IL BARONE DI FONTANE ASCIUTTE

Il procuratore legale don Emanuele Cerrotta apriva il suo studio assai

prima dell'alba pei clienti provinciali, mattinieri e solleciti, che

avevano pure altre faccende da sbrigare durante la giornata in Catania.

Don Calogero, lo scrivano, veniva a svegliare il portinaio, accendeva,

salendo, il lume a petrolio per le scale ed entrava nello studio dove il

suo principale già lavorava da qualche ora.

Nell'anticamera, mezza dozzina di seggiole e un lumino, con tubo

affumicato e riflessore di latta, alla parete. Nello studio, due

scaffali zeppi di scritture e di memorie legali, tre seggiole compagne a

quelle dell'anticamera e una a bracciuoli; un tavolino di abete, tinto a

uso mogano, ingombro di carte, con accanto al calamaio un fazzoletto di

cotone azzurro e la tabacchiera di cartone verniciato, mezza aperta per

poter prendere più facilmente il rapè di cui don Emanuele si riempiva di

tratto in tratto il naso, spargendo metà d'ogni presa su lo sparato

della camicia da notte e su le carte che aveva davanti.

Il lume a olio, a tre becchi, illuminava appena il tavolino e le due

persone che vi erano sedute attorno, cioè: don Emanuele col berretto di

astrakan calcato fin su gli occhi, il fazzoletto di seta nera

attorcigliato al collo a guisa di cravatta (le punte del colletto della

camicia si affacciavano una dalla parte di sopra, l'altra dalla parte di

sotto) e un vecchio scialletto di lana buttato su le spalle; a destra,

don Calogero che copiava o scriveva sotto dettatura, senza mai alzare

gli occhi e mostrare di accorgersi delle persone che dall'alba alle nove

entravano nello studio, ragionavano, discutevano, urlavano, secondo il

carattere di ognuna fino a che il principale non tagliava corto le

parole in bocca ai clienti noiosi, dicendo bruscamente:

-- Va bene; ne riparleremo un'altra volta; oggi ho da fare. Buon

giorno!...

E riprendeva a dettare allo scrivano:

«Dunque... In fatto e in diritto...»

Quella mattina, vedendo entrare in punta di piedi don Pietro-Paolo

Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa (da un anno e mezzo,

tutte le mattine egli era il primo cliente che si presentava nello

studio) don Emanuele non si era dato, al solito, neppur la pena

d'interrompere un momento la lettura della memoria legale che egli

andava annotando; e continuò un buon pezzo, quasi su la seggiola di

rimpetto a lui non si fosse seduto nessuno. All'ultimo, dopo aver

affondato l'indice e il pollice della mano destra nella tabacchiera e

aver tirato su un'enorme presa di rapè, dopo di aver dato col fazzoletto

due colpetti di ripulitura al naso, uno da dritta e l'altro da sinistra,

don Emanuele alzò su la fronte gli occhiali a capestro e brontolò:

-- Buon giorno, barone!... Novità?

Il barone, accostata premurosamente la seggiola al tavolino, posate le

braccia su le scritture e riunite le mani quasi in atto di preghiera,

con sorriso umile, insinuante, e con tono di voce più insinuante e più

umile ancora, balbettò:

-- Ecco: ho pensato...

-- No, non voglio sapere quel che voi avete pensato o non pensato;

domando soltanto se avete qualche carta, qualche documento nuovo... Ne

scavate uno al giorno!...

-- Ho scritto certe postille, per rischiarare meglio... il punto

importantissimo...

E il barone, cavato premurosamente dalla tasca interna del soprabito

mezzo foglio di carta, coperto di scritturina rotonda, fitta fitta, con

richiami ai margini, lo presentava al suo procuratore.

-- Leggerò, con comodo... Capisco di che si tratta... Nient'altro?

-- ... Sei tarì, lo sapete! -- rispose il barone abbassando gli occhi.

Don Emanuele tirò il cassetto del tavolino e presa una manciata di

monete di rame, carlini, pezzi di sei grani e di due grani, contava, --

uno, due, tre... Sei tarì vi bastano?

-- Per due settimane. Prendetene nota.

-- Campate di vento! -- esclamò don Emanuele, crollando

compassionevolmente la testa.

E mentre il barone ritirava con mano tremula i quattrini, prendendo una

dopo l'altra le pilette di ogni tarì e mettendole in tasca, egli faceva

quattro rapidi sgorbi sur un quadernetto dove si allineavano filze di

cifre significanti altri e altri tarì somministrati al barone durante la

lite, e tutte le spese anticipate per lui, da riprendere assieme con gli

onorari a lite vinta e finita.

Questo, insomma, voleva dire che il procuratore legale era sicurissimo

del buon esito di essa; ma voleva anche dire che quel povero vecchio gli

ispirava profonda pietà, ridotto quasi a mendicare dalla cattiveria

della moglie e dei figli.

Moglie e figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella

lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando

sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo

avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del

confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori

l'avvenire della casa; poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una

transazione.

-- Un'infamia! -- diceva il barone. -- Piuttosto farsi tagliare le mani,

che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di

Fontane Asciutte e Cantorìa. Finchè campo io!...

Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno per le silenziose stanze

del palazzo Zingàli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di

voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente.

*

* *

La facciata di pietra dura intagliata, col vasto portone e i terrazzini

e l'alto cornicione in cima, davano a quel palazzo l'aria di fortezza

tra le meschine casette da cui era circondato. Bastava però cominciare a

salire le scale per accorgersi subito che l'interno poteva dirsi una

rovina. Scalini sbocconcellati; muri senza intonaco; pavimenti senza

mattoni; finestroni, metà con vecchie tavole malamente inchiodate e

murate in luogo di imposte e di ringhiere; vôlte reali macchiate di

umido per l'acqua che vi stillava dal tetto nei giorni di pioggia;

stanzoni squallidi, polverosi, e pieni di ragnateli, parecchi con un

tavolino o un baule in un angolo e poche seggiole sgangherate attorno

per mobilia, qualcuno con grandi quadri senza cornici alle pareti --

quadri sacri, ritratti di famiglia anneriti dal tempo, scorticati,

sfondati -- e nient'altro.

Bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni, rischiarati

dalla poca luce che penetrava dalle fessure delle tavole, infisse ai

finestroni trent'anni addietro come imposte provvisorie -- e che si erano

infracidite là senza che nessuno avesse mai pensato di aggiungervi un

chiodo -- bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni

prima di arrivare alle stanze dove la famiglia del barone si era ridotta

ad abitare.

La baronessa e le due figlie vivevano segregate, in fondo in fondo,

nelle stanze che davano sul vicolo della parte di levante. In una

camera, divisa in mezzo da un paravento coperto di damasco rosso,

stracciato e sfilaccicante, dormivano le due sorelle; in quella accanto,

la baronessa. Ella passava le giornate facendo calza, rammendando

biancheria, filando lino nelle serate invernali, recitando assieme con

le figlie interminabili rosari, seduta sul massiccio seggiolone di noce

con spalliera di cuoio che si accartocciava agli angoli da dove le

bollette erano andate via. Colà ella riceveva le rare visite di qualche

amica e le contadine che le portavano panieri di frutta, cestini di uova

fresche, mazzi di asparagi o di cicoria, secondo le stagioni; colà ella

si confessava, il primo e il quindici di ogni mese, col vecchio canonico

Rametta, che veniva pure a raccontarle in quell'occasione le notiziole e

i pettegolezzi del paese, prima o dopo di averla confessata, come

piaceva alla signora baronessa, che non era sempre dello stesso umore.

