XII.

Smarriti nella foresta vergine.

Gli orsi formichieri, che gli americani del Sud chiamano comunemente

_tamanduà_, sono senza dubbio gli esseri più strani ed i più curiosi

della famiglia degli orsi. La loro taglia è molto inferiore a quella

dei loro congeneri, se non in lunghezza, misurando ordinariamente un

metro e mezzo, almeno come mole, essendo molto più esili, più bassi,

avendo le gambe corte, e molto meno robusti.

Non hanno pelo, hanno invece delle vere setole come i maiali, ma

assai più lunghe, una coda che eguaglia la misura del corpo e fornita

d’abbondante pelo, ma molto sottile e leggiero, una testa assai

allungata e sottile che termina non in una bocca, ma in un tubo da cui

esce una lingua assai lunga, quasi circolare, cosparsa d’una materia

assai attaccaticcia.

Se manca di denti, come gli altri orsi è però ben fornito d’unghie, le

quali sono robuste, taglienti come lame, che si ripiegano internamente

contro le callosità dei piedi. Se ne serve per difendersi contro i

nemici, ma sopratutto per demolire i formicai delle termiti, poichè è

ghiottissimo di tali insetti.

Del resto, con quella bocca così strana, non potrebbe raccogliere altro

cibo e si vedrebbe costretto a morire di fame.

Aperto un formicaio a colpi d’unghia, l’orso si pone dinanzi al buco

e aspetta che le termiti si mostrino per riparare il guasto. Allora

allunga la lingua che può ritirare a volontà ed essendo questa,

come dicemmo, cosparsa d’una materia assai vischiosa, le prende e le

inghiotte con grande voracità, nè cessa finchè non ha distrutto tutti

gli abitanti. Come si vede, rende dei grandi servizi, specialmente ai

piantatori, distruggendo miliardi di quei voraci insetti, ma non per

questo viene risparmiato, essendo la sua carne eccellente quanto quella

dei maiali, quantunque impregnata d’un certo acido piccante, dovuto al

suo nutrimento.

— Ebbene, cosa dici, giovanotto mio, di questo bizzarro animale? —

chiese il dottore al compagno.

— Io dico che è ora di battere in ritirata, — rispose Alonzo,

afferrando il formichiere per la coda. — Vedo le termiti uscire a

battaglioni e quest’oggi ne ho avuto abbastanza delle formiche.

— Accorrono a chiudere l’apertura fatta dal _tamanduà_.

— Andiamocene, dottore. È l’ora della colazione.

— Ghiottone.

— È l’aria dell’Orenoco che mette appetito.

— Ed i tuoi diciott’anni.

— Come volete. Orsù, di trotto!

I due cacciatori s’allontanarono frettolosamente per sfuggire

all’assalto imminente delle termiti e tornarono a cacciarsi sotto la

grande foresta.

Un quarto d’ora dopo, imbarazzatissimi a proseguire fra quegli ammassi

di vegetali, s’arrestavano ai piedi d’una palma mauritia dalle foglie

disposte a ventaglio, il cui tronco enorme era cinto da una specie di

liana irta di radici.

— Fermiamoci, — disse Alonzo. — È mezzodì e penso che abbiamo parecchie

ore per ritrovare l’Orenoco.

— Sia pure, quantunque le mie inquietudini comincino a crescere.

— E perchè, dottore?

— Perchè temo che noi ci siamo molto allontanati dalle sponde del fiume.

— E da che cosa lo arguite?

— Hai udito nessun colpo di fucile tu?

— No, dottore.

— Credi tu che don Raffaele sia uomo da lasciar tacere il fucile per

sette od otto ore?

— Lui!... Un cacciatore famoso!... No, dottore.

— Allora vuol dire che noi siamo tanto lontani da non poter più udire

le fucilate che si sparano sulle rive del Cassanare.

— Diamine!... Mi mettete indosso delle inquietudini. Che ora abbiamo?

— Sono le due di già.

— Mangiamo un boccone e poi mettiamoci in marcia.

— Credo che sia la cosa migliore. Se questa sera non ritroviamo i

compagni, passeremo una brutta notte, Alonzo.

