I.

Era un brutto cane davvero; d'una razza così mista che i più abili

genealogisti ci avrebbero perduta la bussola a volerne rintracciare

l'origine in mezzo alla licenza disordinata degl'incrociamenti.

Troppo basso delle gambe anteriori, troppo alto di quelle posteriori,

con un naso appuntato, su cui pochi peli irti, con un pelame sempre

sporco, scarno da far compassione, e un ugiolare così fastidioso

che metteva ribrezzo e paura. Ma nella parte superiore di quel muso

inqualificabile, sotto due ciuffi di peli di colore indefinibile, la

povera bestia aveva due occhi, che, quando fissavano i vostri, vi

facevano stranamente pensare. Avevano, quegli occhi straordinari,

un'espressione d'intelligenza, di mestizia, di rassegnazione: vi

parevano rivelare — sissignori, anche in un povero e brutto cane, — una

vita tutta di dolori. Non so se abbiate osservato mai che gli occhi di

questo animale, adoratore dell'uomo, ridono talvolta, mentre la coda si

dimena festosamente. Ebbene, gli occhi di questo disgraziato di cui vi

parlo, non ridevano mai, come non si dimenava mai con allegro moto quel

mozzicone corroso che gli faceva da coda.

Atanasio, il cieco pezzente che era suo padrone, sedeva spesso sullo

scalino della porticina della chiesa, di fianco, dalla parte in cui nel

pomeriggio c'era l'ombra, in faccia ai due olmi vecchi che, susurrando

colle loro frondi sopra la fontana che sta loro in mezzo, accompagnano

pianamente il susurrio dello zampillo. Colà, deposto al suo lato il

lungo bastone con cui picchiava per terra, camminando, egli poneva

i gomiti che uscivan fuori dalle maniche sbranate, sugli stracci che

facevano da pantaloni alle ginocchia, stringeva in mezzo a due manaccie

grosse, ossee, ruvide, nere, villose, una barbaccia mezzo bianca,

disordinata, irta, ed appuntato il suo naso lungo e acuto, fissava

innanzi a sè in grave attenzione lo sguardo di due occhi dalle pupille

bianche che non vedevano e che facevano pena a vederli.

Azor — il cieco chiamava quel mostricino a quattro gambe con questo

classico nome canino — Azor si sedeva gravemente su quel mozzicone

di coda, e tenendo serrata fra i denti serio serio una ciotola

logora di legno, guardava del pari. Fra il padrone ed il cane

anche un osservatore superficiale poteva accorgersi d'una bizzarra

rassomiglianza. Avreste detto che il modo con cui si atteggiava il cane

imitava quello dell'uomo; e che il naso di quest'ultimo s'appuntava in

là per far la copia al muso del cane.

Stavano così delle lunghe, lunghe ore, aspettando che in quella ciotola

venisse a cadere un soldo; avvenimento che capitava di rado. Qualche

volta parlavano insieme: dico parlavano, perchè l'uomo faceva al cane

una filza di discorsi, ricchi di molta filosofia pratica, e la bestia

rispondeva con dei suoni sommessi, fra quelle sue mascelle scarne, che

parevano grugniti. Una volta al giorno, il cieco scioglieva il nodo

che attaccava al collare del cane la cordicella che, per l'altro capo,

egli teneva sempre in mano, e diceva col tono di chi fa una generosa

larghezza ad un subordinato:

— Orsù, vanne Azor, sei in libertà: ma bada veh! non più d'una

mezz'ora! —

Il cane cominciava per baciare la mano del padrone, affine di

ringraziarlo, poi si stirava ben bene, allargava le mascelle in una

coppia di sbadigli che avevano il suono di gemiti, si dava due altre

scosse che gli facevano ballare sulle ossa la pelle vuota di muscoli,

guardava di qua e di là con aria peritosa e timida, pareva stentare

a decidersi, e finalmente s'avviava lento da una parte, rasentando

il muro, la testa bassa, le orecchie pendenti, mogio mogio, come se

tornasse dall'aver preso una bastonatura.