I figli, Ercole, Marco e Feliciano, dormivano in quello che avrebbe

dovuto essere il gran salone di ricevimento se il palazzo fosse stato

compiuto. Attorno ai tre lettini addossati agli angoli (quelli di Ercole

e Marco l'uno di faccia all'altro, quello di Feliciano in uno degli

angoli opposti tra due finestroni) stavano appiccati alle pareti diversi

arnesi che rivelavano le inclinazioni e le occupazioni di ognuno di

loro. Fucili, carniere, reti da conigli e da quaglie; gabbietta di legno

pel furetto; stivaloni alla scudiera, con grosse bullette alle suole;

due cappelloni a larghe tese, uno di feltro bigio, l'altro di paglia;

casacca, panciotto con molte tasche, e pantaloni di velluto grigio, di

cotone, facevano sùbito indovinare in Ercole il cacciatore che si curava

soltanto di fucili, di furetti e di bracchi. Seghe, pialle, martelli,

tenaglie, succhielli, saldatori, scalpelli, forbici, lime, raspe,

tornio, tavole, legnetti, soffietto, un trapano, un'incudinetta, un

fornello indicavano in Marco il meccanico. Dal tavolino con su uno

scaffaletto pieno di libri moderni, di fascicoli di opere in corso di

pubblicazione, di quaderni di sunti e di appunti, si capiva

l'inclinazione allo studio del fratello minore Feliciano.

Il barone occupava la stanza a sinistra del salone dove dormivano i tre

maschi. Di faccia all'uscio, un gran scaffale rustico, senza vetri nè

sportelli, pieno di mazzi di scritture antiche, che raccontavano le

compre, le vendite, le trasmissioni di possesso, le liti, le sentenze,

insomma tutta la complicatissima storia dei feudi di Fontane Asciutte,

Cantorìa, Barchino, Tumminello, Cento-Salme, Canneto, una volta

patrimonio della famiglia Zingàli, ora parte alienati, parte ceduti,

parte perduti per la leggendaria storditaggine del barone don

Calcedonio, padre di don Pietro-Paolo. Le scritture erano disposte per

ordine di data, e da ogni mazzo, da ogni fascicolo veniva fuori una

linguetta di carta che ne indicava il contenuto. Prima della morte del

barone don Calcedonio, tutte quelle carte giacevano alla rinfusa in due

vecchi cassoni senza coperchio, assieme con altre carte ammonticchiate,

in uno stanzino buio, fra seggiole rotte, arnesi inservibili e stracci

di ogni genere buttati là da anni ed anni. Don Pietro-Paolo, che si era

trovato da un giorno all'altro barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, si

era anche sentito gravare addosso da un giorno all'altro il disordine

dell'amministrazione di casa, intorno alla quale non aveva potuto neppur

fiatare vivente il padre che si credeva Domineddio in persona, autorità

indiscutibile su la moglie, sul figlio, su la nuora e sui nipoti.

Appena la cassa del morto era uscita di casa, il barone don Pietro-Paolo

aveva fatto cavar fuori dallo stanzino quelle altre casse da morto, come

egli disse, dove giacevano tesori di documenti, atti importantissimi per

le liti in pendenza e per quelle da iniziare; dalla mattina del giorno

dopo si era chiuso nel suo stanzone, studio, camera da letto e da

ricevimento in una, e in tre mesi di diabolico lavoro, che lo aveva

fatto incanutire, era finalmente riuscito a riordinare, classificare,

annotare quell'immenso ammasso di carte ingiallite, ammuffite e qua e là

rôse dai topi. Per fortuna, avendo trovato tanta altra roba da

rosicchiare, i topi avevano risparmiato un po' le scritture dei cassoni.

La baronessa donna Fidenzia, triste e sfiduciata, gli aveva detto più

volte:

-- Perchè ammattite con quelle cartaccie? Oramai, quel che è andato è

andato...

-- Non vuol dire! E poi... c'è ancora una rivendicazione da fare.

Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!

-- Volete rovinarvi con le liti anche voi, peggio di vostro padre?

-- Mio padre era pazzo da legare. Dio gli perdoni nell'altro mondo dove

ora si trova!

E il povero barone don Pietro-Paolo, che già aveva potuto scandagliare

l'abisso in cui per colpa del barone don Calcedonio era sprofondato il

patrimonio di famiglia, non esagerava punto, per indignazione, chiamando

suo padre: Pazzo da legare!

Basta rammentare le burlette che il barone don Calcedonio avea fatto ai

suoi avvocati di Catania, di Palermo, di Messina, di Siracusa (giacchè

egli aveva liti da per tutto, con privati, con Comuni, col Governo, con

conventi, con Opere pie) per qualificarlo a quel modo.

Da Catania, gli avvocati che gli strappavano a stento gli onorari e

volevano far le viste di guadagnarseli, lo tempestavano di lettere: _La

sua presenza è necessaria, urgentissima; così non si va avanti_.

Il vecchio barone li avea lasciati cantare. Un bel giorno, fa

inattesamente scrivere dal suo segretario: «Arriverò domani l'altro».

E si mette in viaggio, con gran scampanìo di lettighe, una per sè e una

pel suo cameriere, da quel gran signore che doveva mostrare di essere il

barone di Fontane Asciutte e Cantorìa.

Durante una settimana, i suoi avvocati e quelli della parte contraria

non erano riusciti a mettersi di accordo con lui e tra loro intorno al

giorno, all'ora e al luogo del convegno per la transazione da discutere.

In casa del suo avvocato principale non volevano intervenire, per

orgoglio di dignità, gli avvocati avversari. Nell'albergo, no; egli non

amava far sapere agli altri gli affari di casa sua. Si era stabilito

finalmente un posto neutrale, e il giorno e l'ora. Ma la mattina di quel

giorno, prima della levata del sole, il barone aveva dato ordine ai suoi

lettighieri di mettere ai muli i basti coi sonagli, ed era partito

contorcendosi dalle risa per la sua graziosa burletta a quegli

imbroglioni di avvocati:

-- Rimarranno con tanto di naso! Ah! Ah!

Lungo il viaggio si era affacciato più volte allo sportello della

lettiga, chiamando:

-- _'Nzulu!_ Eh? Aspettano ancora! Ah! Ah!

E vedendo che il vecchio cameriere crollava la testa, disapprovando:

-- Ridi anche tu, bestia! -- aveva soggiunto. -- Ripeteremo la burla a

quelli di Palermo! Ah! Ah!

Infatti l'aveva spensieratamente ripetuta ai suoi avvocati di Palermo,

poi a quelli di Messina, poi a quelli di Siracusa, ridendone con

_'Nzulu_, che gli rispondeva crollando la testa, sospirando:

-- Ah, signor barone! Ah, signor barone!

-- Zitto, bestia!... Li pago; posso divertirmi con loro!

