(Pape Satan, pape Satan, aleppe!
Granchio, questi è un troiúgeno Ettore o un Aiace flagellifero!).
GRANCHIO. (Ascoltiamo che dice).
ESSANDRO. Ancora che fusse in mezzo un essercito de nemici, farò tal
scempio di lui che non vo' che lasci segno alcuno d'esser stato nel
mondo. Che mi curo io di vita? che di giustizia? Dieci anni di vita
piú o meno non m'importa.
GRANCHIO. (Chi ardirebbe toccar a costui la punta del naso?).
ESSANDRO. Mi dicono che è romano e maestro di scuola, e che si chiama
Arcinfanfano. Dimandarò ogniuno che incontro, accioché per negligenza
non resti di trovarlo.
GRANCHIO. (Or so che dice di maestro di scuola e di romano. Fuggete,
padrone).
NARTICOFORO. (Io sono insonte, non sono stato infenso ad alcuno).
GRANCHIO. (Mirate che ciera, che guardo fiero!).
NARTICOFORO. (Le ciere torte e i guardi fieri non pungono né tagliano.
Dimandagli un poco chi sia).
GRANCHIO. (Non son uomo da questioni).
NARTICOFORO. (Sii almeno da parole).
GRANCHIO. (A questo sí, son buono, e non ve ne farò mancar mai; ma
avertite che, venendo egli a fatti, io lascio le parole).
NARTICOFORO. (Sará meglio arripere la fuga).
ESSANDRO. Vien qua tu: perché fuggi?
NARTICOFORO. Voleva andare, amicto, exonerare il ventre delle
superfluitá della digestione.
ESSANDRO. Dimmi, tu chi sei?
NARTICOFORO. Né romano né ludimagistro.
ESSANDRO. Alla puzza de' piedi conosco che sei pedante. O tu sei quel
desso o devi conoscere quel pedante ch'io cerco. Conosci tu
Narticoforo romano?
NARTICOFORO. Ti giuro per il quaternario e per la brassica ch'io non
lo conosco.
ESSANDRO. Che quaternario? che brassica?
NARTICOFORO Pythagoras, philosophus philosophorum, giurava per lo
numero quaternario; iuro ego similiter per numerum quaternionem. E
Socrate, che fu giudicato dall'Oraculo per il sapientissimo di
viventi, giurava per la brassica.
ESSANDRO. Alla loquela e all'abito mi pari un pedante.
NARTICOFORO. Non aedepol, non Hercle, non certo, non son unquanco....
ESSANDRO. Vien qua tu: conosci costui chi sia?
GRANCHIO. Nol conosco né il viddi pur una volta.
ESSANDRO. Se non mi dici chi sei, ti passerò questa spada per i
fianchi.
NARTICOFORO. Saltem, annunciatemi, in che v'ha egli offeso?
ESSANDRO. Non si vergogna questo pedante pedantissimo, feccia di
pedanti, voler fare una mia cugina per moglie al suo figliuolo. Siamo
dieci nipoti congiurati insieme di ammazzarlo, perché l'abbiamo
promessa maritare con un nostro parente, e ci va la vita di tutti; e
noi per non essere uccisi tutti, vogliamo uccider lui.
NARTICOFORO. Quid igitur faciendum?
ESSANDRO. Fuggir subito da questa cittá.
NARTICOFORO. Lubenter faciam: non mi darete voi tempo ad colligendum
sarcinulas?
ESSANDRO. Abbi mezza ora di tempo. E se per disgrazia dirai nulla di
ciò che ti ho detto a Gerasto, guai a te! il pezzo maggior sará
l'orecchia.
NARTICOFORO. Mi partirò adesso adesso.
ESSANDRO. Verremo insino a Roma ad ucciderti: non so io che abiti
vicino al Culiseo?
NARTICOFORO. Non certo: alla Rotonda, sí.
ESSANDRO. Cosí prometti, fa' che l'attendi, se non..., misero te! (Io
mi tratterrò da qui intorno per far un'altra bravata a Gerasto che,
cosí vestito da maschio, non será per conoscermi).