PANURGO, ESSANDRO, MORFEO.

PANURGO. Essandro, padron mio caro, come state?

ESSANDRO. Accompagnato da una amarissima compagnia di pensieri.

PANURGO. Non domandi di tuoi successi?

ESSANDRO. Per allungar la speranza! Ma pur che novelle?

PANURGO. Cattivissime, maledettevolissime. Tu sei...

ESSANDRO. So che vuoi dire:--Misero e serbato dal Cielo a crudelissime

passioni!

PANURGO. Gerasto n'ha scacciati di casa, dato Cleria a Cintio; e or si

fanno le nozze.

ESSANDRO. Giá son caduto e morto!

PANURGO. Come?

ESSANDRO. Tu parli cortelli e lancie; la tua lingua m'ha trapassata la

gola come un pugnale.

PANURGO. S'è inviato a dir a Sua Eccellenza; e fatto tòrre

informazione del successo, ha dato ordine che tu sii giustiziato.

ESSANDRO. M'hai tornato vivo, che non fu mai piú cara morte, perché

d'ora innanzi arei sempre aborrita la vita.

PANURGO. Ascolta fin al fine.

ESSANDRO. Non posso ascoltare, perché attendo al fatto mio.

PANURGO. Questi sono i fatti tuoi.

ESSANDRO. I miei fatti sono annodarmi un capestro al collo e

strangolarmi.

PANURGO, Ascolta, dico.

ESSANDRO. Il mal cresce, la speranza è mancata, il disio è fatto

maggiore, il consiglio disperso: non ascolto piú niuno, ragiono con la

morte che sotto varie imagini mi scorre dinanzi. Giá è persa la

medicina che sola mi poteva recar salute; molte vane speranze m'han

lusingato fin qui; or pongo fine allo sperare, non ingannare piú me

stesso.

PANURGO. Vòlgeti a me.

ESSANDRO. Ho annodata la fune e or me l'adatto al collo.

PANURGO. Chi t'ave imparato, il boia?

ESSANDRO. La disperazione! Vuoi tu alcuna cosa dall'altro mondo?

PANURGO. Sí, sí, vo' che mi porti una lettera a mio padre, che li

bacio le mani e desio saper come stia.

ESSANDRO. M'allonghi la vita! giá salo la scala e annodo il capestro

al trave.

PANURGO. Te terrò per i piedi, non ti farò salire.

ESSANDRO. Scherzi con la morte non con me. Adesso mi butto.

PANURGO. Non buttarti cosí presto. Ecco spezzato il capestro: perché

non lo tentavi prima che adoperarlo? Volemo che la fortuna s'appicchi

lei con quel capestro che apparecchiava per voi?

ESSANDRO. Fai errore trattener la morte, con beffe, ad un misero.

PANURGO. Allegrezza, allegrezza!

ESSANDRO. Hai torto darmi la baia, ch'io non t'offesi, che io seppi

mai, e t'ho in luogo di padre e non di servo tenuto.

PANURGO. La via che avevi presa per gir all'altro mondo, lasciala, e

prendi quella per gir alla casa di Cleria, che è tua moglie.

ESSANDRO. Come moglie?

PANURGO. In carne e ossa.

ESSANDRO. Burli in cosa dove va la vita.

PANURGO. È venuto Apollione tuo zio e riconosciutosi con tuo padre;

son stati d'accordo con Gerasto e ti han concessa Cleria.

ESSANDRO. Deh, perché mi burli e aggiungi beffe a beffe?

PANURGO. Allegrati della mia allegrezza adesso, come io mi son

allegrato della tua: ch'io ho ritrovato mio figlio.

ESSANDRO. Chi è tuo figlio?

PANURGO. Vieni in casa e lo saprai, ch'io non vo' tanto prolungar il

tempo che possi abbracciare e stringere la tua Cleria piú che una

tanaglia.

ESSANDRO. Il misero non crede a nulla che di ben gli sia detto.

PANURGO. Vieni, corri, vola e vedi il tutto vòlto in allegrezza.

ESSANDRO. Rispondi a quanto ti domando, parla piú chiaramente il

tutto: Cleria è fatta mia?

PANURGO. Sí.

ESSANDRO. Gerasto m'ha perdonato?

PANURGO. Sí.

ESSANDRO. È venuto mio zio Apollione?

PANURGO. Sí.

ESSANDRO. Mio padre ancora?

PANURGO. Sí.

ESSANDRO. Ad ogni cosa che ti domando: sí, sí, sí. Mi tratti da

bestia, da asino.

PANURGO. Sí, sí, sí: te l'ho detto e stradetto mille volte.

ESSANDRO. Oh, come sí orribil tempesta si è mutata in un subito in sí

placida e tranquilla quiete! O felici miei pensieri, a che gloria

giunti sète! O felice sole, che hai apportato il piú lieto giorno per

me e ore cosí felici!

PANURGO. Dove vai, Morfeo?

MORFEO. A chiamar Essandro. Che tardi? tutti sono a tavola, si fa

banchetto reale, le minestre si raffreddano e non vogliono cominciar

senza te.

ESSANDRO. Deh, perché non ho l'ali da volare, o Cleria, o mio padre, o

mio zio!

MORFEO. Spettatori, la cosa è riuscita a miglior fine di quello che

noi speravamo e che abbiamo saputo ordinare: bisognano alcuna volta i

disordini, accioché si venghi agli ordini. E se la favola vi è

piaciuta, fate segno di allegrezza.

La fantesca · 第 96 / 96 题