Tutte le notti, finchè le stelle dell'Orsa non piegavano sul mare, il
giovane dottor Bonòra, assistente alla cattedra di fisiologia
nell'Università di X***, mi intratteneva con ricca e geniale eloquenza
intorno ai più curiosi e riposti fenomeni dell'anima, ricavandone le
ragioni dai segni e dalle corrispondenze che sono nella materia: e la
sua dottrina era così fresca di giovanezza e tanto persuasiva che io in
quei tempi — in cui godevo di eccellente salute e bevevo copiosamente al
fresco — mi sentivo convertire, mal mio grado, al più deplorevole
materialismo.
Eppure — oh, contraddizione! — non mai come in quei giorni azzurri che
trascorsi vivendo in ozio e secondo natura sulla spiaggia di S***, al
mio spirito triste avvenne di pregare Iddio così sinceramente perchè
l'oggi non trapassasse tanto veloce. Questa la ragione: poche volte mi
era accaduto di vivere così bene nello spazio di ventiquattro ore da
dolermi che il giorno fosse finito.
Il sole, poco dopo che le stelle dell'Orsa erano cadute, radiava sul
campo del mare con tanta solenne magnificenza che l'anima mia triste
diceva: «O Signore, che non ti sveli, o solo ti sveli a chi ti comprende
e ti sente dalle tue meravigliose opere, grazie del giorno azzurro e
dell'aere pura che tu mi dai: fa che esso volga tardi e senza dolore al
tramonto!» Giacchè sono secoli che il buon Dio ci offre _gratis_ questi
spettacoli meravigliosi del sole, del mare, della luce ed è molto se
qualche poeta ogni tanto ringrazia in nome della rimanente umanità il
Donatore di tanta gioia.
Il mio amico dottore non ringraziava nessun Iddio, ma anche lui sentiva
il bisogno dì ringraziare alcun che, alcuna cosa.
Bisogna vivere secondo natura, in libertà completa, in ozio completo per
sentire tutta la felicità di esistere, tutta la riconoscenza al Donatore
della vita, tutto lo sprezzo per le infinite, faticose, tormentose opere
umane.
— Dottore, considerate se non fosse meglio per l'umanità virar di bordo:
abolire tutto, codici, leggi, convenienze, colletti, scarpe, orari,
libri e tornare allo stato naturale!
— E i figli dei vostri figli tornerebbero ancora a coprirsi di un
_tout-même_ di pelame come i progenitori di Eva, e a divorarsi
letteralmente a vicenda. Studiate le leggi dell'evoluzione!
Ma queste caotiche e inconcludenti questioni non si ponevano se non alla
sera, bevendo al fresco, con la luna che al confine del mare stava
preparando la sua _toilette_ di perle e di brillanti per uscire vaga ed
errante pel cielo.
Al giorno si trattavano argomenti più ovvii e della circostanza.
Perchè la spiaggia era popolata da molte femine, alcune vaghissime e
giovani: esse ambulavano per la spiaggia d'oro, coi capelli sciolti,
stillanti ancora dal bagno dell'onda marina: strane monache, coperte
solo del bianco sajo dell'accappatoio.
In mezzo a quelle donne trascinanti dietro a sè, e lor malgrado, imagini
impure, folleggiano schiere di bimbi che al respiro del mare e al bagno
del sole — purità meravigliose — domandavano la conferma della salute
per il domani della loro vita.
Uno spirito arcadico avrebbe trovato modo di paragonarli a numerosi
Cupidi fra molte Veneri.
Alcuni uomini, giunti al tempo quando cadono le foglie dall'albero della
vita, bevevano il Nirvana dell'azzurro senza confine e si affissavano
nel lento andar delle navi e delle vele bianche. Torsi ignudi di giovani
spingono lance e battelletti in mare o si rincorrono lunghesso il lido.
Ricordavano spesso negli atti il Discobulo ellenico di Mirone.
Tale la vita della spiaggia.
***
Ma la sera le signore dell'aristocrazia si coprivano di brillanti e
gareggiavano nella varietà delle vestimenta superbe.
Fra queste dame la più splendida era quella che tutti chiamavano il
marito di Clodio, il taciturno. Taciturno il marito per quanto la moglie
era loquacissima; taciturno per effetto della più inguaribile
imbecillità. Le donne, pur aborrendola, non potevano staccar gli occhi
da lei: e quando ella appariva, erano condannate a ragionare di lei. Gli
uomini, anche quelli che, o l'amore della virtù o il consumo della vita
o lo spreco fatto del vizio aveva resi indifferenti o aspri verso il
fascino della bellezza, al passaggio di lei s'accorgevano che i loro
ragionamenti erano sospesi da un misterioso comando, i loro occhi
distratti e, quello che era cosa più strana, non potevano dirne male:
era un potente e infiammato alito che passava con lei, e costringeva a
piegarsi.
Il Dottore mi chiosava per fisiologia, anzi per la più cruda fisiologia,
le ragioni di questo fascino: ragioni che io una ad una ammiravo e
approvavo. «Ma insomma e con tutto ciò, caro dottore, la vostra scienza
non possiede la forza sintetica della nostra ignoranza. Per noi, gente
volgare, cotesto fascino proviene da un _nescio quid_ mirabile e divino
che gli antichi resero superbamente nelle loro iperboli quando
imaginarono le Ninfe, le Diane, le Elene fatali e per cui Enea
all'apparire di Venere esclama:
E di che nome
chiamar ti deggio? che terreno aspetto
non è già il tuo nè di mortale il suono.
Dea sei tu veramente.»
E poichè la sua scienza e la mia poesia non volevano venire ad accordi,
così scherzavamo cercando per quella dama un paragone mitologico. Diana,
Venere, Ebe, beltà snelle e febee, erano state escluse di comune accordo
«Minerva?» «Ma Minerva, per quello che mi ricordo, suppone un'idea di
intelligenza che qui dobbiamo assolutamente escludere» «Allora Giunone!»
«Meno ancora; a Giunone, non so perchè, si associa prima l'idea di
pinguedine che qui non è il caso, e poi l'idea di una volontà, maligna
fin che si vuole, ma prepotente: ora costei non solo è abùlica, cioè
priva di forza di volontà, ma vi dirò di più: è un'ingenua!» «Con quegli
occhi, con quelle mosse, un'ingenua? Ditelo a tutti e nessuno vi
crederà! La vostra psicologia si beffa della mia ignoranza. Ma sia come
volete, ecco: Elena» «Ma Elena era un'adultera, e costei invece è una
moglie probabilmente fedele.»
— Ma voi, mio caro, vi compiacete a giuocare ad assurdi.