E si era tanto divertito, che avea dovuto abbandonare la costruzione del

palazzo, darsi in mano agli strozzini, troncare, di nascosto dagli

avvocati e con enorme suo danno, liti che non si potevano perdere, pur

di raccappezzare alla lesta, a furia di transatti, i quattrini che gli

occorrevano per un viaggio a Napoli, per una apparizione da Cavaliere

d'onore alle Corti di Ferdinando I e di Francesco I, per una ballerina

del _Bellini_ di Palermo o del _San Carlo_ di Napoli; riducendosi, negli

ultimi anni, ad abitare in quel paesetto, in quel palazzo che già

rovinava prima di essere finito, dopo aver visto vendere all'asta i due

bei palazzi e la loro ricca mobilia -- uno in Palermo, l'altro in Catania

-- che l'avolo di lui s'era fatto fabbricare verso la fine del 1600, ed

erano passati intatti di padre in figlio, fino al suo matto pronipote!

Per questo la baronessa donna Fidenzia osservava con una specie di

terrore tutto quel rimescolìo di cartacce che teneva occupato suo

marito, e si era sentita stringere il cuore alla risposta di lui:

-- Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!

*

* *

Il barone don Pietro-Paolo non si era mostrato in famiglia meno despota

del barone don Calcedonio. Come egli era rimasto zitto e quasi tremante

davanti a l'assoluta autorità del padre, così ora la baronessa, le

figlie e i tre maschi tacevano e tremavano davanti a lui. Purchè non

pretendessero di mescolarsi negli affari, egli però lasciava che tutti

facessero il comodo loro; e la famiglia viveva in una specie di

anarchia; la mamma e le due ragazze segregate in fondo al palazzo,

assorte in pratiche devote; i tre fratelli nel salone, ciascuno occupato

delle faccende proprie: Ercole, badando a ripulire fucili, a rammendare

reti; Marco a tornire, a saldare, a picchiare su l'incudinetta, tutto

intento alle sue strane invenzioni meccaniche; Feliciano, immerso negli

studi legali, muto e chiuso, ruminando non si sapeva quali progetti che

gli luccicavano di tanto in tanto nelle pupille nere sotto le folti

sopracciglia.

Il barone, quando non era via per affari, cioè per la lite di

rivendicazione di Cento-Salme, da lui iniziata subito appena messi

insieme i documenti, passava le intere giornate, e spesso spesso metà

delle nottate, a decifrare le vecchie scritture latine in cui si

imprometteva di ritrovare diritti per altre rivendicazioni. Voleva far

ritornare i baroni di Fontane Asciutte e Cantorìa, se non all'antica

opulenza, per lo meno a una ricchezza e a un fasto che avrebbero rimesso

in onore il nome dei Zingàli. Questa illusione egli era arrivato a

trasfonderla, dopo qualche anno, nella baronessa Fidenzia, nelle figlie,

e in Feliciano che lo avrebbe aiutato volentieri nelle ricerche delle

vecchie scritture, se il barone non avesse avuto la pretensione di far

tutto da sè.

Da principio la lite era andata a vele gonfie; il marchese di Camutello,

che non s'attendeva quell'attacco, sbalordito e sconcertato, era andato

avanti a furia di cavilli, di intrighi e di alte protezioni; poi, tutt'a

un colpo, si era messo a litigare per davvero, opponendo documenti a

documenti, procedure a procedure, perizie a perizie, sfoggiando insomma

tutte le armi più affilate, tutti gli strattagemmi più astuti per

stancare l'avversario, che non poteva buttar via i quattrini a manciate,

come era cosa facile per lui, amministratore meticoloso, un po' avaro, e

uomo abile e rotto al gran maneggio degli affari. Il giorno che il

Tribunale civile di Catania gli aveva dato torto, incontrato il cugino

che usciva raggiante di contentezza dalla sala di udienza, dopo averlo

salutato sorridendo, gli disse:

-- A rivederci davanti a la Gran Corte! Ride bene chi ride l'ultimo!

E là, nella Gran Corte, la lite era rimasta arrenata otto anni! Pareva

che gli avvocati delle due parti contendenti, preso gusto a quella

battaglia di atti, di procedure, di rinvii, si divertissero a

prolungarla. Il barone dimagriva e ingialliva dalla bile. Passava lunghe

nottate riassumendo documenti, scrivendo brevi memorie da sottoporre al

giudizio degli avvocati; e impediva alla figlia Mariangela, la

primogenita e sua prediletta, anche di entrare nella stanza di lui per

rassettarla e rifare il letto.

-- No, mi arruffaresti ogni cosa; faccio tutto da me!

E avea voluto fin una fiasca di latta per l'olio del lume, che egli

metteva fuori dell'uscio quando era vuota e dovevano riempirgliela.

Mariangela, che badava alle faccende di casa sotto gli ordini della

madre, ogni volta che trovava accanto all'uscio della camera del padre

la fiasca vuota, si presentava con essa in mano alla baronessa.

-- In tre sole nottate, una fiasca!

-- Olio e tempo sciupato! -- esclamava dolorosamente la baronessa. -- Dio

lo faccia ravvedere! La Madonna lo illumini!

Ma nessuna di esse e nessuno dei tre maschi avrebbe osato ripetere in

faccia al padre: «Olio e tempo sciupato!».

Poi, una sera, durante la cena, la baronessa Fidenzia aveva chiesto,

insolitamente, al barone notizie della lite per Cento-Salme. Il barone

l'avea guardata in viso, meravigliato del tono un po' ironico della voce

di lei, e aveva risposto seccamente:

-- Tutto va bene!

La baronessa avea replicato:

-- Dobbiamo ridurci all'elemosina? Non parlo pei maschi, che potranno

pensar loro a cavarsi d'impaccio; parlo per queste due sante creature,

sacrificate qui...

-- Penso per tutti! Ho pensato sempre per tutti! Consumo la mia vita per

tutti!... Non mi diverto a caccia io!... Non mi spasso col tornio io!...

Non sto a leggiucchiare libricciatoli io!... Lavoro giorno e notte, per

tutti! E, per ora, il padrone qui sono io e comando io... Voglio che si

sappia e si tenga a mente!

Il barone aveva pronunciato queste parole con voce repressa, alzandosi

lentamente da sedere mentre parlava; e voltate le spalle alla tavola,

era uscito dalla sala da pranzo accigliato, un po' pallido, ma convinto

che quella dispiacevole scena non si sarebbe più ripetuta.

*

* *

Il fuoco covava sotto la cenere, e il canonico Rametta s'incaricava, a

fin di bene, di tenerlo vivo. Buona pasta d'uomo, un po' corto di

cervello, pieno di scrupoli religiosi, si era lasciato abbindolare dal

marchese di Camutello, che un giorno lo aveva mandato a chiamare per

parlargli di una cappellania di famiglia, il cui cappellano era in punto

di morte.

-- Ho pensato a voi, signor canonico!

-- Grazie, grazie!... Non posso accettare -- rispose umilmente il

canonico.

-- Perchè, signor canonico?

-- Non saprei come soddisfare gli obblighi, signor marchese. Non si può

dire più d'una messa al giorno, ed io ho già appena qualche settimana

vuota nell'anno.

-- Ah, io non vi farei ressa! Non vorrei vedere il vostro _celebravit_...

