ESSANDRO. Oh, con quanto buon animo vi meno a casa, poiché vi veggio
cosí bene adobbati e andar con tanta riputazione che sareste per darlo
ad intendere ad altra persona che Gerasto.
PANURGO. Che ti par di questo mio raschiar grave e sputar tondo? che
della portatura, delle vesti e de' guanti? che del caminare? Non ti
paiono nati dalla quinta essenza della pedantaria?
ESSANDRO. Non vi manca altro se non che con gli effetti si confaccino
i ragionamenti: che ragionando di cose che non sappiate, gli
respondiate con parole tanto sospese e ambigue che si possono adattare
ad ogni proposito, e ti lasci cadere alle volte dalla bocca qualche
parola allatinata.
PANURGO. Lascia fare a me, che ti farò veder miracoli. Ma che ti par
del mio aiutante? non ti ha egli ciera di magnifico?
ESSANDRO. Dimmi, Morfeo, che ballotte son queste che tieni in bocca?
MORFEO. Queste non solo mi servono che, ponendole in bocca, mi
contrafanno il viso; ma son composte di agli pisti, di galbano e di
assa fetida che come il vecchio s'accosterá per ricevermi, gli farò
rutti in faccia tanto puzzolenti che giudicherá essere insopportabili
a soffrirsi da sua figlia.
ESSANDRO. La lingua perché cosí di fuori, con gli occhi stralunati che
pari un appiccato?
MORFEO. Accioché ogni persona si muova a vomito in guardarmi; ma tutto
è una delicatura a par di quello che vo' mostrarvi. Che vi par della
campana che ho tra le gambe?
ESSANDRO. Ah, ah, ah, a che effetto cotesto?
MORFEO. Gli darò ad intendere che per la rottura mi sieno caduti nella
borsa non solo gli intestini, ma tutte le massarizie di casa ancora;
accioché sua figlia esca di speranza, che non solo non sará pagata da
me di grossi o di doppioni, ma né di un sol picciolo ancora.
ESSANDRO. O Morfeo galante, antivedo la cosa, che riuscirá netta.
Entrarò prima e farò con bel modo che Gerasto venghi a ricevervi.
MORFEO. Ricordati dirgli che siamo stracchi e affaticati e morti di
fame per essermo stati mal trattati nelle osterie, accioché ne proveda
benissimo.
ESSANDRO. So che non pensi ad altro.
MORFEO. E se lo sapete, perché farvelo ricordare da me?
PANURGO. Morfeo, ricordati chiamarmi Narticoforo e tu Cintio, e avermi
rispetto proprio come ti fusse padre.
MORFEO. Me ne ricordo e straricordo cosí bene che lo potrei ricordare
allo ricordo istesso.
PANURGO. Ricordati ancora...
MORFEO. Non tanti ricordi, che ad uno che si ricorda, i troppi ricordi
lo fanno smenticare; ricorda te stesso, che ne hai piú bisogno di me.
PANURGO. Io che ho caro che la cosa rieschi netta, vo prevedendo tutte
le cose che ne ponno fare errare.
MORFEO. Taci e poniti in postura, la porta s'apre, eccolo. Al viso
conosco che è terra da piantarvi carote, la preda sará nostra,
l'incapparemo al primo.