Due giorni dopo io partiva da quel paese, e con mastro Ambrogio non ci
vedemmo più: per due anni non ne ebbi altra novella.
L'altro dì il mio nobile amico dovette venire a Torino per qualche sua
faccenda, e fu a salutarmi.
“Mi fermo qui pochi giorni soltanto” mi disse “poi torno di gran
carriera alla mia montagna. Volete voi venire con me?”
“Ah! se lo potessi!” esclamai con un sospiro. “Ma noi siamo qui
condannati al lavoro di Sisifo.... Intanto datemi notizie di mastro
Ambrogio.”
Il volto del mio amico si fece mestamente grave.
“Quel povero Ambrogio!” disse. “Non c'è più. L'hanno sotterrato l'altra
mattina.”
Mi feci raccontare i particolari della sua morte. Non era stato malato
che pochi dì. Conosciuta tosto la gravità del suo male, egli aveva
mandato pel sacerdote, ed aveva edificato tutto il villaggio colla
santità della sua morte, come aveva fatto colla purità ed onestà della
sua vita. Sulla sua fossa hanno piantato una croce di legno, e gli
scolari vanno a spargervi fiori.
Così fu il suo desiderio compito. È morto sconosciuto, tranquillo,
amando e sperando. L'erba d'un cimitero di campagna ne coprirà le ossa
ignorate; ma io, che non l'oblierò mai, ho pensato valermi del suo
permesso, e schizzarne in questi fogli la misteriosa figura.