Gli è che in quel momento appunto la povera bestia andava incontro

a sicuri pericoli, che lo aspettavano per opera di implacabili e

instancabili suoi persecutori. Erano i bambini del villaggio. Se l'uomo

sia dalla natura fatto di fondo buono o cattivo, è un pezzo che si

disputa, e si disputerà ancora chi sa per quanto tempo. Il fatto è che

i bambini, queste piccole perfezioni dell'egoismo, che non vedono al

mondo cosa più valevole della propria personcina e dei propri capricci,

hanno istinti ed abitudini sì crudeli da far molte volte arricciare il

naso ai sostenitori della bontà fondamentale della nostra razza.

Il povero Azor non aveva mai fatto nulla di male a quella schiera di

sbarazzini sbracati ed anco scamiciati, che brulicava nei rigagnoli

fangosi delle strade di quel villaggio. Era brutto, sporco, sfiancato,

povero di peli e ricco di fame: ma con tutto ciò qual diritto ledeva

egli d'altrui? Era codesta una ragione sufficiente per farlo bersaglio

di tutte le malignità, di tutte le crudeli voglie di quella marmaglia

scapestrata?

Il vero è che appena lo vedevano comparire solo, quando era in funzione

di guida del povero cieco, camminandogli con passo grave dinanzi, non

osavano molestarlo: si avventuravano soltanto a fargli da lontano atti

oltraggiosi di disprezzo a cui egli non accordava che la più filosofica

noncuranza: una volta alcuno più temerario aveva osato tirargli un

torsolo di cavolo, ma il cieco s'era volto da quella parte con isguardi

così terribili delle sue pupille scolorate, aveva gridato con voce

così forte come nessuno non gli aveva mai sentita, delle parolaccie

così profane, aveva battuto per terra così furiosamente il suo lungo

bastone, che la turba dei monelli era scappata impaurita, come uno

stuolo di passeri che beccano il grano nel campo scappa all'arrivo

dell'agricoltore: — quando adunque lo vedevano comparir solo, il

povero Azor, ecco subito tutti i furfantelli sbucare dai cortili, dagli

anditi, dalle siepi degli orti, e giù contro quel meschinello di cane,

grida e urli, e trargli fango e terriccio e cocci e sassi, per vederlo

correre disperato con quella pelle rugosa collata sulle costole.

Azor avrebbe volentieri risparmiato a sè il dolore degl'improperii

e delle percosse, ai ragazzi il piacere di far opera prepotente e

tirannica. Ma quello era l'unico mezzo ch'egli avesse per provvedere

a sè stesso; gli era allora che l'affamato negli immondezzai delle

strade andava in busca dei suoi pasti, che se fossero luculliani lascio

pensare a voi.

Prima ancora che il tempo della licenza fosse trascorso, Azor tornava a

consegnarsi al padrone, annunziando la sua presenza collo sfregarsegli

contro le gambe: il cieco gli passava una mano sul capo, gli

riattaccava la cordicella, gli rimetteva in bocca la ciotola di legno,

e riprendevano tutt'e due nella loro ordinaria postura a meditare.

Giunta la sera, Atanasio drizzava la sua lunga persona: — era alto

come un antico tamburo maggiore di reggimento, aveva spalle quadre da

facchino di porto di mare, ma pure andava un po' curvo della persona e

teneva sempre il capo chinato sul petto: — impugnava colla sua destra

nodosa il bastone nodoso del pari; teneva colla sinistra la cordicella

del cane, e picchiando per terra colla ghiera di ferro in cui terminava

il bastone, s'avviava preceduto da Azor di due passi... Dove? Non

lo sapeva neppur egli: sotto il capannuccio d'un pagliaio in qualche

fattoria, sullo strame di qualche stalla, sotto il portone di qualche

casa fuor di mano, al semplice riparo delle frondi d'un albero ne'

giorni sereni della bella stagione.

Chi era quell'uomo? Nessuno lo sapeva. Egli e il suo cane avevano

un passato affatto sconosciuto al villaggio. Erano capitati colà da

quattro o cinque anni, e ci avevano preso quel modo di vivere che ho

detto, senza variazioni, con tanta uniformità, che gli abitanti ci

si erano presto abituati e pareva loro chi sa da quanto tempo che li

avessero nella loro terra.

