V.

Atanasio s'inoltrò, sedette, ringraziò, e si pose a tormentare la cocca

della sua tunica, come se da essa volesse far venir fuori le parole del

discorso.

“Bel tempo d'autunno!” disse Taddeo.

“Bel tempo!” rispose Atanasio, guardando il fuoco.

“Fatto apposta per andare a caccia.”

“Già!”

“Guardate: se ci aveste un giorno di libero, che poteste venir meco

di buon mattino con un bravo schioppo, sì che vi menerei io in certi

luoghi dove i tordi vi parrebbe che fioccassero.”

Atanasio mandò un sospiro.

“Ma io non ho di giorni liberi.”

Guardò intorno, come se cercasse di qualche cosa.

“E.... e la vostra Lucietta?” finì per dire.

Fu la madre di lei che rispose:

“È giù al villaggio, in casa dei padroni.”

Il giovane fece un sobbalzo sulla seggiola di legno su cui era seduto.

“Dei padroni?” ripetè, come se dubitasse di non aver capito bene.

“Sì, dei signori Frangia.... Sono tanto buoni! La signora vuole alla

mia figliuola un bene da non si dire, e la desidera frequentemente con

sè.”

“Ma gli è già tardi,” interruppe Atanasio cui l'appresa notizia

stese un velo di tristezza sul volto; “e come farà a venirsene su la

Lucietta?”

“Per questa sera la non ci vien mica.”

“No?”

“È già da due giorni colà, e vi rimane ancora una settimana. La Signora

ha insistito tanto, che abbiamo dovuto acconsentire a lasciargliela per

un po' di tempo.”

Atanasio sorse in piedi tutto turbato; voleva sgridare, rampognare, ma

ebbe ancora tanto buon senso e tanta padronanza di sè da tacere. Con

che diritto poteva egli far rimproveri ed anche semplici osservazioni?

Che cosa era egli per quella gente, per quella ragazza? I Frangia

erano i protettori di quella famiglia; v'era forse alcun male che la

Signora tenesse presso di sè la giovane che aveva fatto educare, a'

cui bisogni, in varia forma era venuta sovvenendo? L'operaio non disse

adunque nulla; ma sentì la sua anima diventar buia come una notte

senza stelle, e a un tratto gli andarono via il coraggio e la voglia di

fare la sua dichiarazione. Trovò un pretesto per rifiutare la cena, e

partissene subito, e ridiscese il poggio coll'inferno nel cuore.

Si era fatto notte interamente. Di gran nuvoloni s'aggiravano in

cielo, e fra loro splendeva con un limpido chiarore la luna quasi

piena, nascosta di quando in quando da qualcuno di essi che le passava

dinanzi. Atanasio camminava senza saper ben preciso in qual direzione;

ma le gambe lo portarono alla fonderia, e precisamente da quella parte

dove era la casa dei proprietari.

Era una casa non molto alta, ma piuttosto vasta, che formava tre

lati d'un quadrilatero, spingendone due verso le officine che stavano

in fondo al cortile, le quali, dopo un intervallo di una ventina di

metri, chiudevano il quadrato, allungandosi però dall'una e dall'altra

parte in una linea più estesa. Dinanzi alla facciata della casa, che

guardava sopra la strada, si stendeva una terrazza, lunga poco meno

della facciata medesima, alta un metro dal suolo, sulla quale dal

salotto e dalle altre stanze del pian terreno davano adito delle alte

porte-finestre.

Atanasio venne da quella parte, passò lentamente innanzi a quella

facciata, con lo sguardo fisso nel chiarore che usciva da que'

cristalli.

La luna in quel momento batteva di pieno sul terrazzo; l'operaio ci

vide l'ombra d'un uomo che andava e veniva; poi quell'uomo si fermò, si

appoggiò coi gomiti alla ringhiera e la luna ne illuminò completamente

la faccia ch'ei volse in su: era Pietro Frangia che fumava un sigaro a

quella brezza notturna. Atanasio si voltò per allontanarsi, ma il suo

principale l'aveva visto.

“Olà! Ehi!... se non m'inganno, tu se' Atanasio:” gli gridò. “Alto,

Atanasio!”

Questi, benchè a malincuore, dovette fermarsi.

“Buona sera, sor Pietro, sono appunto io.”

“Vieni qua. Dove vai girando? Le serate incominciano ad esser freddine.”

“Non mi pare:” rispose Atanasio, che in verità non sapeva bene che

si dicesse, tutto preso da un nuovo e molesto impaccio in presenza

al suo giovane padrone. “A me piace il fresco.... Ho il sangue acceso

addosso.”

