ESSANDRO. (Oimè, ecco Gerasto e mena genti seco! Certo gli è palese il
mio fallo: prima che m'uccida, será meglio gli chieda perdono!).
GERASTO. Toglietela! che fate?
ESSANDRO. Che volete da me infelice? chi sète voi?
GERASTO. Infelice son io che muoio di rabbia per amor tuo.
ESSANDRO. In che t'ho offeso?
GERASTO. Non meritava la conscienza che ho in te, che mi avessi cosí
ingannato.
ESSANDRO. Diasi colpa ad amore la cui legge è fuor d'ogni legge:
conosco l'errore e, il confesso, merito la penitenza, ne chiedo
perdono.
GERASTO. Cosí farò io a te: dopo l'errore ne chiederò perdono.
ESSANDRO. Questi sono errori di giovani.
GERASTO. Ti farò conoscere che sono piú giovane che tu non pensi.
ESSANDRO. Amor fu colpa del tutto.
GERASTO. Non è amore ove si toglie l'onore.
ESSANDRO. Quel che è fatto non può farsi che non sia fatto.
GERASTO. Accomodaremo questo fatto poi con un altro fatto.
ESSANDRO. Merito per ciò, dunque, d'esser ucciso?
GERASTO. Ucciso, no; ferito di punta, ben sí, se il pugnale non mi
vien meno, almeno finché ne serò satollo.
ESSANDRO. Sète voi tanto crudele?
GERASTO. A te è una pietá l'esser crudele.
ESSANDRO. Sei tu tanto ingordo del mio sangue?
GERASTO. Non è sangue che si sparga con maggior dolcezza di questo.
ESSANDRO. Abbi pietá della mia gioventú!
GERASTO. Tu della mia vecchiezza!
ESSANDRO. Avertite che sono nobile.
GERASTO. Se fussi di schiatta d'imperadori, non lascierei di far
quello che m'ho proposto di fare.
ESSANDRO. (Proverò fargli bravate, poiché col buono non posso ottener
nulla). Gerasto, avèrti che la disperazione fa assai: tu non la
passerai né mi offenderai senza vendetta.
GERASTO. A tuo dispetto, andrai di sotto, se ben fussi una Ancroia,
una Marfisa bizarra.
ESSANDRO. Son giovane, ho piú forza che non stimi: ancorché mi ponessi
sotto, ho le braccia cosí robuste e la presa tanto gagliarda che ti
romperò le reni e ti farò sputar l'anima.
GERASTO. Non potrai altro che farmi ingrossare il fiato e buttar fuori
il sangue e l'anima.
ESSANDRO. Poiché sei cosí bravo, perché non vieni meco da solo a solo?
perché con queste genti?
GERASTO. Di questo ti assicuro, che il nostro duello sará da solo a
solo. Non ho tolti questi per paura di te, ma per condurti qui dentro
con manco rumore. Ma a solo a solo, all'oscuro e dentro un forno
combatterò con te.
ESSANDRO. Con che armi combatteremo?
GERASTO. Con l'ordinarie: tu con le tue, io con le mie.
ESSANDRO. Lasciameti dir due parole.
GERASTO. Il meglio che potresti fare è tacere; e se pur sono
svergognato in casa, non mi svergognar qui nella strada publica.
Portatela dentro.
ESSANDRO. Oimè!
GERASTO. Oh, come piange! non deve aver urinato questa mattina, ché le
donne quando vogliono lacrime in abondanza per ingannare alcuno, la
mattina non urinano. È vergine, la poveretta, e pensa che quel fatto
sia qualche gran cosa, almeno d'andarne un mese zoppa; ma dopo ne será
piú contenta che mai. Le vergini, se le richiedi, arrossiscono, e
stimano la vergogna nelle parole, no ne' fatti. Ma perché trattengo me
stesso? O mia Fioretta, o mio giardino vergine, ecco che vengo a còrre
cosí bel fiore.