Atanasio s'inoltrò, sedette, ringraziò, e si pose a tormentare la cocca
della sua tunica, come se da essa volesse far venir fuori le parole del
discorso.
“Bel tempo d'autunno!” disse Taddeo.
“Bel tempo!” rispose Atanasio, guardando il fuoco.
“Fatto apposta per andare a caccia.”
“Già!”
“Guardate: se ci aveste un giorno di libero, che poteste venir meco
di buon mattino con un bravo schioppo, sì che vi menerei io in certi
luoghi dove i tordi vi parrebbe che fioccassero.”
Atanasio mandò un sospiro.
“Ma io non ho di giorni liberi.”
Guardò intorno, come se cercasse di qualche cosa.
“E.... e la vostra Lucietta?” finì per dire.
Fu la madre di lei che rispose:
“È giù al villaggio, in casa dei padroni.”
Il giovane fece un sobbalzo sulla seggiola di legno su cui era seduto.
“Dei padroni?” ripetè, come se dubitasse di non aver capito bene.
“Sì, dei signori Frangia.... Sono tanto buoni! La signora vuole alla
mia figliuola un bene da non si dire, e la desidera frequentemente con
sè.”
“Ma gli è già tardi,” interruppe Atanasio cui l'appresa notizia
stese un velo di tristezza sul volto; “e come farà a venirsene su la
Lucietta?”
“Per questa sera la non ci vien mica.”
“No?”
“È già da due giorni colà, e vi rimane ancora una settimana. La Signora
ha insistito tanto, che abbiamo dovuto acconsentire a lasciargliela per
un po' di tempo.”
Atanasio sorse in piedi tutto turbato; voleva sgridare, rampognare, ma
ebbe ancora tanto buon senso e tanta padronanza di sè da tacere. Con
che diritto poteva egli far rimproveri ed anche semplici osservazioni?
Che cosa era egli per quella gente, per quella ragazza? I Frangia
erano i protettori di quella famiglia; v'era forse alcun male che la
Signora tenesse presso di sè la giovane che aveva fatto educare, a'
cui bisogni, in varia forma era venuta sovvenendo? L'operaio non disse
adunque nulla; ma sentì la sua anima diventar buia come una notte
senza stelle, e a un tratto gli andarono via il coraggio e la voglia di
fare la sua dichiarazione. Trovò un pretesto per rifiutare la cena, e
partissene subito, e ridiscese il poggio coll'inferno nel cuore.
Si era fatto notte interamente. Di gran nuvoloni s'aggiravano in
cielo, e fra loro splendeva con un limpido chiarore la luna quasi
piena, nascosta di quando in quando da qualcuno di essi che le passava
dinanzi. Atanasio camminava senza saper ben preciso in qual direzione;
ma le gambe lo portarono alla fonderia, e precisamente da quella parte
dove era la casa dei proprietari.
Era una casa non molto alta, ma piuttosto vasta, che formava tre
lati d'un quadrilatero, spingendone due verso le officine che stavano
in fondo al cortile, le quali, dopo un intervallo di una ventina di
metri, chiudevano il quadrato, allungandosi però dall'una e dall'altra
parte in una linea più estesa. Dinanzi alla facciata della casa, che
guardava sopra la strada, si stendeva una terrazza, lunga poco meno
della facciata medesima, alta un metro dal suolo, sulla quale dal
salotto e dalle altre stanze del pian terreno davano adito delle alte
porte-finestre.
Atanasio venne da quella parte, passò lentamente innanzi a quella
facciata, con lo sguardo fisso nel chiarore che usciva da que'
cristalli.
La luna in quel momento batteva di pieno sul terrazzo; l'operaio ci
vide l'ombra d'un uomo che andava e veniva; poi quell'uomo si fermò, si
appoggiò coi gomiti alla ringhiera e la luna ne illuminò completamente
la faccia ch'ei volse in su: era Pietro Frangia che fumava un sigaro a
quella brezza notturna. Atanasio si voltò per allontanarsi, ma il suo
principale l'aveva visto.
“Olà! Ehi!... se non m'inganno, tu se' Atanasio:” gli gridò. “Alto,
Atanasio!”
Questi, benchè a malincuore, dovette fermarsi.
“Buona sera, sor Pietro, sono appunto io.”
“Vieni qua. Dove vai girando? Le serate incominciano ad esser freddine.”
“Non mi pare:” rispose Atanasio, che in verità non sapeva bene che
si dicesse, tutto preso da un nuovo e molesto impaccio in presenza
al suo giovane padrone. “A me piace il fresco.... Ho il sangue acceso
addosso.”
