La leggenda dell’Eldorado.
Don Raffaele de Camargua era un uomo di alta statura, bruno come un
meticcio, con membra poderose. Era un ufficiale spagnuolo dell’antica
guarnigione venezuelana. Scoppiata la rivolta che doveva sottrarre alla
Spagna quasi tutte le sue opulente colonie americane, aveva abbandonato
l’esercito dopo la proclamazione della nuova repubblica.
Uomo audace ed intraprendente, aveva chiesto un tratto di terra al
di là delle regioni conosciute, nel cuore dell’Orenoco, quel fiume
gigante che attraversa quasi tutta intera l’estremità settentrionale
dell’America del Sud, presso la foce della Cauca, in quel tempo affatto
spopolata.
Con poche dozzine di schiavi negri ed indiani aveva dissodate le terre,
abbattute le secolari foreste ed aveva piantato parecchie migliaia
di canne di zucchero. A poco a poco la prosperità era entrata nella
sua piantagione e nuovi schiavi erano stati aggiunti ai primi e nuove
capanne erano state erette in quelle solitudini appena visitate da radi
indiani.
Nel 1846, epoca in cui comincia questa veridica istoria, la piantagione
di don Raffaele Camargua era una delle più belle di tutta la grande
vallata dell’Orenoco.
Duecento schiavi fra indiani e negri la lavoravano; un piccolo
villaggio, difeso da solide palizzate, una bella casa munita d’una
spaziosa terrazza dalla quale si dominava un vasto tratto del fiume
gigante ed abbellita da verande sulle quali il proprietario amava
schiacciare i suoi sonnellini in una comoda amaca di fabbricazione
indigena, e una grande distilleria si specchiavano nelle acque dei
due fiumi; un numero ragguardevole di canotti di ogni dimensione
sonnecchiavano sulle sponde, destinati a recare ad Angostura una volta
ogni due mesi i carichi di zucchero ed il _cascaça_[3] ricavato dalla
distilleria.
Giunto all’apice della fortuna, don Raffaele, che non aveva mai avuto
un parente presso di sè, aveva pensato di chiamare un suo cugino che
dimorava alla Florida, un giovanotto di diciott’anni, di bell’aspetto,
valente cacciatore, avido di viaggi e di avventure, ma fino allora
poco fortunato, poichè aveva veduto distruggere le sue piantagioni
da una rivolta d’indiani Seminoli. Ed appunto quel giorno Alonzo,
il cugino desiderato, era giunto e per festeggiare il suo arrivo
aveva organizzato quella caccia al giaguaro che sarebbe terminata
drammaticamente senza il provvidenziale intervento dell’indiano Yaruri.
Quando i due cugini giunsero alla piantagione, cadeva la sera. Gli
schiavi stavano per ritirarsi nelle loro capanne per prepararsi
la cena; solamente la distilleria ancora fiammeggiava spandendo
all’ingiro, per un tratto immenso, i suoi effluvii alcoolici.
La comparsa di Yaruri parve però che destasse una agitazione fra un
gruppo d’indiani occupati a prepararsi il pasto serale all’aperto.
Furono veduti alzarsi rapidamente, additarselo l’un l’altro e
scambiarsi delle rapide parole.
Ma nè don Raffaele, nè Alonzo, nè Yaruri vi avevano fatto caso e si
diressero verso l’abitazione, sulla cui soglia un uomo di bassa statura
ma assai membruto, colla pelle oscura che aveva dei riflessi ramigni,
con due occhi vivaci ed intelligenti e giovane ancora, poichè non
poteva avere più di trent’anni, li attendeva.
Era l’intendente della piantagione, un bravo meticcio, o _mammalucco_,
come chiamano laggiù gli uomini derivanti da un incrocio di negri e
d’indiani, persone fedeli, coraggiose e sopratutto intelligentissime.
— Buona sera, padrone, — diss’egli levandosi cortesemente il largo
cappello di paglia in forma di fungo. — Cominciavo ad inquietarmi e
stavo per radunare alcuni negri per venire in vostro soccorso.
— Abbiamo ucciso il giaguaro, Hara, — disse don Raffaele, — o meglio è
stato ucciso da quest’indiano con un buon colpo di _wanaya_.
— Non ho mai veduto quest’uomo, padrone.
— Lo credo, Hara. Viene molto da lontano. Dov’è Velasco?
— Sta visitando un negro che è gravemente ammalato.
— Cos’ha?
— Le febbri palustri, padrone.
— Velasco è un bravo medico e saprà guarirlo.
— Devo avvertirlo del vostro ritorno?
— E senza indugio. Ho da comunicargli delle cose importanti. È pronta
la cena?
— Sì, padrone. È servita sulla terrazza.
— Vieni, Alonzo.
Entrarono nell’abitazione e salirono sulla terrazza, sempre seguiti
dal taciturno indiano. L’intendente aveva già fatto allestire una
succolenta cena fredda e fatta accendere una lampada.
Una fresca brezza, profumata di mille aromi, veniva dal fiume, facendo
stormire le splendide e grandi foglie delle palme massimiliane ed i
rami di passiflore che si estendevano lungo il parapetto.
Don Raffaele ed Alonzo si sedettero a tavola sturando una bottiglia
di vecchio vino di Spagna, trasportato fino alla piantagione con molti
pericoli e con molte fatiche.
— Hai fame? — chiese il piantatore, rivolgendosi all’indiano che si
manteneva ritto in un angolo della terrazza.
— L’indiano che pensa alla vendetta non prova nè gli stimoli della
fame, nè della sete, — rispose Yaruri.
— La vendetta verrà a suo tempo, amico. Puoi assaggiare queste
costolette di _manato_ che sono più deliziose di quelle d’un vitello.
L’indiano alzò le spalle e non rispose.
— Che uomini! — esclamò Alonzo.
— E sono tutti così, cugino mio, questi figli delle selve. Fieri,
orgogliosi e sopratutto vendicativi.
— E traditori, — aggiunse una voce.