— Minaccia forse qualche uragano?

— No, ma avremo da fare coi coguari e coi giaguari.

— Bah!... Contro quelli ci difenderemo. Devo scuoiare il formichiere?

— Perderemmo un tempo prezioso. Contentiamoci delle provviste che

abbiamo portate con noi.

— Sia pure. Le costolette l’assaggeremo questa sera.

Si assisero all’ombra della _mauritia_ e sbarazzarono in fretta le

loro tasche delle provviste che avevano portate, poi dissetatisi in

un piccolo stagno si rimisero animatamente in cammino, cercando di

dirigersi verso il sud. Disgraziatamente quell’immensa foresta era così

fitta, che non permetteva ai due cacciatori di scorgere il sole. Per di

più Alonzo, che si era caricato del formichiere, non poteva affrettare

il passo.

Camminarono parecchie ore, facendo solamente delle brevi fermate,

ma senza poter scoprire l’Orenoco. Invano di tratto in tratto

s’arrestavano per tendere gli orecchi, sperando di udire qualche

lontana fucilata od il muggito delle acque del fiume gigante: il

silenzio non era rotto che dal cicaleccio scordato dei pappagalli e

dalle grida delle scimmie. Già cominciavano ad addensarsi le tenebre

sotto i grandi alberi e nulla ancora avevano scoperto. Le loro

inquietudini crescevano di momento in momento.

— Ci siamo smarriti, — disse il dottore, arrestandosi. — È meglio che

ci accampiamo qui e che aspettiamo l’alba di domani. Quale imprudenza

non portare con noi una bussola!

— E quali angoscie procureremo a Raffaele! — disse Alonzo. — Non

vedendoci ritornare crederà che ci sia toccata qualche disgrazia.

— Proviamo a fare dei segnali.

Alzò il fucile più che potè e lo scaricò. La fragorosa detonazione

si ripercosse sotto le oscure boscaglie, facendo tacere di colpo gli

ultimi cicalecci dei pappagalli, ma nessuna detonazione rispose.

Alonzo scaricò la sua, poi ascoltarono con profondo raccoglimento. Poco

dopo parve a loro di udire un lontano sparo.

— Raffaele ha risposto! — esclamò Alonzo.

— Purchè non sia stato il lontano eco del grido di qualche fiera, —

disse il dottore.

— Ripeterò il segnale.

Ricaricò il fucile e tornò a scaricarlo, ma questa volta invano tesero

gli orecchi.

— Fermiamoci qui, — disse il dottore. — Se don Raffaele ci ha risposto,

ci troverà. Gl’indiani sono famosi nel cercare le orme e non si

smarriscono mai nelle selve.

— Ma, — disse il giovanotto alzando il capo, — che foresta è questa?

— Perchè?

— Non vedete che tutti questi alberi sono moribondi?

Il dottore alzò a sua volta il capo e agli ultimi bagliori del

crepuscolo vide infatti che tutte le palme del bosco avevano le lunghe

foglie pendenti e già quasi avvizzite.

— Ah! Comprendo, — disse poi.

— Ed io non comprendo nulla, dottore.

— Non vedi che tutti i tronchi di queste palme sono stretti fra piante

rampicanti?

— Sì, dottore.

— Ebbene, quelle piante si chiamano fichi maledetti. Sono terribili

parassiti, che dapprima si alzano sottili come radici e innocui, ma

poi, allacciandosi fra di loro, finiscono col soffocare le piante,

talmente ne stringono i tronchi. Fra qualche mese tutti questi alberi

saranno morti.

— I fichi maledetti sono adunque il simbolo vivente dell’ingratitudine.

— Precisamente, Alonzo.

— Lasciamo là i fichi e scuoiamo il formichiere. Ceneremo con delle

deliziose costolette, ma disgraziatamente non abbiamo nemmeno un

pezzetto di pane.

— Lo troveremo.

— Dove?...

— Vedrai! Non mi farò attendere molto.

