SANTINA. Che dici, Nepita? non l'hai inteso con le tue orecchie?
comporterò io d'esser cosí mal maritata? Non la passerá certo senza
vendetta: io vo' aventarmegli adosso come una cagna.
NEPITA. Or questo no, padrona: fategli ogni altro dispiacere e
lasciate questo.
SANTINA. Vo' cavargli gli occhi e troncargli il naso con i denti.
NEPITA. Cavargli gli occhi e troncargli il naso ben potete, ma non por
mano ad altro.
SANTINA. Non ti par buona vendetta?
NEPITA. A me, padrona, no. Io gli renderei pan per focaccia.
SANTINA. Taci, ché sei una pazza. Vorrei piú tosto esser stracciata da
mille lupi, che esser tócca da un sol uomo che non fusse mio marito.
NEPITA. Io vorrei piú tosto esser straccata da mille uomini, che esser
tócca da un sol dente di lupo.
SANTINA. S'egli ha rotto le leggi del matrimonio, non l'ho rotte io né
le romperò finché viva. Egli lo meritarebbe certo; ma io vo' mirar me
non lui. Una donna deve far conto del suo onore.
NEPITA. L'onor non è bianco né rosso, che si possa vedere: l'onore sta
nell'opinion degli uomini, però bisogna farlo secreto. È meglio esser
tenuta bona e non esserci, ch'esser contaminata senza effetto.
SANTINA. Tu desii la morte a me. Vo' che paghi questo cattivo
desiderio con l'ossa tue. Ecco la casa terrena. Sta serrata a pèstio,
la spezzerò a calci: l'ira mi prestará forza.
NEPITA. Per iscampar da questo cattivo influsso, tuo marito deveria
far come quello animale che si strappa i suoi genitali e gli butta a'
cacciatori per salvar la sua persona, ché è ricercato sol per quelli.
Ma io ti dico, padrona, ch'egli andrá per la decima e ci lascierá lo
sacco.
SANTINA. Che vuoi dir per questo?
NEPITA. Io ben m'intendo.
SANTINA. La porta s'apre: eccolo venir fuora tutto rosso, la serra
dentro di piú. Mira come sta stracco e affaticato.
NEPITA. Ascoltiamo di grazia, padrona, che dice. Giá non vi può
scappare, che non facciate le vostre vendette.