Un fuoco sospetto.
Presso uno di quegli alberi enormi, che distendeva i suoi rami sul
fiume, si erano vedute le acque gonfiarsi bruscamente, come se un
grosso pesce si fosse spinto fin là e si preparasse a comparire alla
superficie.
Poco dopo, il dottore ed i suoi amici videro sorgere due mascelle
enormi irte di lunghi denti aguzzi, ma il rimanente del corpo rimase
nascosto sott’acqua. Da quella bocca uscì un grido lamentevole che
pareva quello d’un bambino.
Era un _jacarè_, ossia un caimano, una specie di coccodrillo lungo
cinque metri, che cercava la sua colazione. Questi rettili sono
numerosi sui fiumi dell’America del Sud e specialmente sull’Orenoco e
fanno numerose vittime. Non assalgono l’uomo, ma se vengono cacciati si
difendono con estremo furore e ben sovente più d’un cacciatore perdè le
gambe o soccombette sotto un terribile colpo di coda.
Il caimano continuava a emettere le sue grida lamentevoli, chiudendo
di tratto in tratto le potenti mascelle con un fracasso paragonabile a
quello che produce una cassa, quando viene violentemente chiusa.
Le _barbado_ però, assorte nel loro concerto, pareva che non si fossero
ancora accorte della presenza del pericoloso vicino. D’improvviso
però tacquero e cominciarono a curvarsi sul fiume guardando quelle
mascelle e porgendo orecchio a quelle grida, che diventavano ognor più
lamentevoli.
— Si preparano a scendere, — disse il dottore, facendo segno
all’indiano di virare di bordo, per mantenere la scialuppa in mezzo al
fiume.
Infatti le scimmie parevano curiose di sapere cos’era quella bocca
che si lagnava in quel modo. Gridavano su tutti i toni additandosela
l’una l’altra e pareva che si consigliassero prima di prendere una
risoluzione che poteva avere gravi conseguenze. Senza dubbio, per
istinto, temevano, ma finalmente la loro curiosità vinse la paura.
Un robusto maschio s’aggrappò ad un ramo sporgente sopra il fiume
servendosi della lunga coda e si mise a dondolarsi proprio sopra le
mascelle sempre aperte del caimano, facendo smorfie ridicole.
Un compagno, pronto come il lampo, l’afferrò per l’appendice e lo
calò abbasso, ma la distanza era ancora considerevole. Altre scimmie
accorsero e tenendosi per le code formarono una specie di catena la cui
estremità, formata dal maschio, toccò ben presto l’acqua.
Un concerto indiavolato avvertì le altre scimmie, che si affollavano
sui rami dell’enorme albero, che lo scopo era stato raggiunto.
Il capofila si era accomodato sull’estremità del muso del caimano e
guardava dentro emettendo dei fragorosi scoppi di risa che i compagni,
per non essere da meno, ripetevano con pari fracasso. Incoraggiato
dall’immobilità di quelle mascelle, si mise a toccare la lingua, poi i
denti, poi introdusse il braccio peloso nella gola, cercando forse di
sapere cosa vi si trovava nascosto in fondo.
Era il momento atteso dal paziente e furbo caimano: ormai la colazione
era assicurata. Pronto come la folgore, chiuse le potenti mascelle ed
il povero curioso si sentì tagliare per metà da quei denti formidabili,
duri come l’acciaio.
Il meschino ebbe appena il tempo di emettere un grido strozzato e
sparve sott’acqua. I compagni, spaventati, si tirarono l’un su l’altro
e s’affollarono sul ramo facendo un baccano infernale.
— Buona digestione! — gridò Alonzo, facendo cenno all’indiano di
riprendere la rotta primiera.
— Il caimano non si accontenterà di quella colazione, — disse il
dottore. — È un semplice crostino che gli servirà per stuzzicare
l’appetito.
— Ritenterà il colpo? — chiese Alonzo, stupito.
— E con pari fortuna, giovanotto mio.
— E le scimmie si lascieranno mangiare altre compagne?
