SCENA IV.

ESSANDRO solo.

ESSANDRO. Un poco piú che fusse tardato a partirsi, avrebbe veduto le

lacrime ancora, ché non potea piú ritenerle. Fu tanta la doglia che

strinse il cuore a questa nuova, che restai tutto conquiso; poi

rivenuto e riscaldato, m'andò l'umore agli occhi: sento le lacrime,

eccole cader fuora. O Amor, crudelissimo tiranno, prima ch'io

conoscessi la libertá, me ne spogliasti; e prima che conoscessi la

vita, mi facesti provar le tue morti. Mi vendi le tue brevi gioie, le

tue fuggitive dolcezze a mari di lacrime, a milioni di sospiri, a

prezzo di lunghi e infiniti affanni. Non mi tacesti provar dolcezza

mai che non fusse meschiata d'assenzio, né piacere che non vi fusse il

veleno sotto. In una sol cosa sei giusto, perché usi sempre

ingiustizia. Con false lusinghe ne lievi fin alle stelle, per farci

poi conoscere la caduta maggiore: e ché dalla grandezza del bene

conoscessi l'infinitá del mio male, dal sommo dell'altezza mi abassi

nel fondo de' fondi della miseria e disperazione. Maladetta sia quella

altezza che è sol fatta per precipizio, maladette le tue dolcezze e

maladetto sia tu, Amore, che ne le dái! O Cleria, sommo contento

dell'anima mia, che farai quando sentirai questa nuova, se pur ami il

tuo Essandro quanto dimostri d'amare? Tu meco ti querelerai, meco ti

dorrai e da me cercherai consiglio: e io, misero e isconsigliato, che

consiglio ti potrò dare? Almeno l'avessi saputo un anno prima, ché a

poco a poco mi avessi avezzo a disamarla.

La fantesca · 第 14 / 96 题