— Come vi pare. Non mi credete? Liberissimo. Io vi assicuro che noi ci
troviamo di fronte ad un temperamento sessualmente frigido. Non vi ho
detto che si tratti di coscienza, di fedeltà morale, di dovere o di
altro sentimento che passi sotto il nome commerciale di virtù. E per
questo ho affermato: _probabilmente fedele_. Quanto anzi a coscienza noi
siamo anzi nel caso opposto: la dama in questione non ha altra coscienza
che quella che riguarda la propria bellezza, in che consiste una tipica
forma dell'intelligenza muliebre, che meriterebbe di essere studiata di
più dalle pedagogiste e dai maestri. Ora, quando la consapevolezza di
tale fascino si congiunge ad un temperamento ardente, connaturato in un
organismo così fatto, allora abbiamo le Elene, le Messaline, ecc., ecc.:
ma qui manca uno degli elementi per costituire tale composizione chimica
anzi psichica, e perciò vi dico: Il giudizio del publico è erroneo su
questa dama, come è erroneo il vostro.
— Sia come più vi pare. Escludiamo Elena; voi per le ragioni testè
addotte, io perchè non posso pensare ad Elena, figlia di Leda e di
Giove, senza associarvi l'idea di una perfezione di linee insuperabile.
Ora la dama in discorso è classicamente imperfetta: uno statuario la
rifiuterebbe per modello.
— Quand'è così abbandoniamo la mitologia — disse il Dottore.
— No! perchè il tipo c'è — dissi io.
— Quale?
— Ippolita, regina delle Amazzoni.
— Egregiamente! voi mi ricordate memorie obliate della scuola. Ippolita
cavalcatrice di bianche pulledre indomite, coi crini che spazzano il
suolo, succinta ed arciera: senonchè i tempi non permettendo più alle
donne di questo raro tipo, tali esercizi, ella, il marito di Clodio, si
accontenta di fumare un numero incredibile di sigarette, di spingere
l'automobile a novanta chilometri all'ora, di far delle volate in
bicicletta, di avventurarsi al largo nuotando per più d'un chilometro,
di montare in barca quando il mare fa paura e le altre dame si
ricorderebbero del segno della croce se vi si dovessero arrischiare. Del
resto, osservate: il popolo ha avuto intuito esatto di questi istinti
virili così anormali quando ha creato il nome assurdo di _marito di
Clodio_.
Ed è appunto in questa maschilità rinchiusa in forme muliebri di rara
avvenenza, maestose e snelle nel tempo stesso, che sta il segreto del
fascino terribile che esercita sugli uomini e prima di tutti sul marito.
Per non so quale malignità nostra noi la vorremmo bacchica e scomposta,
e invece ogni sua movenza, ogni suo gesto rasenta sempre l'audacia, ma
non mai vi cade dentro.
***
Prima di tutto sul marito — giacchè questa dama aveva un marito; non
solo vivo, ma anche presente: anzi sempre pronto al suo ufficio quando
le convenienze della vita mondana esigevano la presenza del responsabile
titolare. Io lo conoscevo essendo noi dello stesso paese e coetanei: ma
la disparità dei natali, delle relazioni, del genere di vita, impedivano
ogni rapporto più intimo che non fosse il saluto e il complimento
cortese. Il marchese Clodio — tale era il nome — portava un casato
storico ed illustre. Dopo avere speso il decennio che va dai diciotto ai
vent'otto anni nel solito _sport_ del macao e dei cavalli corridori, si
era messo serio; era diventato un uomo posato. Di fatto stava
posatissimo. Magrolino, tristanzuolo, nel circolo dove la sua signora
parlava, rideva, squillava, egli sedeva posatissimo e correttissimo.
Quando non era chiamato direttamente in causa nel discorso, taceva,
lisciandosi e facendo scorrere le dita perlacee della mano inanellata
sulla barba: una barba nera appena segnata di qualche filo bianco,
aristocraticissima, che sarebbe riuscita assai dignitosa se il suo
proprietario avesse avuto un decimetro di più di statura. Quando lei si
decideva a dire: _Allons, mon chéri?_ egli allora si alzava e si
muoveva.
Ma che vale aver detto addio al _baccarat, al chemin de fer, al turf_, a
Monte-Carlo, avere smesso la scuderia dei cavalli da corsa, avere
rinnegato l'orgia notturna, lo _sport_ navale, equestre, quando si
coltiva il più pericoloso degli _sport_? quando ci si fa devoti alla più
legittima ma alla più perniciosa delle orgie? cioè quando l'uomo si fa
devoto delle follìe di una moglie?
Ma ciò che era più faceto si era il giudizio della platea, a cui questo
circolo aristocratico di forastieri e di bagnanti, porgea quotidiano
spettacolo e alimento di voci maligne.
Queste arrendevolezze del marito e alcune dicerie sui dissesti
finanziari nel patrimonio del marchese, davano credito alla voce che
egli vivesse sulle grazie della moglie: un americano che aveva preso in
affitto la più sontuosa delle ville sul mare, che aveva fatto venire
dall'estero un automobile mastodontico, più esotico del carro di Buddha,
che aveva impiantato nel suo giardino il _tennis_ ed il _croket_, che
lasciava il resto del franco per mancia al caffè, che aveva al suo
servizio un cuoco che nessuno capiva ma che sfiorava tutto il mercato
pagando a marenghi senza tirare un centesimo, passava per l'amante di
lei, il marito di Clodio.
Questo _jankee_, massiccio, rossiccio, brutale nella sua parvente
compitezza di gentiluomo, non parlava che il francese. Di italiano
sapeva solo queste parole: _io so, io capisco!_ Quando qualcosa lo
contrariava, quando i regolamenti, le leggi, il costume, ecc.,
sembravano opporsi alla sua sconfinata libertà di far tutto il suo
comodo, soleva dire: _io so, io capisco_: apriva il portafogli e tutti
lo capivano.
Proposizione elittica che voleva dire: «_Io so, io capisco_ che voi
siete un popolo di straccioni: io appartengo ad un popolo di miliardari:
troppo giusto: _io so, io capisco_ che bisogna pagare.»
La malignità e la maldicenza erano giunti a tal punto che correva la
voce avere ella detto che saltato che fosse l'ultimo biglietto da mille,
andrà a Parigi a cominciare una vita nuova di avventuriera. Lui andrà
come agente dell'americano a Nuova York.
I figli — giacchè hanno due piccini — li ritirerà la madre di lui fino
all'età di entrare in collegio. Come siano sorte tali voci nessuno lo
sa. Certo è che tutti compiangono i due piccoli, futuri derelitti di
questa famiglia in prossima liquidazione. Se la governante che li
accompagna conoscesse l'italiano, la interrogherebbero per sapere se ciò
è vero, o fino a qual punto, se riceve la paga alla fine del mese: non
potendo sapere ciò, si accontentano di compassionare i piccini come
fossero figli propri accarezzandoli quando li vedono.