— Precisamente. Tra mezz’ora l’_jacarè_ tornerà ad appostarsi sotto il
ramo, ricomincierà i suoi lamenti e le scimmie torneranno a scendere.
— Che stupide!
— Sono curiose e dimenticano facilmente il pericolo. Yaruri, bada ai
banchi! L’acqua è torbida e ciò indica che il fondo sale.
L’indiano, da esperto battelliere, aveva però già notato quel
cambiamento del letto del fiume ed aveva spinto la scialuppa verso il
largo.
Dei grandi banchi sabbiosi cominciavano ad apparire verso ponente,
interrompendo la corrente del fiume. Si allungavano in varie direzioni
e sopra di essi si scorgevano parecchi caimani che stavano scaldandosi
al sole.
Ve n’erano alcuni di veramente mostruosi, lunghi perfino sei metri,
con certe mascelle che facevano rabbrividire. Scorgendo la scialuppa
non fuggirono, ma si rovesciarono mostrando ai viaggiatori i loro
dorsi rugosi, ricoperti di grosse scaglie che le palle difficilmente
intaccano tanto sono solide. Sapevano che in tale posa nulla avevano da
temere.
Quantunque Alonzo avesse manifestato il desiderio di provare su
quei voraci anfibi la penetrazione delle sue palle, don Raffaele si
vide obbligato a non soddisfarlo, poichè la navigazione cominciava a
diventare difficile.
Oltre i numerosi banchi, quel tratto di fiume era coperto da una
vegetazione acquatica resistente, che impediva alla scialuppa di
manovrare liberamente. La corrente era coperta da quelle superbe foglie
che chiamansi _victoria regia_, e che dagli indiani vengono chiamate
_forno_ per la somiglianza che hanno coi grandi forni e poco profondi,
entro i quali fanno cuocere la manioca. Quelle foglie sembrano vere
zattere circolari, poichè hanno una circonferenza di un metro e venti
centimetri ad uno e mezzo.
Cominciano a crescere in fondo al fiume, piccolissime dapprima, in
forma d’una coppa sottile ma profonda, poi si allargano e giunte a fior
d’acqua emettono quelle foglie gigantesche le quali hanno i margini
rialzati come i tondi e si rivestono d’una formidabile armatura di
spine.
Molte di quelle piante avevano già i fiori, bellissimi, vellutati,
bianchi ma con tutte le gradazioni del roseo e del purpureo fosco.
Oltre alle _victoria regia_, sui bassifondi s’alzavano dei veri
boschetti di _mucammù_, una specie di aroidi di legno leggiero, ma che
posseggono una corteccia resistente e che emettono pure delle grandi
foglie galleggianti, le quali resistevano allo sperone della scialuppa.
Fortunatamente il vento non mancava sul grande fiume, il quale
conservava una larghezza di quattro o sei miglia e permetteva
all’imbarcazione di correre bordate per evitare tutti quegli ostacoli.
A mezzodì però il fiume tornò sgombro ed i viaggiatori poterono
proseguire con notevole rapidità, avvicinandosi sempre più alla foce
del Capanaparo, la quale non doveva essere lontana più di venti o
venticinque miglia.
La sponda sinistra del fiume, che i naviganti costeggiavano ad una
distanza di tre o quattrocento passi, si manteneva priva di abitanti,
quantunque il dottore e don Raffaele non ignorassero che quella
regione era una delle più popolate, essendo occupate dalla grande
tribù degli Ottomachi, la quale si estende dalla foce del Sinaruco a
quella dell’Appure. Non mancavano però nè gli animali nè i volatili:
sugli alberi, veri eserciti di scimmie si dimenavano urlando, eseguendo
esercizi straordinarii, lanciandosi di ramo in ramo con agilità
meravigliosa ed in alto volavano bande d’uccelli d’ogni specie.
