Or la misera fame, ed i sottili
Distillati veleni entro le dapi,
Tutto un popolo esangue e amici pingui
Per ricchi funerali, ed un impero,
Che sotto il nome della pace infinto,
Mollemente si solve e si consuma,
Quanto fa dir la nostra età la bella
Età dell’oro, canteran le Muse.
E canteranno i lagrimosi incendi
Della marmorea Roma[190], agli occhi loro
Vaghi sollazzi della negra notte,
Egregie gesta di colui che baldo
Dell’assassinio della madre esulta,
Che alle Furie materne altre ne oppone,
Alle serpi altre serpi, ognor la mano
Pronta a nuovi pugnali e di peggiori
Stragi a far tutto esterrefatto il mondo.
Canteranno esse scellerati carmi,
Oscene voluttà, sozzi imenei
D’un favorito della sposa infami[191],
Di Venere nefandi monumenti;
Nè l’onta proveran de’ loro canti
Le svergognate Muse, e di lor nome
Verginal, di lor fama immacolata
Fatte immemori adesso. Ah! via gittato
Ogni pudor, sotto color bugiardo
Di lor saver, prostitüir sè stesse,
E le figliuole dell’olimpio Giove
Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla
Sentan necessità, fanno a vil prezzo
Di lor sacra persona empio mercato.
Esse al capriccio dei superbo Mena[192]
Piegan codarde, ovver di Policleto
Obbedïenti al cenno, anco beate
D’esigua lode, appassionate, ardenti
Delle recenti impronte, onde una fronte
Va maculata, o delle ree vestigia
Che lasciò la catena od il flagello
A un Geta[193], che da jer fatto è liberto.
Immemori, che più? del divo padre
E de’ numi cognati e dell’antico
Onor di casta e verginal pietate.
Oh dolor! Alle Furie e a mostri orrendi
Hanno eretto l’altare e i cenni impuri
Dell’ignobile Tizio[194] osano voci
Del Destino appellar: quanto ha l’Olimpo
Consacrarono all’Erebo; già templi
Osaron scellerati ergere ed are
Sacrileghe, e per quanto è di lor possa,
I cacciati dal cielo empi Titani
Tentan ripor nelle superne sedi
E stolto crede a’ loro accenti il mondo.
]
[189] Con una sacra indegnazione e con maggior calore per avventura di
Persio, Turno, vissuto sotto il regno di Nerone e vecchio sotto quello
degli imperatori di casa Flavia, compose satire che quello imperante
stigmatizzarono a fuoco. Vuolsi che le sue composizioni non publicasse
finchè visse quel tiranno; ma se ciò fosse, sarebbe stato minore il
suo coraggio, nè di lui avrebbe Marziale potuto dettare il seguente
epigramma:
_Contulit ad satyras ingentia pectora Turnus:
Cur non ad Memoris carmina? Frater erat._
Turno piegò l’ingegno suo sovrano
Al satirico stil: perchè di Memore
Non i versi emular?... Gli era germano.
_Epigr._ lib. XI, 11. — Tr. Magenta.
Da tal epigramma apprendiamo adunque che Turno fosse fratello di un
Memore, poeta tragico, come nel precedente epigramma lo stesso Marziale
lasciò ricordato:
_Clarus fronde Jovis, Romani fama cothurni._
Del romano coturno illustro e cinto
Della fronda di Giove.
_Id. ib._ 10.
L’unico frammento rimasto delle Satire di Turno è, come dissi, codesto
che traduco: taluni vollero perfino attribuirlo a Lucano, ma i più lo
assegnano a Turno.
[190] È chiara in questo verso l’allusione all’incendio di Roma
avvenuto sotto il regno di Nerone, il quale ne fu ritenuto autore.
[191] Son note le pazze e infami nozze di Nerone con Sporo, celebrate
publicamente in Roma. Questo verso ricorda quello della _Sat._ II di
Giovenale:
_Dives erit, magno quæ dormit tertia lecto._
. . . . Sposa che in ampio letto
Terza a dormire adattisi, fia ricca.
V. 60. Trad. Gargallo.
[192] Mena fu liberto e favorito del giovane Pompeo; fu vanitoso sino
al ridicolo, e di sua perfidia andò famigerato nella guerra di Augusto
e di Sesto Pompeo. Orazio lo berteggia in una satira. Morì nella guerra
che Ottavio sostenne contro gli Illirii.
[193] Geta è altro favorito, che eccitò sotto Nerone una sedizione a
Roma. Di lui parla Tacito nel lib. II, cap. 72 delle _Storie_.
[194] Tizio, cavalier romano, preposto a guardia di Messalina. Di lui
pure fanno menzione gli _Annali_ di Tacito lib. II, cap. 35.
[195] Lib. VII, ep. 21.
[196] Lib. VII, ep. 24.