Per mio conto sapevo che il patrimonio del marchese, vistosissimo un
tempo, era oberato da ipoteche, pessimamente amministrato, tutto quel
che si vuole, ma non giunto allo stato di liquidazione come quivi
correva voce. La sola galleria conteneva dei valori inestimabili; due
arazzi fiamminghi del cinquecento nel palazzo marchionale potevano
sempre esser venduti per cento e più mila lire. C'era da sorridere a
coteste dicerie. Confesso inoltre che l'animo mio repugnava di supporre
in tanta abbiezione caduto l'ultimo discendente di una famiglia virtuosa
ed illustre, e questa abbiezione ai piedi di quel paltoniere rosso di
_jankee_ milionario. Me ne sentivo pure offeso in non so quale
sopravvivenza di dignità nazionale, e volevo non credervi. «Imbecille
fin che si vuole, ma non colpevole!» E godevo che il dottore in cotesto
convenisse con me. Egli ammetteva che il marito si trovasse in uno stato
patologico di perfetto dominio della moglie. «Egli è un asceta, un
martire che gode del suo martirio pur di essere il possessore di quella
donna. E come un artista tutto sacrifica per la sua opera d'arte, come
uno scienziato muore per la sua scoperta così questo imbecille corre
lietamente alla sua ruina pur di adornare e rendere felice il suo idolo,
il suo meraviglioso feticcio che ride. Tutto il suo mondo è lì!»
— Soltanto — aggiungeva il dottore — una cotale specie di passione
potrebbe portare ad una specie di pervertimento: il desiderio di far
gustare al publico la propria opera d'arte. Accenno al caso in genere e
come supposizione, non ad un fatto specifico. La cosa vi può sembrare
mostruosa e in contraddizione con la gelosia: eppure avviene più di
sovente di quello che non si pensi, specie in cotesto ceto di gente a
cui il lusso, la ricchezza e l'ozio, l'eccesso del cibo e della bevanda
vanno lentamente formando un ambiente o mezzo morale incredibilmente
immorale in cui non è più possibile distinguere ciò che distinguiamo io
e voi e che in fondo distingue il popolo che lavora e che soffre. Il
giudizio del popolo non è altro che un'espressione falsa di una condanna
giusta ad una società e ad un genere di vita viziosa ed oziosa che deve
scomparire.
Qui cominciava il diverbio etico-sociale fra me ed il dottore: diverbio
che si protraeva finchè le stelle dell'Orsa non cadevano in mare.
Quello però che stupiva era l'osservare come nè l'uno nè l'altra pareva
che si avvedessero di questa atmosfera di obbrobrio e di ridicolo che li
ravvolgea.
Ella sa dell'ingiurioso nomignolo di _marito di Clodio_? ne soffre? ne
gode?
Le sue labbra ridono continuamente, le sue carni esultano in
un'esuberanza di salute magnifica. La sua epidermide ha dei bagliori
metallici di bronzo e d'oro: la sua chioma leonina si sparge come manto
oltre le reni dietro all'accappatoio. L'anca coperta ma nettamente
adombrata dal saio bianco dell'accappatoio, spiega movenze statuarie che
arrestano la gente: e con tutto questo quel granatiere-femina ha delle
estremità squisitamente modellate ed esposte al giudizio di chi le vuol
vedere, giacchè, dalle undici alle dodici, il famigerato marito di
Clodio passeggia fra elegante coorte lungo i rompenti del mare.
Che dice? che parla? di che ragiona?
Meravigliose sciocchezze, che le fanno risplendere i carbonchi degli
occhi iridati e pazzi, più splendenti dei due gran diamanti che le
adornano il piccolo lobo. Grandi risa urlanti come il mare, che le fanno
scintillare le gengive di corallo e le perle dei denti serrati, aguzzi,
ràbidi: giacchè ella ride sempre l'incosciente femina: ride sino a
scoprire tutta la gola.
Solo quando la governante viene alla spiaggia coi piccini — esangui,
delicati e belli come figli di re — ha degli scoppi orgiastici di gioia
lagrimosa, chè veramente ella piange. Allora li solleva, li bacia, li
soffoca, poi li cede alla governante per non ricordarsene che il giorno
seguente.
***
Singolar cosa! Le discussioni fra me ed il dottore, pur raggiungendo le
più eccelse e babeliche cime della fisica e della metafisica, partivano
sempre dallo studio di lei, la incosciente, il marito di Clodio.
— Il suo cervello — diceva egli una sera — se fosse possibile metterlo a
nudo, risulterebbe bianco e liscio come quello di un pulcino, di un
idiota. Finora si sono fatte e si fanno delle questioni astratte di
morale; quasi che la morale fosse un secondo infuso misterioso come
l'anima. Noi invece facciamo delle questioni semplicemente fisiologiche;
e quando lo studio del cervello sarà più avanzato, risulteranno
manifesti molti fatti che oggi a pena si intendono. Certo, anche il
profano, oggi, osservando due cervelli, quello poniamo di un semplice
lavoratore del muscolo e quello di un uomo geniale, vi scorgerebbe
differenze che non sospetta nè pur da lontano. Vi sono cervelli di
pensatori che stupiscono per il lavoro meraviglioso ed immane che devono
avere compiuto: macchine occulte e veramente divine che non conobbero il
riposo se non il dì della morte: rispetto alle quali la fatica degli
schiavi che elevarono le piramidi è un niente....
— Benissimo — ribattei io — vi ho colto in fallo, vi siete scoperto! _ex
ore tuo te judico_ e voi allora che in nome della fisiologia volete
abolito persino il vocabolo «Dio», come irrazionale ed assurdo, nel nome
della scienza non avete poi il coraggio di combattere apertamente
l'assurdo mostruoso della uguaglianza che è il terreno su cui il
socialismo viene edificando il monumento della nuova barbarie. Anzi fate
gli occhi di triglia, gli occhi languidi a questi tetri iconoclasti:
farisei, voi scienziati! preti senza tricorno!
Così dissi io.
Ma il dottore non era uomo da cader di sella anche ad un colpo violento.
La discussione si accalorò, conoscenti ed amici fecero, come di solito,
circolo attorno a noi, assistendo al duello oratorio: alcuni bicchierini
di _cognac_ attizzavano ogni tanto le fiamme della questione: ma la luna
già alta, con la sua gran faccia tonda e il suo viso beffardo che teneva
abbonito il mare, pareva dire: «Sciocchezze antiche come il prezzemolo,
ma di questo assai meno utili!»