Approfittando della poca luce che ancora si proiettava sotto la

foresta, il dottore s’appressò ad un albero che aveva poco prima

notato. Era una specie di palmizio col tronco liscio ma in forma di

fuso e che si appoggiava, coll’estremità inferiore, su parecchie radici

uscenti da terra. In alto portava un bellissimo ciuffo di grandi foglie

d’un verde cupo.

Non portava nè frutta nè fiori, ma in mezzo al ciuffo si vedeva uscire

un germoglio lungo circa ottanta centimetri e più grosso del fusto

dell’albero.

Il dottore girò e rigirò attorno al palmizio, poi si aggrappò ai

fichi maledetti che formavano una vera rete e s’innalzò con un’agilità

sorprendente borbottando.

Giunto in cima all’albero si cacciò in mezzo al ciuffo e a colpi di

coltello recise il lungo germoglio, lasciandolo precipitare a terra.

Ridiscese con precauzione, raccolse quello strano fusto che era

rivestito di nove foglie d’un verde tenero e lo portò all’accampamento

mostrandolo trionfalmente ad Alonzo, il quale aveva già acceso un gran

fuoco e trinciato l’orso formichiere.

— Cosa portate? — chiese Alonzo, sorpreso. — Un pezzo d’albero?

— Il pane, — rispose il dottore, sorridendo.

— Questo è pane?

— Ora lo vedrai. Sappi innanzi a tutto che questo non è un pezzo

d’albero, ma il frutto del cavolo palmizio. Hai mai udito parlare di

quest’albero?

— Sì, vagamente.

— Allora guarda.

Il dottore prese il coltello, recise le foglie, poi la corteccia che

era dura assai e mostrò al giovanotto stupito una specie di pignolo

lungo un buon braccio, liscio come l’avorio e bianco. Ne tagliò un

pezzo e lo porse al compagno che lo assaggiò.

— Ebbene? — chiese il dottore.

— Eccellente! — esclamò Alonzo. — Ha il gusto delle mandorle.

— Può surrogare il pane?

— È più delizioso, dottore. Ne hanno parecchi di questi pani i cavoli

palmizi?

— No, uno solo e presto non ne avranno più nemmen uno.

— Perchè, dottore?

— Perchè questi pani si cercano attivamente dagli indiani e siccome

le piante dopo una simile mutilazione non possono vivere, ben presto

finiranno collo sparire. Oramai non si trovano più che nelle grandi

foreste.

In quell’istante due urla rauche che sembravano due potenti miagolii,

infinitamente più acuti di quelli che emettono i gatti, si fecero udire

in mezzo alla tenebrosa foresta.

Il dottore sussultò.

— Una belva? — chiese Alonzo, raccogliendo prontamente la carabina.

— Un giaguaro che si mette in cerca di preda, — disse il dottore. —

All’alba ed al tramonto quelle terribili belve emettono queste due

grida.

— Deve essere però lontano.

— Lo spero, ma non tarderà a scoprirci.

— Approfittiamo della sua lontananza per cenare, dottore.

— Sarà meglio infatti affrontarlo col ventre pieno.

Levarono dal fuoco le costolette del formichiere, tagliarono il

cavolo e si misero a cenare con molto appetito, malgrado che le loro

inquietudini crescessero ad ogni istante, non già perchè avessero paura

della fiera, ma perchè pensavano ai loro compagni che li attendevano

senza dubbio in preda a chissà quali angoscie.

Passò mezz’ora, poi mentre si sdraiavano accanto al fuoco fumando

l’ultima loro sigaretta, udirono ancora il miagolio del giaguaro, ma

questa volta era assai più vicino.

La fiera li aveva fiutati o forse aveva sentito l’odore dell’arrosto e

s’appressava strisciando attraverso la tenebrosa foresta.

— Non vuole lasciarci dormire in pace, — disse il dottore. — Bisognerà

sbarazzarsi di questo pericoloso vicino.

— Che ci assalga?

— Non ne dubito. I giaguari di notte non temono l’uomo e talvolta

nemmeno di giorno.

— Sono adunque molto audaci?

— Figurati che una volta un giaguaro osò penetrare perfino in una

chiesa, in quella del Convento di San Francesco di Santa Fè.

