Ricciotti arrivava in questo frattempo a Digione, dopo aver sostenuto
diversi piccoli scontri con recognizioni nemiche, scontri in cui aveva
sempre ottenuto indiscutibili vantaggi; il di lui arrivo fu per noi
una vera festa: il giovine ed ardito condottiero che già erasi
acquistata tanta gloria in questa campagna, troppo ci aveva fatto
temere per il suo troppo coraggio ed era di troppa utilità al nostro
esercito, perchè non ne valutassimo l'arrivo come un lieto
avvenimento. Dipiù nella sua brigata noi avevamo amici carissimi: lo
Strocchi, l'Orlandi, Cardini erano nei _Francs chavaliers de
Chatillon_, squadrone di cavalleria che il prode e simpatico figlio di
Garibaldi aveva organizzato dopo la memorabile impresa che aggiunse
non poco lustro alle armi italiane.
Quasi nel medesimo tempo arrivava da Chambery il simpatico Canzio,
portando seco circa duecento uomini, che uniti a quelli del deposito,
a cui eravamo stati ascritti in principio, formarono un battaglione
sotto gli ordini del maggiore Perla, battaglione che fu denominato dei
Cacciatori di Marsala. Cavallotti, Rossi di Lodi e tanti altri
generosi si trovavano in quelle file: essi avevano lasciato il
Frapolli per essere in prima linea.
La gioia di questi arrivi fu per noi un po' amareggiata dalla notizia
che i famosi cavalli che dovevano arrivare con Canzio, sarebbero
arrivati due o tre giorni dopo... se ci avessero detto che non
dovevano arrivare mai, saremmo usciti addirittura dai gangheri e chi
sa quale determinazione avremmo preso!
Ai nuovi volontarii furono distribuite delle carabine _Weincester_,
bellissime armi ma che forse esigevano un po' troppo perizia in chi le
adoperava; avevano esse diciotto colpi di riserva, erano elegantissime
e quando se ne vedeva una in mano di qualche Garibaldino, ci si
affollava intorno a lui, e con noi si affollavano a bocca spalancata i
buoni popolani della città; difatti nelle piazze, nelle vie principali
tu non avresti veduto che gruppetti di gente, e in mezzo a questi un
volontario che dava tutte le spiegazioni possibili e immaginabili in
mezzo allo stupore e alla soddisfazione generale.
Bisogna esser giusti: nell'ultimo periodo della campagna i volontarii
non erano armati malaccio: i Carabinieri Genovesi avevano per esempio
delle buone carabine _Spencer_, con sette colpi di riserva nel calcio:
unico danno come diceva, poco anzi, era la difficoltà con cui potevano
adoperarsi da mani inesperte; per cui avrei reputato cosa molto
migliore il dispensare fino dal bel principio quei _Remingtons_ che
furono dispensati, come sempre succede, quando non ce ne era più alcun
bisogno.
Ai nostri soldati non si distribuiva alcun rancio: si dava loro un
franco il giorno, se erano di fanteria; uno e venticinque centesimi,
se di cavalleria: questo provvedimento, se era molto noioso per quando
le truppe si trovavano in marcia o nei passetti, era assai comodo per
quando le si trovavano in Digione. I cittadini non si potevano infatti
mostrare nè più ospitali, nè più generosi: accoglievano a braccia
aperte nelle loro case i giovani loro difensori e li trattavano
cavalierescamente. Gran bella città Digione--mi diceva un mio
amico--anche con pochi soldi ci è da farsi un peculio!... È un fatto
che gli abitanti delle Côte d'Or ci volevano un ben dell'anima;
bastava che le trombe del Tanara suonassero la ritirata perché
s'improvvisasse una dimostrazione con grandi evviva a Garibaldi e
all'Italia; allorchè fu data onorata sepoltura nel cimitero alla salma
del bravo tenente Anzillotti, tutta la popolazione prese parte alla
cerimonia pietosa, ed assistè religiosamente ai discorsi del Tanara e
di Canzio, quantunque fossero proferiti in lingua italiana: si erano
troppo assaggiati i soldati della grazia di Dio per non fare buon viso
ai soldati della Libertà.
La concentrazione di truppe continuava: giungeva pure in Digione
l'altra legione italiana comandata dal Bavelli: questa era costituita
di tre battaglioni, della forza di circa quattrocento uomini per
ciascheduno; se il nome del comandante giungeva a tutti nuovissimo, vi
erano sotto di lui bravi soldati e bene esperimentati patriotti. I
maggiori Pastoris, Ravá, i capitani Becherucci, Romanelli, Sartori, il
tenente Ademollo e tanti altri che non cito, perchè ciò troppo mi
trarrebbe fuori dal seminato. La legione era organizzata militarmente
più di ogni altra; aveva anche una piccola fanfara, nè eccellente, nè
perfida, ma lassù applauditissima.
