GERASTO. (Quel vecchio, che viene innanzi, certo deve essere
Narticoforo; quell'altro storpiato non posso imaginarmi chi sia).
PANURGO. Dopo il secondo vicolo non mi posso ben reminiscere se fusse
la terza o la quarta ede.[**?]
GERASTO. O Narticoforo carissimo, voi siate il ben venuto per mille
volte!
PANURGO. O Geraste, lepidum caput, voi siate il ben trovato! Cinthi
fili, inchinati reverenter.
GERASTO. Questi è Cintio vostro figliuolo?
PANURGO. Ipse est e vostro famulo ancora.
GERASTO. Sii ben venuto, Cintio, figliuol mio.
MORFEO. Ben ritrovato, padre ca... ca... caro.
GERASTO. Come è cosí impedito della lingua, Narticoforo caro? come
cosí sconcio della faccia? oimè, che puzza!
PANURGO. Ignoro per qual infausto numine gli venne nelle fauci
un'angina e nella bocca quello apostèma, onde gli ha corrotto il fiato
e toltogli la facoltá di poter ben alloquere.
GERASTO. Facciamogli tagliar quello apostèma, che qui in Napoli
abbiamo valenti uomini che lo san fare.
MORFEO. Non è ma... matura, è acerba. Il vostro naso in... inco...
inco... incomincia a sentir la puzza.
GERASTO. Strana infirmitá! come l'ha tutto trasformato!
PANURGO. Era il piú formoso giuvenculo che avesse la cittá di Roma,
che da molte nobili matrone era chiesto in copula matrimoniale; e poi
non so qual oculo maligno l'ave affascinato, overo discenso lunatico,
e fatta la metamorfosi che vedete con intúito oculare.
GERASTO. In tanti anni che ho essercitato la medicina, non ho visto
tal caso.
PANURGO. Il peggio è ch'è prerupto nelle parti inferne, gli è calata
giú un'ernia intestinale, che non solo vi sono caduti dentro gli
intestini, ma gli precordi ancora; onde l'ha fatto inabile ancora a
poter fungere il munere uxorio.
MORFEO. A me è slongata cogli... cogli... cogli altri membri la borsa,
e vi è dentro caduto il ca... ca... camino di urinare; onde non posso
piú fu... fu... fuggire la morte.
PANURGO. Anzi l'ascosto è peggior del patente; ch'una certa
egritudine, detta «lupa», gli ha devorato tutto il ventre, e in molti
luoghi si veggono l'ossa denudate.
GERASTO. Mò che cosa vedo! Come l'avete voi condotto?
PANURGO. In un grabátulo, in vinti giorni; e da che vi si puose
dentro, non l'abbiamo cavato se non adesso; e se gli si aggrava qui
alcuno accidente, exalará l'anima. Onde exoptarei che decumbesse in un
lettulo e vi si riposasse paulisper, e li facessimo qualche rimedio; e
domane all'alba ambulassimo patriam versus.
GERASTO. Io gli ordinarò or ora un serviggiale, e per oggi gli faremo
far dieta, che gli sará utile, che per domani stará meglio.
MORFEO. Padre ca... ca......aro, quella lupa che mi ha roso la ca...
ca... carne, mi è rimasta in corpo, e mi dá tanta fame che non vorrei
far altro che ma... mangiare e ca... ca... caminare.
GERASTO. Voi dovete esser molto stracco del viaggio.
PANURGO. Io ho avuto una bestia sotto che pareva un Pegaseo, un
Bellerofonte, ma poi quadrupedando e cespitando non si poteva movere:
dalli, dalli tutto il giorno, talché per poter compir il mio viaggio
son stato sforzato smontare a terra e menarmela a mano come un
figliuolo.
GERASTO. Tutte queste rozze che si prestano a vettura, sono cosí
stracche e piene di guidaleschi che ti cascano sotto dieci volte per
ora. Che farem dunque di questo matrimonio?
PANURGO. Carissime germane, poiché per reiterate epistole trattammo
questo matrimonio, venuti ad summum conclusionis, gli venne questa
egritudine.
GERASTO. Non me ne potevate avisar prima che tòrvi questo travaglio?
PANURGO. Immo saepicule ve ne resi cerziore; e dubitando che voi non
mi stimaste pentito dell'appuntamento, come viro probo, per mantenervi
la parola--nam «_verba, ligant homines, taurorum cornua funes_»--ve
l'ho qui condotto.
GERASTO. Dispiacemi del vostro fastidio. Ma andiamo a riposarci,
Narticoforo: questa è vostra casa.
PANURGO. Entrate, di grazia, voi.
GERASTO. Non entrarò io, se voi non entrate prima.
PANURGO. Libenter faciam per obtruncar queste vostre cirimonie
napolitane, di che intendo siate uberrimamente ripieni.
GERASTO. Olá, o di casa, condurreti questi gentiluomini in queste
stanze terrene.