Non l'ho mai chiesto al cappellano che il Signore ora sta per portarsi

in paradiso.

-- E la mia coscienza, signor marchese?

-- C'è il Papa, infine! Una _sanatoria_ non costa troppo...

-- Niente! Grazie, signor marchese. Grazie!

E il marchese, mutando sùbito discorso, gli avea parlato della povera

cugina baronessa e delle ragazze che vivevano da monache, di quei tre

nipoti, uno più matto dell'altro, di schietta razza dei Zingàli, e del

barone, che già finiva di ridurli tutti in miseria.

-- Io, signor canonico, voi lo sapete bene, ci sono stato tirato pei

capelli. Ero tranquillo, nel mio possesso; e lui è venuto a dirmi: Ti

voglio cacciar via di lì!... Le parole non bastano, caro signor

canonico!... Allora -- che volete? Uomini siamo! -- io gli ho risposto per

le rime -- Cantorìa una volta era dei marchesi di Camutello... Vediamo un

po'. -- Così mi son messo a intorbidargli le acque pure io... Che volete?

Uomini siamo!... I santi soltanto porgono l'altra guancia quando hanno

ricevuto uno schiaffo... Me ne dispiace per la cugina baronessa e per

quelle due buone creature delle sue figlie... Che pensano di fare?

Chiudersi in un convento? E quei tre matti?... Marco, è vero che vuol

trovare il moto perpetuo?...

-- Pensa a un mulino di sua invenzione.

-- Un mulino?... Un Fontane Asciutte mugnaio! Mi piange l'animo... Ma che

fare con quella testa di mulo di mio cugino il barone?... Io, credetemi,

mi stimo saldo, ben saldo nel mio diritto... Se così non fosse, non

spenderei tanti quattrini per litigare... Eppure, se mi si proponesse un

accomodamento alla buona... Capite... Non posso essere il primo io... Mi

pregiudicherei. Sono stato attaccato e mi difendo... Ma è inutile

ragionarne... Mi dispiace intanto per la cappellania. Non prevedevo il

vostro rifiuto. Via! riflettete un po'...

-- Grazie, signor marchese; è impossibile! Il canonico Rametta, riferito

alla baronessa quel colloquio, le aveva involontariamente introdotto

nell'animo il lievito della ribellione contro il dispotismo del marito.

Per la baronessa il suo confessore era un santo; se non operava miracoli

da vivo, ella credeva fermamente che li avrebbe operati appena morto.

Una sera, infatti, parlando di lui con le figlie, aveva esclamato:

-- Vedrete; se lo salasseranno otto giorni dopo morto, egli darà sangue

come persona viva.

E nell'attesa di questo infallibile segno di santità, che però la

baronessa si augurava di vedere quanto più tardi possibile, ella

abbandonava ciecamente al canonico la direzione della sua coscienza e di

quella delle due figlie, e lo aiutava in qualche opera buona, con

elemosine che erano proprio atti di eroismo da parte di lei; giacchè le

strettezze diventavano ogni giorno maggiori in famiglia; le spese della

lite assorbivano ogni risorsa; e i figli, chi per un conto, chi per un

altro, si rivolgevano alla baronessa per ottenere il po' di danaro che

loro occorreva.

-- Mi smungono da tutte le parti! -- ella si lamentava col confessore.

Il canonico Rametta, quantunque fosse pallido e magro anche un po' per

le penitenze e le macerazioni a cui si sottometteva, dei santi aveva

specialmente la testardaggine che li fa perseverare in quel che loro

sembra una buona e giusta cosa. Convintosi che le intenzioni del

marchese di Camutello erano ottime e che i fatti gli davano ragione

(nessuno poteva attestarlo meglio di lui, confessore della baronessa, la

quale spesso spesso, non avendo peccati suoi da confessare, gli versava

nell'orecchio quelli del marito, e al povero barone non si poteva

addebitare altro torto all'infuori di pensare giorno e notte alla lite);

convintosi dunque che le parole del marchese: «Se mi proponessero un

accomodamento alla buona» fossero sincere, e che questo accomodamento

poteva evitare alla famiglia del barone e a lui l'estrema rovina, il

canonico Rametta, dopo averne accennato qualcosa velatamente, visto che

alla baronessa e ai suoi figli mancava il coraggio di opporsi alla

volontà dei barone, avea creduto opportuno mutar tono, e parlare non più

in nome proprio, ma in nome di quel Dio di cui durante la confessione

egli era, secondo la sua espressione, indegno, sì, ma vero ministro.

-- Tocca a voi, signora baronessa; ve l'ordina Dio per mio mezzo!

La baronessa, che a quattr'occhi con lui, da penitente a confessore, si

era espressa talvolta un po' arditamente, udite queste tremende parole,

diventò piccina piccina sul seggiolone di noce dov'era seduta accanto al

canonico. La voce le si arrestò in gola, le lagrime le sgorgarono dagli

occhi e potè a stento balbettare:

-- A me? Tocca a me? Ma vostra paternità sa benissimo...

-- So che questo è il vostro dovere di moglie e di madre di famiglia; so

che voi non dovete accaparrarvi l'inferno per tutta l'eternità,

disobbedendo al comando di Dio, che v'ha fatto baronessa e madre forse

unicamente per salvare dall'estremo disastro questa famiglia. Altro non

devo sapere. Pensateci bene, e pregate Dio e la Madonna perchè vi diano

forza e coraggio!

E finita la confessione, egli prese a ragionare dello stesso argomento

in presenza delle signorine.

Mariangela approvò sùbito. La sua faccia squallida, dove gli occhi

parevano assonnati in una specie di nausea del mondo e delle sue vanità,

si animò tutt'a un tratto, si colorò, e le pupille le lampeggiarono,

quando disse con profonda amarezza:

-- Non vuole che io più entri nella sua camera neppure per rifargli il

letto!

Rosaria, la sorella minore, bruna, dal viso duro, dalle labbra carnose,

stata un pezzo ad ascoltare, si era alzata con uno scatto da sedere:

-- Dove vai? -- le domandò la baronessa.

-- Vo' a chiamare i fratelli; debbono essere d'accordo anche loro.

*

* *

Dapprima il barone avea crollato le spalle, sorridendo di compassione

alle osservazioni della baronessa che gli manifestava timidamente i suoi

terrori dell'avvenire; poi aveva risposto calmo e dignitoso:

-- Baronessa, le liti non sono cose di cui deve occuparsi una donna!

Mariangela, che un giorno aveva osato aggiungere qualche parola alle

insistenze della madre, si era sentita rispondere un: -- Zitta, sciocca!

-- che la fece piangere mezza giornata.

Rosaria invece pensava che era inutile tentar di persuadere il barone e

indurlo a proporre un accomodamento; e perciò andava spesso nel camerone

dai fratelli, quando sapeva che tutti e tre erano là, e li scoteva dalla

inerte indifferenza, li incitava:

-- Che uomini siete? Ora più non siete ragazzi!

Ercole bestemmiava:

-- Corpo di...! Che debbo fare? Prendere questo fucile e far fare una

vampata al cugino marchese?