— Uccidendo i fedeli?

— No, i monaci. L’inondazione lo aveva scacciato dalle isolette del

Rio Bravo ed il feroce carnivoro avendo approdato alla sponda aveva

superato l’orto dei monaci e s’era rifugiato nella sagrestia. Un monaco

dopo d’aver detto le sue orazioni, stava per entrare nella sagrestia,

quando il giaguaro gli fu addosso e lo sbranò. Al grido straziante

emesso dal disgraziato, accorse dapprima un guardiano del convento

e cadde sotto gli artigli della fiera, poi un monaco e subì la egual

sorte, quindi un indiano e fu parimenti ucciso.

— Un vero massacro; e non fu ucciso?

— Sì, Alonzo. Un certo Frondo, accortosi della presenza della belva,

chiuse la sagrestia a catenaccio poi chiamò i monaci ed a colpi di

fucile uccisero il divoratore d’uomini....

— Zitto!... Eccolo!...

Un rom-rom formidabile si era udito a trenta o quaranta passi di

distanza. Pareva che un gatto enorme facesse le fusa.

Alonzo ed il dottore si erano alzati colle carabine in mano. Scorsero

subito due occhi verdastri, contratti in forma d’un _i_ brillare sotto

un folto cespuglio, a breve distanza.

— Orsù, coraggio Alonzo, — disse il dottore.

— Il mio braccio non trema, — rispose il giovanotto con voce tranquilla.

— Miriamo con calma.

Abbassarono lentamente i fucili mirando quei due occhi che mandavano

strani bagliori e lasciarono partire simultaneamente i colpi.

Alle due detonazioni tenne dietro un ruggito formidabile, poi,

attraverso al fumo, si vide balzare la belva che con due salti aveva

varcata la distanza. Con uno sforzo disperato tentò di aggrapparsi ad

Alonzo, ma questi aveva rapidamente impugnata la carabina per la canna.

Il pesante calcio dell’arma scese sul cranio della belva, la quale

stramazzò a terra senza più muoversi.

— Bravo, giovanotto, — esclamò il dottore, che aveva raccolto un

tizzone acceso.

— Che sia proprio morto?

— Lo credo bene.

Si curvarono sulla fiera e la esaminarono. Aveva la testa spaccata e le

spalle imbrattate di sangue: le due palle l’avevano colpita a destra ed

a sinistra del collo.

Quel giaguaro era uno dei più grossi, poichè era lungo quasi due metri

dall’estremità del muso alla radice della coda e alto quanto una tigre

indiana.

La sua pelle era splendida, macchiata irregolarmente come quella delle

pantere, ma a chiazze color di rosa con un punto nero in mezzo, mentre

il fondo del pelame era d’un color fulvo vivo sopra e bianco sotto.

— Bell’animale! — esclamò Alonzo. Si direbbe che non la cede alle tigri

dell’India e della Malesia.

— Ti assicuro che non è nè meno feroce, nè meno robusto, nè meno audace

delle tigri. Guarda che collo!... È grosso come quello d’un giovane

toro.

— È vero, dottore, che i giaguari sono capaci di uccidere un bue e di

trascinarlo lontano?

— Sì, Alonzo, ma non si contentano d’uno. Quando piombano fra le

immense mandrie che popolano le praterie della _pampa_ argentina, fanno

delle vere stragi, con un solo colpo di zampa spezzano alle vittime la

colonna vertebrale.

— È pur vero che si arrampicano sugli alberi?

— Sì, e con molta facilità, e danno la caccia alle scimmie, che di....

Un altro miagolìo potente, echeggiato in mezzo alla foresta, gli tagliò

la parola.

— Un altro giaguaro! — esclamò.

— Al diavolo anche le fiere, — disse Alonzo. — Sloggiamo, dottore;

questa foresta n’è piena.

— Dove vuoi andare?

— Cercare un albero che ci ricoveri. Ne ho abbastanza dei giaguari.

— Andiamocene, Alonzo. Due volte non si esce vivi dalle ugne di quelle

fiere.

La Città dell'Oro · 第 19 / 38 题