I succhiatori di sangue.

I due cacciatori, raccolte le armi e alcune bistecche di formichiere,

s’affrettarono ad abbandonare quel luogo che diventava ormai malsicuro,

essendosi spento il fuoco per mancanza di legna secca.

L’urlo del secondo giaguaro si era udito verso un gruppo enorme

di _mauritie_. Volsero le spalle e fuggirono in direzione opposta,

cercando di non incespicare contro i tronchi degli alberi atterrati,

i cespugli e le liane le quali formavano, talvolta, delle reti

inestricabili.

Quantunque l’oscurità fosse molto profonda, poterono avanzarsi in

quella nuova direzione per più di un’ora, senza incontrare nessun

altro animale. Stavano per arrestarsi onde cercare un albero adatto

per passarvi la notte, quando credettero di udire confusamente un sordo

fragore.

— Ascolta, Alonzo, — disse il dottore.

— È il fiume! — esclamò il giovinotto, che si era curvato verso terra.

— Ne sei certo?

— No.... non m’inganno.

— Si ringrazii Iddio! Accorriamo!

I due cacciatori si misero a correre attraverso la foresta in preda ad

una viva ansietà, avvicinandosi sempre più a quel fragore che diventava

di minuto in minuto più distinto.

— Presto! presto! — ripeteva il dottore, che faceva sforzi

straordinarii per tenere dietro ad Alonzo. — Fra breve saremo a bordo

della scialuppa.

Dieci minuti dopo sfondavano una triplice linea di _macumucù_ e

giungevano sulle sponde dell’Orenoco.

— Urrah! — gridò Alonzo.

— Vedi la scialuppa? — chiese il dottore con voce rotta.

— Sì, la vedo a trecento passi da noi.

— Don Raffaele! don Raffaele!

Nessuno rispose alla tuonante chiamata del dottore.

— Che dormano? — si chiese. — Scarica il tuo fucile, Alonzo.

Il giovanotto ubbidì. Lo sparo si ripercosse nei boschi della sponda

opposta ed in quelli che s’allungavano verso la foce del Cassanare, ma

nessuna detonazione rispose.

— Cosa vuol dir ciò? — mormorò il dottore, impallidendo.

— Forse saranno nei boschi in cerca di noi, — disse Alonzo.

— Possa esser vero: affrettiamoci.

Ripartirono con passo rapido seguendo la sponda del grande fiume,

avvicinandosi alla scialuppa che si cullava nell’istesso posto ove

l’avevano lasciata la sera precedente.

Stavano per raggiungerla, quando videro due grossi volatili che

rassomigliavano a giganteschi pipistrelli, alzarsi presso il tronco

d’una _simaruba_ e volarsene via emettendo due strida di spavento.

— Cosa sono? — chiese Alonzo.

— Due vampiri, — rispose il dottore, facendo un gesto di ripugnanza, —

due luridi succhiatori di sangue.

— Ma.... non vedete nulla presso quella _simaruba_?

— Cosa vedi?

— Due forme oscure.

— Forse degli animali dissanguati dai due vampiri?

— Dottore.... no.... non sono due animali, — balbettò Alonzo.

— Cosa vuoi dire? — chiese Velasco.

— Sono due uomini!...

— Gran Dio!...

Velasco si era precipitato ai piedi del _simaruba_. Un grido d’orrore

gli uscì dal petto.

Don Raffaele e l’indiano giacevano appoggiati contro il tronco

dell’albero, come se dormissero, ma entrambi erano imbrattati di

sangue, il quale colava lentamente dalle loro tempie.

— Una torcia, Alonzo!... — gridò il dottore.

Il giovanotto con un balzo si gettò nella scialuppa, frugò rapidamente

in una cassa, trasse una candela, l’accese e si precipitò versò il

dottore.

— Sono stati assassinati? — gridò con voce rauca.

— No, — disse Velasco che aveva acquistato rapidamente il suo sangue

freddo. — Sono stati dissanguati dai vampiri che abbiamo veduti volare

via.

— E sono morti?

— No, ma svenuti per la perdita di sangue.

— Non corrono pericolo alcuno?

— Rimarranno deboli per alcuni giorni, ma nulla di più. Se tardavamo a

giungere però, poteva a loro toccare di peggio. Attendimi un istante.