Marco non rispondeva. Aveva già terminato il modellino in legno e in

latta del suo mulino, e lo faceva funzionare, soddisfatto che andasse

meglio di quel ch'egli non aveva sperato. La gran ruota, che doveva dare

il movimento alla tramoggia e alle macine, sarebbe stata così enorme che

occorrevano due piani del palazzo per farle posto. Avrebbe voluto

spiegare alla sorella l'intero meccanismo, smontarle sotto gli occhi e

rimontare il modellino; ma Rosaria gli avea voltato le spalle per

avvicinarsi a Feliciano che studiava coi gomiti appoggiati sul tavolino

e la testa sui pugni.

-- Insomma, te ne lavi le mani anche tu?

Feliciano alzò gli occhi e fissò in faccia la sorella:

-- C'è un solo mezzo -- disse; -- ma noi non vorremo mai servircene.

-- Quale?

-- L'interdizione.

-- Che significa?

-- Significa...

Ercole, il cacciatore, lo interruppe ridendo.

-- Significa -- egli spiegò -- che noi siamo come i topi che volevano

attaccare il campanello al collo del gatto.

-- Venite di là, dalla mamma.

Rosaria parlò così imperiosamente, che i tre fratelli la seguirono uno

dietro all'altro, zitti zitti.

Nella camera della baronessa, seduti attorno al seggiolone di noce

dov'ella stava quasi su un trono, vestita di tela grigia d'Artega, con

un fazzoletto di seta nera che le contornava il viso grasso e floscio e

i capelli canuti spartiti in due bande su la fronte, i figli attendevano

che la madre parlasse.

La camera era in disordine; il letto non ancora rifatto. Sul canterale,

su le seggiole, sul tavolino davanti la finestra, una confusione di

oggetti disparati: capi di biancheria, ceste con frutta, ferri da calze,

forbici, ditali, una corona di cocco, una conocchia, due fusi, e tra il

canterale e il tavolino l'arcolaio con una matassa di cotone azzurro da

dipanare. Se non che il canterale era finamente incrostato di tartaruga

e madreperla, e la conocchia e l'arcolaio erano prezioso lavoro di un

antico pecoraio di famiglia, che vi aveva scolpito con la punta del

coltellino strane fantasie di ornati complicatissimi. Marco era andato

ad ammirarli anche ora, prima di prender posto accanto alla sorella

Mariangela.

La baronessa portò il fazzoletto agli occhi.

Ercole ruppe il silenzio, ripetendo la sua facezia:

-- Ecco il consiglio dei topi!

Rosaria lo sgridò duramente:

-- Taci, villanaccio!

E rivolgendosi a Feliciano gli disse:

-- Dunque? Questa interdizione?

La baronessa singhiozzava.

-- Non c'è altra via! -- confermò Feliciano.

-- Proviamo prima... come minaccia... -- insinuò la baronessa.

-- Inutile. Si faccia la domanda al tribunale senza perdere più tempo.

-- Uno scandalo? -- esclamò spaventata la baronessa.

-- Mamma!... Se non c'è altra via!...

Tutti guardarono Rosaria. Come mai quella ragazza, che stava sempre

zitta, mostrava tutt'a un tratto tanta violenza e tanta audacia? Ella

arrossì, quasi quegli sguardi di maraviglia e di stupore avessero voluto

leggerle in fondo all'animo. E in quell'istante, due terribili anni

della sua giovane vita chiusa e nascosta le balenarono davanti a gli

occhi, le accesero il viso e la fecero tremare. Ma si rimise sùbito.

-- Parla, spiègati meglio -- disse al fratello con gesto vibrato.

*

* *

Saputo che quella mattina l'usciere era venuto a rilasciare al barone la

citazione del tribunale, tutti i figli si erano radunati in camera della

baronessa, quasi a rifugiarsi sotto le ali di lei e ripararsi dalla

tempesta che stava lì lì per scoppiare.

Il barone comparve su la soglia, pallido, con gli occhi stralunati,

agitando convulsamente il foglio della citazione, senza riuscire a

parlare. Lo sdegno e l'ira lo soffocavano, Mariangela fece un passo

verso di lui, ma un suo gesto l'arrestò.

-- Vipere! Ingrati!... -- cominciò a balbettare. -- Questa, questa è la

ricompensa?... Potrei... stracciarvi la vostra carta in faccia,

sbattervela sul muso; farvi vedere chi... chi è da interdire qua...

Vipere!... Ingrati!...

-- Barone!... per carità!... -- supplicava la baronessa.

-- Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho già dato

ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote.

Darò sùbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra

bontà, è vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi,

signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel

fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole...

Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa è

dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!...

Nessuno osa di rispondermi una parola!

Infatti, tutti stavano là, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti

al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi

rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lassù. Il barone rizzò

minacciosamente la persona:

-- Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le

scale fin da questo momento. Il palazzo è mio; ed io, almeno per ora,

sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigherò diversamente; voglio

risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio

palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere e di ingrati!

Lotterò... povero, solo; morrò di crepacuore e di fame forse; non

importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!...

Giacchè io credo in Dio più di voi, signora baronessa che vi confessate

due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?...

Figlie?... Io non ho più nessuno!... Nè moglie!... Nessuno!... Esco di

qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno

che mi porteranno la notizia: -- Il vostro palazzo è crollato; Dio lo ha

scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti -- quel giorno farò

cantare un _Te Deum_!... Non metterò il lutto!...

-- Barone, per carità! -- tornò a supplicare la baronessa.

-- _Voscenza_ scusi; non si ragiona in tal modo!...

Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma così

ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per

schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dètte uno strillo, la

baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si

piantò davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna

testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le

labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano,

strillavano, urlavano assieme, aggirandosi per la stanza, senza sapere

quel che volessero, nè quel che facessero, mentre il barone in mezzo a

loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto,

sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di

gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce,

piangente, sperduta, urlava:

-- Barone! Figli miei!... Figli miei!

Tutta la pazzia dei Zingàli parve si fosse scatenata improvvisamente,

rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando

quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile

convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che

avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare

meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosità o dal

desiderio di dar soccorso, giacchè si capiva che lassù accadeva qualcosa

d'insolito e di triste.

Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi

rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con

l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno osò

domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il

barone rispose al saluto con la consueta sua affabilità.

*

* *

Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la

scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur

Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del

tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro.

Egli non sentiva più quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno

immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che

indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane

che serviva a sostentarlo -- assieme con qualche frutto, l'estate, e con

un po' di formaggio, l'inverno -- e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la

sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della

giornata.

La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli

riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di

sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di sè, della miseria a cui si

era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi

guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza

del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie ore della

giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si

curava più. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da

non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della

vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre più

certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la

tenacità, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di

quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni

mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si

sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo

tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran

presa di rapè, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col

fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad

ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto:

-- Ma di questo abbiamo già ragionato avant'ieri!

-- Sì, sì, dal punto di vista...

E spiegava da qual punto di vista; ora però egli guardava la questione

dal lato opposto.

-- Capisco; andiamo avanti!

Una lesta presa di rapè, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran

fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia,

indicava la crescente impazienza di don Emanuele. Ma il barone non si

scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le

braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle

si stringevano, la voce si affievoliva in un mormorìo, perchè il suono

delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva

di non essere più uno di quei clienti che possono imporsi ai loro

avvocati, ai loro procuratori legali in virtù dei ben pagati onorari e

dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente

che doveva farsi ascoltare quasi per carità, per tolleranza, facendosi

far credito su l'avvenire, giacchè la signora baronessa e i suoi figli

avevano voluto così!

