Da qualche tempo in qua le passeggiate estive del notaio Barreca col
dottor Ballocco non erano più assolutamente silenziose come da
tant'anni.
Da anni ed anni, ogni giorno, ad ora fissa, verso le cinque pomeridiane,
il notaio deponeva la penna, chiudeva nell'armadio atti, registri,
minute, staccava dal chiodo infisso al muro la tuba, prendeva
dall'angolo dell'anticamera, dove l'avea riposta entrando, la sua mazza
di sorbo; e, scesi cautamente gli scalini sbocconcellati del suo studio
notarile, si fermava su la soglia della porta, col pomo della mazza
sotto il mento, zufolando sommessamente in attesa dell'amico dottor
Ballocco. Poco dopo, puntualissimo, il dottore appariva dalla Via della
Spera, lungo lungo, magro magro, camminando come un palo che stenti a
reggersi ritto, dando una spallata a destra ed una a sinistra, quasi non
potesse altrimenti mettere in moto le gambe sottili. Allora il notaio si
staccava dalla soglia avviandosi; il dottore gli veniva incontro; e,
messisi l'uno a fianco dell'altro, senza salutarsi, senza scambiare una
sola parola -- il notaio continuando a zufolare sommessamente la sua aria
favorita, il dottore dondolandosi su le gambe sottili -- partivano per la
loro passeggiata fuori le mura, quasi fossero state due persone che
andavano assieme per caso, senza badarsi, sovrappensiero, ognuna pei
fatti suoi.
Usciti fuori Porta Vecchia, infilavano il gran viale alberato a passi
gravi e lenti, come si addiceva a persone serie e che non avevano
fretta, il notaio non smettendo un istante il suo monotono zufolìo, il
dottore svagandosi a buttar di lato, con la punta della sua canna
d'India, i sassolini e gli sterpi che gli capitavano tra i piedi; e così
percorrevano tutto lo stradone, girando torno torno il paese, fino ai
forni di mattoni fumiganti laggiù, sotto la spianata, che pareva una
terrazza fatta a posta per godervi comodamente la vista dell'immenso e
incantevole paesaggio.
Ma nè il notaio nè il dottore si curavano mai di dargli un'occhiata;
anzi gli voltavano le spalle, sedendosi sul muricciolo, l'uno
continuando il sommesso monotono zufolìo -- fìchiti-fon! fìchiti-fon! --
l'altro armeggiando coi sassolini e gli sterpi o tracciando linee e
ghirigori sul suolo polveroso, fino al momento che scattavano, tutti e
due, quasi spinti da una molla. E tornavano addietro, a passi gravi e
lenti, rifacendo la strada allo stesso modo, ripassando sotto gli alberi
del gran viale, rientrando per la Porta Vecchia; e, arrivati al posto
dove si erano incontrati un'ora avanti, si staccavano l'uno dall'altro,
senza scambiarsi una parola, senza farsi un cenno di saluto; il notaio,
per andar a chiudere le finestre e la porta del suo studio e licenziare
lo scrivano che l'attendeva; il dottore, per risalire la via della Spera
e mettersi a sedere nella farmacia dello Storto, come chiamavano il
farmacista, perchè aveva una gamba un po' storta e zoppicava.
Nei giorni di pioggia, assai rari, il notaio ed il dottor Ballocco
sembravano due anime in pena, coi nasi all'aria sotto gli ombrelli,
davanti a la porta dello studio notarile. Il notaio scendeva giù, quasi
non si fosse accorto che pioveva, e stava ad aspettare il dottor
Ballocco, che non tardava a spuntare dalla cantonata, con l'ombrello
aperto, col solito passo, quasi non si fosse accorto della pioggia
nemmeno lui. E tutti e due si fermavano accosto al muro, spiando il
cielo, lanciando occhiatacce alle nuvole, scotendo la testa contro il
cattivo tempo, che avrebbe potuto attendere almeno un'altra ora prima di
rovesciarsi giù e guastargli la passeggiata!
Non dicevano una parola; s'intendevano con gli sguardi, con cenni del
capo: -- Spiove! -- Non spiove! -- Spiove! -- E occhiatacce al cielo, e
spallucciate d'indignazione contro la pioggia che non smetteva e
minacciava di inzupparli. -- Spiove! -- Non spiove! -- Spiove! -- Poi,
tutt'ad un tratto, il notaio chiudeva l'ombrello e si ficcava dentro la
porta dello studio notarile; e il dottor Ballocco si spiccava dal muro e
andava via, balenando, quasi la pioggia gli avesse rammollite le gambe.
Nè una parola, nè un saluto, come nelle passeggiate.
Da qualche tempo in qua però le loro passeggiate non erano più
assolutamente silenziose. Arrivato a un punto dello stradone, una sera,
il notaio si era fermato per guardare in alto verso il ciglione a
destra; e, dopo una muta contemplazione di qualche minuto (il dottore si
era fermato pure lui, messo in curiosità dall'insolito caso) aveva
esclamato con un sospiro:
-- Ecco quel che mi ci vorrebbe!
-- Che cosa? -- avea domandato il dottore.
-- Quella rovina lì, quelle quattro mura crollanti, quello spazio!
-- Per che fare?
-- Per fabbricarmi una casa. Nella mia già stiamo come tante sardelle nel
barile!
-- Sfido io! Con una moglie come quella!...
Ed il dottore, pronunciate queste parole con tutta la più acre sua
ironia di scapolo impenitente, aveva ripreso la passeggiata, senza
curarsi di vedere se l'amico lo seguiva.
Alludeva alla straordinaria prolificità della signora Barreca, che tre
volte di seguito avea fatto al marito il bel regalo di due figliuole
alla volta, dopo altre due regalategli prima; e quando ella usciva di
casa, pareva la chioccia coi pulcini, con quelle otto ragazze a canne
d'organo, da Lisa, la maggiore, spilungona di quindici anni, a Rosina
che avea tre anni ed era alta quanto una forma di cacio.
Il dottore non sapeva perdonare al suo amico la corbelleria di aver
preso moglie passata la quarantina.
All'annunzio del primo parto gemello, si era messo a ridere
compassionevolmente, crollando la testa. All'annunzio del secondo, era
balzato, guardando in faccia il povero notaio che si grattava la nuca
imbarazzatissimo. Al terzo, prima era scoppiato a ridere
sgangheratamente, poi, con un grande sdegno negli occhi, lo aveva
sgridato:
-- Ma che diavolo! Sei ammattito?
Quasi il povero notaio ci avesse colpa lui.