Era già trascorsa la mezzanotte quando io ed il dottore ci avviammo
lungo il viale dei villini: il dottore stava a dozzina in una casa in
fondo al detto viale ed io solevo ogni sera accompagnarvelo: salvo caso
di accompagnare, dopo, lui me, e quindi io lui; e molte volte l'alba ci
sorprese in queste scambievoli cortesie.
Le ville in quella notte soave dormivano bianche al lume lunare dietro
le pareti delle betulle e le siepi dei tamarischi; quando ne attrasse un
vivo bagliore che proiettava fin sulla strada. Tutte le finestre a pian
terreno della magnifica villa affittata dall'americano, erano illuminate
sfarzosamente.
— Solita baldoria! — dicemmo all'unisono, quando d'improvviso la gran
vetrata di mezzo si spalancò con violenza e un uomo ne uscì: dietro, il
cameriere in marsina.
— Si metta il cappello almeno, signor marchese — disse la voce del
cameriere che giunse distinta sino a noi.
Era lui, il marchese Clodio.
Nel fascio della luce la sua figura in sparato bianco e giacchetto nero,
apparve distinta: rotolò gli scalini della villa; scomparve nella
macchia di alcuni alti arbusti. Poi più nulla! Il cameriere richiudeva
le vetrate tranquillamente.
Noi ci arrestammo.
Dopo qualche minuto lo vedemmo riapparire: attraversò, barcollando, il
giardino, varcò il cancello, uscì sulla strada dove eravamo noi,
barcollando pur tuttavia come persona ferita, che cerca ove posare. Ad
un certo punto, mentre noi meravigliati osservavamo la nuova scena, non
resse più e cadde di botto. Allora accorremmo.
Rantolava pietosamente.
Al tatto, sentimmo dal suo viso grondare un sudore gelato.
— Marchese — dissi io — che ha? sta male? è ferito?
Aperse gli occhi al richiamo, mi ravvisò, sorrise bonariamente:
— Oh, lei, caro? no ferito, ma mi sento male, molto male. Come? Non lo
so. Questo è il bello.
Lo sollevammo da terra reggendolo per le ascelle, il che ci riuscì assai
facile essendo noi due di aitante statura ed egli assai piccino ed
esile.
In questa grottesca posizione io presentai al marchese il dottore.
— Onoratissimo, caro signore, e.... e.... molto a proposito, molto a
proposito — fece il marchese piegandosi, per fare un inchino, sullo
sparato bianco; ma in quel punto gli spasimi cominciarono atroci.
— Caro amico — fece il dottore a me con quella nobile e pietosa calma
che distingue i seguaci di Esculapio quando v'è urgenza del loro
soccorso — favorite in cerca di una vettura, qualcuna ve ne deve ancor
essere di stazione nello spiazzale dello Stabilimento.
Partii di corsa.
Dieci minuti dopo li raggiunsi con una vettura da piazza.
— Come va?
— Meglio — rispose per lui il dottore; — ora si è un po' liberato e ne
scorgete le tracce anche sulla mia persona.
Il povero marchese, allibito, livido, gli occhi sbarrati, gli abiti
sordidi, stupefatto a quell'uragano che gli era scoppiato nel ventre,
avrebbe eccitato le più allegre risate se la pietà lo avesse permesso.
Nei momenti di tregua, fra uno spasimo e l'altro, ripeteva comicamente,
interrompendosi ad ogni nuovo dolore:
— Io sono mortificatissimo: eravamo tutti a cena allegramente dal nostro
buon amico, _mister_ Douglas, l'americano: si era mangiata la zuppa,
un'eccellente zuppa di gamberetti alla nuovajorkese, specialità del suo
cuoco, quando.... tutto ad un tratto.... Allora, per non disturbare gli
amici, mi sono assentato.... con un pretesto.... Chi non avrebbe fatto
così? Grazie a Dio, nessuno se n'è accorto. Ma chi poteva supporre un
disastro, una cosa simile? Un ciclone ha preso dimora nel mio ventre.
E a me poi diceva:
— Come esprimervi, caro amico, tutta intera la mia gratitudine? e a
questo degno gentiluomo di medico? Se la provvidenza non vi avesse messi
sui miei passi, io sarei rimasto in mezzo alla strada. In piedi non mi
ci reggo più! È deplorevole!
Evidentemente faceva sforzi erculei per sembrare superiore al male: ma
questo, come onda forte, lo spingeva, quasi fuori di sè, verso la
scogliera del dolore.
— Se ci fosse il colera, si direbbe un caso fulmineo di _cholera morbus_
— suggerii io piano al dottore.
Egli alzò impercettibilmente le spalle:
— Certo i sintomi sono questi — rispose.
— E allora che cosa può essere?
Allungò le labbra, come persona che non sa, e si accontentò di
rispondermi:
— Staremo a vedere.
Disse poi:
— Una colica di questa improvvisa violenza potrebbe essere indizio di
qualche grave sconcerto viscerale, cosa che non credo: ad ogni modo
prima di qualche ora ogni giudizio sarebbe prematuro; piuttosto
aiutatemi a tenerlo sollevato.
— Perchè ridete, dottore? — domandai poco dopo.
— Io rido? Mai più.
E pur un sorriso caustico errava sulle sue labbra. L'infermo giaceva
insensibile fra noi due, mentre la vettura correva lungo il viale.
Eravamo giunti in città: quivi il dottore diede il recapito di una
farmacia: come fummo giunti, balzò giù, premette il bottone di guardia e
mentre di dentro si apriva, facemmo scendere il marchese.
— Questo è per voi — disse il dottore al fiaccheraio allungando una
moneta da cinque lire — ma sarà molto bene che non fiatate nemmeno sulla
corsa di questa notte. Potreste avere delle noie anche voi.
— Perchè? — chiesi con cenno al dottore.
Il sorriso ironico gli riapparve ancora sulle labbra.
— Perchè è prudente. Ve lo spiegherò forse fra poco — rispose.
Il giovane di farmacia conosceva bene il dottore e si mostrò
servizievolissimo; accese il gaz e preparò quanto il dottore ordinava.
In breve tempo fu praticata la lavatura dello stomaco, gli fu
somministrata una forte dose di bismuto, e liberatolo delle vesti e
steso su di un divano, gli furono applicate delle compresse calde. Gli
accessi dopo alcun poco si susseguirono con minore violenza.
— Molto meglio, oh, molto meglio — mormorava l'infermo sorridendo
lievemente al piacere di sentirsi liberare dai tentacoli del dolore —
però è inconcepibile, sempre più inconcepibile! Eravamo fra buoni amici!
Una zuppa eccellente! Se avessi ecceduto nel mangiare, capirei....
— Ora riposi un poco, signor marchese — disse il dottore —, si metta in
calma e vedrà che fra un paio d'ore tutto è passato. Anzi, per far
meglio, chiudiamo la porta e lasciamolo al bujo.