“Eh! lo capisco. Il fuoco della fucina!... Ma io pure ho una smania
questa sera.... To'! mi arrivi proprio a tempo. Ho bisogno di prender
aria e di far moto; e ho bisogno d'un confidente. Tu mi accompagnerai
a passeggiare; e qual confidente migliore posso io avere di te, che mi
sei come fratello?”
Atanasio sentì che avrebbe pur dovuto rispondere qualche parola, ma non
seppe cosa dire; e pensava frattanto:
— Confidente!... che confidenze vuol egli farmi? —
Pietro in un attimo scese dal terrazzo e fu al fianco dell'operaio: ne
prese il braccio con amorevole domestichezza e lo fece avviare di buon
passo giù della strada.
Camminarono un bel tratto senza parlare. Atanasio non si avventurava
ad interrogare; Pietro pareva provasse alcune difficoltà non leggiere a
cominciare il discorso. Fumava rapidamente, guardava intorno, sospirava
forte; finalmente ruppe il silenzio dicendo con un risolino forzato:
“È strana! sai tu che in questo momento io ho addosso un'ansietà che
mi dà un'agitazione delle maggiori ch'io abbia provato mai? Questo non
l'avrei creduto.”
“Che cos'è?” domandò Atanasio, tanto per dir qualche cosa. “Le capita
forse alcuna contrarietà?”
“No, contrarietà.... quello che provo io, vuoi che te lo dica?... è
timore.”
“Timore!... di che?”
“Gli è che adesso adesso si sta decidendo la sorte della mia vita e
dipende da una parola la mia felicità.”
Atanasio si fermò su due piedi, stranamente turbato a un tratto.
“Oh come mai?” dimandò egli.
“Eccoti le confidenze.... sarai il solo che le abbia ricevute, fuori
de' miei genitori. Amo Lucietta, e l'amo tanto che nol posso dire.”
Per fortuna le nubi in quel punto avevano coperto la luna e l'oscurità
era sì fitta da non potersi vedere il pallore e la contrazione dei
muscoli che vennero a sconvolgere la faccia dell'operaio.
Pietro, chiacchierone come tutti gl'innamorati, sentì il bisogno di
raccontare più particolareggiate le semplici vicende dell'amor suo.
“Quando sono partito di qua, Lucietta era già una cara fanciulla
che prometteva diventare un tesoretto bello e buono; ma ora che l'ho
rivista al mio ritorno, ora sì che la mi parve aver superate tutte le
sue promesse! E nota che io ne aveva pure la grande aspettazione: mia
madre mi scriveva sempre tanti prodigi di lei!... Ebbene, la trovai
superiore a tutti gli elogi.... Che ti vo dicendo di più? Mi accorsi in
breve che n'ero pazzamente innamorato. Ah! non esitai un momentino. Mi
stimerai abbastanza, spero, da non supporre nemmeno che mi sia venuto
un cattivo pensiero a tal riguardo. È una povera giovane che non ha
nulla; e tanto essa quanto la sua famiglia devono dimolto a noi....
ragione di più per averne ogni rispetto. Parlai a mio padre e a mia
madre che mi amano tanto da consentire a tutto quello che può farmi
felice. Essa non è mia pari per condizione nè per fortuna; ma che
importa? Fu allevata a meraviglia, ha talenti come poche ne hanno, è
virtuosissima; tutto la fa degna del nostro grado. Della sua povertà
non abbiamo da averne pensiero; non siamo noi ricchi abbastanza? Mia
madre accettò il carico di scrutare il cuore della giovane questa
sera medesima, e in questo stesso momento. — Va' via, — mi disse, — e
lasciami sola con lei una mezz'ora: al tuo ritorno l'avrò confessata, e
saprò dirti il tuo destino. — Uscii sul terrazzo, agitato come Dio tel
dica. Mi è sembrata una buona fortuna vedere a passar te, così buono
mio amico. Per occupare questa benedetta mezz'ora, avevo bisogno di
camminare, di sfogarmi con qualcheduno.... E niuno meglio di te poteva
convenire al mio caso.”
Atanasio camminava a capo chino senza far parola, senza batter
palpebra, quasi avreste detto senza tirare il fiato. Stringeva così
forte le mani serrate a pugno, che le unghie delle dita gli entravano
nelle carni della palma; teneva i denti stretti che più non potrebbe
una morsa di ferro.