Non li nominava mai: ma in certi momenti, quando una circostanza lo

costringeva a guardare, non ostante il suo stoicismo, alla miserabile

condizione a cui era stato ridotto, lui, don Pietro-Paolo Zingàli,

barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, un impeto selvaggio gli saliva

dalla pianta dei piedi su su per tutto il corpo fino al cervello, quasi

fiamma che lo avvolgesse rapidamente e volesse riversarsi attorno per

distruggere gli ingrati! Oh, essi non si rammentavano più se egli

esistesse! E non potevano ignorare che egli viveva di carità, quasi

soffrendo la fame, tra privazioni e umiliazioni di ogni sorta! Eppure

non facevano nemmeno la ipocrita finzione di sottomettersi, di chiedere

perdono, di volerlo strappare alla puzzolente tana che lo ricoverava la

notte... Nemmeno quella ipocrita finzione! Sapevano benissimo che egli

li avrebbe scacciati via, che non avrebbe accettato mai niente da loro,

che non li avrebbe mai perdonati!... Ormai egli lasciava che la

maledizione di Dio si aggravasse su coloro che un giorno avea chiamati

col dolce nome di moglie, e di figli! Il terreno si sarebbe sprofondato

sotto i loro piedi sacrileghi, presto o tardi, e li avrebbe inghiottiti!

E in questi momenti di impeto selvaggio il vecchio, già curvo,

dimagrito, sfigurato, si trasfigurava in quella putrida tana illuminata

dalla fumosa candela di sego; rizzava orgogliosamente la testa, levava

in alto le braccia invocanti il terribile gastigo di Dio, che non poteva

fallire; ed egli stesso talvolta aveva sgomento della grand'ombra della

sua persona che si agitava su la parete squallida e nuda, quasi

apparizione evocata dal terribile scongiuro di lui!

Un giorno -- oh, finalmente! -- un giorno egli sarebbe riapparso in quei

desolati stanzoni del suo palazzo, ma vittorioso, con pieno diritto di

autorità e di comando, padrone di Cento-Salme strappato al marchese di

Camutello; e senza una parola, con un solo gesto, avrebbe scacciato via,

anzi spazzato via tutti coloro che non erano degni di portare l'onorato

e altero nome dei Zingàli; e vi si sarebbe rinchiuso, solo, come in una

fortezza; e avrebbe trasformato quella desolazione in una reggia, quasi

con un colpo di bacchetta fatata!... Non avrebbe avuto soltanto

Cento-Salme, ma cinquantamila onze di rendite mal percepite dal marchese

di Camutello! Cinquantamila onze, in oro, in argento!... Un fiume di

denaro sonante, che egli avrebbe potuto spendere sùbito, a dispetto di

tutti, senza che più nessuno potesse avere la tentazione di farlo

interdire... Ecco se era stato pazzo! Ecco se aveva farneticato

intentando la lite, adoprando tutte le risorse di casa per questo scopo

supremo!

E si stendeva sotto le coperte del misero lettino, spegnendo la candela

di sego, continuando nel buio il fantastico sogno che gli aveva fatto

assaporare con gusto, come cena squisita, quel po' di pane e di

formaggio risparmiato da quello avrebbe dovuto essere il suo pranzo a

mezzogiorno!

*

* *

La baronessa e le figlie, quando il barone più non comparve in casa,

erano rimaste atterrite del loro audace tentativo e avevano abbandonato

la domanda d'interdizione.

Ercole riprendeva le sue caccie; Marco non lasciava in pace la baronessa

perchè gli desse i mezzi di costruire in casa loro il gran mulino di sua

invenzione; Feliciano avea sostituito il padre nell'amministrazione,

duro e inesorabile coi fittaioli della dote della madre, fissato anche

lui nell'idea di liberare tutte le proprietà di famiglia dalle onerose

ipoteche che assorbivano il fruttato. Si rivelava della pura razza dei

Zingàli, ostinato, testardo, imperioso fin colla madre, che non osava di

resistergli.

-- Egli sa meglio di noi quel che fa! -- diceva la baronessa a Rosaria che

spesso borbottava contro il fratello.

Una schietta Zingàli anche lei, muta, impenetrabile, con quegli occhi

che mettevano sgomento quando restavano fissati nel vuoto, quasi

attratti da paurose visioni che gli altri non potevano vedere.

Da che il barone aveva abbandonato la casa, ella aveva voluto occupare

la stanza di lui.

-- Non hai dunque paura di dormir sola colà? -- le disse la madre.

-- No.

Durante la giornata, la madre la voleva in camera, anche pel rosario e

per le altre preghiere in comune, quando il canonico Rametta veniva a

confessare, al solito, la signora baronessa, e a discorrer di cose sante

e di pettegolezzi. Il canonico avea creduto che l'assenza del barone

avrebbe vivificato un po' l'aspetto triste e opprimente di quella casa;

e il santo prete vedeva ora quasi con rimorso che la tristezza si era

piuttosto aumentata. Quell'uomo che stava rinchiuso nella sua stanza,

sepolto fra le vecchie scritture, di nient'altro occupato all'infuori di

esse, avea lasciato un gran vuoto nel vasto palazzo, di cui il povero

canonico non si sapeva rendere ragione.

-- Nessuna notizia? -- domandava timidamente alla baronessa.

-- Nessuna!

-- Nessuna! -- ripeteva Mariangela, alzando al cielo le pupille stanche e

trasognate.

-- Il Signore gli aprirà gli occhi, gli rammollirà il cuore! Preghiamo

per lui! -- replicava il canonico.

Rosaria aggrottava le sopracciglia, si mordeva le labbra carnose, e non

si capiva se per isdegno o per rimpianto dell'assente. Spesso, durante

la conversazione, si alzava tutt'a un tratto da sedere e andava a

rinchiudersi nella sua nuova stanza.

Una mattina Mariangela l'aveva sorpresa bocconi a traverso il letto,

soffocata da' singhiozzi. Le mani brancicavano convulsamente le coperte,

e nell'agitarsi scomposto della testa le nere e lunghe treccie le si

erano disciolte ed arruffate.

-- Oh, Dio!... Che hai? Rosaria!...

Al grido della sorella, ella si era rizzata rapidamente, buttando

indietro con le mani i capelli che le ricadevano su la faccia e su le

spalle; e spalancando gli occhi, avea portato l'indice alla bocca,

imponendo silenzio.

-- Non dir nulla alla mamma!... Non è niente!... Manda a chiamare il

canonico Rametta... Ho bisogno di lui... Voglio confessarmi... non dir

nulla alla mamma! Bada; non dirle nulla!

Mariangela, sbalordita, spaventata, aveva atteso il canonico in cima

alla scala, e lo aveva fatto entrare in punta di piedi, perchè la

baronessa non si accorgesse della venuta di lui.

-- Lasciaci; va di là, -- Rosaria aveva ordinato alla sorella.

-- Cattive notizie? -- domandò allora il canonico.

Rosaria, chiuso l'uscio e messo il paletto interno, si fermò in faccia

al sacerdote, che la guardava aspettando ansioso la risposta.