Del resto la raccomandazione era vana. Adagiato in un divano del
retrobottega, i gemiti andavan cessando: l'infermo si assopiva
lentamente.
— Adesso pensiamo un poco a noi, caro amico, — mi disse il dottore —
giacchè anche voi sembrate uscito da una fogna.
Mi guardai le vesti inorridito.
— Eh, mio caro — diss'egli filosoficamente — la carità messa in pratica
sul serio non è tra le virtù più profumate!
Il farmacista, ridendo, lasciò scorrere molta acqua in alcune bacinelle;
ci fornì alcuni suoi abiti per ricambio e intanto noi, con gran spreco
di sapone e di spazzola, ci venivamo rimettendo all'onore della luce e
dell'olfatto.
— Bisognerà fare un bucato a posta — diceva il farmacista, un allegro e
gagliardo ragazzone, mentre raccattava, toccandoli a pena, gli abiti del
marchese e li buttava in un canto.
— Per me — diceva il dottore — sono incerti del mestiere, ma per l'amico
mio è un'avventura del tutto inaspettata; almeno dal suo bell'abito di
panama candido. Del resto, siccome lui fa professione di essere buon
cattolico, e c'è un articolo nel codice dei dieci comandamenti che
prescrive di aiutare gli infermi, così può mettere la sua fatica nella
partita di credito verso il buon Dio. Accumulate, amico, e fate fruttare
il capitale al banco di S. Pietro.
— To', ma questo cos'è? — fece all'improvviso il farmacista.
Teneva sciorinato davanti a sè il farsetto nero co' risvolti di raso del
marchese torcendo naso e bocca comicamente.
— Ma questo è odor....
— Vedete? se ne è accorto anche lui — esclamò il dottore sorridendo —
non lo volevo dire, ma vedo che ha capito da sè.
— _E che je venuto in mente a sto fesso de becco fotuto de' pijà la
gialappa?_ — scoppiò a dire nel natio dialetto il degno farmacopòla.
— La gialappa? — feci io con gran stupore — e sarebbe a dire?
— Sarebbe a dire — spiegò il dottore — che il vostro marchese ha preso
uno dei drastici o purganti, che dir vogliate, dei più formidabili.
— Inverosimile — dissi io —: se avesse preso un simile purgante, non
starebbe a domandare come è stato.
— E chi vi dice che abbia preso la gialappa, sapendolo?
— Allora come?
— Come? — spiegò il dottore — A sua insaputa. Supponete per un momento
che a _mister_ Douglas e a' suoi degni compagni la presenza
dell'inseparabile marito non riuscisse gradita questa notte e riuscisse
gradita invece quella della sola moglie, come fare? Dirgli: «Marchese,
vada a letto che per lei è tardi» non si poteva. E allora hanno
escogitato questo mezzo di guerra, questa astuzia degna di un paio
d'anni di galera, della loro malvagità e della dabbenaggine di questo
infelice. Fatta questa ipotesi, caro amico, ritenetela come cosa certa e
avrete la spiegazione di questa avventura notturna.
Il farmacista che stava tutto orecchi ad udire, poichè ebbe compreso,
scoppiò in una risata infrenabile.
Il dottore teneva fissi gli occhi verso di me come per avere la conferma
della sua induzione.
— Se così fosse — risposi io — questo non è uno scherzo, questo è un
delitto.
— Precisamente.
— E allora noi lo denuncieremo!
— Pensandoci prima un poco su — disse il dottore — giacchè il ridicolo
che deriverebbe da un processo di simile genere, sarebbe tale da
uccidere un elefante.
La parola calma del dottore gelò ogni mia risposta.
Il farmacista nella beata spensieratezza dei vent'anni si era scostato
da noi tenendosi il ventre per frenare le risa.
— Ma chi prende un purgante — volli obbiettare ancora — se ne avvede dal
sapore.
— Niente affatto — interloquì il farmacista che aveva sentito la mia
obbiezione e non voleva perdere la stupenda occasione di ridere — la
gialappa ha questo di speciale che è dolce e si maschera benissimo con
qualunque sapore. Se vuole provare, signore, ai suoi ordini.
— E dato pure che ciò sia come voi dite — chiesi al dottore non tenendo
conto della facezia del farmacista — voi credete connivente la marchesa?
Ciò sarebbe mostruoso.
— La connivenza della marchesa non è necessaria. Capirete bene che ella,
se vuole, non ha bisogno di ricorrere a simili espedienti. Aggiungete
che in questo caso la incoscienza o la spensieratezza non bastano per
commettere una simile azione. Ci vuole la brutalità fredda di un
_mister_ Douglas, il quale per la sola ragione che può comperare a peso
d'oro i prodotti più costosi e raffinati della civiltà, appare uomo
civile: nella sostanza un barbaro corrotto dalla stessa civiltà: caso
più che frequente.
— Ah, dunque — dissi io trionfante — lo ammettete senza volerlo che il
progresso o è una conquista morale eroica o non è? La verità è una bolla
d'acqua che appare da sè alla superficie se l'anima non è ottenebrata
dalla passione.
— Siamo alle solite? — fece il dottore di mal animo — Smettetela.
E benchè per il dottore il bene ed il male avessero valore nuovo, questa
volta pareva che egli sentisse l'azione vile di _mister_ Douglas nel
modo medesimo che l'avrebbe potuta considerare uno spiritualista, un
credente nell'anima e nel libero arbitrio di scegliere il bene ed il
male: contraddizione comica in cui cadono sovente molti filosofi
materialisti.
Ma sapendo che nulla offende gli uomini di ingegno come il porre in
raffronto e il coglierli sul fatto della loro contraddizione, così mi
tacqui sul cominciato proposito e chiesi in quella vece:
— Lo scopo, amico, di un'azione simile.
— Lo scopo? Ma è semplicissimo — interloquì il farmacista —: un'orgia da
disgradare le cene di Nerone che ho lette nel _Quo Vadis_.
Noi due tacemmo: il medesimo pensiero si era già formato nella nostra
mente.
— Lui — proseguiva trionfante il farmacista — si permette la libertà di
stare sempre alle costole di lei, sempre legato alle magnifiche colonne
delle sue gambe. Credete che ciò faccia piacere a tutti? No! e loro lo
hanno mandato a letto col mal di pancia. Uno stratagemma permesso nel
codice d'amore.
La facezia del giovanotto rimase senza risposta.
— Comunque sia, ciò non ne riguarda che molto mediocremente — concluse
il dottore —; fra poco quando si sveglia gli darà del _cognac_. Noi
bisognerà che andiamo a bussare a casa sua: il disgraziato non può mica
uscir di qui in camicia!
L'orologio segnava le tre del mattino.