Certamente era stata una corbelleria prender moglie a quarantadue anni e
prenderla così giovane, che avrebbe potuto essergli piuttosto figlia. Ma
la ragazza aveva una buona dote; ma egli era rimasto solo al mondo e gli
affari gli andavano a gonfie vele. Aveva calcolato che due, tre figli
non sarebbero stati troppi, e si era lasciato lusingare dalla dolce
prospettiva di avere una famigliuola e morire circondato da persone che
gli avrebbero dovuto voler bene. Invece!... Troppa grazia, Sant'Antonio!
come diceva quello. Otto ragazze, e non un solo maschio per far vivere
il nome dei Barreca, che si sarebbe estinto con lui, ultimo rampollo di
una lunga progenie di avvocati, di canonici e di notai.
Egli perciò portava rancore alla moglie; e ad ogni nuova gravidanza di
lei diventava cupo, intrattabile, sfogando anche in casa il suo malumore
con quel sommesso zufolìo -- fìchiti-fon! fìchiti-fon! -- che voleva
significare: Vediamo se anche questa volta!... -- Ormai non sperava più
che colei smettesse il vizio, come egli soleva dire, di far due
figliuole a ogni parto.
Per fortuna gli affari prosperavano tuttavia; e un lontano parente della
moglie era morto, lasciandole in eredità una bella sostanza.
Ma in quella casa, portatagli in dote da donna Rita, tutto quel popolo
di ragazze non si poteva più raggirare. Le stanze sembravano camere da
ospedale con due, tre letti ognuna, secondo lo spazio. Per ricevere
qualche cliente che veniva a trovarlo di buon'ora, il notaio avea dovuto
rannicchiare un tavolino e due seggiole in un bugigattolo che serviva da
salotto e da anticamera.
La casa dei Barreca, comoda ed ampia, era toccata al fratello maggiore,
morto lasciando un figlio che gli era andato dietro, l'anno dopo,
nell'altro mondo. La vedova, che aveva ereditato, si era subito
rimaritata; e la casa era passata, con gran cordoglio del notaio, in
mano di un avvocato suo avversario nelle elezioni municipali, il quale
forse aveva sposato la vedova soltanto per fargli un dispetto.
Così ora si trovavano, in quella ristretta casa dotale, moglie,
figliuole e lui, pigiati come tante sardelle nel barile, secondo la sua
espressione. Si sentivano mancar l'aria.
Le finestre di quattro stanze davano in un cortile ingombro di macerie,
appartenente a un vicino che non voleva farlo mai ripulire.
Un solo terrazzino su la via; e la signora Barreca aveva pensato
d'ingombrarlo talmente di vasi di basilico, prezzemolo e menta, utili
erbette per la cucina, che vi si poteva affacciare uno per volta; e poi
era quasi proprietà assoluta delle bambine minori, che non avevano posto
migliore per farvi i loro giuochi infantili un po' all'aria aperta.
È vero che il notaio stava pochissimo in casa, ma in quelle poche ore
del pranzo e della cena, vedendosi sempre davanti e dattorno le otto
figliuole che crescevano a vista d'occhio, e che fra qualche anno
avrebbero voluto un po' più di luce e d'aria per non morire di anemia,
sentiva una sorda irritazione contro sè stesso e contro tutti; e per un
nonnulla montava in bestia, urlava, dava scapaccioni alle figliuole,
trattava male fino i clienti se non si capacitavano, di primo acchito,
delle ragioni e dei consigli da lui dati per menare a buon porto un
negozio.
Ormai l'idea di trovare un'altra casa da affittare da comprare era
divenuta, a poco a poco, una fissazione per lui. Ma non era come dirlo!
Chi aveva una bella casa, in quel suo paesetto, se la teneva per sè;
v'era nato e voleva morirvi; e in quanto ad affittare, si trattava di
catapecchie per contadini soltanto.
Fabbricarsela! Non c'era altro verso. Fabbricarsela di sana pianta,
spaziosa e pulita..... Un convento!..... Non ci voleva meno di un
convento per tutti loro! Fabbricarsela, o pure avere la virtù miracolosa
di S. Francesco di Paola che, tira, tira, lui da un capo ed il falegname
dall'altro, aveva allungato fino alla giusta misura una trave troppo
corta pel tetto della chiesa in costruzione. Ah! Allora il notaio si
sarebbe appoggiato con le spalle a uno dei muri della casa, e, ponza,
ponza, l'avrebbe allargata quanto occorreva, in modo da potervi stare
comodamente anche con una dozzina di figliuoli! E così fantasticando,
una volta gli era accaduto di appoggiare le spalle al muro e puntare i
piedi al suolo e far forza, quasi San Francesco di Paola avesse dovuto
comunicargli la sua virtù miracolosa.
Avea tastato qua e là, questa e quella persona, e incaricato un certo
faccendiere; avea promesso mance a parecchi se gli trovavano una casa da
comprare o da affittare: niente! Alla fine uno gli aveva suggerito:
-- Perchè non comprate i casalini del palazzo Collotta?
-- Il barone non li vuol vendere.
-- Chi ve l'ha detto?
-- Il suo procuratore.
-- È un mascalzone; lo dice per farvi dispiacere.
-- Dispiacere a me? Che gli ho fatto?
-- Non so.
-- Ma bisogna buttar giù tutto e cominciare dalle fondamenta!
-- I quattrini li avete; metteteli fuori.
Entratagli questa pulce nell'orecchio, aveva scritto direttamente al
barone in Palermo ed attendeva la risposta. E per ciò quella volta si
era insolitamente fermato a guardare i casalini sul ciglione, a destra
della passeggiata; e ripeteva l'atto ogni sera, interrompendo lo
zufolìo, ripetendo, con gran dispetto del dottore:
-- Ecco quel che mi ci vorrebbe!
Il dottore alzava le spalle, non si fermava neppure, e con la punta
della sua mazza colpiva sassi e sterpoli, mandandoli da questa o da
quella parte dello stradone, rabbiosamente.
-- Commetterai una seconda corbelleria, più grossa di quella di prender
moglie! -- profetizzò una sera all'amico.
-- Che debbo fare dunque? -- rispose il notaio stizzito.
-- Crepare là dove stai. Tanto, siamo vecchi. Non te ne accorgi?
*
* *
Un mese dopo, una mattina, di buon'ora, ecco uscire di casa del notaio
la chioccia coi pulcini, e lui dietro; andavano a vedere il posto della
casa nuova, come già la chiamavano.
Uno sfacelo. Muri crollati o crollanti; scale rimaste per aria,
pavimenti sfondati; e, tra le macerie, erbacce parassite e ortiche alte
così, che parevano alberelli. Donna Rita non sapeva dove mettere i
piedi, atterrita di vedere le bambine sguinzagliate sotto gli archi, su
i mucchi di pietre e calcinaccio, col pericolo di rompersi il collo. Il
notaio gongolava, zufolando allegramente il suo eterno fìchiti-fon!
fìchiti-fon! che ora significava: Finalmente ci son riuscito! Egli non
badava alle bambine, non si curava degli strilli delle due minori che
avevano abbrancato le ortiche e si sentivano frizzare le mani quasi
avessero toccato carboni roventi. Eretto sur un grosso pezzo d'intaglio
rimasto ritto come un cippo funerario in mezzo alle macerie, trinciava
con la sua mazza di sorbo fantastiche linee, elevava piani, divideva
stanze: qui l'anticamera, là il salotto, qua la camera matrimoniale, là
la sala da pranzo; e ad oriente, dalla parte dello stradone, la fila
delle stanze da dormire per le ragazze, una per ognuna; e sotto, a
pianterreno, l'orto o giardinetto, fiori e frutta..., _miscuit utile
dulci_. Dalla gioia, parlava latino a Lisa che gli stava a lato e
insisteva per avere una cameretta con l'alcova.