[197] Lib. XII, 18.
[198] _Études de moeurs et de critique sur les Poètes latins de la
décadence_. M. D. Nisard. Bruxelles 1834.
[199]
..... Ascondere
Con segni intelligenti
I lusinghieri accenti.
[200] Cic. _Pro Cælio_. «Libidini, amori, adulterii, banchetti e
commessazioni.»
[201]
I Bagni, i vini e Venere
Riducon l’uomo in cenere,
A’ mortali gradita
Fan nondimen la vita.
[202]
Vuoi tu forse ch’io segga in fra codeste
Prosede e avanzi d’Alicarie, amiche
A’ panattier’, sciupate e infette serve?
_Pœnulus._ Act. I, sc. 2, v. 53-55.
Noti il lettore come Plauto usi della parola _scœno_, invece di _cœno_,
come dai Sabini si usava allora sostituire nella pronunzia la _s_ al
_c_. Così _scœlum_ per _cœlum_, _scœna_ per _cœna_. La medesima cosa si
fa oggidì, in alcune parti d’Italia e massime in Toscana.
[203]
La Blitea è una sporca meretrice
La qual non pute che di vino.
[204] Il comico latino che di queste femmine se ne intendeva, nella già
citata commedia del _Pœnulus_ non dimenticò la _scorta diobolaria_, che
retribuivasi di due oboli, che è la stessa moneta del _dupondium_, e a
siffatte sciagurate accenna pur Seneca nel Lib. VI _Controversiarum_,
in quel passo: _Itane decem juvenes perierunt propter dupondios duos?_
[205]
ARGIRIPPO
Non sono morto affatto, ancor mi resta
Qualche poco di vita, e quel che chiedi
Ancor darti poss’io; ma darò solo
Che tu rimanga in mio possesso e sappia
Che un anno intero tu mi serva e intanto
Presso di te nessun altro tu ammetta.
CLEERETA
E se tu il vuoi, quanti ho in mia casa schiavi
Evirerò; ma se d’avermi brami,
Il singrafo mi reca, e come chiedi
E come piace a te, dettane i patti:
Ma insiem portami il prezzo, agevolmente
Il resto accetterò. Son dei lenoni
Pari alle porte de’ gabellieri,
S’apron se paghi, se no, restan chiuse.
[206]
DIABOLO
Fra me, l’amica mia e la mezzana
Leggine i patti, perocchè poeta
In codesti negozi unico sei.
Suvvia, mostrami il singrafo che hai scritto.
[207] Pag. 70. Milano, Edoardo Sonzogno editore, 1872.
Non so trattenermi dal riferire un tale contratto, simile in tutto a’
singrafi di fedeltà di cui sopra è parola.
GOSTANZO, _il_ PROCURATORE, _il secondo_ NOTAIO.
_Pro._ Presto, Alessandro, quei patti obbligatorî: state ad
ascoltare.
_Gos._ Ascolto.
_Ales. In Christi nomine amen. Millesimo quingentesimo
quinquagesimo primo._
_Pro._ Etc. vieni al merito: lascia stare le clausole generali.
_Ales._ M. Gostanzo figliuolo di M. Massimo Caraccioli, parte
una, e Madonna Andriana da Spoleti parte altera _omnibus modis
etc. etiam_ con consentimento di Madonna Dorotea sua figliuola,
tutti presenti, e che accettano volontieri etc. son divenuti
agl’infrascritti patti, _videlicet_ che la detta donna Andriana
lascerà Madonna Dorotea sua figliuola al detto M. Gostanzo un anno
intero da star seco dì e notte.
_Gos._ A lui solo e non ad altri.
_Pro._ Gliel’aggiungo io. Presto, Alessandro.
_Gos._ Sì in ogni modo: vedete di grazia d’imbrigliami sì bene
quest’asina, non le voglia il trarmi de’ calci.
_Pro._ Udite pur, seguita.
_Ales._ E che nel detto tempo non metta in casa nessun amico,
parente, o innamorato suo antico, moderno, imaginario, _quovis
modo_.
_Gos._ Se non me solo.
_Pro._ Intendo; che non dicesse poi che sete escluso ancor voi;
passa oltre.
_Ales._ Non ricevi nè mandi lettera, non abbi in casa carta e
inchiostro per scrivere; non tenghi ritratto degli innamorati
vecchi, e passato il terzo giorno gli sia lecito _impune et de
facto_ abbruciarli; non vada a festa, a banchetti, nè a chiesa; non
inviti nessuno a mangiare, non stia in porta, non facci trebbe, non
guardi giù dalle finestre, non oda cantilene o sospir di gente che
passi per la strada, e sia lecito al detto M. Gostanzo di chiuder
le porte e tenerle chiuse quanto gli piace senza alcuna replica.
_Gos._ Oh mi piace; oh come va bene!
