GERASTO, NARTICOFORO, PANURGO.

GERASTO. Ben, bene, queste cose se danno ad intendere a pari miei?

Arpione, Tenente, Graffagnino, pigliate questo, legatelo,

bastoneggiatelo ad usanza d'asino.

NARTICOFORO. Vi veggio, Gerasto, in gran travagli con costui.

GERASTO. Sappi, Narticoforo caro, che son stato tutto oggi aggirato

per cagion di costui, il quale è stato fonte, origine e principio

d'ogni garbuglio e d'ogni male.

NARTICOFORO. Ben, come si sta galante uomo?

PANURGO. Si sta in piedi.

NARTICOFORO. Sei o non sei tu? sei uno o sei alcuno?

PANURGO. Io non son io né mi curo esser io, né vorrei che alcuno fusse

me.

GERASTO. Mira che faccia di avorio! mira che volto!

PANURGO. Mi par che con questo volto possa star dinanzi ad ogni grande

uomo.

GERASTO. Or che diresti o faresti, se non avessi detto e fatto quel

che hai fatto e detto? Io ti darò in mano della corte e del boia che

ti facci dar di capo in un capestro, non senza le debite cerimonie

prima, della mitra, dell'asino, della scopa, di fischi e riso di tutto

il populo.

PANURGO. Sono in vostro potere, fate di me quel che vi piace; e se

questo vi par poco, giungetevi altrotanto, ch'io soffrirò ogni

supplicio. Ma di grazia, ditemi, di che vi dolete di me?

GERASTO. Come! di che mi doglio di te? Barro assassino, senza vergogna

e senza coscienza, ti par poco portarmi un furfantello storpiato con

la lingua di fuori, e farmi scacciar di casa un uomo onorato, per

favorir un prosontuoso sfacciato che vestito da fantesca tendeva

insidie all'onor della mia casa?

PANURGO. Confesso esser vero quanto dite; ma quello che è fatto, non è

stato comandato dal mio padrone? conviene al servo far ciò che gli

comanda il suo padrone.

GERASTO. Conviene ad un uomo da bene non dispiacere ad alcuno per far

piacere ad un altro.

PANURGO. Lece al servo far ciò che vuole il padrone.

GERASTO. Questo servo ne pagherá la penitenza.

PANURGO. Purché il padrone sia ben servito, soffrirò ogni cosa con

pazienza.

GERASTO. Serai appiccato come meriti.

PANURGO. Viverò almeno eterno.

GERASTO. Purché il boia ti scavezzi il collo, io non mi curo che vivi

eterno.

PANURGO. Di questa morte molto me ne glorio e vanto.

GERASTO. Te ne vanterai nell'inferno fra gli dannati tuoi pari.

PANURGO. Seguane quel che si voglia, vo' piú tosto che tu ti penti

d'averme usato impietá, ch'io di non aver fatto il mio debito.

GERASTO. I padroni, se ben patiscono spese, carceri, esili, disaggi,

sempre la scappano alfine; i servi pagano sempre.

PANURGO. Quanto piú viverò libero e con men travagli, tanto io morrò

piú sodisfatto.

GERASTO. Perché non facevi un buon officio, avisarmi dell'inganno?

PANURGO. Usando buon ufficio a te, l'usava male a lui. Che ragion

voleva che avessi lasciato di servire il padrone che l'amo, per servir

te che non so chi sii?

GERASTO. Mi risponde da filosofo: or non ti par egli un Socrate?

NARTICOFORO. (Certo che non è uomo dozzinale. La forza della virtú è

cosí grande che passa anche ne' nemici). Se ben io son stato lacessito

d'ingiurie da te, il tutto ti condono.

La fantesca · 第 92 / 96 题