Il supplizio del traditore.
La festa di _Raynù_, che gli Inchi celebravano in onore del Sole, e che
gli abitanti della Città dell’Oro avevano conservata, i soli forse di
quella grande nazione ferocemente dispersa dai conquistatori spagnuoli,
era una delle più grandi, delle più pompose, delle più magnifiche degli
antichi Peruviani.
Scadeva nel solstizio boreale, quando cioè il sole, toccato già il
punto più lontano del Perù, muoveva a recargli ogni giorno crescente
luce e calore, infondendo nuova vita a tutta la natura.
Gl’Inchi la solennizzavano con un apparato sfarzoso, ma prima vi si
preparavano con un digiuno di tre giorni, durante i quali non era
permesso di accendere fuoco in nessuna casa, ma si accordava agli
abitanti di mangiare pochi grani di maiz crudo e di bere poche goccie
d’acqua.
L’imperatore, che in quel giorno faceva le funzioni di sommo pontefice,
prima dello spuntare del sole usciva dai suoi grandiosi palazzi seguito
da centinaia di _curachi_[11] coperti di abiti finissimi, luccicanti di
pagliuzze d’oro e di ricami d’argento e le teste adorne di ghirlande
d’oro massiccio e coperti di pelli di fiere o adorni d’ali di condor,
e da un numero infinito di soldati e di popolani rappresentanti le
diverse nazioni sottomesse all’impero.
Quell’immenso corteo si recava nella grande piazza di Cusco, — allora
questa era città capitale dell’impero, — ed attendeva, a piedi nudi,
il sorgere del sole. Appena il primo raggio appariva sulle alte vette
della Cordigliera, tutti cadevano in ginocchio con ambe le braccia tese
innanzi, per adorarlo, mandando baci e chiamandolo dio e padre.
L’imperatore, solo fra tutti, s’alzava e tenendo in mano un vaso d’oro
pieno della bevanda ordinaria del paese, come primogenito del Sole lo
invitava a bere.
Ritenendosi accolta l’offerta e supponendo da parte dell’astro diurno
eguale invito, l’imperatore in altro vaso beveva qualche sorso,
dividendo poi il rimanente liquido fra gli altri principi del sangue,
che lo bevevano entro tazzine d’oro che poi portavano con loro a tale
scopo.
Dopo questa cerimonia l’imperatore ed i più grandi personaggi si
recavano nel tempio del sole ove vedevasi l’immagine dell’astro, di
gigantesche dimensioni, coi raggi d’oro e d’argento adorni di pietre
preziose e si deponevano dinanzi ad esso le offerte dei Curachi e dei
rappresentanti delle provincie, consistenti in piccoli animali d’oro o
d’argento od oggetti di maggior pregio.
I ministri del tempio intanto sacrificavano grande numero di agnelli
e interrogavano ansiosamente le viscere, il cuore ed i polmoni d’un
agnello nero, per conoscere se il sole era soddisfatto di tutti quegli
omaggi.
Se dopo ucciso l’animale i polmoni palpitavano ancora, se i condotti
d’aria erano ben gonfi dopo d’avervi soffiato dentro, la risposta era
affermativa. In caso contrario sacrificavano un montone, poi un’altra
pecora e se anche queste davano infausti segni, i peruviani ritenevano
che l’astro maggiore fosse malcontento di loro e si preparasse a
punirli.
In seguito si bruciava il cuore delle vittime, si accendeva il fuoco
sacro mediante un vasettino concavo d’un metallo lucidissimo, entro il
quale, riflettendosi i raggi come nel centro d’una lente, accendevano
del cotone ben asciutto, si cucinavano con quello tutti gli animali
uccisi e le carni venivano dispensate ai presenti.
La festa terminava con una distribuzione di pezzettini di pane, detto
_caucu_, preparati dalle sacerdotesse del tempio del Sole, in sfide a
chi più beveva ed in brindisi senza fine.....
. . . . . . .
L’indomani, prima dell’alba, don Raffaele ed i suoi compagni venivano
bruscamente svegliati da un concerto di flauti e di tamburelli,
accompagnato di quando in quando da vociferazioni acutissime. Pareva
che dinanzi al tempio del Sole si fossero radunate parecchie migliaia
di persone.
Don Raffaele ed Alonzo si erano svegliati in preda ad una viva
inquietudine, temendo che gl’indiani si preparassero ad assalirli,
malgrado le promesse di Manco e di Huayna. Il dottore però, che sapeva
di cosa trattavasi, si affrettò a tranquillarli.
— Non temete, — diss’egli. — Comincia la festa di _Raynù_ e gl’indiani
si radunano per salutare l’astro che sta per comparire.
