CLERIA. Essandro, anima mia, mirate, di grazia, se per gli usci e per
le fenestre sia alcuno che curi piú gli altrui che i suoi propri
affari.
ESSANDRO. Signora, giá potrete sicuramente comparire, che non appar
anima viva.
CLERIA. Dolcissimo Essandro, io non vorrei, per essermi cosí
volentieri condotta a ragionar con voi, vi cadesse nell'animo qualche
sospetto della mia onestá: ché certo non mi sarei ridotta a questo
termine, se non avessi fatto prima deliberazione di esser vostra; e se
ben son in potestá di mio padre e a lui tocca disponer di me quel che
ne vuole, pur se a me ne resta qualche particella, ve la dono tutta,
né vo' viver se non vostra.
ESSANDRO. Né pensiate, signora, ch'io avessi avuto ardir di venir a
ragionarle, se non avessi fatto fra me la medema deliberazione. Son
troppo incomparabili le vostre bellezze, né il mio cuore sa arder se
non per voi, né questi occhi sanno in altro specchiarsi se non in voi,
lucidissimo mio sole.
CLERIA. In me non fu bellezza giamai, e se pur ve n'è qualche segno,
vien dalla reverberazion della luce che senza pari è in voi. Onde oggi
io vi fo dono di me stessa, e se il presente è troppo basso,
accompagnato dall'affetto dell'anima mia, merita che sia accettato e
gradito da voi.
ESSANDRO. O dolce oggetto degli occhi miei, come io potrò ringraziarvi
del ricco presente che voi mi fate? Non è spirito in me che non si
sforzi ringraziarvi, né ponno giungere al segno; vorrei che voi
poteste ascoltar la lingua dell'anima, ch'ella sola lo può esprimere:
onde con quello animo che ho accettato il vostro dono, accettate il
mio che vi fo di me stesso.
CLERIA. In man vostra sta il far prova di questo amore, se è tal quale
io lo dico.
ESSANDRO. Cuor mio caro, accorgendomi quanto sia la finezza dell'amor
suo, e conoscendovi signora di gran cuore, prendo baldanza di
chiederle una grazia col piú interno affetto che possa pregar un
cuore: che queste parole, che con tanto periglio dell'onor suo si
possono ascoltar da vicini, gliele potessi dir in camera sua.
CLERIA. Ah, Essandro, or conosco che siete come gli altri uomini, che
vedendo una donna che vi mostri qualche segno d'amorevolezza, subito
volete abusar la cortesia col voler giungere a quel termine senza il
quale l'amor par che sia nulla; e per sodisfarvi d'un capriccio di
niente, volete vituperarla per sempre. Or non è questo piú tosto umore
che amore? Pregovi dunque che non mi comandiate ch'io facci cosí gran
torto all'onor mio: considerate bene la dimanda che mi fate, e siate
giudice di voi stesso. Vostra sorella m'ave assicurato che da voi non
mi sará chiesto cosa che ad onestissimo amor non si convenga: mi
volete parlare, ecco vi ubidisco; accettate dunque col mio buon volere
tutto quello ch'io posso.
ESSANDRO. E vi basta l'animo, signora mia, far cosí grande oltraggio
al debito e alla riverenza che vi porto, cadendovi nell'animo ch'io
disegnassi farvi cosí gran torto? Può dunque essere che, veggendomi
scolpita nella fronte ogni mia voglia, facciate di me cosí iniquo
pensiero? Non merita tanta asprezza la mia fede che vi osservo, né
l'inestimabil amor che vi porto, amandovi sovra ogni cosa mortale.
V'ho chiesto questa grazia sol per iscovrirvi certi secreti de' nostri
amori, non con quello animo certo che stimate; e con questo desiderio
son venuto a provocar la grandezza del vostro animo a una grazia cosí
segnalata. Tranquillate dunque ogni torbido del vostro cuore e
scacciate da voi cosí vano sospetto. E se fedel servitú merita qualche
guiderdone, fate forza a voi stessa a sodisfarmi; che qui si tratta di
far cimento della realtá dell'amor che dite portarmi, e di dar vita ad
uno che ha sol cara la vita per spenderla in vostro onore.