“Eh! lo capisco. Il fuoco della fucina!... Ma io pure ho una smania

questa sera.... To'! mi arrivi proprio a tempo. Ho bisogno di prender

aria e di far moto; e ho bisogno d'un confidente. Tu mi accompagnerai

a passeggiare; e qual confidente migliore posso io avere di te, che mi

sei come fratello?”

Atanasio sentì che avrebbe pur dovuto rispondere qualche parola, ma non

seppe cosa dire; e pensava frattanto:

— Confidente!... che confidenze vuol egli farmi? —

Pietro in un attimo scese dal terrazzo e fu al fianco dell'operaio: ne

prese il braccio con amorevole domestichezza e lo fece avviare di buon

passo giù della strada.

Camminarono un bel tratto senza parlare. Atanasio non si avventurava

ad interrogare; Pietro pareva provasse alcune difficoltà non leggiere a

cominciare il discorso. Fumava rapidamente, guardava intorno, sospirava

forte; finalmente ruppe il silenzio dicendo con un risolino forzato:

“È strana! sai tu che in questo momento io ho addosso un'ansietà che

mi dà un'agitazione delle maggiori ch'io abbia provato mai? Questo non

l'avrei creduto.”

“Che cos'è?” domandò Atanasio, tanto per dir qualche cosa. “Le capita

forse alcuna contrarietà?”

“No, contrarietà.... quello che provo io, vuoi che te lo dica?... è

timore.”

“Timore!... di che?”

“Gli è che adesso adesso si sta decidendo la sorte della mia vita e

dipende da una parola la mia felicità.”

Atanasio si fermò su due piedi, stranamente turbato a un tratto.

“Oh come mai?” dimandò egli.

“Eccoti le confidenze.... sarai il solo che le abbia ricevute, fuori

de' miei genitori. Amo Lucietta, e l'amo tanto che nol posso dire.”

Per fortuna le nubi in quel punto avevano coperto la luna e l'oscurità

era sì fitta da non potersi vedere il pallore e la contrazione dei

muscoli che vennero a sconvolgere la faccia dell'operaio.

Pietro, chiacchierone come tutti gl'innamorati, sentì il bisogno di

raccontare più particolareggiate le semplici vicende dell'amor suo.

“Quando sono partito di qua, Lucietta era già una cara fanciulla

che prometteva diventare un tesoretto bello e buono; ma ora che l'ho

rivista al mio ritorno, ora sì che la mi parve aver superate tutte le

sue promesse! E nota che io ne aveva pure la grande aspettazione: mia

madre mi scriveva sempre tanti prodigi di lei!... Ebbene, la trovai

superiore a tutti gli elogi.... Che ti vo dicendo di più? Mi accorsi in

breve che n'ero pazzamente innamorato. Ah! non esitai un momentino. Mi

stimerai abbastanza, spero, da non supporre nemmeno che mi sia venuto

un cattivo pensiero a tal riguardo. È una povera giovane che non ha

nulla; e tanto essa quanto la sua famiglia devono dimolto a noi....

ragione di più per averne ogni rispetto. Parlai a mio padre e a mia

madre che mi amano tanto da consentire a tutto quello che può farmi

felice. Essa non è mia pari per condizione nè per fortuna; ma che

importa? Fu allevata a meraviglia, ha talenti come poche ne hanno, è

virtuosissima; tutto la fa degna del nostro grado. Della sua povertà

non abbiamo da averne pensiero; non siamo noi ricchi abbastanza? Mia

madre accettò il carico di scrutare il cuore della giovane questa

sera medesima, e in questo stesso momento. — Va' via, — mi disse, — e

lasciami sola con lei una mezz'ora: al tuo ritorno l'avrò confessata, e

saprò dirti il tuo destino. — Uscii sul terrazzo, agitato come Dio tel

dica. Mi è sembrata una buona fortuna vedere a passar te, così buono

mio amico. Per occupare questa benedetta mezz'ora, avevo bisogno di

camminare, di sfogarmi con qualcheduno.... E niuno meglio di te poteva

convenire al mio caso.”

Atanasio camminava a capo chino senza far parola, senza batter

palpebra, quasi avreste detto senza tirare il fiato. Stringeva così

forte le mani serrate a pugno, che le unghie delle dita gli entravano

nelle carni della palma; teneva i denti stretti che più non potrebbe

una morsa di ferro.

Quando aveva udito Pietro parlare di benefizi fatti dalla sua famiglia

a quella di Lucietta, e poi della disparità di condizioni fra lui e

la ragazza, e dei meriti di costei che la facevano degna di venire

innalzata fino a lui, un amarissimo sogghigno si era disegnato sulle

sue labbra contratte e un'onda di collera eragli salita al cervello.

