Una fuga misteriosa.
Udendo quel grido e quel rumore, il piantatore, suo cugino e Velasco
si erano alzati, mentre l’indiano, con una mossa fulminea, si era
precipitato verso il parapetto della terrazza, scrutando coi suoi acuti
sguardi, il fogliame degli alberi sottostanti.
— Cos’è, Yaruri? — chiese don Raffaele.
L’indiano non rispose: continuava a guardare con profonda attenzione.
— Sarà stato qualche uccello, — disse Alonzo.
— A me parve un grido umano, — disse invece il dottore.
— È vero, — rispose Yaruri. — Un uomo ascoltava i vostri discorsi.
— Sarà stato qualche schiavo curioso, — disse don Raffaele.
— O qualche ghiottone, — aggiunse Alonzo. — Sarà stato attirato dai
profumi appetitosi della cena.
— Bah! Non occupiamoci di costui, — disse il piantatore, alzando le
spalle.
— Ma quel grido? — insistette il dottore.
— Sarà sfuggito un piede a quel curioso e sarà capitombolato
dall’albero. Sediamoci e riprendiamo la conversazione, mio caro
Velasco.
Tornarono a sedersi, ma Yaruri non si mosse: continuava a scrutare il
folto ed oscuro fogliame degli alberi.
— Dunque, — riprese il piantatore, — vi chiedevo, Velasco, se sareste
disposto a seguirmi. Se venite con me, avrete un vasto campo pei vostri
studi e potrete fare un’ampia raccolta di animali, di uccelli e di
piante rare.
— Vi confesso, don Raffaele, che ciò mi seduce più che la città
misteriosa.
— Venite?
— Diavolo! Voi correte troppo, amico mio. Ed i miei ammalati?
— Non avete un altro collega ad Angostura? Cedete a lui i vostri
ammalati. Una lettera si scrive presto ed uno dei miei uomini,
s’incaricherà di portarla a destinazione.
— Orsù, dottore, — disse Alonzo, — si tratta di visitare la famosa
Manoa.
— Lo so.
— E di diventare milionari.
— Lo comprendo.
— E di fare un viaggio in regioni ancora vergini, — aggiunse don
Raffaele.
— L’attrattiva è potente, ma.... vi fidate voi di quell’indiano?...
Non ci tradirà?... Sapete che nell’Alto Orenoco abitano tribù bellicose
che non hanno mai piegato il collo al giogo spagnuolo e che divorano i
prigionieri di guerra?
— Yaruri non ci tradirà, Velasco, — disse don Raffaele. — Lo guida la
vendetta e per compierla ha bisogno dell’aiuto degli uomini bianchi.
Orsù, avete finito le vostre osservazioni?
Il dottore riempì i bicchieri ed alzando il suo disse:
— Beviamo alla buona riuscita del viaggio.
— Finalmente!... — esclamò don Raffaele. — Ecco guadagnato un compagno
che vale una miniera. Non perdiamo tempo: è mezzanotte e all’alba
partiremo. Andate a riposare alcune ore, mentre io vado a fare i
preparativi.
— Dormiremo domani, — disse il dottore. — Vi aiuteremo, don Raffaele.
— Andiamo dunque.
I tre uomini, aiutati da Hara e da una mezza dozzina di robusti negri,
si misero alacremente al lavoro. Dovendosi intraprendere un viaggio che
poteva durare parecchi mesi, fra regioni sconosciute, abitate da tribù
ostili, era necessario provvedersi di molte cose e sopratutto scelte
per non caricarsi di pesi soverchi che avrebbero dovuto più tardi
abbandonare, se fossero stati costretti a lasciare il fiume.
Don Raffaele condusse i suoi compagni nei magazzini addetti alla
piantagione, che contenevano una infinita quantità d’oggetti, di
armi, di viveri, di vestiarii e tutti e tre procedettero ad una scelta
scrupolosa.
Quando ebbero terminato fecero incassare ogni cosa e Hara fece
trasportare tutto sulla sponda della Cauca. Vi erano carabine, due
casse di munizioni, vesti, una tenda, viveri per due mesi, bussole,
un sestante, un cronometro per ottenere la latitudine e la longitudine
per non procedere a casaccio, utensili svariati per la cucina, amache,
una piccola farmacia e parecchi altri oggetti ritenuti indispensabili,
oltre parecchie casse di cianfrusaglie e di perle da regalare agli
indiani. Yaruri per suo conto si limitò a scegliere una cerbottana e
parecchie dozzine di freccie, che si proponeva di intingere più tardi
nel succo mortale del _curaro_.
— Andiamo ora a visitare la nostra scialuppa, — disse don Raffaele.
— Tra pochi minuti tutte le nostre provviste saranno imbarcate e ci
metteremo in viaggio.
— Conduciamo con noi un equipaggio d’indiani? — chiese Alonzo.
— No, cugino. La mia scialuppa è attrezzata e leggiera e la condurremo
noi. E poi, se gl’indiani dell’alto Orenoco vedessero una truppa di
persone, potrebbero mettersi in sospetto e darci tutti addosso.
— È vero, — disse il dottore. — Meglio pochi, ma risoluti.
Si diressero verso il fiume, presso le cui sponde si trovavano
parecchie scialuppe e due dozzine di canotti indiani che venivano
adoperati pel trasporto dei prodotti della piantagione ad Angostura.
