PANURGO. O amico colendissimo, ben venghi il mio Narticoforo romano!
NARTICOFORO. O Geraste, patronorum patronissime, dii deaeque omnes te
sospitent et salvum faciant, ben trovato per una miriade di volte!
GRANCHIO. (Costoro si conoscono: la cosa non va buona per me).
PANURGO. Dove è Cintio vostro figliuolo?
NARTICOFORO. Nel diversorio, ché per non essere assueto a viaggi,
recumbe nel pulvinare; ma verrá quanto ocius. Ma certo, Gerastule,
Gerastule lepidule, voi stesso vi lacèssite d'ingiuria, chiamandovi
decrepito, che per la Dio mercé non mi parete di quaranta anni.
PANURGO. L'aria di Napoli è cosí sottile che nasconde gli anni alle
persone.
NARTICOFORO. Mi scrivevate aver i piedi obsessi da nodose podagre; or
veggio che gli avete scarni e delicatuli.
PANURGO. Scherzava cosí con voi, intendeva per le podagre due figlie
che aveva da maritare.
NARTICOFORO. Oh lepidum caput!
PANURGO. Ma sia come si vogli, son al vostro comando.
NARTICOFORO. Ecco son venuto a tòrvi questa podagra e addossarla al
mio figliuolo.
PANURGO. Di questo mi doglio ben, che v'abbiate tolto invano questo
travaglio.
NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque col mio solo figliuolo si potevano
far queste nozze?
PANURGO. Voi non sapete che voglia inferire?
NARTICOFORO. Nol posso ariolare, se non lo dite prima.
PANURGO. Dico che mi dispiace che siate venuto in Napoli, non
potendosi piú effettuare questo matrimonio.
NARTICOFORO. La cagione?
PANURGO. I giorni a dietro, medicando lo spedale degli Incurabili, o
fusse l'aria infetta di quel luogo o qualche occulta specie di peste,
come tengo ben fermo, mi prese tutto e mi venne un spedal di malattie
adosso. Questa mia figlia mi serviva a medicarmi e a mutarmi gli
empiastri; fra pochi giorni, le venne la medema infirmitá e dal
bellíco in giú l'ha tutta rósa e divorata, che non può piú servir per
femina. E di piú, le è discesa una ernia di sotto, che è piú tosto un
mostro che umana creatura; e ogni cosa che tocca infetta della medema
peste. A me il male ha profundato le parti di dietro, e sono
incancherite. Onde la poveretta non bisogna che piú si mariti, ma che
si muoia in casa overo in un monistero, benché sian brevi i giorni
suoi.
NARTICOFORO. Perché prima che mi fusse accinto a questo itinere, non
mi avete reso cerziore di questo fatto?
PANURGO. Che strada avete voi fatta al venire?
NARTICOFORO. Dal Garigliano abbiam attraversata la via e venuti per
Linterno, dove Scipio piangendo l'ingratitudine della patria commutò
la vita con la morte. Poi, per la silva Gallinaria siamo venuti a
Puteoli, detta cosí «_a putore vel a Puteorum multitudine_».
PANURGO. Ed io ho inviato una posta tre giorni sono per la via di
Aversa e di Capua.
NARTICOFORO. Non mi potrete dar voi Ersilia, l'altra figlia? che
parvi? refert sia l'una o l'altra, anzi mi piace piú di Cleria per non
essere tanto formosa.
PANURGO. Piacesse a Dio che fusse viva, ché saressimo fuora di questi
intrighi! sono piú di quattro mesi che si morio.
NARTICOFORO. Voi non me ne avete fatto parola mai.
PANURGO. Non mi parea convenevole, trattando di matrimoni e
allegrezze, mescolarvi con augúri di morti.
NARTICOFORO. Io non parlo sine ratione; ché--avendomi voi interpellato
la lezione, ché la mattina leggeva lo sesto di Virgilio con commune
applauso degli audienti, e la sera le _Regole_ di Mancinello; e
fattomi profugo da' regni latini--dalla cittá romulea son venuto qui
in Palepoli seu Neapoli con auspici di copular un mio figlio in
matrimonio; e ragionandosi di ciò tra consanguinei e amici in
Roma--ché per la Dio mercé vi siamo di qualche conto--e or tornando
alla patria senza la nuora, pensaranno qualche cosa cattiva di me o
del mio figliuolo, ché le genti sono piú acconcie a credere il male
che il bene. Però mi reduco genuflexo a deprecarvene.
PANURGO. Padron mio caro, non saprei che fare per rimediarci.
NARTICOFORO. Geraste carissime, se forse accipiendo informazione di me
o del mio figliuolo, avete inteso qualche cosa che vi spiace--perché
si trovano genti che multa dicunt,--o forse la dote è troppa o la mia
supellettile è poca, ditelo alla libera, ché potremo rimediare al
tutto.
PANURGO. Il parentado è cosí buono ch'io nol merito, la dote posso
facilmente pagarla e giá i dinari erano in banco.
NARTICOFORO. Non potrei io entrar in casa e veder questa vostra figlia
cosí abrosa?
PANURGO. Io non posso farvi intrare in casa mia, ché per esservi
dentro la peste, come vi ho detto, con accostarvi solo alla porta o
toccar queste mura, vi viene adosso la medema infirmitade: onde mi
dispero di non potervi onorare, come è mio debito, meno di un becchier
d'acqua. Ma farò che Cleria mia venghi giú, su la porta. O di casa,
fate calar Cleria mia figlia; e recate un poco d'aceto per unger le
mani, acciò il tufo e l'aria appestata non infetti questi
gentiluomini.
NARTICOFORO. Gerasto caro, accioché sappiate chi sia io, io son quello
che ho commentato il _Bellum grammaticale_, la _Priapeia_ di Virgilio;
ridotte in compendio le _Regole_ di Mancinello e del Valla; enucleati
sensi profundissimi, reconditissimi e abstrusissimi di Prisciano;
fatte postille e scòli alle _Epistole_ di Cicerone: talché vòlito per
ora virorum e per tutte le scole si parla di me. Ricordative che voi
mi proponeste questo partito e io era piú avido rifiutarlo che
accettarlo, ché alla mia prole non mancano matrimoni nella sua patria.
Ma voi tanto mi sollecitaste e mi postulaste con iterati internunzi e
chirografi, che mi facesti cadere; e or con le parole non s'accordano
i fatti.