-- Sono dannata! -- ella esclamò portando le mani attorno alla bocca, a

fin di reprimere il suono della voce e renderlo nello stesso tempo più

vibrante.

-- Dannata? Figliuola mia! Dannata?

Ella lo spinse su la seggiola a bracciuoli presso il tavolino e gli

cadde davanti in ginocchio.

-- Dannata?... Non è possibile!... Che hai fatto da dover disperare del

perdono di Dio? Oh, figliuola mia!...

China con la testa rovesciata in giù, coprendosi la faccia con le mani,

Rosaria ripeteva straziante:

-- Dannata!... Dannata!

Il confessore le accarezzava i capelli, tentava di confortarla.

-- Parla, figliuola mia! Ora sei davanti al cospetto di Dio... Dimentica

la miserabile persona del suo indegnissimo servo... Parla!

Mai il canonico Rametta, da che era stato autorizzato ad amministrare il

Sacramento della penitenza, mai si era trovato davanti a una scena

simile; e tremante, smarrito, non sapeva in che maniera indurre quella

figliuola a calmarsi.

Terribili, incredibili cose aveva poi udito.

-- Tu, figliuola mia?... Tu hai invocato il diavolo?... Perchè? Come?

E Rosaria, a testa china, con la faccia tra le mani che a stento

lasciavano passar libera la parola, aveva rivelato il segreto che da due

anni le gravava sul cuore, e che aveva formato la sua felicità e la sua

disperazione nello stesso tempo; quel terribile segreto che più volte le

era parso avessero indovinato o volessero indagare la madre, la sorella,

i fratelli, e che ella aveva per ciò più rabbiosamente calcato in fondo

al petto!... Ma ora... ora non ne poteva più!

E così dentro quella buia sepoltura della loro casa era penetrato un

raggio di sole. Ella aveva amato, riamata!... Perchè, perchè il Signore

l'aveva fatta nascere una Zingàli? Per questo, colui non aveva mai osato

farle sapere direttamente... E forse anche per lo stato della loro

famiglia!

-- Come lo hai dunque saputo, figliuola mia?

-- Un accenno, due parole dettemi da una povera donna...

-- Quali, figliuola mia?

E udendo l'ingenuo racconto, l'esperto confessore capiva a poco o poco

quale pertinace lavorìo della giovanile immaginazione aveva potuto

intessere la fallace lusinga di quell'amore nel silenzio, nella

penombra, nella solitudine di quei malinconici stanzoni, dove i suoni

della vita che ferveva fuori giungevano ammortiti, affievoliti o non

arrivavano affatto. E per ciò ella si era ribellata al destino; per ciò

avea protestato contro la tirannia di Gesù Cristo che la condannava a

essere una Zingàli, cioè un'ombra, un fantasma, un nome e nient'altro.

-- Sì, sì padre!... Ho maledetto Gesù!... Ho maledetto la Madonna!

-- E hai mentito nella confessione? E ti sei cibata sacrilegamente delle

carni immacolate del Redentore?

-- Sì, sì padre!...

Un giorno, rovistando uno scaffale di vecchi libri, dietro i volumi in

foglio legati in pergamena, aveva trovato un libro involtato in un

foglio di carta e sigillato. Ingiallito, squadernato, senza

frontispizio, con strane figure quasi a ogni pagina, quel volumetto

aveva tentato la sua curiosità. Sigillato con cinque larghi sigilli,

nascosto colà, dietro agli altri libri, era dunque qualcosa di vietato?

E se lo era portato in camera, e lo aveva nascosto tra le materassa del

suo lettino, sotto il capezzale... E la notte, fingendo di dir le

preghiere, si era messa a leggere...

-- Diceva: _Modo di far apparire nella propria camera la persona amata_.

Si doveva recitare per tre notti consecutive una lunga preghiera

latina... _Adonai, onnipotens sempiterne Deus_... La so tutta a memoria!

-- Il demonio, figliuola mia!... Il demonio!...

-- Che m'importava? Abbandonata da Dio, mi rivolgevo al diavolo che

almeno mi prometteva quella felicità... Ah! sono stata ingannata anche

da lui!... Mi sentivo morire dal terrore, e leggevo, leggevo quella

preghiera di cui capivo soltanto poche parole, con la fronte bagnata di

sudore diaccio, col cuore che quasi non mi batteva più, con la voce che

mi moriva in gola, ginocchioni presso la finestra aperta di quella

stanzaccia dove mi recavo a notte avanzata, brancolando nel buio,

portando i fiammiferi e la candela benedetta della Candelora, perchè

occorreva una candela benedetta... E poi ho continuato per mesi e mesi,

qui, in questa camera, invocando, persistente, colui che non appariva,

che non è apparso mai! Mai!...

-- _Domine, ignosce illae!_ -- balbettava il canonico, alzando

pietosamente gli occhi. E soggiungeva: -- Dio è misericordioso... Tu,

povera figliuola, non sapevi quel che facevi.

-- Lo sapevo, padre; lo facevo a posta!...

-- Ma era un'aberrazione, un suggerimento del diavolo!... Ora che ti

accusi del peccato, ora che, pentita, domandi perdono...

-- Sono dannata!... Sono dannata! -- tornava a singhiozzare Rosaria

desolatamente.

-- Ah, figliuola! Questo, questo è peccato ancora più grande: disperare

della misericordia di Dio!... Sei già perdonata! In nome di Colui che me

n'ha dato potestà, _ego te absolvo_!... E ora che intendi fare,

figliuola mia?

-- Voglio andar via, lontano, Suora di Carità!... Partire sùbito...

sùbito!...

*

* *

Il barone aveva ricevuto una lettera di Rosaria che gli domandava

perdono e gli annunziava la sua partenza per Siracusa, dove era la casa

delle Suore di Carità che dovevano ricevere i primi voti di lei. Egli

aveva tentennato cupamente il capo leggendo; poi, stracciato il foglio,

ne aveva buttato i pezzetti in un angolo; e non aveva risposto.

Due mesi dopo, Ercole, in una partita di caccia, veniva colpito per

sbaglio da un amico. Era rimasto accecato, e forse non sarebbe

sopravvissuto alla disgrazia!

-- È la mano di Dio! -- aveva risposto il barone a don Emanuele Cerrotta,

incaricato di partecipargli cautamente la notizia. -- Dovrò vedere ben

altro!... La mano di Dio è lenta nel colpire, ma infallibile!...

Da due notti egli non chiudeva occhio, agitato dal pensiero della

prossima discussione della lite davanti a la Gran Corte. Finalmente il

gran giorno arrivava! Bisognava correre da un giudice all'altro e dal

presidente, per dare _informazioni_ assieme con l'avvocato e col

procuratore legale. E il presidente della Gran Corte, udendolo parlare e

parlare -- già lo conosceva benissimo; chi non lo conosceva ormai nei

tribunali e nella Gran Corte? -- quella mattina gli disse nel suo

schietto napoletano:

-- Ma caro barone, 'a Corte v'avarrìa da dà ragione pe levasse na mala

pimmicia da cuollo!

E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di

consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e

sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col

busto, applaudendo sotto voce con frequenti _bravo! bene! benissimo!_

che avevano infastidito il celebre avvocato, perchè lo distraevano dalla

complicata argomentazione del suo ragionamento.