Si vedevano drappelli di _mono_, piccole scimmie grigie, colle gambe e
le braccia smisurate ed il corpo così magro che vedute in movimento si
scambiano benissimo per ragni giganteschi, anzi appunto per ciò furono
chiamate anche scimmie-ragno; poi bande di _shau_, scimmiottini grossi
quanto uno scoiattolo, chiamati anche _marachine_, che hanno il pelame
rosso ed una splendida criniera fulva come i leoni; tribù di _prego_,
voracissimi e che producono alle piantagioni danni incalcolabili avendo
la manìa del saccheggio; poi stormi di _mailhaco_, piccoli pappagalli
assai ciarlieri, colla testa turchina ed il dorso giallo, altri
flagelli delle piantagioni, che devastano ogni specie di raccolto;
di _canindì_, altri pappagalli ma assai più grossi, colle ali azzurre
ed il ventre aranciato; di tucani, uccelli bizzarri col becco grosso
quanto il corpo, ma cartilaginoso, di color rosso e giallo, gli occhi
azzurri ed il petto coperto da una fine lanuggine d’un rosso brillante.
Le penne di questi ultimi uccelli sono ricercate dagli indiani per
fabbricare dei diademi che possono portare solamente i capi delle
tribù, e questa usanza è stata adottata perfino dai sovrani del
Brasile. Anche don Pedro II, l’ultimo imperatore, la seguiva, ma invece
del diadema nelle grandi cerimonie portava un mantello di penne di
tucano, distintivo di capo supremo del suo paese.
Anche gli abitanti del fiume, di quando in quando apparivano a fior
d’acqua, ma per scomparire tosto, non appena scorto il canotto. Erano
caimani e testuggini di varie specie, alcune coi gusci verdastri, altre
coi gusci bruni a chiazze rossastre irregolari, ma tutte di grandi
dimensioni.
Verso il tramonto, Yaruri, che da qualche tempo esaminava con viva
attenzione la sponda, segnalò una grande fenditura aperta nella foresta
e che si prolungava verso il sud.
— Il Capanaparo, — disse.
— Il fiume? — chiese Alonzo.
— Sì, — rispose don Raffaele.
— Uno dei maggiori dell’Orenoco?
— Chi può dirlo? Credo che nessuno lo abbia risalito fino alle
sorgenti, ma non sembra, dalla massa delle sue acque, che abbia un
corso molto importante.
D’improvviso l’indiano scattò in piedi fiutando replicatamente
l’aria. I suoi acuti sguardi si portarono verso la foce del fiume, che
cominciava a delinearsi distintamente e parve che volessero traforare
il lembo dell’immensa foresta che si estendeva fino a quel nuovo fiume.
— Cos’hai, Yaruri? — chiese don Raffaele, che non lo aveva perduto
d’occhio.
— Del fumo, — rispose l’indiano.
— Dove?
— Non lo so, ma lo sento.
— Io non sento nulla, — disse Alonzo.
— Se Yaruri lo dice, qualche fuoco arde sulla sponda, — disse don
Raffaele. — Questi indiani non s’ingannano mai.
— Vi saranno degli indiani che cucinano la loro cena.
— Ma gl’indiani, in queste regioni deserte, significano nemici.
— Prepareremo le armi, cugino.
— Il consiglio è prudente, — disse il dottore, — Yaruri, accosta con
prudenza.
L’indiano mise la prua verso la foce del fiume, mentre i due cugini si
preparavano ad ammainare la randa, essendo i due fiocchi sufficienti
per spingerli alla sponda.
Yaruri, pur manovrando, dava continui segni d’inquietudine. Si alzava
di frequente per abbracciare maggior spazio e spingere gli sguardi più
lontani, fiutava ostinatamente l’aria e crollava il capo come un uomo
che ha dei forti dubbi.
Pure la sponda sinistra dell’Orenoco era perfettamente tranquilla
e pareva che nulla di sospetto celasse. Gli uccelli, appollaiati
sugli alberi, continuavano a cicalare in piena sicurezza e le
scimmie si dondolavano all’estremità degli alberi, senza dare segni
d’inquietudine. Cosa poteva adunque temere l’indiano, se gli abitanti
della foresta si mantenevano tranquillissimi?
