ESSANDRO solo.
ESSANDRO. Un poco piú che fusse tardato a partirsi, avrebbe veduto le
lacrime ancora, ché non potea piú ritenerle. Fu tanta la doglia che
strinse il cuore a questa nuova, che restai tutto conquiso; poi
rivenuto e riscaldato, m'andò l'umore agli occhi: sento le lacrime,
eccole cader fuora. O Amor, crudelissimo tiranno, prima ch'io
conoscessi la libertá, me ne spogliasti; e prima che conoscessi la
vita, mi facesti provar le tue morti. Mi vendi le tue brevi gioie, le
tue fuggitive dolcezze a mari di lacrime, a milioni di sospiri, a
prezzo di lunghi e infiniti affanni. Non mi tacesti provar dolcezza
mai che non fusse meschiata d'assenzio, né piacere che non vi fusse il
veleno sotto. In una sol cosa sei giusto, perché usi sempre
ingiustizia. Con false lusinghe ne lievi fin alle stelle, per farci
poi conoscere la caduta maggiore: e ché dalla grandezza del bene
conoscessi l'infinitá del mio male, dal sommo dell'altezza mi abassi
nel fondo de' fondi della miseria e disperazione. Maladetta sia quella
altezza che è sol fatta per precipizio, maladette le tue dolcezze e
maladetto sia tu, Amore, che ne le dái! O Cleria, sommo contento
dell'anima mia, che farai quando sentirai questa nuova, se pur ami il
tuo Essandro quanto dimostri d'amare? Tu meco ti querelerai, meco ti
dorrai e da me cercherai consiglio: e io, misero e isconsigliato, che
consiglio ti potrò dare? Almeno l'avessi saputo un anno prima, ché a
poco a poco mi avessi avezzo a disamarla.