— Entreranno qui poi? — chiese Alonzo.
— Certamente, — rispose Velasco. — Verranno a sacrificare l’agnello
nero per interrogarne le viscere.
Il vocìo intanto continuava. Ad un tratto però cessò del tutto, ma
poco dopo si udirono echeggiare grida acute, mentre i flauti suonavano
furiosamente e i tamburelli precipitavano le battute.
— Il Sole è comparso, — disse il dottore, che porgeva attento orecchio
a quei diversi fragori.
Passarono ancora alcuni minuti di ansietà per don Raffaele e per
Alonzo, i quali non si sentivano del tutto tranquilli, poi le porte del
tempio s’aprirono e comparvero otto indiani adorni di penne variopinte
e di sottanini ricamati d’oro, portando un trono d’oro sul quale
sedeva un altro indiano recante in fronte la fascia rossa, distintivo
dei discendenti dei figli del Sole, e coperto d’una specie di manto
intessuto con pagliuzze d’oro. Aveva ai piedi dei calzari di cotone
rosso e sul petto portava, appesa ad una catenella, l’immagine del
Sole. Quell’uomo poteva avere trent’anni. Era alto di statura, aveva la
fronte spaziosa, i lineamenti molto più regolari dei suoi compatrioti,
gli sguardi intelligenti e la sua pelle era leggermente abbronzata, ma
con dei riflessi ramigni.
— Yopi forse? — chiese don Raffaele, guardando fisso l’indiano.
— È lui, — gli rispose una voce.
Si volse e si trovò presso a Manco.
— Non temete, padrone, — continuò l’ex schiavo. — Siete salvi.
Il re della Città dell’Oro discese dinanzi all’immagine del Sole
sospesa all’estremità del tempio, s’inginocchiò toccando colla fronte
le pietre del pavimento, poi le offerse un vaso d’oro, squisitamente
cesellato, mentre altri indiani, i più grandi dignitari di certo,
offrivano pietre preziose, smeraldi e turchine o figurine d’uccelli o
di animali d’oro massiccio.
Poi Yopi s’alzò e volgendosi verso i _piaye_ che lo avevano seguito,
gridò:
— Si conduca l’agnello.
La folla che si assiepava nel tempio s’aprì e fu tratto innanzi un
grosso agnello, col pelame tutto nero.
I _piaye_ volsero la testa dell’animale verso levante, poi uno di loro,
armatosi d’un coltello aguzzo e tagliente, gli aprì il fianco sinistro
levandogli rapidamente, secondo l’antico rito, le viscere, poi i
polmoni ed il cuore.
Le une erano uscite intatte, i secondi palpitavano ancora ed il terzo
non aveva alcun guasto: l’augurio non poteva essere migliore ed il
popolo salutò il felice annuncio con grida di gioia.
Allora Yopi, volgendosi verso gli uomini bianchi che si erano
aggruppati presso Manco, gridò:
— Il Sole vi protegge, o stranieri: voi non morrete.
Acceso il fuoco sacro e dispensato il _caucu_, Yopi fece sgombrare il
tempio e avvicinandosi a don Raffaele ed ai suoi compagni, disse:
— Un canotto vi aspetta nella savana tremante; andate, partite, siete
liberi.
— Grazie, — dissero i tre spagnuoli.
— Prima però di lasciare questo tempio, — riprese Yopi, dopo un istante
di silenzio, — giuratemi sul vostro Dio di non ritornare più mai in
questi luoghi, nè di additare mai a nessun uomo bianco la via che
conduce alla Città degli ultimi figli del Sole.
— Io lo giurerò, ma ad una condizione, — disse don Raffaele.
— Parla.
— Lasciami, pur da lontano, mirare per un istante solo la Città
dell’Oro. Noi non siamo qui venuti per depredarla delle sue ricchezze,
ma per vederla ed accertarne l’esistenza.
— E tu giurerai di non additare a nessun altro bianco il luogo ove
l’hai veduta?
— Te lo giuro, Yopi.
— E lo giuriamo anche noi, — dissero Alonzo ed il dottore.
— Ebbene, seguitemi sulla montagna!
Si sbarazzò del manto e uscì dal tempio seguito da Manco e dai tre
spagnuoli.
La vasta piazza che s’apriva in mezzo alla foresta, poco prima
brulicante di popolo, era deserta. Quegli indiani erano di già tutti
ritornati a Manoa o si erano radunati altrove?