Tutti i suoi pregiudizi contro la ricchezza, tutte le sue antipatie

contro i ricchi, tutto il suo odio contro la società e le sue smanie

furibonde di ribellione gli erano tornati, e più intensi e più vivaci

a un tratto. Colui ricco, colui superiore, colui tutti i vantaggi; ed

egli?... Si riscosse e volse al figlio del suo principale un'occhiata

bieca, in cui traboccava l'idea orribile della violenza: ma Pietro,

assorto tutto nella propria emozione, non vide per fortuna quello

sguardo, come non avvertiva il cupo silenzio dell'operaio.

Il giovane ricco si fermò di colpo.

“Ma oramai il tempo dettomi da mia madre dev'essere trascorso.... o non

ci mancheranno che pochi minuti..... Torniamo indietro.... io sto come

sulle braci.... ho bisogno, non fosse altro, di vedere la casa dove

Lucietta sta per pronunziare, dove forse avrà già pronunziata la mia

sentenza. Solamente vedendo a traverso i vetri la luce del salotto dove

stanno a discorrere, mi pare che sarò più tranquillo.”

E voltò indietro, rifacendo i passi verso la casa.

Atanasio si diede ad accarezzare la follia di una speranza. Se Lucietta

non lo amasse, quel giovane, benchè ricco? aveva tanto buon senso

quella ragazza! doveva preferire uno sposo della sua condizione: doveva

capire che nessuno l'avrebbe amata mai quanto un bravo operaio....

come lui Atanasio per esempio. Mercè uno sforzo, l'infelice riuscì a

disserrare i denti.

“Ella non ha mai parlato a.... alla giovane?” domandò con voce

soffocata. “Non l'ha mai interrogata?”

“No.... me ne feci uno scrupolo.... ad una giovinetta che veniva come

ospite e protetta in casa di mia madre!... E nella sua ingenua allegria

essa ha una semplice dignità che m'impone.”

Erano giunti nuovamente innanzi alla casa. La luna, liberata dal velo

delle nubi, tornava a splendere brillante. Pietro trasse l'oriuolo e

guardò l'ora.

“Eh! la mezz'ora è passata oramai.... non mancano che tre minuti....

tre minuti più o meno, non monta.... non sarà in questi tre ultimi

minuti che si sarà aspettato a parlare dell'argomento.... io non ci

posso più reggere.... vado.”

Atanasio lo arrestò bruscamente per un braccio. Pietro gli si volse

stupito.

“Che cosa?”

“Un piacere:” disse l'operaio con voce tremante. “Mi faccia sapere....

subito la risposta di lei.... della giovane.... La prego!... una sola

parola.”

“Oh come?” domandò il principale vieppiù stupito. “Oh che tanto ti

preme?”

“Sì.... mi preme sapere se Ella sarà felice;” rispose Atanasio con voce

roca.

Pietro credette in questa spiegazione; strinse con forza la mano

all'operaio dicendogli:

“Grazie mio buon amico. L'ho sempre saputo che tu mi vuoi bene. Or via

aspetta qui un momento e ti comunicherò l'esito....”

Una delle porte-finestre s'aprì, e una donna inoltrata in età si avanzò

sul terrazzo.

“Sei tu Pietro?” diss'ella venendo fino alla ringhiera.

“Mamma! mamma!” esclamò il giovine palpitante.

“Vieni! presto!” disse la donna e rientrò sollecita in casa.

Pietro si slanciò di corsa verso l'entrata.

Atanasio rimase immobile, piantato innanzi al terrazzo. Non era una

sufficientemente chiara risposta il fatto d'esser venuta la madre

medesima a sollecitare il ritorno del figliuolo? Avrebbe ella fatto

così se le parole di Lucietta non fossero state secondo il desiderio di

Pietro? Eppure, vedete quanto è tenace la illusione nel cuore umano!

il povero operaio rimaneva ancora colà, attaccato a un lieve filo di

speranza.

Pietro non obliò Atanasio e la promessa che gli aveva fatto. Dopo un

poco uscì sul terrazzo e le sue sembianze, illuminate dalla luna in

quel momento limpidissima, apparvero all'operaio così piene di gioia

che niuna parola più occorreva ad annunziare la ventura del giovane.

“Atanasio,” gridò Pietro con voce commossa e sonora: “Sono felice....

va', e che ciò possa farti passare una buona notte anche a te!”

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 9 / 58 题