-- Perchè con l'alcova?
-- Mi piacerebbe così!
-- Vedremo! Vedremo! Ma che aria, eh? E che sole!
-- E che vento, non lo dite? -- lo interruppe sua moglie.
-- Vento? Quando tira, tira da per tutto. Non dire sciocchezze!
La signora Barreca contraddiva raramente suo marito.
Era donnina calma, rassegnata, che sopportava come gastigo de' suoi
peccati i tre parti di gemelle e tutta quella figliolanza femminile.
Bionda, smorta, vestita sempre di scuro, badava alle faccende di casa,
che non erano poche, alle bambine che dovevano andare a scuola e
facevano i compiti su la tavola da pranzo senza tappeto, per paura dei
calamai frequentemente rovesciati; e sorvegliava Lisa, la spilungona (il
nomignolo glielo aveva appiccato il notaio, per compiacenza della
statura di lei, e le sorelle glielo ripetevano spesso sapendo che ella
ci si arrabbiava). La sorvegliava all'insaputa del marito, per evitare
scene e guai; le aveva trovato in un cassetto una letterina amorosa di
uno studente in vacanza, e poi aveva intercettato la risposta in mano
della serva, che era stata mandata sùbito via.
-- Che ha fatto, da mandarla via? -- voleva sapere il notaio.
-- Questa è faccenda che mi riguarda! -- avea risposto donna Rita. -- Vi ho
forse domandato perchè avete preso un nuovo scrivano?
Ed il notaio la guardò meravigliato di quella risposta che gli era parsa
straordinaria arditezza. Egli l'aveva abituata a non aver volontà, a non
interrogare, a non ragionare di niente. In casa era un despota
silenzioso -- fìchiti-fon! fìchiti-fon -- e bastava; meno le non rare
volte che montava in furia, spesso per un nonnulla, e buttava tutto per
aria, piatti, bottiglie, bicchieri, facendo tremare gli usci e le
imposte dagli urli, minacciando di legnare mamma e figlie! Qualche
vicino accorreva. Le ragazze si erano già rinchiuse nelle loro
camerette; donna Rita piangeva zitta zitta in un canto; e il notaio, con
gli occhi rossi e la faccia congestionata, se la prendeva con le
seggiole, con la tavola da pranzo, con gli usci, dando un pugno qua, un
calcio là, fino a che la presenza di quell'estraneo non lo faceva
rientrare in sè.
-- Andiamo! Che è questo, signor notaio!
-- Non sono padrone in casa mia? Non posso fare quel che mi piace?
Comando io, sì o no? Voglio essere obbedito!
-- Ha ragione! Sta bene... Ma si calmi!
Brontolava ancora un poco, poi si calcava sul capo la tuba, prendeva la
mazza di sorbo, e andava via zufolando.
Dal giorno però che aveva firmato il contratto di compera dei casalini
del barone Collotta -- non si poteva più dire: _del palazzo_, perchè non
c'era in piedi neppur la facciata -- il notaio parve cambiato di punto in
bianco; moglie e figlie quasi non lo riconoscevano più, udendolo
chiacchierare a tavola, specialmente dopo cena, della futura meraviglia
della casa nuova.
Voleva fare le cose in grande; far crepare di rabbia certa gente. I
quattrini erano lì pronti, in bei biglietti da cento e da mille, messi
da parte a posta, accumulati l'uno su l'altro. Non doveva cavarsi il
cappello a nessuno.
E tirava fuori da una cassetta della scrivania la pianta della casa, e
la stendeva su la tovaglia, lieto che le bambine piccine gli montassero
su le ginocchia per guardare, e si leticassero le camere quasi fossero
già allestite di tutto punto, ed esse dovessero andare a dormirvi fra un
quarto d'ora.
Invece, appena da una settimana i manovali lavoravano a sgombrare il
terreno dalle macerie, a buttar giù i muri crollanti, ad ammucchiare le
pietre ancora servibili per la prossima costruzione. Il notaio passava
lunghe ore colà, fra nugoli di polvere, stimolando gli operai,
sollecitando i ragazzi che coi corbelli di vimini portavano lo
sterriccio sui carretti, segnando nel taccuino i viaggi dei carrettieri
per non farsi rubare da quella canaglia. Lo scrivano veniva di tratto in
tratto a chiamarlo per un testamento, per un contratto di matrimonio,
per un _brevetto_; e il notaio si staccava a malincuore da quelle
macerie, da quello sterriccio, da quello spazio che di mano in mano
sgombrato, pareva ingrandirglisi davanti agli occhi. Ma intascando i
diritti notarili, sorrideva pensando che anch'essi avrebbero aiutato a
murare qualche sasso di più. E, all'ora solita, era sempre sulla soglia
dello studio notarile, col pomo della mazza di sorbo appoggiato sotto il
mento, zufolando sommessamente in attesa del dottor Ballocco; e
avviandosi assieme con lui per la passeggiata, ora affrettava un po' il
passo fino al punto dello stradone, a cavaliere del quale doveva sorgere
fra un paio di mesi la facciata della sua casa. Non si fermava più, ma
si voltava a guardare, e interrompeva lo zufolìo per dire al dottore:
-- Sei finestre e un balcone in mezzo.
O pure:
-- La cucina, dalla parte di là.
O pure:
-- Nell'orto ho già piantato le viti!
Brevi parole, accenni che continuavano un suo ragionamento interiore,
quasi l'amico avesse potuto vederlo pensare, e per ciò capire che cosa
egli volesse dirgli.
Il dottore crollava il capo, faceva una spallucciata. Per lui il _mal
della pietra_ era la peggiore delle malattie; si sa quando si comincia,
ma non si sa quando si finisce. Gli architetti sono furbi; vi dicono: --
Spenderete mille; nè un soldo di più, nè un soldo di meno! -- Avrete
speso venti mila e sarete appena a metà dell'opra!... Vah! se il notaio
non gli aveva voluto dar retta, peggio per lui. -- Tutto questo il
dottore lo pensava, ma non lo diceva; o lo diceva a modo suo, con la
punta della mazza, spingendo di qua e di là i sassolini, i pezzetti di
carta, gli sterpi, qualunque cosa gli capitava tra i piedi; stizzito che
ora quella passeggiata, prima così bellamente silenziosa, avesse mutato
carattere con queste interruzioni. E respirava, appena il notaio non
poteva più avere il pretesto di voltarsi perchè il ciglione, nella
curva, non lasciava scorgere il posto dove una volta sorgeva il palazzo
del barone Collotta. Infatti il notaio poco dopo riprendeva il suo
zufolìo, e i due strani amici continuavano la singolare passeggiata. Le
persone che li incontravano sorridevano, fermandosi per vederli passare,
udire il fìchiti-fon! fìchiti-fon! del notaio già divenuto leggendario
in paese, e osservare il dottore che pareva incaricato di tener netto lo
stradone dai sassolini e dagli sterpi. Parecchi già avevano notato che
il notaio ora si lasciava scappar di bocca qualche parola; e la cosa
sembrava sorprendente a dirittura!