Da principio c'era stata pure una viva curiosità di saperne qualche

cosa. Avevano appreso che l'uomo si chiamava Atanasio e il cane Azor.

Dalle carte che il primo di questi due aveva in perfetta regola, le

autorità municipali e il brigadiere dei Reali Carabinieri avevano

imparato che egli era un antico operaio fonditore di metalli, nativo di

un paese lontano lontano, che aveva perduta la vista in un terribile

incendio avvenuto nella grande officina, che in sì funesta occasione

egli aveva dimostrato un eroico valore, salvando dal fuoco delle

vittime, e che da allora in poi erano passati dieci anni.

Quel mendico, ora che lo presento ai lettori, non aveva più di nove

lustri: ma a vederlo glie ne avreste dati più di dodici. Incapace

d'ogni lavoro, s'era dato alla mendicità, fuggendo con sacro orrore dai

ricoveri e dalle case di pia ospitalità, come dalle bòtte fuggiva il

povero Azor. Di questo, poi, non si aveva il menomo documento che ne

dicesse le condizioni civili, economiche, morali ed il passato.

Il Sindaco era stato in forse per un po' di tempo, s'egli, da provvido

e zelante amministratore, non dovesse, facendo uso della sua autorità,

espellere dal suo Comune quel pezzente, a tiro sempre della legge di

pubblica sicurezza, privo affatto di mezzi di sussistenza, e darlo in

nota al Sotto-Prefetto, perchè lo denunziasse al Prefetto, il quale

lo facesse _tradurre_, (stile burocratico), alla provincia, di cui

era nativo. Ma quella provincia era tanto lontana! Ma quel pover uomo

manifestava per ogni luogo rinchiuso tanta ripugnanza da preferire

la morte. Ma in quel Comune non c'eran punti mendicanti, e uno per

eccezione, non avrebbe fatto nè disdoro nè danno. Ma gli abitanti si

erano contentati della presenza di quel gran cieco, e avevano preso

l'abitudine di dargli pochi soldi e qualche scodella di minestra. Ma

il cane era divenuto un sollazzo pei bambini dei suoi amministrati. Ma

sotto la giubba, su cui cingeva solennemente la sua fascia sindacale,

quel brav'uomo di capo del Comune aveva tanto di buon cuore. Tutti

questi _ma_ fecero che il cieco fu lasciato stare in santa pace.

La curiosità aveva per un poco aspettato il misterioso mendicante

al varco d'una ubbriacatura. Pareva impossibile, chi lo vedesse, che

quell'omaccione non fosse un dilettante d'osteria e un intelligente,

ghiotto consumatore di alcoolici; eppure quell'impossibile era

la realtà. Atanasio non metteva mai piede nè da compar l'oste ne

dall'amico zozzaio, e pareva anzi fuggire con vera ripulsione di

dove sentisse odore di liquori. Quando gli si faceva invito a bere un

bicchierino d'acquavite o di un mezzo litro di vino, egli batteva più

forte per terra la ghiera di ferro del suo lungo bastone, allargava

ancora di più il compasso delle sue gambaccie, sollecitava colla voce

collerica Azor, e s'allontanava di fretta. Visto codesto, la curiosità

rinunciò scoraggiata ad ogni ulteriore tentativo; d'altronde la storia

di simil pezzente non pareva dover essere di tal natura da ispirare

sforzi straordinari per apprenderla. Si rassegnarono tutti a non

saper altrimenti chi fosse quel povero cieco, cui tutti conoscevano e

trattavano famigliarmente.

Chi avrebbe potuto narrarne tutta o quasi tutta la storia, era Azor:

ma egli, da bravo cane fedele, taceva incorruttibilmente; e imparino da

tali confidenti quelli che hanno segreti da custodire.

Eppure quella storia, benchè d'un semplice operaio, era

interessantissima; ed io, che l'ho risaputa dal parroco, al quale il

cieco finì per confidarla morendo, ve la voglio raccontare brevemente

e semplicemente.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 5 / 58 题