NEPITA. (Il rumor che fanno questi dinanzi la porta, m'ha fatto
lasciar di burattar la farina. Ma chi è questo barbassoro di qua?).
NARTICOFORO. (Granchio, percontala, dimandala un poco).
GRANCHIO. O bella giovane e da bene,...
NEPITA. Sei ben un tristo tu.
GRANCHIO.... di grazia, volgetevi a noi. Prima risponde con i calci
che con la lingua: certo deve esser di razza di mulo.
NEPITA. Se avessi detto d'asino, sì.
GRANCHIO. Sí ben, di razza d'asino volevo dire.
NEPITA. E tu un'altra volta lasciami stare. Ma certo che tu non serai
altro che un prosontuoso, poiché arrogantemente parli e
prosontuosamente tocchi.
GRANCHIO. È cosí gran male il toccare? Tocco la tazza dove beve il mio
padrone, che è d'argento; non posso toccar te?
NEPITA. Pensi che se lo sapessero i miei parenti, non te ne farebbono
pentire?
GRANCHIO. Tocca tu me, che i miei parenti non se ne curano.
NEPITA. Tu sei ben un cattivo.
GRANCHIO. Cattive son le vesti, ché, si mi vedesti nudo, ti parrei
bellissimo.
NARTICOFORO. Tu veramente deliri e patisci di lucidi intervalli.
Alloquar hominem--hic et haec homo: lo uomo e la femina.--Femina da
bene!
NEPITA. Oh, oh, costui mi chiama «femina da bene»: o è un asino o non
deve parlar con me.
NARTICOFORO. Optime quidem. Deterrima muliercula, idest pessima e
cattiva femina.
NEPITA. Né tampoco cosí; ma dimmi «femina men cattiva dell'altre».
NARTICOFORO. Tibi Obtemperabo. Femina men cattiva dell'altre, ditemi,
state voi qui?
NEPITA. Se stesse qui, non anderei caminando.
NARTICOFORO. Dove stai dunque?
NEPITA. Dove mi fermo.
NARTICOFORO. Dico se sei di qua.
NEPITA. Giá, non son d'oltramare o d'oltra i monti.
NARTICOFORO. Dico se stai in questa casa.
NEPITA. Se stessi in questa casa, non starei in piazza.
NARTICOFORO. Vo' saper se stai con Gerasto.
NEPITA. Se sto teco adesso, come posso stare con Gerasto? Vedete se
siete da poco.
GRANCHIO. Ah, ah, ah!
NARTICOFORO. Tu non intendi questo mio parlare che è pieno di figure e
di ornamento oratorio, da' Greci detto «schemata». Cicero in libro De
claris oratoribus: «Schemata enim quae Graeci vocant, maxime ornant
oratorem, eaque non tam verbis pingendis habent pondus, quam
illuminandis sententiis».
GRANCHIO. Questa è la via d'entrar presto in casa!
NARTICOFORO. E si scrive con «ae» diftongo, e vien da «schima» che si
scrive con «ita».
NEPITA. Voi dovete essere spiritato, che parlate in tanti linguaggi;
ma io perdo qui il tempo, ché non avete altro che parole.
GRANCHIO. Abbiam fatti per te.
NARTICOFORO. Ascolta, di grazia, la conclusione, talché a primo ad
ultimum se ho detto se state in questa casa, ho voluto ornatamente
inferire se sète incola di questa casa.
NEPITA. Sí che che conclusione cavo io di questo?
NARTICOFORO. Questo «che che» è un «cacephaton», una cacofonia; ma
dite piú ornatamente:--Che conclusione caverò io di questo?--L'altre
parole sono superflue....
NEPITA. Parlate onesto, se pur vi piace, che vi devreste vergognare.
NARTICOFORO. In che ho peccato?...
NEPITA. Andate in bordello, vi dico, e innanzi quelle donne ragionate
di questo.