Mentre i muratori scavavano le fondamenta, il notaio faceva zappare e
piantar l'orto da uno dei suoi contadini. Due piante di peschi, tre di
nespoli del Giappone; le viti, già legate al palo, indicavano dove fra
un anno si sarebbe visto il pergolato. Poi, lungo il muro a secco che
calava a piombo su lo stradone, in attesa della balaustrata di legno,
una bella fila di vasi da fiori, conici, panciuti, di tutte le
dimensioni, parte già pieni di terra, parte vuoti; sarebbero stati lo
spasso delle figliuole. Ai peschi, ai nespoli e all'uva avrebbe badato
lui. Con la fantasia, li vedeva carichi di frutta dorate dal sole;
pesche grosse così, con la gota rossa e la bella peluria fresca; nespole
succose, acidule, che gli facevano venir l'acquolina in bocca al solo
pensarci; e uva bianca e nera pendente in grossi grappoli, da cogliere
lì per lì all'ora del pranzo con le sue proprie mani! E il fresco da
godersi l'estate, in maniche di camicia, in pantoffole, come un papa,
con le bambine attorno! Quasi le figliuole dovessero rimanere sempre
bambine e Lisa non fosse già una donnina.
E perciò gli pareva che i muratori andassero a rilento, e le fondamenta
stentassero a uscire a fior di terra. E sorrise quando vide salire su, a
poco a poco, la facciata, coi pilastri delle porte che parevano
germogliassero, e vide porre i davanzali delle finestre e poi gl'intagli
e poi il cornicione, in cima. Seduto sotto un vecchio ombrellone di seta
rossa per non arrostirsi al sole, il notaio zufolava, mentre i muratori
cantavano accompagnandosi a colpi di cazzuola. Pensava a certe persone
che dovevano diventare più verdi dell'aglio e masticar tossico, passando
per lo stradone, ora che di laggiù la casa poteva sembrare compiuta col
tetto e con le imposte alle finestre! Fìchiti-fon! Fìchiti-fon!
Pareva un altro, sempre di buon umore, quantunque vedesse di giorno in
giorno diminuire i biglietti di banca, non ostante che ogni settimana ve
ne aggiungesse parecchi! Andavano via come l'acqua! Ma non voleva dir
niente, se la casa nuova sorrideva, fresca come una rosa, al sole, col
bel portoncino dalla parte di Via Lunga, di faccia alla chiesetta di San
Cosimo; bella comodità anche questa, per andarvi a udir messa le
domeniche senza attendere troppo.
Era di buon umore, e non sapeva persuadersi perchè mai ora Lisa stesse
sempre imbroncita, e fosse divenuta un po' aspra nelle risposte alla
madre.
-- Che ha Lisa? -- egli domandava alla moglie.
-- Niente.
-- Ha i nervi, mi pare.
-- Ragazze!
Donna Rita non avrebbe mai detto quel che era accaduto una mattina,
quando ella avea sorpreso la figliuola mentre parlava dalla finestra col
suo studentello. L'aveva afferrata per le spalle, tirandola dentro; e
allo studentello che scappava avea fatto intendere che lo avrebbe fatto
prendere a calci dal notaio; e alla serva del proprietario del cortile,
che si era affacciata alla finestra e rideva, aveva detto che ci avrebbe
avuto poco gusto a praticare quel bel mestiere all'insaputa dei suoi
padroni; doveva essere stata lei a dar agio di penetrare nel cortile
allo sbarbatello screanzato! E siccome la serva aveva risposto
malamente, n'era nato un putiferio...
Lisa stava in broncio; la mamma la trattava con modi assai bruschi. E il
notaio, alla spiegazione della moglie -- Ragazze! -- pensava che i nervi
Lisa non li avrebbe più avuti lassù, nella casa nuova, con tutta
quell'aria, con tutta quella luce!
E per svagarla, la mattina dopo condusse colà tutti, la chioccia coi
pulcini. E le mura umide e il tetto risonarono degli allegri strilli
delle ragazze che si rincorrevano per le stanze senza usci e coi
pavimenti di gesso. Madonna Rita diè un pizzicotto alla figliuola,
facendola ritirare dal terrazzino, perchè laggiù nello stradone
passeggiava lo sbarbatello malcreato, col sigaro in bocca, con le mani
nelle tasche dei calzoni e il naso per aria, verso il terrazzino,
impertinente sfacciato!
*
* *
Ah! quel dottor Ballocco era stato un uccellaccio di malo augurio.
Sì, sì, nella casa nuova si stava larghi e comodi; ma quell'inverno il
povero notaio, che cominciava a sentire gli acciacchi della vecchiaia,
aveva passato terribili nottate e bruttissime giornate col vento di
levante che urlava e fischiava e pareva volesse schiantar la casa dalle
fondamenta. Due, tre inverni di quella sorta, ed essa sarebbe stata
sconquassata peggio di prima. I due peschi, stroncati; i nespoli,
sfrondati; il pergolato buttato giù a catafascio; i vasi dei fiori, la
più parte ruzzolati per terra come se durante la nottata ci fosse stato
qualcuno che avea giocato alle bocce con essi; parecchi ridotti in
frantumi. Miracolo che le imposte avessero resistito e che soltanto
pochi tegoli fossero stati portati via, come foglietti di carta, e
buttati sul selciato di Via Lunga!
Quella mattina il povero notaio, imbacuccato nel vecchio ferraiuolo, col
berretto da casa calcato fin su gli orecchi, per poco non pianse vedendo
tanta distruzione. Le figlie e donna Rita gli andavano dietro, rizzando
i vasi, sollevando i sostegni del pergolato, raccontandosi le paure
della nottata, perchè esse, nate e cresciute in quell'altra casetta
incastrata fra case più alte che la proteggevano da ogni lato, non
avevano nessuna idea delle ventate di levante. Colà avevano dormito come
tra la bambagia; qui invece, la notte avanti, avevano avuto tanta paura
che erano saltate giù dai letti; e il notaio e donna Rita, che
recitavano paternostri e avemmarie, se le erano viste comparire in
camera, mezze vestite, a piedi scalzi, atterrite, piagnucolanti. C'era
voluta tutta la severa autorità del notaio per indurle a tornare nelle
loro camerette.
