APOLLIONE. (Mi dicono tutti che abita qui d'intorno. Forse costoro me
ne sapranno dar novella). Gentiluomini, mi sapreste dar voi nuova di
Gerasto di Guardati?
GERASTO. Niuno ve ne può dar piú certa nuova di me, perché io son
detto. Ma che volete da me?
APOLLIONE. Saper solo se in casa vostra fusse una fantesca chiamata
Fioretta, che son tre anni che si partí di casa mia.
GERASTO. Chi sète voi che me ne dimandate?
APOLLIONE. Son Apollione de Fregosi suo zio, che vo tre anni disperso
per averne novella.
GERASTO. Certo avete una nipote molto onorata e da bene!
APOLLIONE. Tutto è per vostra cortesia, ché, stando in casa onorata
come la vostra, stava sicuro che contagione di pessimi costumi non
l'arrebbono corrotta.
GERASTO. Ditemi, di grazia, il vero--ché confidando nella bontá, che
mi par conoscere nell'aria vostra, voglio crederlo,--di che qualitá è
questa vostra nipote?
APOLLIONE. Se ben l'uomo deve sempre dir il vero, mi par pur gran
sfacciataggine dir una bugia che potrá esser facilmente scoverta,
essendo qui infiniti gentiluomini genovesi che ve ne potranno
chiarire. Suo padre e io siamo fratelli, di patria genovesi, della
famiglia di Fregosi, che per negozi appertinenti a Stato, quando si
fe' l'aggregazion di nobili in Genova, fummo sbanditi. Mio fratello
con taglia di tremila ducati se ne fuggí; e son quindici anni che non
se ne intese piú novella se sia vivo o morto. Giá sono accommodate le
cose della patria molti anni sono; e io cercando di lui, venni con la
casa in Roma; e per un mal serviggio promettendo io di battere mia
nipote, questa si partí di casa tre anni sono, che non ne ho inteso
piú nulla se non pochi mesi sono, che era in Napoli in casa vostra.
Onde partitomi di Roma, son qui venuto per saperne novella.
GERASTO. Come è suo nome, e del padre?
APOLLIONE. Suo nome Essandro, suo padre Carisio, io Apollione; e se
ben perdemmo in quel conflitto molte robbe, pur non siamo tanto poveri
che in casa nostra non sieno trentamila ducati.
PANURGO. O fratello carissimo, Apollione desiato sí lungo tempo di
rivedere! benedetti questi legami di carcere e le disgrazie, poiché in
esse mi tocca di rivederti!
APOLLIONE. Tu dunque sei Carisio mio fratello? o che dolcezza è
questa! sogno io o vaneggio?
GERASTO. Ah, ah, ah!
NARTICOFORO. Ah, ah, ah! certo che sogni e vaneggi.
APOLLIONE. Per che cagione?
GERASTO. Questi che voi non conoscete, si trasforma in qualunque uomo
ei vede: per uscir dall'intrigo dove adesso si ritrova, subito s'ha
finto tuo fratello.
APOLLIONE. Ogniun crede facilmente quel che desia: il desiderio
immenso di trovar mio fratello me lo fe' subito credere.
PANURGO. Deh, Apollione mio caro, non mi raffiguri tu ancora? ha
potuto tanto l'assenza ch'abbi posto in oblio la mia conoscenza?
GERASTO. Oh, vedete come piange, vedete che lagrime spesse!
NARTICOFORO. Se fusse donna, non arebbe cosí le lagrime a sua posta.
APOLLIONE. Veramente or ti raffiguro, fratello: perdonami se prima non
son venuto a far il debito ufficio ch'io doveva.
GERASTO. Férmati, ché tu proprio desii d'essere ingannato. Questi a
me, che son Gerasto, ha dato ad intendere che sia Narticoforo; a
costui, che sia me; ad un servo, per tòrli certe vesti, l'ha fatto
credere ch'era un dottor di legge; or per iscampar dal periglio dove
si trova, dice che è tuo fratello.
PANURGO. Non si chiamò mia moglie Zenobia? né ti raccomandai questo
figlio di duo anni, piangendo in braccia, quando partimmi?
APOLLIONE. Questo che dice è vero, e a me par mio fratello.
PANURGO. Non hai tu un segnale nella schena, ché avendoti in braccio,
quando era piccino, ti fei cadere e percotere in una pietra aguzza, di
che giacesti duo mesi in letto e ancor ne devi aver la cicatrice?
APOLLIONE. Questo è mio fratellissimo. O fratello ricercato e
desiderato!
NARTICOFORO. Può esser che tu voglia essere cosí credulo?
APOLLIONE. Chi non è uso a mentire, crede ogniun che dica il vero. Ma
io tocco la veritá con le mani.
NARTICOFORO. Io non posso imaginarmi uomo piú perfidioso di te: questi
è un «_doli fabricator Epeus_», è un altro Ulisse che fece il cavallo
igneo per prender Troia. Tu ne sei stato admonito prima, che persuade
a ciascun che sia lui.
APOLLIONE. Amici, mi ha dati certi segni che non può saperli altri che
lui.
GERASTO. Sappiate che tiene le spie per tutte l'osterie, per star
informato de' fatti di ciascuno e persuadergli quello che vuole.
PANURGO. Ed è possibile, Apollione mio, fratello, che vogli prestar
piú fede a costoro che all'istessa veritade?
APOLLIONE. Amici, la forza del sangue è cosí grande che si fa
conoscere da se stessa: io mi sento tutto il sangue commosso.