— Fra mezz'ora saremo di ritorno.
Il farmacista, mentre noi ci muovevamo per uscire, ribatteva dolcemente
gli sportelli, esclamando:
— Ah, bellissima! chi l'ha imaginata è un genio! la gialappa usata come
artiglieria nelle guerre d'amore! Sono invenzioni che non vengono che
dall'America. Se non la mando ai giornali faccio una malattia!
***
Caminammo silenziosamente. Essendo la luna piena, un guardiano del gaz
correva di fanale in fanale a spegnere. Nessun altro nella via.
Infine io non potei a meno di esporre questo pensiero che mi si veniva
formando invincibilmente nell'animo:
— Noi due, io benchè credente o quasi, voi benchè positivista,
determinista o come più vi piace chiamarvi, ci accordiamo però in una
cosa suprema: combattere la violenza fra uomo ed uomo. Ebbene, eccoci
qui nel caso di invocare la riparazione di una violenza con un'altra
violenza, e quel che è peggio, noi dobbiamo convenire che se
quell'infelice d'un uomo avesse avuto solo l'opinione di prepotente e
violento, quella gente là un tale scherno non lo avrebbero nemmeno
imaginato, non che fatto. Dunque? Dunque la villania e la violenza sono
una virtù. Uno può coscientemente affaticarsi a spegnere in sè gli
istinti secolari della violenza per poi accorgersi un bel giorno che in
certi casi quel difetto sarebbe la più invocata delle virtù. Ora la mia
ragione mi dice: prendi un'arma e uccidi! ma sento che la mia mano, non
abituata alla violenza, si rifiuterebbe a simile atto. Quale confessione
penosa e umiliante!
Il dottore mi lasciò parlare a mio agio finchè giungemmo al palazzo dove
abitava il marchese. Egli era ospite di una casa patrizia della città, e
abitava al piano terreno. Battendo col bastone sulle persiane giungemmo
dopo replicati tentativi a farci aprire una finestra.
Apparve un cameriere.
— La marchesa è tornata a casa? — domandò per prima cosa il dottore.
— Non ancora, non sono ancora tornati, nessuno dei due: ma già è il
solito! Veramente questa notte è più tardi del solito.
— Bene, fate il piacere di aprire: il marchese si è sentito poco bene
questa notte; e abbiamo bisogno di abiti e di biancheria per cambiarlo.
Nessuna meraviglia, nessuna domanda da parte del domestico.
Ci venne ad aprire, ci fece lume senza disturbarsi nè anche a fare una
domanda: che male avesse il padrone e chi fossimo noi.
Precedendoci con la candela, passammo per una stanza dove dormivano i
due figli del marito di Clodio. Per il caldo avevano respinto le coperte
e i due corpicciuoli ignudi erano graziosamente atteggiati nel sonno: le
testoline d'oro sprofondavano nel guanciale. Un senso di pietà profonda
scese nell'animo nostro.
— Ma dormono soli questi poveri piccini? — non potei a meno di osservare
sottovoce al cameriere.
— La _bonne_ si è allontanata un momento, oh, ma non si svegliano: fanno
un sonno tutta la notte; se si svegliano, vada pur là che si sentono.
Vidi il dottore che crollava il capo pietosamente.
Io non risposi nè quegli disse parola. Abbassò il lume che avea alzato
sulle nostre teste affinchè contemplassimo i piccini. Sacra infanzia! di
te prende forma il Redentore del mondo: e il germe del male è sì piccolo
o latente tuttora in te, sacra infanzia, che le pupille del bimbo si
affissano attonite, soavi, sublimi perchè prive ancora del male.
Generata in un istante di oblio o di follia, tu grande pura pupilla
infantile riduci chi ti generò a meditare su le mirabili leggi che
sostengono la vita: dicono le pure pupille al padre, alla madre:
«Purificatevi, siate buoni, siate concordi, operate il bene secondo la
buona legge!» Dicono i corpi gracili a chi li generò: «Difendeteci,
alimentateci! allontanate il dolore e il male da noi perchè voi ci
generaste!» ed è questa la ragione perchè il pianto del bimbo penetra
nell'animo più acuto di una spada, più severo delle leggi dei codici!
I due corpicciuoli dei figli del marito di Clodio, buttati là sul letto
come se una mano brutale ve li avesse scagliati, dicevano a noi questa
querela mentre il padre e la madre correvano alla loro pazza ruina.
Il cameriere non doveva avere questi pensieri pel capo: esso ci diede
una muta di vestiario, la biancherìa richiesta, ci avrebbe data la casa
se la avessimo domandata. Che cosa importa ai camerieri? Giacchè il
cameriere è l'uomo a cui nulla importa. Rinchiuse la porta senza nè
anche domandare a chi avesse consegnato quella roba.
Ritornammo verso la farmacia, ma avevamo a pena svoltato l'angolo che il
giovanotto ci venne incontro:
— Ah, sono loro — fece da lontano — lo hanno incontrato?
— Chi incontrato?
— Quello della gialappa, il marchese.... Oh, bella!
— Ma il marchese non è qui?
— Macchè, è scappato via di corsa, io gli sono andato dietro per un
poco, l'ho chiamato, gli ho domandato se era diventato matto, eh sì!
correva come una bicicletta: «Va un po' a farti....» e sono tornato in
bottega.
Il dottore aggrottò le ciglia e domandò al giovanotto:
— Ma lei gli ha detto niente? Evidentemente lei deve aver commesso
qualche imprudenza....
— Che imprudenza vuole che abbia commessa? Ecco come sono andate le
cose: poco dopo che sono partiti loro due, mi ha chiamato e mi ha detto
che stava bene e che si voleva alzare. Allora io gli ho dato il _cognac_
secondo la sua prescrizione, e poi gli ho detto che lor signori erano
andati a prendere degli abiti....
— Ebbene?
— Bene, lui si è messo a sedere lì e beveva il _cognac_: «Gran
gentiluomini.... veri gentiluomini!» e poi dopo con quei suoi occhi
stupidi, mi guardava lisciandosi la barba da becco e andava ripetendo
ogni tanto: «Pare inconcepibile, pare inconcepibile una malattia
improvvisa così terribile! Perchè si era lì fra amici, una zuppa
eccellente di gamberetti alla nuovayorckese....» Allora mi scappò la
pazienza; a chi non sarebbe scappata? e ho detto: «Ma che zuppa
eccellente! Macchè gamberetti! Di gamberi ce n'era uno solo, ma questo
non era nella minestra: era fuori della minestra! Nella minestra c'era
soltanto la gialappa, di quella buona. Non ha capito ancora che lei ha
preso la gialappa?» Allora mi guarda con due occhi grandi così, e sarà
rimasto con la bocca aperta per un quarto d'ora. «Ma sì la gialappa, non
ha sentito che la zuppa era dolce?» È rimasto lì: e poi dalla bocca
aperta è venuto fuori un urlo che lo devon aver inteso anche al terzo
piano, e poi? poi chi lo ha visto? Credo che abbia preso il suo
_smoking-coat_ ed è scappato via.