GRANCHIO. Certo, queste parole l'hanno guasto lo stomaco.
NEPITA. Certo, che dovete essere un bel pappalasagni.
NARTICOFORO. Questo vocabulo «pappalasagni» non l'ho osservato né in
_Spicilegio_ né in _Cornucopia_ né in _Calepino_. Granchio, tu che sai
di zergo e di furbesco, dimmi, che vuol dire?
GRANCHIO. Che sète un grandissimo letterato!
NARTICOFORO. (Deve esser donna di gran spirito, conosce alla ciera i
valenti uomini). Diteme se Gerasto fusse in casa.
NEPITA. Non v'è; né se vi fusse, potrebbe venir a voi, perché ha in
casa certi forastieri romani.
NARTICOFORO. Che son questi, ádvene over ospiti?
NEPITA. Dico, forastieri non osti.
NARTICOFORO. Dico, ospiti non osti. Hic et haec et hoc hospes et
advena: uomo, femina e cosa strana.
NEPITA. Un certo Nasincolio o Nartincoforo, che cento cancheri sel
mangino!
GRANCHIO. Un solo possa mangiar te!
NARTICOFORO. Impara, «Narticoforo» bisogna dire, non «Nasincolio». È
nome greco e viene «_apò tù nartix_», cioè «ferola», e «_phoros_»,
idest «ferens»; cioè «che porta la ferola». E come lo scettro è segno
della regia podestá, cosí la ferola è segno della magistral dignitade.
Ma avèrti che Narticoforo non è ancor giunto.
NEPITA. Come non è giunto, se l'ho visto con questi occhi?
NARTICOFORO. Te allucini, te inganni.
NEPITA. Cosí non fusse egli venuto mai!
GRANCHIO. Cosí non avessimo trovata viva te!
NEPITA. O s'avesse rotto le gambe per la via...
GRANCHIO. O t'avessi rotto il collo tu...
NEPITA.... egli, suo figlio e chi fu cagion che venisse!
GRANCHIO.... tu, tuo padrone e chi ti dà questa creanza!
NARTICOFORO. Come Narticoforo è in casa, se ragiona vosco?
NEPITA. Ho da burattar la farina per i maccheroni, e voi mi
trattenete: lasciatemi andare.
NARTICOFORO. Bona verba, quaeso, ascoltiate.
NEPITA. In casa voi non alloggiarete, ben potrete andar altrove.
GRANCHIO. Bel modo di ricevere i forastieri amici del padrone!
NEPITA. Se non gli farò qualche burla, non mi torrò oggi questo
barbagianni dinanzi.
NARTICOFORO. Dammi udienza, di grazia.
NEPITA. Eccovela.
NARTICOFORO. Ah, pedissequa, ancillula, scortulo, meretricula, che
m'hai ottenebrati gli oculi con questa tua farina. Proh Iupiter, che
l'avesse nelle mani per dilaniarla in mille frustuli!
GRANCHIO. Ecco, trovate vere le mie parole. Quanto era meglio credere
e non voler provare. Ella è dentro, e noi, come quelli che non entrano
mai, siamo restati fuora.
NARTICOFORO. Il canchero che ti mangi! abi in malam crucem! Costei
deve essere qualche fantesca ignorante: che sa dei fatti del padrone?
GRANCHIO. Fate quanto volete, troverete vere le mie parole.
NARTICOFORO. Lasciami confabular con Gerasto, cosí vedremo chi arà
ragione. Batti le valve con veemenzia, che scappino dalle fibie e
contignazioni.
GRANCHIO. E pur volete battere le porte: avete la rabbia con i padroni
e la volete sfogar con le porte.
NARTICOFORO. Se mi fai irascere, batterò te per lei.
GRANCHIO. Ecco s'apre di nuovo. O iudiciosa porta, quanto devi esser
savia, poiché come stai per esser battuta, t'apri da te stessa.