-- Ma, barone mio!... -- gli si rivoltò all'ultimo.

Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto

rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato.

Ma poi drizzò il capo, fulminò con uno sguardo l'avvocato della parte

contraria, appena questi cominciò ad arringare con voce sonora ed ampi

gesti.

-- Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo!

Bene!... Benissimo!...

Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si

stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei

cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De

Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva

sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo

chiudendo gli occhi. -- Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in

Gran Corte!... E riderà bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! -- Che diceva ora

quell'avvocato arruffone?... -- Ma sì, ma sì... Col matrimonio di donna

Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantorìa!... -- Lo confutava

balbettando appena le parole, e stentava a contenersi...

Tutt'a un tratto impallidì, si piegò in avanti e cadde bocconi per

terra, con un fievole rantolo.

*

* *

L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente

svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due

giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane!

-- Che fate più qui, barone? -- gli aveva detto don Emanuele Cerrotta. --

Ora aspettiamo la sentenza... favorevole... ve lo confido in un

orecchio... l'ho saputo poco fa. Sarà pubblicata fra un mese. Ci si dà

ragione in tutto e per tutto... Come se ce la fossimo scritta da noi.

Tornate a casa vostra; caro barone; volete ammazzarvi con questa

vitaccia? Perdonate e non ci pensate più. Siate generoso!

-- I Zingàli non perdonano mai! Vanno all'inferno, ma non perdonano! Mai!

-- aveva risposto il barone.

-- Non siete cristiano dunque?

-- Cristiano battezzato; ma Gesù Cristo, che perdonò a tutti ed era

figlio di Dio, Gesù Cristo non perdonò a Giuda!

-- Andate a confessarvi!... Non sapete che vostro figlio Marco...

-- Il mugnaio?... So! So!

-- C'è mancato poco che la gran ruota del suo mulino non lo abbia

sbalzato per aria e sfragellato!

-- La mano di Dio!... E ancora!... Ancora!...

-- Me l'ha raccontato uno del vostro paese. E, in pochi minuti, ogni cosa

si è sfasciata, è andata in frantumi per troppa violenza di moto. Son

crollati due solai...

-- Crollerà l'intero palazzo! Vedrete!

-- Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella

povera baronessa! È malata, quasi moribonda... Andate colà, perdonate a

tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra

qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E

in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di

Cento-Salme.

-- Non c'è ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle.

-- E perdonate. Perdonare è dei grandi -- conchiuse don Emanuele.

No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la

ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingàli, tutte le

sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli

attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da più di

due anni. E quel tanfo di cui più non si accorgeva, e quel sudiciume

della biancheria e del vestito a cui più non badava, e dei quali aveva

spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora,

quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che

portava addosso gli dava nausea!

E la mattina dopo montò sul carretto di un compaesano, come un

miserabile portato per carità, e si sfamò assieme col carrettiere in una

osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli

indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di

abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe

rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane

Asciutte e Cantorìa; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e

un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire

perchè rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie,

dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato!

-- Ah, certamente già si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che

non sono più un matto da interdire, ora che non sono più un rognoso, ora

che non sono più un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si

umilieranno, commetteranno tutte le viltà... C'è Cento-Salme in vista.

Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino

don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono più

marito!... Non sono più padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo

Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa... no, anzi, barone di

Cento-Salme; otterrò un decreto pel nuovo titolo!...

Era già sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone

polveroso. Il carrettiere cantava.

Il barone rizzò la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo

rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre

anni e un'inattesa forte commozione lo invase.

Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in

quel punto sentì bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo.

-- Che dicono di me?

-- Dicono che _voscenza_ ha vinto la causa. Ora don Marco non penserà più

al mulino...

-- Forse...

-- È stata una pazzia. I signori debbono fare i signori, ed io che sono

un carrettiere il carrettiere; dico bene, _voscenza_?

-- Ferma; scendo qui. Non far sapere a nessuno che mi hai portato.

-- Come vuole voscenza.

E si arrampicò lentamente pel viottolo che saliva a destra su per la

collina. I cani abbaiarono poco dopo, un contadino s'affacciò dal

ciglione:

-- Zitto! -- gli disse -- Sono stanco; la salita è ripida.

*

* *

Le febbri lo avevano sfinito. Dormiva sur un po' di strame; non c'era

neppure un pagliericcio in quell'antico frantoio di ulive che non

serviva più da anni ed anni. I contadini ogni sera tornavano in paese,

ed egli restava solo colà, aspettando il plico del procuratore Cerrotta,

che dovea portargli la copia legale della sentenza della Gran Corte.

-- Come si sente, _voscenza_?

-- Meglio! Meglio. Non è niente! Ho la pelle dura io.

Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso

davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere

gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che

era stato antico fittaiuolo di casa Zingàli, una sera finalmente era

andato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone.

-- Dovrà morire colà, come un cane?

-- Che possiamo farci?... Ha parlato di noi?

-- Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno

un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto del

_trappítu_... Fa pietà!

Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare

in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel

po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui

avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i

denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva

scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in

liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse

fresca. Sentendo uno scalpitío di vetture, volse la testa.

-- Ah, signor barone!... Ah, signor barone!...

Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La

Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per

rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con

le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo.

-- Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi

confessare, signor canonico. Siete venuti come i corvi all'odor del

cadavere? No, no... Sono più vivo di tutti coloro che vi mandano...

Andate a dirglielo.

-- Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi

vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo...

-- Ho qui un plico per lei, da Catania. L'ha portato ieri sera mio

cognato...

-- Grazie! Date qua... Grazie!

Gli occhi torbidi e stanchi gli si rianimarono un poco. Le mani

palpavano con un tremito di carezza il plico, ma non tentavano di

aprirlo. La commozione gli aveva tolto ogni forza... Sorrideva, agitava

le labbra, ma non poteva parlare. Accennò al dottore che lo aprisse lui

e leggesse...

-- Che cosa è, dottore? -- lo interruppe -- Qui!... Qui!...

Accennava al cuore. Soffriva una smania dolorosa, una puntura

acutissima.

-- Non voglio morire!... Non debbo morire! -- balbettava.

Il dottore e il canonico si guardarono in viso.

Mentre il dottore lo sosteneva per le spalle, il canonico, chinatosi

premurosamente su lui, gli susurrò con voce compunta:

-- Faccia la volontà di Dio, signor barone! Dio è padrone della vita e

della morte!...

Il barone spalancò gli occhi.

-- Non voglio morire! Non voglio morire!... Soffoco!... Dottore!

Implorava disperatamente aiuto.

-- Si rassegni, faccia la volontà di Dio! -- ripeteva il canonico

inginocchiato davanti a lui.

Il povero moribondo scosse la testa, raccolse le forze:

-- Ah!... Questa, no, Cristo non doveva farmela!

E portando le mani al cuore e tentando di strapparsi il vestito, con le

sopracciglia corrugate e l'espressione dura e orgogliosa dei Zingàli

nello sguardo, soggiunse, balbettando quasi con minaccia:

-- Ma... ce la vedremo lassù!... Non... doveva... far...

E il rantolo dell'agonia gli troncò la parola su le labbra convulse.

Nuove "Paesane" · 第 6 / 19 题