.
La vigilia della partenza, verso l'imbrunire, Maria sparì di casa:
e Anna inquieta, dopo due ore ch'ella mancava, mandò Guido e pregò
i vicini andassero a cercarla di qua e di là. Dopo aver girato assai
tempo, la trovarono finalmente a notte chiusa, che se ne usciva tutta
tranquilla dal cimitero, colle traccie nei panni, alle ginocchia, sulle
mani di chi si è prosteso sulla terra e vi è rimasto a lungo.
“Che cosa hai tu fatto?” le chiesero solleciti.
“Sono andata a dare un bacio alla nonna:” rispose ella con quella sua
aria di astrazione stordita.
Nè Anna, nè pur Guido medesimo, meno tollerante, ebbero coraggio di
farle una rampogna.
Alla partenza, quando le toccò salire in carrozza, Maria ebbe il
viso sconvolto da una di quelle contrazioni che rivelarono il suo
dolore alla morte della nonna; seduta a lato di Anna, la si tenne
sempre col capo sporgente in fuori a guardare il paese, le colline,
la montagna, i campi; e quando per la lontananza le si confusero alla
vista tutti questi oggetti, allora si ritrasse vivamente, si accasciò,
per così dire, nel fondo della carrozza, e mandò quella specie di
grido soffocato o di gemito inarticolato che pareva essere in lei
l'espressione suprema del sentimento.
E fu tutto.