Il dottore si recò nella scialuppa, prese una piccola farmacia

portatile ed estratta una fiala di essenza fortissima, la fece fiutare

replicatamente a don Raffaele e all’indiano.

Dopo alcuni istanti, entrambi riaprivano gli occhi.

— Dove sono? — chiese il piantatore con voce debole.

— Fra i vostri compagni, — rispose il dottore.

— Ma.... cos’è accaduto?... Mi sento debole.... assai debole.

— I vampiri vi hanno dissanguato.

— Ah! i malefici volatili, — mormorò don Raffaele, rabbrividendo. — Ed

Alonzo?

— Eccomi, cugino.

— Siete tornati.... tardi.

— Ci siamo smarriti nella foresta, Raffaele.

— Quante.... inquietudini. E.... gl’indiani?...

— Non li abbiamo veduti, — disse Velasco. — E voi?

— Le traccie.... le traccie....

Non potè dire di più. Ricadde pesantemente a terra e si assopì.

L’indiano già russava sonoramente.

— Lasciamoli riposare tranquilli, — disse il dottore. — Un riposo

prolungato farà bene a loro.

— Ma non v’è proprio alcun pericolo?

— No, Alonzo, te l’ho già detto.

— Ma cosa sono questi vampiri?

— Enormi pipistrelli che succhiano il sangue agli uomini ed agli

animali che trovano addormentati.

— Ma sentendosi dissanguare, non si svegliano le vittime?

— No, poichè i vampiri operano con una delicatezza infinita. Essendo

forniti d’una piccola tromba formante una ventosa e armata di papille

perforanti, calano lentamente sulla persona addormentata, forano la

pelle lentamente, senza produrre dolore e cominciano a succhiare. Onde

l’uomo non si svegli, hanno la precauzione di agitare lentamente le

ali, procurando all’addormentato una leggiera corrente d’aria. Quando

sono gonfi di sangue da scoppiare, se ne volano via, e se l’uomo o

l’animale non si svegliano, corrono il pericolo di morire, continuando

il sangue ad uscire dalla ferita.

— Che ributtanti volatili!

— Sono veri assassini, che uccidono a tradimento, senza correre

pericolo.

— Dottore, avete udito cosa ha detto Raffaele?

— Delle traccie degli indiani?

— Sì.

— Forse avrà scoperto qualche cosa. Attendiamo che si svegli.

Accesero della legna secca per tenere lontane le zanzare che

sull’Orenoco si radunano a milioni e che producono atroci punture, e

si sdraiarono presso ai compagni, sorvegliando attentamente la vicina

foresta e la sponda del fiume.

La notte però passò tranquilla, quantunque più volte, sotto le fitte

piante, echeggiassero i miagolamenti formidabili dei giaguari e le urla

dei coguari; animali questi più piccoli e meno feroci dei primi, ma pur

sempre pericolosi.

Verso l’alba don Raffaele, che aveva dormito profondamente, si svegliò.

Era però sempre assai debole; tuttavia si alzò da solo e si diresse

verso la scialuppa, dicendo ai compagni:

— Bisogna partire.

— Siete pazzo, amico mio? — disse il dottore. — Vi occorre del riposo.

— Riposerò più tardi. Del resto con del buon vino e della carne mi

rimetterò presto in forza.

— Ma che necessità vi è di partire?

— Gl’indiani ci precedono.

— Quali? Quelli della freccia? — chiese Alonzo.

— Sì, cugino.

— Ma cos’hai scoperto?

— Le loro traccie.

— Raccontate, don Raffaele, — disse il dottore.

— Imbarchiamoci prima. Dov’è Yaruri?

— Eccomi, padrone, — rispose l’indiano, che li aveva raggiunti.

— Puoi tenere la barra?

— Sì, padrone.

— Imbarchiamoci.

Il dottore ed Alonzo s’affrettarono a spiegare le vele, e la scialuppa,

spinta da una leggiera brezza, si mise a risalire il fiume con velocità

stimata non inferiore ai quattro nodi.

— Ora potete parlare, don Raffaele, — disse il dottore. — Siamo

impazienti di sapere come avete scoperto le tracce degli indiani che ci

lanciarono quella freccia.

— Temo che qualcuno ci abbia traditi, amici, — disse il piantatore. —

Quegli indiani, ormai ne son certo, ci precedono per prepararci forse

un agguato.