NARTICOFORO. Ancor potrebbe esser vero quel che dice, e noi non cel
crediamo. Questo acquista chi è uso a mentire: che dicendo il vero non
gli è creduto. «_Qui semel malus, semper praesumitur malus in eodem
genere mali_».
APOLLIONE. Questi è veramente mio fratello; né fu tanta la pena che ho
sentito in questa sua assenza, che non sia maggior la gioia che adesso
ho che lo riveggo. Gerasto, padron caro, costui è padre di chi sta in
casa vostra.
GERASTO. Talché ugualmente e dal padre e dal figliuolo son stato
assassinato?
PANURGO. E può esser che io sia stato ruffiano a mio figlio?
APOLLIONE. Gerasto caro, sappiansi l'ingiurie che stimate aver
ricevute da noi, accioché possiamo far le debite sodisfazioni.
PANURGO. L'ingiuria che l'ho fatta, è questa: che per far serviggio a
mio figlio, allor mio padrone, prestatomi il nome di Narticoforo
romano, che è questo gentiluomo, entrai in casa sua; e poi prestatomi
il nome suo, mi feci conoscere a questo per Gerasto e lo scacciai
dalla casa che non era mia. Che grande ingiuria è questa, ch'io ne
meriti tanto castigo? Si prestano ogni giorno vesti, vasi d'argento ed
altre cose che pur si logorano; né per questo se ne ha molto obligo a
chi le presta. Per avermi io servito di vostri nomi per due ore, e or
ve li restituisco sani e salvi e senza mancamento alcuno, dite che
gran premio ne volete, che son per pagarlo. Vi vo' prestare il mio
nome di Carisio per un anno, per quattro e dieci, e non ne vo' cosa
alcuna né che me ne abbiate pur un minimo obligo.
NARTICOFORO. Certo che sète uomo frugi e di molta comitate: d'oggi
innanzi vi vo' per ero e per amico.
APOLLIONE. Vengasi di grazia all'altra ingiuria che avete ricevuta.
GERASTO. L'altra è questa: che vostro nipote, vestito da fantesca, è
stato in casa mia; e mia moglie per gelosia di me, pensandosi che
fusse femina, l'ha fatta dormir sempre in camera con mia figlia. Oggi
è scoverta l'alchimia, l'ho prigione, mi son consigliato con gli amici
e parenti se lo debba uccidere o consignarlo in man della giustizia.
APOLLIONE. Sia benedetto Iddio che ci ha fatto giungere a tempo di
remediarci! Orsú, Gerasto caro, l'indegno atto e l'offesa che ha usata
contro te, n'è stato cagione amore; ché ben sapete che amore e ragione
mai potero apparentare insieme, e la legge d'amore è romper tutte le
leggi e non servar legge ad alcuno. Poiché amor l'ha ridotto a questo
termine, vagliaci il vostro senno e prudenza a rimediarci. Poiché cosí
è piaciuto a lui, piace ancora a noi che sia sua moglie; e credo che
non abbiate a ritrarvene a dietro, essendo mò noi de Fregosi, casa
cosí nobilissima, e tanto piú abbiamo sol questo nipote il qual sará
erede di trentamila scudi. Egli è bello tra giovani non men bella che
sia vostra figlia; e se egli ne è di foco, ella n'è di fiamma; s'egli
arde per lei, ella ne è arsa e incenerita per lui; e s'egli ha dato il
core, ella l'anima. Facciasi.
GERASTO. Ed io poiché non posso rimediare al mio onore altrimente, è
forza che me ne contenti: io gli perdono né vo' che muoia, non perché
egli sia degno di vita--ché dovea farmela chiedere ordinariamente e
non con trappole macchiarmi l'onore;--ma lo fo per non dare a te suo
padre e a te suo zio cosí acerbo dolore che avereste della sua morte.
Orsú, diasi Cleria ad Essandro e Ersilia a Cintio, purché ne sia
contento Narticoforo: con questo patto però, che abbi tempo duo giorni
ad informarmi di voi; ché se ben all'aspetto conosco che siate di
buona qualitá e conosco che sia vero quanto dite, pur per non esser
tassato per leggiero da parenti e amici, cerco questo spazio di tempo.
NARTICOFORO. Io mi contento e plus quam contento che sia Ersilia di
Cintio, che quella piú di Cleria io exoptava.
GERASTO. Io ti scioglio, Carisio caro; e ponendoti tu in mio luogo,
credo che essendo onorato, come ti stimo, aresti fatto altrotanto a
me. Ma chi è quello cosí contrafatto che mi avete condotto in casa?
PANURGO. È un piacevolissimo buffone che altro di danno non ará potuto
fare alla casa che di alcuna cosa da mangiare. Eccoci per rimediare al
tutto.
GERASTO. Orsú, perché l'inganno avea abbagliato a tutti e ci sono
occorsi atti e parole in pregiudicio commune, si perdoni l'un l'altro.
NARTICOFORO. Cosí si facci.
PANURGO. Cosí si facci.
GERASTO. La mia casa sará commune a tutti; se ben non posso onorarvi
come si conviene, supplisca dal mio canto l'affezione. Narticoforo,
mandáti a chiamar Cintio.
NARTICOFORO. Olá, togli questa crumèna, paga l'oste, che ti dii le
valiggie, e mena teco Cintio in questa casa.
PANURGO. Vi chieggio una grazia, Gerasto, che possa baciar mio figlio,
gli dia questa allegrezza e non lo facci piú disperare.
GERASTO. Eccovi la chiave; quella è la stanza terrena.
APOLLIONE. Entriamo.