Ora ridevano tra loro, rammentando certi gesti, certe parole di questa e
di quella, durante il terrore del vento; facevano un chiacchiericcio
allegro che indispettiva il notaio; parevano divertirsi in mezzo a tutta
quella rovina che dava loro tanto da fare lì dove il babbo non voleva
che mettessero le mani e quasi quasi neppure i piedi, perchè la cura
dell'orto doveva essere tutta sua. Ma ecco: il danno che egli temeva
venisse fatto dalla sbadataggine delle ragazze, il vento glielo aveva
fatto, e centuplicato, in poche ore!
E stava a guardare, divagando, dando incoraggiamenti; soltanto si
meravigliava che Lisa se ne stesse zitta in un canto, e che donna Rita
brontolasse sotto voce rivolgendosi a lei.
-- Ma che hai -- le domandò -- con quella figliuola?
-- Niente!
La solita risposta. Non poteva dirgli: Guardate lì, quello sbarbatello
che fa l'asino con lei!
Lo studentino, seduto sul muricciolo dello stradone lì sotto, fumava,
dondolando le gambe, guardando lassù, fingendo di cavar di tasca il
fazzoletto per soffiarsi il naso, e agitandolo un po' in segno di
saluto, lo smorfioso!
Ed erano passati due anni, due anni cattivi. I fondi avevano fruttato
poco, ora perchè le piogge non erano venute a tempo, ora perchè i
seminati erano stati invasi dalla ruggine, e gli ulivi malmenati dalla
nebbia sul punto della fioritura. Anche gli affari cominciavano a
scarseggiare; le tasse si mangiavan tutto. Chi aveva quattrini se li
teneva in tasca! E poi c'era la concorrenza del nuovo notaio,
giovinastro che si dava l'aria di pezzo grosso, perchè aveva messo su
uno studio con bei mobili e faceva aspettare i clienti in anticamera,
quasi fosse stato un ministro. E i babbei abboccavano; accorrevano da
lui che li spennacchiava senza farli stridere, buttando loro negli occhi
la polvere delle belle maniere, dei salamelecchi, come se il codice e la
procedura consistessero nei salamelecchi e nelle belle maniere! Ah che
tempi! Veniva in uso la moda anche pei notai! Si doveva giungere a
questo con l'_Italia una e pagnotte cento_! Basta! Egli era vecchio
ormai! E senza quel nugolo di figlie, avrebbe chiuso lo studio notarile;
e chi avrebbe voluto l'opera sua, avrebbe dovuto venire a pregarlo in
casa, col cappello in mano, quasi per ottenere una grazia!
Passava lunghe ore nell'orto, a covare con gli occhi le nespole del
Giappone che pendevano a grappoli dai rami, e covare l'uva del pergolato
che ingrossava al sole... cento, dugento, trecento grappoli... non
riusciva a contarli esattamente; li avrebbe colti con le sue mani fra
qualche mese: intanto bisognava difenderli con la zolfatura
dall'_oidium_, e anche dal barbaro gusto delle ragazze a cui piaceva
l'agresto!
Soltanto a Lisa egli permetteva di accompagnarlo laggiù certe mattine, a
Lisa che era savia, seria, e che gli ispirava una particolar tenerezza
scorgendola, inesplicabilmente, avversata dalla mamma in ogni cosa.
Visto che donna Rita non gli dava nessuna plausibile spiegazione di quel
suo strano contegno, egli si era rivolto alla figlia, un po' acre anche
lei nelle risposte e nei modi:
-- Ma insomma, che avete tutte e due?
-- Niente.
Se la faceva sedere accanto, sul muricciolo; ragionava con lei delle
piante, delle faccende di casa; e di mano in mano che passavano per lo
stradone persone di sua conoscenza, si metteva a sparlar di loro
ricordando il passato: -- Quello lì è un gran ladro! Quell'altro un
usuraio! Questo qui un ipocrita, che va a messa tutti giorni, ed ha
spogliato i pupilli di suo fratello!
E una mattina che scorse laggiù lo studentino col sigaro in bocca e il
naso per aria, disse:
-- È della razza! Poveri e superbi! Suo padre era usciere di pretura, ma
si è messo a fare lo strascina-faccende davanti al conciliatore, dopo
che è stato cacciato via dall'ufficio! Sua madre... lasciamola stare!...
Suo fratello maggiore è andato a far la guardia di finanza! Costui vuol
diventare... che cosa? Non lo sa neppur lui! Finge di studiare!...
Invece del sigaro, comprati due soldi di pane, morto di fame!...
Lisa si faceva di mille colori, udendolo parlare così.
-- Che ve ne importa? -- esclamò stizzita. -- Ognuno deve badare ai fatti
propri.
E lei infatti badava, zitta zitta, sorniona, ai fatti propri, con la
testina sconvolta e il cuore in fiamme per lo studentello; e resisteva
alla guerra sorda della mamma che la minacciava di accusarla al notaio,
com'ella chiamava abitualmente suo marito.
-- Accusatemi!
-- Ti spaccherà la testa! Ti farà uscir dal cervello il sangue pazzo!
-- Lasciate che me la spacchi!
-- Te la spaccherò io prima di lui!
-- Spaccatemela!
Intanto il cattivo esempio di Lisa noceva alle altre sorelle che
venivano immediatamente dietro a lei.
Con quelle finestre su lo stradone, era un via vai di ragazzacci. Donna
Rita non poteva aver occhi per tutte. E quelle testoline sventate si
aiutavano a vicenda.
Un'amica avea avvertita donna Rita dello _scandalo_ che dava tanto da
ciarlare in paese; e la poveretta ci perdeva la salute dalla gran bile
che inghiottiva. Un giorno o l'altro, se la cosa arrivava agli orecchi
del _notaio_, sarebbe stato il finimondo in casa loro; quando il
_notaio_ imbestialiva... Dio ne scampi! Tanto più ora che gli affari
andavano male e le spese aumentavano di giorno in giorno. Solamente a
pensare ai vestiti e alle scarpe per tutte, c'era da sentirsi prendere
dalle vertigini! Donna Rita malediceva la casa nuova e chi l'aveva
consigliata a suo marito. Nell'altra, le ragazze stavano un po'
ristrette, sì, ma come in un convento. Qui, con tutte quelle
finestre!... Se lei badava alla parte di via Lunga, le ragazze _facevano
il telegrafo_ dal lato opposto. E poi, con quella nuova diavoleria del
saper leggere e scrivere! Prima almeno non c'era da temere che le
vecchie povere venissero a picchiare all'uscio per l'elemosina e per
portare biglietti amorosi! Viveva per ciò in continua ansietà; e ogni
volta che il notaio tornava a casa più abbuiato del solito, ella tremava
di veder scoppiare l'uragano paventato.