— Imprudente — fece il dottore.
— Perchè imprudente? Sarà andato a casa.
— Se veniamo noi da casa e non l'abbiamo incontrato!
— Avrà preso un'altra strada, di notte non ci si vede.
— Che imprudenza — ripetè il dottore — Quel disgraziato ha capito tutto.
— Quel cretino? Ma che vuole che abbia capito mai? Anche se gliela fanno
sotto gli occhi non capisce.
Non c'era altro da dire nè da recriminare.
Uscimmo dalla farmacia, dolenti entrambi dell'accaduto e ci avviammo
alle nostre case presso la riva del mare.
E dopo che eravamo andati alquanto in silenzio, io chiesi:
— Quali induzioni voi ricavate, amico, da questa fuga repentina? un
risveglio della sua dignità d'uomo e di gentiluomo? o una fuga per
isfuggire la presenza d'un testimonio della propria vergogna?
— L'ora per le induzioni — rispose il dottore — non è la più adatta,
amico; fra poco sarà giorno. D'altronde accontentiamoci di soccorrere i
mali degli altri, come abbiamo fatto questa notte, ma non di più; non
condividiamo la sventura altrui benchè si dica ogni giorno questa trita
frase: «io partecipo alla vostra sventura.» Fra le altre cose non è
pratico: trasmettiamo a noi l'infezione terribile della sventura senza
liberare l'infermo. Credete a me!
— Eppure — replicai io — Platone e Socrate prima di Cristo dissero e
scrissero: «bisogna dare altrui parte delle proprie gravezze.»
— Visionari, mio caro, non tanto Socrate e Platone e Cristo quanto voi.
Essi avevano un gran tempo da perdere e davanti una vita eterna, o
almeno erano convinti di averne, il che fa lo stesso. Quindi potevano
sacrificare in oziose ricerche questa vita reale per l'acquisto
dell'altra vita ideale. Noi no, assolutamente. Noi abbiamo i nostri
affari, limitati a breve scadenza di tempo. E poi a quest'ora in cui le
cellule del cervello dovrebbero riposare, è terribile cosa affaticarsi
intorno a queste vane questioni. Più tosto affrettate il passo giacchè
il letto quando il sole si alza non è ospite così benigno come quando il
sole tramonta.
Il cielo infatti schiudeva la sua palpebra grande in oriente, sul mare,
e una luce gialla era sospesa nell'aria. Andavamo lunghesso il viale. In
fondo il mare era d'una bianchezza lattiginosa. Le betulle e i
tamarischi erano ancora addormentati chè il fremito dell'alba non li
aveva destati ancora.
Il nostro passo suonava chiaro in quel silenzio, lungo la minuta ghiaia
del viale che conduce al mare, quando un suono stridulo e pazzo ci
percosse, e da presso: e quasi nel tempo medesimo apparve un gruppo di
gente, e avanti al gruppo, il rosso, il magnifico rosso dell'abito
serico di lei, il marito di Clodio: una gran macchia di porpora in quel
giallo sbiadito dell'alba, un gran scroscio di risa e canti impuri in
quel silenzio, quasi raccolto e sacro dell'alba.
Il marito di Clodio avanzava su tutti per conto suo con le preziose
penne del cappello a sghimbescio, con le mani si teneva su le grevi
trine delle gonne, e sollevandole a modo delle cantatrici, avanzava
cantando la sconcia canzone:
Ciribibì, che bel piedin!
Il gruppo che seguiva non pareva partecipare a quel canto orgiastico.
— A terra! — ebbe appena tempo di suggerire il dottore che egli già si
era nascosto dietro la siepe dei tamarischi — io lo imitai così che
coloro non ci scorsero.
Procedevano lentamente, fermandosi ogni tanto, e perchè erano soli
parlavano forte e le loro parole nell'aria immota giungevano ogni tanto
al nostro orecchio. Non si comprendeva bene, ma erano recriminazioni
reciproche fra gli uomini: le donne tacevano. Perchè c'era _mister_
Douglas con due suoi accoliti e due dame di gran vita mondana e di turpe
reputazione. Quegli abiti da luce elettrica stridevano nel chiaro
giorno, nella purità dell'alba solenne, come una bestemmia nel
raccoglimento di una preghiera.
Quando furono presso di noi, udimmo uno degli accoliti dire a _mister_
Douglas:
— Caro Douglas, le cose non sono andate, perfettamente, secondo i vostri
programmi....
— Io, conte — disse freddamente una delle dame — ve lo avevo preavvisato
ieri? Fate, ma guardate che vien fuori uno scandalo. So come è fatta
quella donna, credetelo a me! Pare, ma vi sbagliate. E voi, no! Bisogna
accenderla! dicevate. L'avete accesa e cosa avete guadagnato? guardate
lì....
Si erano fermati davanti a noi: guardammo lì dove indicava il dito della
dama: esso segnava il volto di _mister_ Douglas che prima, non avevamo
osservato.
L'uomo camminava cupo e preoccupato: teneva sul volto un fazzoletto,
rosso di sangue. Il volto era striato di lividure e di solchi sanguigni.
I due uomini scoppiarono in una risata, ma era un riso acido e forzato.
Disse uno dei due:
— Una lotta indimenticabile, uno spettacolo unico: tutta la cristalleria
per terra faceva l'effetto d'una scarica di wetterli. _Mister_ Douglas,
se voi conservate ancora gli occhi porgete i dovuti ringraziamenti ai
due sottoscritti. La marchesa tirava alla faccia, disperatamente. Ma
sapete che ce n'è voluto per distaccarla?
— _Fi des betises, fi des bêtises, mes amis_ — muggiva _mister_ Douglas
— _plutôt tâchez d'apaiser ce diable de femme_.
— Io? — disse l'altra dama che non aveva parlato — io no! Già che dice
che sono stata io.... mai più...!
— Scusate — le disse in tuono insinuante e persuasivo il secondo
accolito — l'idea dell'ètere è balenata veramente a voi....
La dama scattò: — Ma l'etere _volatilisé.... un petit peu_ — per dare
_de la spiritualité à l'ivresse_. Ma l'etere liquido nel _cognac_
l'avete versato voi.... proprio voi!
— Caspita, voleva andar via per seguire il marito....
— Ebbene, e allora _mister_ Douglas — replicò la dama — doveva capire
che era inutile tentare più in là. Siete stati _grossiers_, molto
_grossiers_ tutti e tre.