Vi erano appena giunti, quando Hara, che riceveva le casse colà portate
dai negri, disse a don Raffaele:
— Padrone, è scomparso un canotto.
— Un canotto! — esclamò il piantatore stupito.
— Sì, padrone, ed uno dei migliori.
— Che ce l’abbiano rubato?
— E chi?... Gl’indiani non osano scendere l’Orenoco fino a questa
piantagione, — disse l’intendente.
— Che si sia spezzata una corda?
— No, padrone: l’ho visitata or ora e mi sono accorto che è stata
tagliata con un colpo di coltello.
— Che qualche schiavo sia fuggito? — chiese don Raffaele, aggrottando
la fronte.
— Voglio assicurarmene, se me lo permettete.
— Va, Hara, — disse il dottore. — Non ci vedo chiaro in questa faccenda.
— Cosa temete, Velasco? — chiese don Raffaele.
— Nulla per ora, ma.... Quale è la nostra scialuppa?
— Eccola: è quella che adopero io nelle mie escursioni e nei miei
viaggi sul fiume. È solida ma leggera, e basta un soffio d’aria per
farla camminare con notevole velocità.
Infatti la scialuppa del piantatore era una delle più belle e
contemporaneamente delle più svelte imbarcazioni che solcassero il
corso dell’Orenoco. Somigliava ad una baleniera, ma era più alta
di bordo e più lunga, stazzando sei tonnellate; inoltre portava una
attrezzatura completa da cutter, con una randa che aveva uno sviluppo
straordinario per poter approfittare delle brezze più leggere.
Ad un ordine del piantatore i negri imbarcarono le casse disponendole
in modo che non potessero impedire la manovra delle vele, poi
collocarono a poppa alcuni piccoli materassi che dovevano servire di
letto nel caso che i viaggiatori fossero costretti a passare la notte
sul fiume.
— È tutto pronto? — chiese don Raffaele.
— Tutto, — rispose Alonzo, che sorvegliava ogni cosa.
— Ed Hara?
— Eccomi, padrone, — rispose l’intendente che giungeva correndo. — Devo
darvi una brutta notizia.
— E quale, Hara?
— Sono fuggiti due indiani.
— Quando?
— Poche ore fa, poichè ieri sera erano ancora nella piantagione.
— E cosa vuol dire ciò?...
— Ve ne sono fuggiti degli altri, don Raffaele? — chiese il dottore.
— Sei o sette in quindici anni, poichè i miei schiavi non possono certo
lagnarsi di me, — rispose il piantatore. — Io mi vanto di essere per
loro più un padre che un padrone e la frusta non è mai stata adoperata
nella mia piantagione.
— Che indiani erano? — chiese il dottore ad Hara.
— Dell’alto Orenoco.
— Erano schiavi da molto tempo?
— Da sette mesi.
— Da chi li avevate comperati?
— Da un viaggiatore che li aveva presi alla foce del Tipapu, — rispose
don Raffaele.
— E prima non avevano mai tentato di fuggire?
— Mai.
— E non sapete a quale tribù appartenessero?
— Non mi sono mai occupato di saperlo, Velasco, — rispose don Raffaele.
— Ciò m’inquieta.
— E perchè?
— Quel grido che abbiamo udito, la scomparsa del canotto e la fuga
di quei due indiani mi pare siano cose da non lasciarsi passare
inosservate.
— Cosa temete, Velasco?
— Non saprei dirvelo, ma tutti questi fatti devono avere relazione
fra di loro. Io concludo col dirvi, don Raffaele, che noi siamo stati
spiati e che la comparsa di Yaruri è stata notata.
— Ma chi poteva avere interesse a spiarci?
— I due fuggiaschi.
— E per quale scopo?
— Eh!... voi sapete che gl’indiani hanno cercato di occultare agli
uomini bianchi il luogo ove sorgeva quella famosa città dell’oro.
— È vero, ma i due fuggiaschi non possono averci interesse.
— Chi lo sa!... Voi non sapete da dove venivano, nè a quale tribù
appartenevano.
— Bah! Voi andate a cercare un filo introvabile, dottore. Io sono
convinto che quei due indiani hanno semplicemente approfittato del
momento in cui nessuno sorvegliava le rive del fiume, per mettere in
esecuzione una fuga forse lungamente meditata e niente di più. Cosa può
importare a questi schiavi di Manoa degli Orecchioni e degli Eperomerii
che forse non hanno mai udito a nominare? Orsù, non pensiamoci più;
Hara s’incaricherà di farli cercare.
Il dottore non rispose, ma crollò il capo in segno di dubbio.
— Imbarca! — comandò Alonzo, balzando nel battello le cui vele erano
state già spiegate.
— Hara, — disse don Raffaele, — ti affido tutta la mia fortuna.
— Non temete, padrone, — rispose l’intendente. — La piantagione nulla
perderà della sua prosperità.
— Fra tre mesi tutt’al più, contiamo di essere di ritorno. Addio, mio
bravo Hara.
— Buona fortuna, padrone.
Don Raffaele ed il dottore entrarono nella scialuppa seguiti
dal taciturno indiano. La gomena fu ritirata a bordo e la svelta
imbarcazione, spinta da una fresca brezza che soffiava dal sud-est,
scese la Cauca entrando nel fiume gigante.
Appena Yaruri scorse la corrente dell’Orenoco emise un lungo respiro e
volgendosi verso l’ovest disse con voce cupa:
— Yaruri ucciderà Yopi!