Quando aveva udito Pietro parlare di benefizi fatti dalla sua famiglia
a quella di Lucietta, e poi della disparità di condizioni fra lui e
la ragazza, e dei meriti di costei che la facevano degna di venire
innalzata fino a lui, un amarissimo sogghigno si era disegnato sulle
sue labbra contratte e un'onda di collera eragli salita al cervello.
Tutti i suoi pregiudizi contro la ricchezza, tutte le sue antipatie
contro i ricchi, tutto il suo odio contro la società e le sue smanie
furibonde di ribellione gli erano tornati, e più intensi e più vivaci
a un tratto. Colui ricco, colui superiore, colui tutti i vantaggi; ed
egli?... Si riscosse e volse al figlio del suo principale un'occhiata
bieca, in cui traboccava l'idea orribile della violenza: ma Pietro,
assorto tutto nella propria emozione, non vide per fortuna quello
sguardo, come non avvertiva il cupo silenzio dell'operaio.
Il giovane ricco si fermò di colpo.
“Ma oramai il tempo dettomi da mia madre dev'essere trascorso.... o non
ci mancheranno che pochi minuti..... Torniamo indietro.... io sto come
sulle braci.... ho bisogno, non fosse altro, di vedere la casa dove
Lucietta sta per pronunziare, dove forse avrà già pronunziata la mia
sentenza. Solamente vedendo a traverso i vetri la luce del salotto dove
stanno a discorrere, mi pare che sarò più tranquillo.”
E voltò indietro, rifacendo i passi verso la casa.
Atanasio si diede ad accarezzare la follia di una speranza. Se Lucietta
non lo amasse, quel giovane, benchè ricco? aveva tanto buon senso
quella ragazza! doveva preferire uno sposo della sua condizione: doveva
capire che nessuno l'avrebbe amata mai quanto un bravo operaio....
come lui Atanasio per esempio. Mercè uno sforzo, l'infelice riuscì a
disserrare i denti.
“Ella non ha mai parlato a.... alla giovane?” domandò con voce
soffocata. “Non l'ha mai interrogata?”
“No.... me ne feci uno scrupolo.... ad una giovinetta che veniva come
ospite e protetta in casa di mia madre!... E nella sua ingenua allegria
essa ha una semplice dignità che m'impone.”
Erano giunti nuovamente innanzi alla casa. La luna, liberata dal velo
delle nubi, tornava a splendere brillante. Pietro trasse l'oriuolo e
guardò l'ora.
“Eh! la mezz'ora è passata oramai.... non mancano che tre minuti....
tre minuti più o meno, non monta.... non sarà in questi tre ultimi
minuti che si sarà aspettato a parlare dell'argomento.... io non ci
posso più reggere.... vado.”
Atanasio lo arrestò bruscamente per un braccio. Pietro gli si volse
stupito.
“Che cosa?”
“Un piacere:” disse l'operaio con voce tremante. “Mi faccia sapere....
subito la risposta di lei.... della giovane.... La prego!... una sola
parola.”
“Oh come?” domandò il principale vieppiù stupito. “Oh che tanto ti
preme?”
“Sì.... mi preme sapere se Ella sarà felice;” rispose Atanasio con voce
roca.
Pietro credette in questa spiegazione; strinse con forza la mano
all'operaio dicendogli:
“Grazie mio buon amico. L'ho sempre saputo che tu mi vuoi bene. Or via
aspetta qui un momento e ti comunicherò l'esito....”
Una delle porte-finestre s'aprì, e una donna inoltrata in età si avanzò
sul terrazzo.
“Sei tu Pietro?” diss'ella venendo fino alla ringhiera.
“Mamma! mamma!” esclamò il giovine palpitante.
“Vieni! presto!” disse la donna e rientrò sollecita in casa.
Pietro si slanciò di corsa verso l'entrata.
Atanasio rimase immobile, piantato innanzi al terrazzo. Non era una
sufficientemente chiara risposta il fatto d'esser venuta la madre
medesima a sollecitare il ritorno del figliuolo? Avrebbe ella fatto
così se le parole di Lucietta non fossero state secondo il desiderio di
Pietro? Eppure, vedete quanto è tenace la illusione nel cuore umano!
il povero operaio rimaneva ancora colà, attaccato a un lieve filo di
speranza.
Pietro non obliò Atanasio e la promessa che gli aveva fatto. Dopo un
poco uscì sul terrazzo e le sue sembianze, illuminate dalla luna in
quel momento limpidissima, apparvero all'operaio così piene di gioia
che niuna parola più occorreva ad annunziare la ventura del giovane.
“Atanasio,” gridò Pietro con voce commossa e sonora: “Sono felice....
va', e che ciò possa farti passare una buona notte anche a te!”