Il trovarsi tutti riuniti produsse un brio generale: mai le strade
della capitale della vecchia Borgogna hanno assistito a un movimento,
a un brusio simile a quello di queste belle serate: ogni poco si
riconosceva qualcuno: ogni poco uno schioppettio di baci ti
solleticava dolcemente l'orecchio; e conforti reciproci, e augurii di
future vittorie, e strette di mano e ricordi del passato
s'incrociavano, si avvicendevano tra i varii individui. Oh!... Chi ci
rende quei momenti felici in cui non si pon mente al domani, in cui,
tanto vicini alla morte, si ritrova la calma e l'allegria del
fanciullo, in cui lasciata ogni maschera di convenienze sociali, si
parla col cuore sulla bocca, e si dà l'ultimo soldo all'amico,
persuasi di non fare nemmeno una gentilezza, ma di adempire a un
dovere!.. E ancora qui dal tavolino della mia camera, raffazzonando
questi appunti, io vi veggo sfilare a me davanti, o simpatici volti
dei miei compagni d'arme, e mi par d'esser tornato in mezzo alle vie
rallegrate dal vostro chiasso e dalle vostre canzoni: molti di voi non
sono più, ma se soltanto chi lascia eredità d'affetto ha gioia
dall'urna, voi vivrete eternamente nella memoria del popolo, come vi
giuro, che eternamente vivrete nella mia.
All'oscuro, come eravamo, sui movimenti del nemico, tutti noi eravamo
convinti che Garibaldi avesse intenzione di tentare un gran colpo. È
pur la brutta cosa esser soldato!... Non saper mai nulla su quello che
hanno intenzione di fare i superiori ed avere in capo una curiosità,
come avevo io!
La nostra perplessità non poteva durare molto a lungo: la domenica, 15
gennaio, una guida che doveva portare un dispaccio al Maggiore
Farlatti, tornò quasi subito, annunciandoci che a poco più di tre
chilometri dalla città vi erano i Prussiani. In questa stessa
domenica, passeggiando lungo il viale del Parco, bellissima
passeggiata con un getto d'acqua assai da ammirarsi, mi sentii toccar
leggermente sulle spalle. Mi voltai immediatamente, e non potei fare a
meno di proferire un grido di stupore.
Quella mano che mi aveva così gentilmente toccato, era la mano
d'Aissa. La gentile ragazza indossava un bellissimo costume da
vivandiera, tutto in velluto nero; il suo piedino aristocratico faceva
mostra di tutta la sua eleganza, a causa della corta sottana; un
piccolo _rewolver_ le stava alla cintola... era insomma un bel tipo.
--Voi qui?--Le dissi.
--Mi credevate incapace di mantenere una promessa.
--No... ma... e con chi siete?
--Sono con i mobilizzati dell'Isere... non vedete, son vivandiera!
--Mi rallegro con voi... E ci potremo vedere?
--Chi sa... ora vi lascio!
--Restate un pochino...
--È impossibile... son là col mio... col mio... non so come
chiamarlo... è geloso come una jena... A rivederci.
Le strinsi la mano, e guardai questo... non so come chiamarlo... e
vidi un capitano della guardia mobile, brutto come un brigadiere delle
guardie di sicurezza o poco meno; piccolo e grasso come una botte.
Capii la di lui gelosia... e lo compiansi: egli non era che un _pas
per tout_ per la avvenente fanciulla, che aveva trovato modo di
distrarsi e di essere utile a quella società, dalla quale aveva
ricevuto tanti sgarbi e alla quale aveva fino allora arrecati tanti
danni.
Avevo appena veduta questa vecchia conoscenza (dico vecchia perché una
conoscenza di un mese in quegli eccezionali momenti si può dichiarare
per antichissima) quando cominciò a cadere a larghi fiocchi la neve, e
questa persistè ostinatamente fino alla sera: ci alzammo al mattino
dipoi e continuava la poco aggradevole sinfonia: _il neigait, il
neigait, il neigait_, proprio come nella ritirata di Russia, così
ammirabilmente dipinta da Victor Hugo nei suoi _Chatiments_.
Figuratevi, quale allegria non fosse per noi, il vedere tutti quei
tetti acuminati, candidi come l'anima di una verginella; il
passeggiare quelle vie, quelle piazze dove si affondava fino a mezza
gamba, l'ammirare i nasi dei nostri compagni di sventura rossi come
peperoni, seccati chi sa da quanti anni!.. Ed il cielo ci fece questa
burletta fino a notte avanzata; decisamente il cielo sapendoci nemici
del trono come dell'altare, ci voleva amministrare una di quelle
lezioncine paterne, che ci facevano ricordare la dottrina Cristiana
del cardinal Bellarmino.
Quella sera noi non potevamo godere: poiché ci ricorrevano al pensiero
quei disgraziati nostri fratelli che si trovavano accampati o agli
avamposti. Poveri diavoli--si susurrava, scaldandoci davanti a un bel
fuoco--Poveri diavoli, quanti di loro hanno con gioia abbandonate
tutte le dolcezze di una vita beata, e forse ci sarà chi oserà mettere
in dubbio la purezza delle loro intenzioni, la lealtà dei loro
propositi, la fede che li ha sostenuti in mezzo a quest'avvicendarsi
perpetuo di peripezie, che a malapena si credono nell'udirle narrare?!
Meno male, che la bestemmia dei tristi giunge più cara agli orecchi di
chi fa il proprio dovere, della lode dei buoni. Declami pure, rida
pure la gente che non si muove da casa se non quando vi è la
prospettiva di un grande interesse... l'armata dei Vosgi ha troppo la
coscienza di quello che ha fatto per poter dare ascolto ai ragli e
agli impotenti grugniti dei pravi.