Yopi procedeva con passo rapido salendo i primi pendii della grande
montagna, la quale spingeva la sua vetta a sei o settemila piedi
d’altezza. Don Raffaele ed i suoi compagni penavano non poco a
tenergli dietro, essendo le salite assai erte ed interrotte da boschi
di cespugli assai fitti e da torrenti, i quali pareva che tutti
si scaricassero in un luogo situato verso l’est, dietro a profondi
precipizi.
Verso le dieci del mattino, mentre stavano per inoltrarsi sull’orlo
d’un burrone tagliato a picco, giunsero ai loro orecchi delle grida
acute, strazianti.
— Da dove vengono queste grida? — chiese don Raffaele fermandosi, in
preda ad una vaga inquietudine.
— Dal fondo dell’abisso, — rispose Yopi con voce cupa.
— Ma cosa succede?
— Si punisce l’uomo che tradì il segreto secolare della Città dell’Oro.
— Yaruri?...
— Sì.
— Grazia per lui, Yopi.
— Mai!...
— Lo condurrò con me e non tornerà più mai.
— No.
— Sei inflessibile?
— I traditori si uccidono.
Poi il re della Città dell’Oro s’avanzò sull’orlo dell’abisso, gridando:
— Figli del Sole, è l’ora della vendetta!...
Don Raffaele ed i suoi compagni si erano lanciati innanzi, pallidi per
l’emozione.
Sotto di loro, a quattrocento metri di profondità, s’apriva uno stagno
le cui acque nere erano popolate da giganteschi caimani. All’intorno
le sponde erano gremite d’indiani. Don Raffaele, Alonzo ed il dottore,
videro confusamente precipitare qualche cosa di oscuro dall’alto d’una
rupe cadente a picco e piombare nello stagno con un sordo tonfo.
Poco dopo videro emergere da quelle acque un grosso tronco d’albero e
scorsero, legato solidamente a quello, il traditore Yaruri.
I caimani, vedendo quella preda, si erano precipitati innanzi. Per
alcuni istanti si videro azzuffarsi sopra Yaruri, si udirono due o tre
grida strazianti, poi non si vide galleggiare che il solo albero.
— Giustizia è fatta! — disse Yopi. — Venite!...
E riprese la marcia con maggior lena, salendo la montagna. I tre
bianchi, ancora atterriti per quel dramma svoltosi sotto i loro occhi,
l’avevano seguito come se avessero fretta di fuggire da quel luogo.
A mezzodì toccavano la vetta della montagna.
Yopi s’arrestò e tese un braccio verso l’est dicendo:
— Guardate: ecco la Città dell’Oro, ecco Manoa!...
I tre uomini bianchi si erano precipitati innanzi: là, in mezzo ad
una vallata racchiusa da immense rocce tagliate a picco, appariva una
grande città i cui tetti d’oro e le cui colonne dorate scintillavano
sotto i raggi del Sole.
Un grido di meraviglia, di stupore, irruppe dalle loro labbra. Fecero
atto di slanciarsi innanzi, ma Yopi con un gesto energico li arrestò
e additando a loro la savana tremante, le cui acque bagnavano la base
della montagna, disse con voce quasi minacciosa:
— Ed ora partite e non ritornate più mai!...
Conclusione.
Cinque ore dopo don Raffaele, Alonzo ed il dottore, giungevano sulle
sponde della savana tremante e s’imbarcavano in un canotto che Yopi
aveva fatto preparare per loro.
Il re degli ultimi figli del Sole, se non aveva concesso a quegli
uomini bianchi di entrare in quella famosa città fondata dagli Inchi,
aveva però voluto dare una prova della ricchezza del suo popolo, poichè
nel canotto aveva fatto imbarcare, oltre grande copia di provvigioni,
un gran numero di doni: uccelli d’oro massiccio, pesci e piccoli
animali dello stesso prezioso metallo, pel valore di cento e più mila
piastre.
I nostri viaggiatori, doppiamente contenti di aver salvato le loro vite
e di ritornare ricchi, non mancarono alla parola data. Diedero un addio
a quei luoghi abitati dai discendenti degli antichi peruviani e scesero
l’Orenoco.
Un mese dopo sbarcavano sani e salvi alla piantagione, ricevuti dal
fedele Ibara.
Il giuramento fatto non fu rotto e mai più osarono ritornare sull’alto
Orenoco, come a nessun altro confessarono, per lunghi anni, il luogo
ove avevano veduto, dall’alto della montagna, quella famosa Città
dell’Oro, visitata tre secoli prima da Giovanni Martinez e con tanto
accanimento cercata, ma senza frutto, da Quesada, da Barreo, da Domingo
Vera, dal cavalier Raleigh e Keymis ed anche da tanti altri audaci
esploratori di quest’ultimo secolo.