XV.

“Era mio proposito accingermi con nuova lena al lavoro, e riguadagnare

in breve il tempo per la mia fama perduto: ma luttuosi avvenimenti me

ne impedirono.

“Il padre d'Albina ebbe subiti e irreparabili rovesci di fortuna.

Come sempre accade nel mondo, tutti coloro che a lui avventurato erano

amici compiacenti e cortigiani, lo abbandonarono. Io gli venni innanzi

umilmente, quasi tremando, e dissi:

— «Sono povero, e buono a poco o nulla; ma tutto quello che ho e quello

che valgo, pongo in poter vostro. Disponete di me.»

“Quell'uomo, superbissimo fino allora dei suoi natali e delle sue

ricchezze, che altro non aveva avuto mai per me che una compassione

altezzosa, parve stupito ed ammirato del mio tratto. Aveva coraggio

e volontà tenace; era di quelli che, prima di abbandonarsi in balía

della corrente che li travolge, s'attaccano a qualunque ramo, per

debole ch'esso sia, fosse pur anche spinoso da insanguinarvisi le

mani. Accettò la mia offerta, le pochissime mie sostanze sparvero in

un attimo in quel baratro che la sventura aveva scavato sotto i piedi

a quella famiglia; e lavoravo tutte le ore del giorno per essa! Il

padrone, diventato burbero, atrabiliare, mi comandava in modo aspro

come si fa ad un servitore negligente; Albina mi ringraziò una volta

con sublime semplicità, stringendomi la mano, gli occhi gonfi di

lagrime. Che avrei io potuto desiderare di più?

“Bene o male, di questa guisa ero diventato quasi uno della famiglia

e n'andavo superbo. Vedevo Albina tutti i giorni, stavo delle ore a

guardarla, pallida e severa nella sua mestizia; m'inebbriavo spesso

della ineffabile gioia d'udire la sua voce. N'ero quasi felice. _Dear_,

il cagnolino di lei, mi faceva le feste più amorevoli del mondo.

“Ma il padre d'Albina non potè vincere in niun modo la troppo avversa

fortuna. A un punto, perduta ogni speranza, egli perdette ogni

coraggio, ogni forza di spirito e di corpo. Morì di lì a quattro mesi.

Io mi diedi tutto e sempre più all'arido lavoro degli affari, per

sopperire ai bisogni di quella disgraziata famiglia.

“Addio poesia, addio lettere, addio arte, addio sogni di gloria!

M'imbestialivo nelle cifre da mane a sera, nè mi lamentavo, nè

desideravo di meglio. Albina era tanto bella, anche nel suo dolore!...

“Passò circa un anno. L'amavo sempre più. Ad un punto m'accorsi che

un cambiamento non lieve erasi fatto in Albina. Le guancie eranle

divenute più rosee, più brillanti ed espressivi gli occhi, più dal

sorriso animate le labbra. Una certa misteriosa fiamma appariva di

quando in quando sul suo volto; aveva subite contrarietà e improvvise

tristezze avvicendate a giocondità, di cui non sapevo rendermi ragione.

Pareva avere alcuna cosa da dissimulare. Si piaceva molto a restar

sola; sovente la coglievo immersa in profondi pensieri; molte volte

era d'un'amabilità maggiore ancora del solito. Attribuivo codesta

mutabilità allo svolgersi della sua fiorente giovinezza soltanto.

“Ma l'amor mio oramai era tale, che non potevo più rimaner in silenzio.

Il mio cervello era in un esaltamento che non lasciava più luogo alla

ragione. Un giorno ella fu meco più amorevole dell'usato; il sangue

mi s'infiammò nelle vene mandandomi vampe di calore alla testa. Pareva

ella volesse aprirmi il cuor suo, e la piena del mio traboccava verso

di lei. Incoraggiato da' suoi modi, dalle sue parole, mi rivelai....

“Me disgraziato! Come potei avere tanto temerario ardimento?

“Ella impallidì; si trasse vivamente in là, mutò subito maniere ed

aspetto; si premè con una mano il cuore, e quando io a quella vista

mi tacqui sovraccolto da un tremito improvviso, ella gettò un grido e

fuggì.

“La mia sentenza era pronunciata. Caddi in ginocchio in quel punto dove

ella era poc'anzi, e sentii il cuore rompermisi dall'affanno. Avevo di

me stesso vergogna. Poter credere di essere amato! Io? Oh ella doveva

ridere di me. Non avevo ottenuto che di sciogliere quel poco legame che

mi avvinceva a lei, e che era pure il mio solo bene. Come avrei potuto

ancora venirle per casa? come rivederla?

“Quello non era ancora il maggior dolore che mi dovesse toccare; ed era

già sì grande! Ricevei quel medesimo giorno una lettera d'Albina.”

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 30 / 58 题