Scoppiò una sera, quando meno donna Rita se l'aspettava.
Quel giorno il notaio era stato più allegro dell'ordinario. Aveva
condotto giù nell'orto le figlie con panieri e canestri per cogliere
l'uva. Montato su la scaletta, con una mano afferrava delicatamente il
grappolo e tagliava il gambo con l'altra, armato di una forbice arrotata
a posta per non fare strappi alla vite. Prima l'uva bianca, poi la nera;
e le ragazze erano salite in casa in processione, coi panieri e coi
canestri su la testa come tante vendemmiatrici. Poi il notaio, che non
aveva mai loro permesso di assagiarne un chicco, ne aveva distribuito un
grappolo a ognuna, dando su la voce alle scontente che volevano i
grappoli più belli e più grossi. I più grossi voleva mandarli in regalo
al dottor Ballocco; glielo avrebbe annunziato durante la passeggiata.
E fu allora, bel ringraziamento! che il dottore gli disse a bruciapelo:
-- Tu rimbambisci con l'uva, e intanto c'è chi vuol coglierti l'altra
uva, assai più saporita!
-- Quale? che intendi?
-- Le ragazze! Non avete occhi dunque, tu e tua moglie?
-- Bada a quel che dici!
-- Dico la verità!
E siccome il notaio, sbalordito dall'incredibile rivelazione, si era
rimesso inavvertitamente a zufolare, il dottore, per dovere di amico, si
capisce, continuò:
-- Ecco il bel profitto della casa nuova!
E raccontò quel che sapeva. Non avevano occhi dunque, lui e sua moglie?
-- Anche Lisa? -- balbettò il notaio.
-- Sì, sì, peggio delle sorelle; col figlio dell'usciere Caniglia!
Nominò pure gli altri; una filza! Il povero notaio non zufolava più; il
sangue gli era salito al capo.
Arrivò a casa con gli occhi iniettati di bile, con la schiuma alle
labbra; e sbatacchiato l'uscio dietro a sè, cominciò a distribuire
schiaffi e pugni come un pazzo furioso.
-- Ah! te lo do io il figlio di Caniglia! Te lo do io Bacarella! Te lo do
io Rumasuglia! Civette! Screanzate! Ah! Ah!
Inseguiva per le stanze le figlie che tentavano di salvarsi, urlando e
piangendo. E quando non poteva colpir loro, buttava per aria seggiole,
tavolini, dava calci agli usci delle camere dove le ragazze erano corse
a rinchiudersi mettendo i paletti. Trovatosi faccia a faccia con sua
moglie che piangeva e strillava con le mani fra i capelli, le si piantò
dinanzi agitando in alto i pugni convulsi:
-- E voi, signora donna Rita, non sapevate niente, non vi accorgevate di
niente!
-- Ho fatto tanto! -- esclamò la disgraziata per scusarsi.
E fu peggio. Il notaio le mise brutalmente le mani al collo, e forse
l'avrebbe mezza strozzata, se donna Rita, fatto un falso movimento per
scansarsi, non fosse cascata per terra.
-- Donna Rita!
Il notaio, che infine non era una bestiaccia senza cuore, diè un grido e
l'aiutò a rialzarsi. E accertatosi che sua moglie non si era fatta male,
un po' meno irritato, cominciò a rimproverarla:
-- Perchè non me n'hai detto mai niente? Perchè!
-- Per non farvi prender collera, Gesùmmaria!
-- Brava!... Brava davvero!... Bravissima!...
Le faceva profondi inchini, torceva la bocca, gestiva con ironica
approvazione, tornava a farle sarcastiche riverenze, girandole attorno
con vivacità giovanile. Poi tutt'a un tratto, si lanciava a chiudere gli
scuri della finestra, sbatacchiandoli, spingendo rabbiosamente i
lucchetti.
-- Così!... Così!... Tutte le finestre! Saranno anzi inchiodate con
chiodoni da ottanta!
E picchiava agli usci delle camere delle ragazze.
-- Aprite; se no, sfondo l'uscio a calci! Aprite!
Mezza giornata d'inferno; col gran guaio che qui non c'erano vicini da
poter accorrere per calmare il notaio e condurlo via. Tutte le finestre
chiuse; le ragazze tremanti attorno alla tavola da pranzo, coi lumi
accesi quasi fosse notte, ognuna col suo lavoro in mano, zitte zitte, a
testa bassa, sotto il roteare furibondo degli occhi del notaio che, a
intervalli, si rivolgeva a questa o a quella, a Lisa sopratutte:
-- Te lo do io il figlio di Caniglia! A quel morto di fame fa gola la
casa, la dote! Sì! Sì!
Uno, due, tre giorni, va bene, poteva durare. Con le finestre
ermeticamente chiuse la casa sembrava disabitata, o la famiglia colpita
da lutto. Il dottor Ballocco, che se n'era accorto durante la solita
passeggiata e nel passar da Via Lunga andando attorno per le sue visite,
disse al notaio, scherzando:
-- Fate gli esercizi spirituali in casa?
Il notaio grugnì. Il dottore, indovinato quel che doveva essere
accaduto, soggiunse:
-- Non andare in eccessi! Infine... le ragazze...
Sentendosi quasi dar torto da colui che primo gli aveva aperto gli
occhi, il notaio perdè la pazienza e rispose:
-- Tu bada ad ammazzare i tuoi clienti!
Risposta che fece ridere il dottore, quantunque avesse davvero su la
coscienza parecchi e parecchi dei suoi clienti in tant'anni di pratica.
*
* *
Il notaio Barreca, pareva incredibile! non aveva mai pensato che un
giorno o l'altro quelle otto ragazze doveva maritarle, dotarle, se non
voleva vedersele spighire in casa. E perciò dava ragione a sua moglie
che timidamente gli diceva: Bisogna pensarci!
Ma in che modo? Conducendole alla fiera, forse? O mettendole all'asta?
Bisognava raccomandarsi a Dio, al Patriarca San Giuseppe e a San
Francesco di Paola! Se non provvedevano loro che sono santi
misericordiosi!...
E aspettando, intanto mutava tattica. Spalancava le finestre, tentava di
prender le figlie con le buone:
-- Ci penseremo io e vostra madre! Vogliamo il bene vostro; non vogliamo
infelicitarvi! Qui vivete da regine. Che vi manca? Una casa che è un
palazzo! Un orto! E aria e luce!
La casa era il suo orgoglio. Magnificava anche l'orto con le ragazze,
dimenticando che se stendevano un dito alle pesche, alle nespole o
all'uva, le sgridava quasi avessero commesso un sacrilegio.