_Pro._ Aspettate pur, seguita.
_Ales._ Levi tutte l’occasioni di farlo sospettare; non calchi il
piede a nissuno, non tocchi la mano, non pizzichi, non si levi, non
si muova.
_Gos._ Piano, anzi voglio ch’ella si muova e scherzi meco in
camera.
_Pro._ Con altri, con altri, s’intende.
_Gos._ Passate oltre.
_Ales._ Non alzi un occhio, non starnuti, non fiati senza suo
consentimento, non rida dietro alla finestra a nessuno, non si
lasci baciar la mano, o veder gli anelli, non facci cenno, non
motteggi, non guardi, non mostri di tossir e quando è sforzata,
non faccia vezzi nè favore a nessuno; di più non si finga ammalata
per farsi ungere, stropicciare e sia lecito al detto M. Gostanzo
durante il detto termine per qualsivoglia minima occasione di
gelosia ch’ella gli dia, chiuder la detta Dorotea in camera, in
cucina, in sala, di sotto, di sopra e in qual parte più gli piacerà
della casa, _quomodocunque et qualitercunque_ et ella accetti ogni
cosa per bene.
_Gos._ Benissimo; ma voi mi lasciate il meglio e più importante.
_Pro._ Che cosa?
_Gos._ Preti, Frati, Scapuccini, Guastallini, Pinzocheri, Chietini,
Giovanelli, Riformati, Gabbadei, Zoccolanti, Collitorti nè per
confessione, nè per visita, nè per altro non mettano il piede in
casa sotto alcun pretesto.
_Pro._ Buon ricordo per mia fè. Presto, Alessandro.
_Gos._ Aggiungeteglielo in ogni modo, perchè non sono al mondo
lenoni più veementi di queste canaglie.
_Pro._ Mi meraviglio che la somma Orlandina non ne faccia menzione,
donde ho cavato questo estratto. Hai spedito, Alessandro? seguita.
_Ales._ E che nel sopradetto termine la detta Andriana non abbi
alcuna autorità in casa, ma si stia cheta e goda e taccia et
attenda solamente a covar il fuoco, cuocer castagne, ber vin
dolce, sputar nella cenere, e se pur vuol gridar gridi alla gatta,
solleciti il desinare e si faccia legger dal ragazzo qualche
leggenda; del resto lasci il dominio della casa in podestà del
detto M. Gostanzo, sotto la pena di non ber vino, e di esser
staffilata all’arbitrio del detto M. Gostanzo.
_Gos._ O buono! seguita.
_Ales._ Dall’altra banda sia obligato il detto M. Gostanzo
numerargli subito, senza alcuna dilazione, sessanta scudi d’oro,
de’ quali possono disporre a lor modo, senz’alcun obbligo di
restituirli.
_Gos._ Andiam dentro.
[208]
Il pastor Coridon d’Alessi ardea,
D’Alessi bel fanciul, delizia prima
Del suo signor.
_Egloga_ II. Tr. di Prospero Manara.
[209] Vedi _Giornale degli Scavi_, Nuova Serie n. 13, 1870.
[210]
Nè già di lei, che nuda il piè, calpesta
L’aspra selci, è miglior l’altra che ’l collo
Preme d’assiri lettighier giganti.
_Satir._ VI, 350. Tr. Gargallo.
[211]
L’ippomane, gli incanti, i beveraggi,
Colchici dovrò dir?
_Sat._ VI. 133. — Tr. Gargallo.
[212] «Porgi l’acqua fredda, o ragazzo.» Notisi il _fridam_ per
_frigidam_ quanto s’accosti alla nostra parola _fredda_.
[213] «Una bianca m’apprese a odiar le brune.» Vedi Vol. I. Cap. _Le
Vie_, ecc.
[214] «Agli uomini di Nola augurano felicità le fanciulle di Stabia.»
[215] Vedi Plauto: _Asinaria_ Att. V, Scena 2, v. 76 e 84.
Ma dorme ancora il cuculo, o amatore,
Su ti leva e va a casa.
Il _cocolo mio_, vezzeggiativo delle amanti veneziane, ne sarebbe forse
la traduzione e l’applicazione, senza l’idea del disprezzo?
[216] «Non è questo il luogo agli oziosi: passa oltre, o passeggiero.»
[217]
Così del fuoco di sozza lucerna,
Brutta e incrostata il viso, il tetro odore
Del bordello al guancial recò d’Augusto.
Giovenale, _Sat._ VI. 130-131. Trad. Gargallo.
[218] «E le misere madri di null’altro più pregavano se non che fosse
loro concesso di raccogliere l’estremo sospiro de’ figli.»
[219] Trad. di Paolo Maspero.
[220] _Æneid._ Lib. IX. 486. 487:
Ed io tua madre,
Io cui l’esequie eran dovute, e ’l duolo
D’un cotal figlio, non t’ho chiusi gli occhi.
