“Era mio proposito accingermi con nuova lena al lavoro, e riguadagnare
in breve il tempo per la mia fama perduto: ma luttuosi avvenimenti me
ne impedirono.
“Il padre d'Albina ebbe subiti e irreparabili rovesci di fortuna.
Come sempre accade nel mondo, tutti coloro che a lui avventurato erano
amici compiacenti e cortigiani, lo abbandonarono. Io gli venni innanzi
umilmente, quasi tremando, e dissi:
— «Sono povero, e buono a poco o nulla; ma tutto quello che ho e quello
che valgo, pongo in poter vostro. Disponete di me.»
“Quell'uomo, superbissimo fino allora dei suoi natali e delle sue
ricchezze, che altro non aveva avuto mai per me che una compassione
altezzosa, parve stupito ed ammirato del mio tratto. Aveva coraggio
e volontà tenace; era di quelli che, prima di abbandonarsi in balía
della corrente che li travolge, s'attaccano a qualunque ramo, per
debole ch'esso sia, fosse pur anche spinoso da insanguinarvisi le
mani. Accettò la mia offerta, le pochissime mie sostanze sparvero in
un attimo in quel baratro che la sventura aveva scavato sotto i piedi
a quella famiglia; e lavoravo tutte le ore del giorno per essa! Il
padrone, diventato burbero, atrabiliare, mi comandava in modo aspro
come si fa ad un servitore negligente; Albina mi ringraziò una volta
con sublime semplicità, stringendomi la mano, gli occhi gonfi di
lagrime. Che avrei io potuto desiderare di più?
“Bene o male, di questa guisa ero diventato quasi uno della famiglia
e n'andavo superbo. Vedevo Albina tutti i giorni, stavo delle ore a
guardarla, pallida e severa nella sua mestizia; m'inebbriavo spesso
della ineffabile gioia d'udire la sua voce. N'ero quasi felice. _Dear_,
il cagnolino di lei, mi faceva le feste più amorevoli del mondo.
“Ma il padre d'Albina non potè vincere in niun modo la troppo avversa
fortuna. A un punto, perduta ogni speranza, egli perdette ogni
coraggio, ogni forza di spirito e di corpo. Morì di lì a quattro mesi.
Io mi diedi tutto e sempre più all'arido lavoro degli affari, per
sopperire ai bisogni di quella disgraziata famiglia.
“Addio poesia, addio lettere, addio arte, addio sogni di gloria!
M'imbestialivo nelle cifre da mane a sera, nè mi lamentavo, nè
desideravo di meglio. Albina era tanto bella, anche nel suo dolore!...
“Passò circa un anno. L'amavo sempre più. Ad un punto m'accorsi che
un cambiamento non lieve erasi fatto in Albina. Le guancie eranle
divenute più rosee, più brillanti ed espressivi gli occhi, più dal
sorriso animate le labbra. Una certa misteriosa fiamma appariva di
quando in quando sul suo volto; aveva subite contrarietà e improvvise
tristezze avvicendate a giocondità, di cui non sapevo rendermi ragione.
Pareva avere alcuna cosa da dissimulare. Si piaceva molto a restar
sola; sovente la coglievo immersa in profondi pensieri; molte volte
era d'un'amabilità maggiore ancora del solito. Attribuivo codesta
mutabilità allo svolgersi della sua fiorente giovinezza soltanto.
“Ma l'amor mio oramai era tale, che non potevo più rimaner in silenzio.
Il mio cervello era in un esaltamento che non lasciava più luogo alla
ragione. Un giorno ella fu meco più amorevole dell'usato; il sangue
mi s'infiammò nelle vene mandandomi vampe di calore alla testa. Pareva
ella volesse aprirmi il cuor suo, e la piena del mio traboccava verso
di lei. Incoraggiato da' suoi modi, dalle sue parole, mi rivelai....
“Me disgraziato! Come potei avere tanto temerario ardimento?
“Ella impallidì; si trasse vivamente in là, mutò subito maniere ed
aspetto; si premè con una mano il cuore, e quando io a quella vista
mi tacqui sovraccolto da un tremito improvviso, ella gettò un grido e
fuggì.
“La mia sentenza era pronunciata. Caddi in ginocchio in quel punto dove
ella era poc'anzi, e sentii il cuore rompermisi dall'affanno. Avevo di
me stesso vergogna. Poter credere di essere amato! Io? Oh ella doveva
ridere di me. Non avevo ottenuto che di sciogliere quel poco legame che
mi avvinceva a lei, e che era pure il mio solo bene. Come avrei potuto
ancora venirle per casa? come rivederla?
“Quello non era ancora il maggior dolore che mi dovesse toccare; ed era
già sì grande! Ricevei quel medesimo giorno una lettera d'Albina.”