E si figurava di esser riuscito nell'intento, perchè vedeva e Lisa e
Rosa e Clementina e Paolina assorte nel cucire, nel ricamare, nel far di
calza quando il babbo stava in casa; perchè non levavano gli occhi dal
libriccino delle preghiere, le domeniche in chiesa, ora che egli le
accompagnava come un cane da guardia, e i mosconi che ronzavano là
attorno, alla vista di lui, prendevano il largo; eccettuato
quell'impertinente del Caniglia! Egli, al contrario, andava a piantarsi
vicino a una colonna, imperterrito, col petto dell'abito infiorato,
dando occhiate di fuoco a Lisa, sfidando lo sdegno del notaio, che non
sapeva chi lo trattenesse dal rompergli su la testa la mazza di sorbo, e
si rodeva il fegato per non fare uno scandalo. Frenarsi gli costava uno
sforzo immenso; tanto che una volta, invece di dir le devozioni durante
la messa, dimenticò di essere in chiesa, e si mise così sbadatamente a
zufolare, -- fìchiti-fon! fìchiti-fon! -- che donna Rita dovette tirarlo
per la falda dell'abito e rammentargli che si trovava nella casa di Dio!
E cascò dalle nuvole il giorno che il canonico Tasca, confessore di
Lisa, dopo avergli offerto una presa di ottimo rapè, con molte
circonlocuzioni, per dovere del suo santo ministero, venne a dirgli
nello studio notarile:
-- Fate la volontà di Dio! Date la vostra benedizione!
Il notaio lo guardò in viso, stralunato, senza poter profferire una
parola.
-- Si sa, matrimoni e vescovati dal ciel son destinati! -- conchiuse il
canonico.
E offerse una seconda presa di rapè.
-- Sentite, signor canonico -- gli disse, scattando, il notaio --
Ringraziate prima Dio e poi l'abito sacro che portate addosso. Qualunque
altro...
-- Non ne parliamo più; voi siete il padre. Io ho fatto il mio dovere di
confessore. _Benedicite!_ E scusate! -- replicò secco secco il canonico,
levandosi da sedere per andar via.
Il notaio corse a casa.
-- Dov'è Lisa?
Ansava, balbettava.
-- Dio mio! Che è accaduto? -- esclamò donna Rita.
-- Niente. Dov'è Lisa? Chiamatela.
E quando dava del voi, voleva dire tempesta!
Appunto Lisa usciva di camera sua, tranquilla, a testa alta, più
spilungona dell'ordinario, tanto si teneva ritta sul busto e su le
gambe, fermatasi, dopo aver fatto pochi passi, alla vista del padre che
la fulminava con lo sguardo.
-- Ah, tu mi mandi il confessore!
Lisa accennò di sì con la testa.
Il notaio allibì.
-- Ed hai la faccia tosta di volere la mia benedizione?
Lisa fece una mossa con la testa per significare: Se volete darmela!
-- Ti maledico! -- urlò il notaio.
Donna Rita gli turò la bocca:
-- No, no!... È peccato mortale!
-- La maledico!... -- replicò il notaio, scansando la mano della moglie. --
Dalla testa ai piedi!...
E si avanzò coi pugni stretti, levati in alto, contro la figlia che
rimase là, impassibile, pallida come un cencio, mordendosi le labbra.
Donna Rita la prese per le spalle e la spinse in camera gridandole:
-- Pazza! Pazza! Farai morire di crepacuore tuo padre!
Infatti, fu proprio miracolo che il notaio non morisse di un accidente
la mattina che donna Rita -- quasi il cuore glielo presagisse -- alzatasi
per tempo, andò difilata nella cameretta di Lisa. Visto il letto intatto
e non trovata lei colà, cominciò a correre per la casa, dandosi pugni su
la testa, chiamando sottovoce: Lisa! Lisa! svegliando le altre figlie,
perchè l'aiutassero a cercare dappertutto, prima che il notaio potesse
capire di che si trattava. Fortunatamente il notaio dormiva, russando; e
il dottor Ballocco, mandato a chiamare in fretta e in furia con la
serva, potè arrivare in tempo per dargli lui la trista nuova. Donna Rita
si raccomandava.
-- Lasciate fare a me! -- la rassicurò il dottore.
-- Sarà un terribile colpo!
-- Lasciate fare a me!
Ed entrò nella camera del notaio, che aperse gli occhi allo
scricchiolare dell'uscio, meravigliato di veder lì, a quell'ora, il suo
amico che soleva venire da lui soltanto per qualche visita da medico.
-- Chi sta male?
-- Nessuno. Non ti spaventare... Cose che accadono!... -- si lasciò
scappar di bocca il dottore.
-- Quali cose?
E il notaio, tossendo, si rizzò a sedere sul letto.
-- Quali cose!... Quali cose! Niente... Lisa... è scappata... ecco!...
Col figlio di Caniglia!... Giacchè vuoi saperlo! Ecco! Meglio che tu lo
apprenda subito. Eh? Eh? Non fare il ragazzo!
Il povero notaio si era rovesciato, smorto smorto, sui cuscini.
Il colpo era stato così forte e così inatteso che lo aveva istupidito.
-- Benissimo! -- egli diceva (la voce però gli tremava). -- Una di meno! Si
starà più larghi!... Con la scala di legno? Dalla parte dell'orto?
Benissimo!... Io le avrei aperto il portone a due battenti, se avessi
saputo... Si starà più larghi!... E la sua camera rimarrà chiusa per
sempre... Quella figlia è morta! Nessuno qui deve nominarmela! È morta;
per me e per tutte, capite? Ora si chiama Caniglia, non più Barreca! Già
l'avevo maledetta!... E torno a maledirla!... Vi dispiace? (S'era
rivoltato contro la moglie, a un gesto di orrore di lei). È morta e
sepolta... Che si credono? Che mi lascierò intenerire? Che darò la dote?
Ha fatto male i suoi conti il signor Caniglia!... Chi vuole andarsene,
se ne vada! Tu, donna Rosa, col tuo Bacarella! Tu, donna Clementina, col
tuo Rumasuglia!... Mie figlie sono soltanto quelle che mi rispettano e
mi vogliono bene. Chi vuole andarsene, se ne vada; l'uscio è lì.
Chiamatemi un prete; voglio far ribenedire la casa! Questa è casa
maledetta!...
Donna Rita e le figlie piangevano zitte zitte, col fazzoletto agli
occhi, come se davvero fosse morto qualcuno in quella casa nuova che
aveva sconvolto le teste delle ragazze, prima così timide e così
savie!... Donna Rita se la prendeva con la casa anche lei; anche lei
stimava necessario farla ribenedire da cima a fondo!
In pochi mesi, il notaio sembrava invecchiato di dieci anni; donna Rita,
peggio. Ora egli passava lunghe ore nell'orto, badando alle zucchine che
vi aveva piantate in un angolo e che venivano a meraviglia; al pergolato
che metteva tralci nuovi e pampini da coprire l'incannucciata e non
lasciar passare un raggio di sole; alle nespole del Giappone, che
ingrossavano penzolanti a gruppi dai rami. E donna Rita badava a recitar
rosari e a raccomandarsi alla Madonna e a tutti i santi del paradiso,
perchè guardassero loro le sue figliuole, mentre invece avrebbe dovuto
guardarle lei e avvedersi che Rosa e Clementina avevano già ripreso a
civettare più accanitamente di prima.