— Ma da chi traditi?... Non vi era nessuno sulla terrazza, fuori di noi.

— Non lo so, ma ascoltatemi: io e Yaruri ci eravamo inoltrati nelle

foreste del Cassanare, quando in mezzo ad una fitta macchia trovammo

un fuoco che non era ancora completamente spento. Sulla terra umida si

vedevano le traccie di due calci di fucile e delle orme di piedi nudi;

di più trovammo una freccia eguale a quelle lanciate contro di voi. Voi

sapete che gli indiani sono famosi nel seguire le orme e Yaruri si mise

a seguirle finchè giungemmo sulla sponda del Cassanare. Colà trovammo,

profondamente impressa nel fango, la traccia d’un canotto. Invano lo

cercammo, seguendo le rive, e girammo la foce del fiume, ma poco dopo

il tramonto vedemmo un punto nero che spiccava sulle acque biancastre

dell’Orenoco. Non si poteva sbagliare: era il canotto che fuggiva verso

l’ovest rimontando la corrente.

— Ma chi possono essere quegli indiani? — chiese il dottore, dopo

alcuni istanti di silenzio.

— Ecco quello che ignoro, — rispose il piantatore.

— Non avete alcun sospetto?

— Nessuno finora.

— Ed io ho sempre in mente quel grido che udimmo sulla terrazza, don

Raffaele.

— Che qualcuno abbia seguito Yaruri, sospettando lo scopo della sua

fuga dalla sua tribù?

— È possibile anche questo.

— Ma sai almeno, cugino mio, di chi vuol vendicarsi Yaruri?

— Sono riuscito a saperlo, — disse don Raffaele, abbassando la voce.

— Egli era uno dei più valorosi indiani della tribù dei Cassipagotti,

alleata degli Eperomerii e degli Orecchioni, ma assai ambizioso, a

quanto ho potuto comprendere, e aspirava a diventare il capo supremo

dei figli del sole. Ma un altro, pure valoroso, aspirava a tale carica,

certo Yopi. Morto il capo, si contesero accanitamente la carica, ma

pare che le tribù alleate fossero più favorevoli alla nomina di Yopi

che a quella di Yaruri. Il fatto è che quest’ultimo non fu nominato e

giurò odio eterno, non solo contro il rivale, ma anche contro tutte le

tribù. Egli certo sapeva degli sforzi tentati dagli esploratori bianchi

per accertare l’esistenza della famosa città e perciò è venuto da

noi. Senza dubbio egli spera in una invasione d’uomini bianchi per far

precipitare Yopi.

— Non facciamo una bella parte in questa faccenda, cugino, — disse

Alonzo. — Ci facciamo i paladini d’un traditore.

— A me basta constatare l’esistenza dell’Eldorado, — disse don

Raffaele, — e ciò nell’interesse della storia e della geografia. Di

Yopi e di Yaruri non mi occuperò e li lascierò a disputarsi il potere.

Se non avremo i tesori promessici da Yaruri, ne faremo senza. Sono

abbastanza ricco oggi e tu, lo sai bene, sei il mio erede.

— Grazie, cugino, — disse Alonzo, sorridendo. — Ma quando saremo giunti

a Manoa, Yaruri reclamerà il nostro aiuto.

— Cercheremo di fare qualche cosa per lui, ma se le tribù dei figli del

sole rifiutano di accettarlo come capo, se la sbrigherà da solo.

Un urto violentissimo che per poco non capovolse la scialuppa, li fece

cadere l’uno addosso all’altro, troncando di colpo la conversazione.

— Mille fulmini! — esclamò Alonzo, rialzandosi prontamente. — Cosa

succede?

— Yaruri, abbiamo urtato? — chiese don Raffaele.

— Ma no, padrone, — rispose l’indiano. — Non vi sono rocce, nè

bassifondi dinanzi a noi.

Un nuovo urto, più potente del primo fece indietreggiare la scialuppa e

la rovesciò sul babordo, facendole imbarcare parecchie ondate.

Don Raffaele ed i suoi compagni, impugnate delle scuri e dei fucili

si precipitarono verso prua e videro una massa enorme agitarsi dinanzi

alla scialuppa.

— Un lamantino! — gridò il dottore. — Mano alle scuri ed ai fucili!

La Città dell'Oro · 第 21 / 38 题