La scialuppa, spinta dalla brezza che aumentava col calare del sole,
giunse ben presto alla foce del Capanaparo e si arenò dolcemente ai
piedi d’un gruppo gigantesco di _jupati_ (raphia), splendide palme,
speciali dell’Orenoco e dell’Amazzone, che hanno delle foglie in forma
di piume lunghe perfino cinquanta piedi, ossia sedici o diciassette
metri!... Sono alberi tutte foglie, poichè il loro tronco è così breve
che appena esce da terra, innalzandosi a malapena cinquanta centimetri
o tutt’al più un metro.
Quel macchione imponente, meraviglioso, era staccato dalla foresta
vergine che si stendeva un po’ più indietro e sorgeva su di una specie
di banco sabbioso il quale risaliva la corrente del Capanaparo per
parecchie centinaia di metri.
Legata la scialuppa ad un fusto di legno cannone, specie di bambù
leggerissimo, liscio e lucente, Yaruri fu lesto a balzare a terra
impugnando la sua cerbottana, nella quale aveva già introdotta una
freccia. Gettò un rapido colpo d’occhio all’intorno, sulla sponda, sul
fiume, fra le foglie giganti degli _jupati_ ed in aria, poi facendo
cenno al padrone di non muoversi, s’avanzò, con passo silenzioso, verso
l’estremità del banco.
Ad un tratto lo si vide arrestarsi, curvarsi, sollevare la sabbia; e lo
si udì a gettare un grido.
Don Raffaele, il dottore ed Alonzo furono lesti a raggiungerlo,
portando con loro i fucili.
— Cos’hai scoperto? — chiese il piantatore.
— Il fuoco che ardeva poco fa, — rispose l’indiano, con aria di
trionfo. — Yaruri non si era ingannato.
— Fuoco d’indiani?
— Ma armati di fucile.
— Armati.... di fucile! — esclamarono il dottore e don Raffaele con
stupore.
— Sì, — rispose l’indiano.
— Come lo sai tu? — chiese il piantatore.
— Guarda!
Yaruri gli mostrò un’orma profonda impressa sulla sabbia del banco: Era
l’impronta d’un calcio di fucile, perfettamente delineata.
— Che sia invece l’estremità d’una _wanaya_, che ha lasciato questa
traccia?
— No, padrone, — rispose Yaruri. — Nessuna _wanaya_ ha questa forma.
— Sai tu che vi siano tribù d’indiani armati di fucile?
— No, perchè gl’indiani preferiscono la cerbottana e la freccia intinta
nel curaro. Sono armi più silenziose e più sicure.
— Che si sia accampato qui qualche bianco?
— Si vedrebbero le tracce degli stivali, padrone.
— Diavolo d’un indiano! — esclamò Alonzo, stupito.
— Ma non vedo le orme dei piedi, — disse il dottore.
— Questa sabbia è troppo dura, — rispose Yaruri. — Guarda: il mio piede
nudo non lascia traccia, ma le vostre scarpe sì e così profonda da
distinguerla nettamente.
— È vero, — disse don Raffaele, che era diventato pensieroso. — Come va
questa faccenda?
— Non trovo motivo d’inquietarci, cugino, — disse Alonzo. — Che importa
a noi se degli indiani si sono accampati qui?
— Sai tu perchè sono fuggiti, Alonzo? — chiese il piantatore. — È la
loro rapida fuga che m’inquieta.
— Sono scomparsi pochi minuti fa?
— Sì, — rispose l’indiano. — Appena ci hanno scorti si sono affrettati
a coprire il fuoco colla sabbia ed a troncare la cena. Toccate: la
cenere è ancora calda e questi gusci d’uova di testuggine sono ancora
umidi e ciò significa che sono stati appena vuotati.
— Che qualcuno ci preceda? — mormorò il piantatore.
— A quale scopo? — chiese Alonzo.
— Non lo so.... ma quel grido.... la scomparsa dei due indiani, poi
quel segnale misterioso sul fiume.... Orsù, non pensiamoci per ora:
attraversiamo il Capanaparo e andiamo ad accamparci sulla sponda
opposta.