— Dovevate, dirlo allora.
La dama alzò le spalle.
— Andrò io — disse l'altra dama — qui bisogna finirla, bisogna calmarla.
Oramai vien gente. È uno scandalo e dei peggiori.
Si staccò dal gruppo e si accostò alla marchesa.
— Marchesa! — disse umilmente. — Marchesa! — e le toccò l'abito.
Allora ella si voltò: la vedemmo di fronte. Gli occhi erano pazzi e
vitrei.
— _Mister_ Douglas è pentito — insinuò la dama — è stato un equivoco,
assolutamente un equivoco: domanda perdono. Un momento di follìa
provocato dalla passione! Mettetevi composta, viene gente. Andiamo a far
la pace. Suvvia!
Il marito di Clodio cessò di cantare ciribibì; fissò gli occhi in volto
alla dama, poi, come un organetto a cui è stato mutato il registro,
riprese su altro tuono:
Pace non voglio fare
Sono ostinata...!
La dama ritornò con un gesto di rabbia ai suoi.
— È inutile! Ha cominciato con le canzonette e non la finisce più!
— _Tout finit par des chansons!_ — filosofò l'uno degli accoliti.
Consultavano fermi davanti a noi sul modo come frenare quella pazza
ubbriaca.
E consultando indugiavano ad avanzare come se quello star fermi avesse
ritardato l'avanzar della luce. Ma il sole oramai saettava strali vivi
nel cielo; le piante si destavano, un fragor di ruote annunciava la
gente e il nuovo giorno.
Ventilavano il progetto di una carrozza, di un farmaco, di lasciarla
sola e così discutendo si erano mossi alquanto.
Un fremito di rabbia scuoteva i miei nervi e se il polso fermo del
dottore non mi avesse trattenuto, confesso che mi sarei lanciato fra
quella gente.
— Caro mio — sussurrò il dottore quando ci potemmo levare in piedi —
pensate: se dovessimo reagire contro tutte le viltà che si commettono,
bisognerebbe prima di tutto domandare al buon Dio un sistema muscolare e
un sistema nervoso fatto con cura privilegiata. Lasciate passare!
In piedi, io fremente, egli col polso fermo su me osservavamo il gruppo
che si allontanava, quando accadde un fatto inatteso, o almeno a cui più
non pensavamo.
Un piccolo uomo sbucò dal viale di fianco e si lanciava contro _mister_
Douglas con un grido di guerra già preparato nel petto: «Vigliacco,
vigliacco!»
Era il marchese Clodio.
Successe un parapiglia e una mischia oscena di tutte quelle figure: la
voce _vigliacco!_ che squillava sempre, si spense ad un tratto. Il
gruppo cadde a terra. Clodio giù: sopra, la mole feroce dell'americano.
Di comune e tacito consenso accorremmo gridando noi pure forte:
«Vigliacchi!»
Al rumore de' nostri passi quella gente sostò, atterrita; si volsero, ci
fissarono. Fu un attimo. Poi scapparono di fuga: e noi ci trovammo sopra
il gruppo di Clodio disteso a terra col sangue che gli grondava dalla
fronte e lei, disperata e lagrimante, che diceva ripetendo: — Oh, mio
povero Clodio, mio piccolo Clodio! I nostri poveri piccini dormono a
quest'ora e non lo sanno!
***
La sera di quel giorno si sparse la notizia che il marchese Clodio e
_mister_ Douglas si sarebbero battuti alla pistola: noi veramente lo
sapemmo prima degli altri perchè due signori, rappresentanti del
marchese Clodio, vennero a richiedere l'amico dell'opera sua come
medico: ma egli si rifiutò decisamente, sdegnosamente dicendo: — Per un
uomo in quelle condizioni fisiche e morali battersi a duello vuol dire
suicidarsi. No! Piuttosto una cosa: Date un mio consiglio al marchese:
carichi la rivoltella e quando incontra l'americano gliela scarichi
contro. Il consiglio gliel'ho dato io.
***
Ma fu vano consiglio.
Il duello ebbe luogo la mattina seguente e il marchese Clodio ebbe la
fortuna di cavarsela con una spalla fracassata da un colpo di pistola.
Fu per espressa volontà del marchese che il dottore ed io venimmo
chiamati al letto del ferito.
V'era la marchesa.
Trovandoci per la prima volta al cospetto di lei, io, ed il dottore
pure, fummo presi da turbamento. Arrossivamo per lei.
Ella era impassibile. Parlò della ferita, della cura dei bimbi, di tutto
fuor che un accenno alla causa di quella ferita. Pareva che si fosse
trattato di un'altra persona.
A qualunque ora del giorno e della notte noi ci fossimo recati a
visitare l'infermo, la marchesa era immobile, calma, al capezzale.
Ora, la febbre altissima richiedendo una sorveglianza notturna, disse il
dottore:
— Signora, sarà necessario provvedere una infermiera per la notte.
— La infermiera sono io.
Ogni obbiezione fu inutile. Infermiera volle essere il giorno e la
notte.
Si trasmutava di giorno in giorno: pallida per le lunghe veglie, ma
composta, ma non una traccia di pianto: anzi una specie di ilarità
interna che appariva in una dolcezza e in una signorilità sorprendenti.
Quando la febbre decadde e cominciò la convalescenza di Clodio, ci
intratteneva spesso ad un tavolino da tè, presso il letto dell'infermo.
Ragionava con molto buon senso dei bambini, dell'educazione da dare, e
ogni consiglio del dottore era accolto con vivi segni di riconoscenza.
Pareva che imparasse una lezione preziosa, che si addentrasse in un
giardino meraviglioso di purità dove ella, donna, metteva il piede per
la prima volta. E ne era beata!
In verità noi assistemmo in quei giorni ad un fenomeno inesplicabile
quanto meraviglioso anche pel mio amico dottore: cioè allo sviluppo
della cellula della coscienza nel cervello di colei che fu chiamata il
marito di Clodio.
Come siano fatte queste cellule e dove abbiano sede il dottore non sa
ancora, ma egli assicura che si tratta di uno speciale gruppo
protoplasmatico che può essere eccitato da una speciale commozione
morale o anche da cause traumatiche.
Comunque si voglia credere su tale proposito, il fatto vero e provato è
questo che la marchesa divenne da allora in poi moglie e madre
esemplare.
Questo lo imparai dalla conoscenza del marchese col quale divenni ottimo
amico, non dalla cronaca. Anzi la cronaca cessò di occuparsi di lei: il
suo nome non suonò più sulle labbra del publico, le sue _toilettes_ non
furono più argomento di descrizione nei rendiconti dei giornali, giacchè
questa è la sorte che tocca alle donne virtuose: il più completo
silenzio sul conto loro.