Pareva volessero protestare in quel modo contro la vita da monache a cui
erano condannate. Dopo la fuga di Lisa, casa e chiesa, chiesa e casa;
messa tutte le mattine; mai una passeggiata, mai visite ad amiche. E le
ragazze si sfogavano telegrafando disperatamente dalle finestre,
scendendo giù nell'orto prima dell'alba per trovarvi qualche biglietto
lanciato su dallo stradone con un sasso avvolto in un pezzo di giornale,
e lanciando allo stesso modo le risposte dalla finestra, con
meravigliosa destrezza.
Rumasuglia insisteva con Clementina:
-- Facciamo come tua sorella e Caniglia! Non c'è altro verso!
-- Se mi vuoi bene, non parlarmi più di questa cosa! -- ella rispondeva.
-- Facciamo come tua sorella e Caniglia! -- ripigliava l'innamorato.
E visto che non c'era proprio altro verso!...
Fu dopo quasi diciotto mesi dalla fuga di Lisa. Stavano per andare a
cena. Donna Rita condiva l'insalata in cucina; il notaio già seduto a
tavola, in maniche di camicia pel gran caldo, affettava anticipatamente
un bel cocomero grondante ancora dell'acqua del pozzo dov'era stato
immerso mezza giornata per rinfrescarlo. Ed egli era sul punto di
assagiarne una fettina, quando rizzò le orecchie al parlottìo sommesso
che si udiva in cucina, all'andare e venire frettoloso delle ragazze da
una stanza all'altra... Paolina, la minore di tutte, s'era affacciata
all'uscio della sala da pranzo, aveva guardato il babbo ed era scappata
via. Egli chiamò, per sapere che diamine era accaduto, nessuno rispose,
nessuno accorse. Tornò a chiamare più forte:
-- Clementina! Clementina!
Il primo nome che gli era venuto alle labbra.
Gli risposero strilli e singhiozzi dalla cucina. Allora il pover'uomo,
con la fettina di cocomero in mano corse colà.
-- Che è stato? Che è stato?
Le ragazze erano scappate via. Donna Rita lo prese pei polsi:
-- Notaio mio! Notaio mio! -- balbettava, guardandolo negli occhi
atterrita.
Il notaio si lasciò cascar di mano la fetta di cocomero; aveva capito!
-- Chi? -- domandò.
-- Clementina!... Scellerata!... Scellerata!
-- Non è niente!... Zitta! Non è niente!... Morrà di fame, come
l'altra!... Non è niente!... Ma darò querela... Ratto di minorenne! C'è
la giustizia! Ratto di minorenne, ti dico! -- replicò calcando la voce,
al gesto di negazione fatto da donna Rita:
-- Ha compiuto ieri i ventun anni!
Il notaio non seppe che rispondere, avvilito:
-- Andiamo a tavola! -- disse tutt'a un tratto.
Donna Rita credette che dal gran dolore, egli fosse impazzito.
-- È destino! Andiamo a tavola!
E uscì di cucina, e andò a picchiare agli usci delle camere delle
figlie:
-- A tavola! A tavola!
E tutte dovettero sedersi a tavola, come se niente fosse accaduto; e
dovettero mangiare l'insalata e il pesce fritto. Mentre egli faceva, al
suo solito, le parti, la forchetta però gli tremava in mano e tintinnava
su l'orlo del piatto. Silenzio funebre. Sottecchi, di tanto in tanto,
alla sfuggita, le figlie guardavano il padre che stentava a inghiottire.
E siccome l'altra volta non aveva più pensato a far ribenedire la casa,
il notaio rifletteva:
-- Qui c'è qualche spirito diabolico! Non può essere diversamente!
*
* *
La casa fu ribenedetta; le sorveglianze e i rigori aumentati. Ma era
davvero destino, come aveva detto il notaio. All'anno preciso, una bella
mattina, senza dire nè ai, nè bai, Rosa, scendendo lesta lesta le scale,
si buttava su le spalle lo scialle nero di seta, regalatole dal padre
due giorni avanti, e filava via con Bacarella, il giovane merciaio che
aveva messo su bottega nella Piazza Piccola, con rivendita di sigari e
di liquori. L'avevano vista attraversare la via sola sola. Bacarella,
che l'attendeva alla cantonata, le era andato incontro, e tutti e due si
erano avviati verso la bottega, quasi fossero stati marito e moglie.
La gente rideva, e si affollava davanti la porta della merceria per
godersi lo spettacolo.
Bacarella si affacciò su la soglia, con aria spavalda:
-- Che state a guardare? C'è l'_opera dei pupi_ forse?
E chiuse la porta in faccia agl'indiscreti.
Questa volta il notaio sentì darsi una mazzata alla testa quando lo
scrivano corse con la cattiva notizia in casa del principale, dove
nessuno s'era ancora accorto della mancanza di Rosa; la credevano chiusa
in camera a pettinarsi!
La vera pettinata fu quella che si diè donna Rita alla vista del marito
steso per terra come morto, che lei e lo scrivano non riuscivano a
rialzare.
Fortunatamente era stato uno svenimento un po' forte; nient'altro.
E otto giorni dopo, i facchini di piazza, _Beppe del Cancelliere_, il
_Pantano_, il _Macchinista_, come li chiamavano, e don _Piddu_ il
palermitano, andavano e venivano dalla casa nuova alla casa antica del
notaio, trasportando materasse, tavole da letto, trespoli di ferro,
tavolini, arnesi di cucina, mobili di ogni sorta. La processione era
durata un'intera giornata, tra i commenti degli sfaccendati e le risate
dei maldicenti. Il notaio aveva pagato un'indennità agl'inquilini a cui
aveva affittato la casa vecchia, purchè se n'andassero subito; ma non ne
aveva detto niente nè alla moglie, nè alle figlie: talchè quando i
facchini si presentarono per lo sgombero, donna Rita non voleva
lasciarli entrare; li avea creduti ubbriachi.
-- Chi cangia la vecchia per la nuova, peggio trova! -- ripeteva il
notaio. -- Ora che siamo pochi, qui staremo comodamente... L'altra, la
casa maledetta, la prenderà l'Agente delle Tasse... Gli ho detto: Per
quest'anno però le zucchine dell'orto spettano a me! Ed ha acconsentito.
Si sforzava di parere allegro. E mentre i facchini aiutati dalle
ragazze, mettevano a posto gli ultimi mobili, egli si aggirava per le
stanze, con le mani dietro la schiena, scotendo, in segno di
approvazione, la testa, zufolando -- fìchiti-fon! fìchiti-fon! -- Ma il
cuore gli si spezzava, pensando sopratutto alle zucchine, ultima sua
passione, poveretto!