CLERIA. Padron mio caro, se son caduta in error di troppa
amorevolezza, non vorrei cader in opprobrio di troppo sfacciatezza e
disonestá; onde vi prego a non far cosa onde giuntamente abbiamo a
pentircene, anzi voi stesso debbiate portarmene odio perpetuo. E se la
cosa amata può impetrar alcuna grazia dal suo amante, vi prego che
soffriate questo disgusto e compensiatelo per quando saremo nostri,
col ricordo di non aver fatto mai cosa che onestissima non fusse
stata.
ESSANDRO. Misero me, non ancor conoscete la mia fede a mille segni?
Assicuratevi tutta nella mia fede, che la troverete piú fedele
dell'istessa fedeltá, e sappiate che dubitar nella fede dimostra
infedeltá.
CLERIA. S'io non fusse fidelissima, non vi arrei amato e servito con
tanta fede.
ESSANDRO. E se mai fedel amor meritò che gli sia prestato fede,
credetemi a questa volta; e se altramente vedrete succedere, vo' che
la vendichiate con quanta asprezza e crudeltá meritarebbe cosí iniqua
discortesia. Io non ardirò alzarvi gli occhi su il viso, né far altro
di quello che da voi, mia regina, mi sará espressamente comandato.
CLERIA. L'amor che vi porto e la gelosia che ho dell'onor mio, stanno
al pari ad una bilancia. Dio sa come posso negarlovi.
ESSANDRO. Non mi avete detto poco anzi, signora, che voi me vi
donavate e che eravate mia? Dunque, come di cosa mia ne vo' disporre a
quel che voglio, né voi potrete negarmi cosa alcuna; e il negarmi
questa grazia è il negarmi voi stessa.
CLERIA. Io non niego che non me vi abbi donata e che non sia tutta
vostra; ma in quel solo che può apportar biasmo e disonore al nostro
commune amore, mi sottraggo dal vostro imperio: e in quello mi
prestiate per un poco a me stessa, e poi subito torno ad esser vostra
piú che era prima.
ESSANDRO. La donazione fu libera e senza queste eccettuazioni: vi
dovevate pensar prima che donarmevi. Or essendo mia, vo' disponere di
voi come di cosa propria.
CLERIA. Ma ditemi, signor mio, come io me vi donai tutta, cosí voi
intieramente vi donaste a me: or come cosa mia e non vostra, io vi
comando che non mi debbiate astringere a questo fallo. E se voi sète
gentiluomo e non m'avete detto mentita, mi ubidirete; e se non
m'ubidirete, è segno che mi vi sète dato per beffarmi e per mancarmi
di parola; e io non vo' per signor della mia vita persona che manchi
al debito di gentiluomo.
ESSANDRO. Imaginatevi, anima mia, che siate in un steccato dove si
combatte con arme di amore e di cortesia; e se ben la vittoria rimane
appo il vinto, pur è gran carico lasciarsi vincere di cortesia. Se
questa speranza che ho in voi mi vien fallita, non mi resta altro che
morte. Signora, a tanti oblighi aggiungete questo altro. La vostra
cortesia vinca il mio merito; gradite la mia dimanda la qual quanto è
piú importante, piú mi dimostra il vostro amore e la cortesia.
Fioretta mia sorella m'ha riferito che per questo vicolo rare volte vi
passa persona, e vi è una porta che vien dritto in camera vostra, e la
balia ne tien la chiave: se ciò mi negate, dirò che non da téma di
onore, ma vien da desiderio della mia morte.
CLERIA. Io conosco, cuor mio, che non è cosa al mondo, per grande che
sia, che voi non la meritiate. Mi sento tanto intenerita da' vostri
prieghi che non posso negarvi cosa che vi piaccia. Vo' che le leggi
d'amore e di cortesia abbino quella forza che conviene. Disponete
dunque di me come cosa veramente vostra; entrate in questo vicolo, ché
Nepita v'aprirá la porta.
ESSANDRO. Ecco ch'io non posso non chiamarmi vinto dal nobilissimo
animo vostro. Conosco che veramente m'amate.