[221] Lib. III, v. 539-540.
Sol col tacito volto invoca i baci
E del padre la man che i rai gli chiuda.
[222] «Affermavano passarsi sotto terra l’altra vita dei morti.»
_Tuscul._ 1, 16.
[223]
. . . . e con supremi
Richiami amaramente al suo sepolcro
Rivocammo di lui l’anima errante.
_Æneid._ Lib. III, 67, 68. Tr. Ann. Caro.
L’espression di Virgilio _animam sepulcro condimus_, resa
letteralmente, appoggia meglio la credenza da noi riferita, ed io però
tradurrei:
L’anima sua chiudemmo entro il sepolcro.
[224] _La Cité Antique_, Cap. 1.
[225] «I diritti degli Dei Mani sono santi: questi datici da morte
abbiansi come numi e si onorino di spesa e di lutto.»
[226] Lib. II, 22.
[227] «Le anime di virtù maggiore si chiamano Mani, quelle che son nel
nostro corpo diconsi Genii; fuori di esso, Lemuri; se infestano colle
loro scorrerie le case, Larve; ma se pel contrario ci son favorevoli,
si chiamano Lari famigliari.» _De Deo Socratis._
[228] V. 91-96.
[229] Virgilio, lib. VI, v. 219:
. . . . intorno al freddo corpo intenti
Chi lo spogliò, chi lo lavò, chi l’unse.
Trad. Ann. Caro.
[230] _Satira_ III. v. 261-267:
. . . . la buon’anima,
Che già siede novizia in riva a Lete,
Trema del tetro barcajuol, nè spera
Varcar su la sua barca il morto stagno;
Miser! nè il può senza il triente in bocca.
Tr. Gargallo.
[231] _Storia Popolare degli Usi Funebri Indo-Europei._ Milano,
Fratelli Treves, 1873, pag. 19. — Perchè alla vera dottrina è sempre
gentilezza d’animo congiunta, l’illustre scrittore mi volle onorato del
dono di questa sua opera, che mi tengo cara e della quale pubblicamente
il ringrazio. E come no, se a’ dì nostri solo compenso a chi si pasce
di studio sono o la noncuranza o la calunnia? Oggi è vezzo di portar
la politica anche ne’ giudizi letterarii, e chi non s’imbranca coi
gerofanti della politica è punito colla cospirazione del silenzio.
[232] _Satira_ III, v. 103-105:
Quindi le tube e le funeree cere.
Steso e beato alfin nel cataletto,
E d’aromi inzuppato, irrigiditi
Slunga vêr l’uscio i piè...
Tr. Vinc. Monti.
[233]
Di lutti non plebei teste il cipresso.
_Pharsal._ III, 442.
Spiacquemi non usar qui della versione notissima del conte F. Cassi,
perchè in questo passo si cavò d’impiccio, col dire semplicemente _i
funebri cipressi_.
[234] Virgilio, _Æneid._ Lib IV, v. 665-668:
. . . . In pianti, in ululati
Di donne in un momento si converse
La reggia tutta, e insino al ciel n’andaro
Voci alte e fioche, e suon di man con elle.
Tr. A. Caro.
[235]
. . . . Quiriti, a cui fa commodo
D’assistere alle esequie, è questa l’ora.
_Phorm._ 5. 8. 37.
Ecco per altro la formula più completa della convocazione al funerale:
_exequias_... (E . G . LUCII. LUCII. FILII) _quibus est comodum ire,
tempus est: ollus (ille) ex ædibus effertur_.
[236] «Io Sesto Anicio Pontefice attesto avere costui onestamente
vissuto.» Bannier, _Spiegazione delle favole_.
[237] «Da qualche anno in qua non si offerse altro sguardo del popolo
romano una pompa così solenne e memorabile, come i publici funerali di
Virginio Rufo, non meno egregio ed illustre, che fortunato cittadino.»
Lib. II. epist. 1, Tr. Paravia.
[238] «Detti furono siticini coloro che solevano cantare canti
lamentevoli a titolo d’onore, quando a taluno si facevano i funerali e
recavansi a seppellire.»
[239]
Le prefiche che seguano pagate
Nell’altrui funeral e piangon molto
E si strappano i crini e ancor più forti
Alzan clamori.
[240] _Riti funebri di Roma_. Lucca, 1758.
[241]
Spargete lagrime,
Querele alzate,
Lutto e gramaglie
Or simulate,
Del triste coro
Echeggi il Foro.
[242] _In Vespasianum_, 19.
[243] Lib. II, Eleg. XIII:
Tu verrai dietro lacera
E petto ignudo e chiome,
Nè cesserai ripetere
Del tuo Properzio il nome.
Tr. Vismara.
[244] _Annali_, III, 2.
[245] «La nostra prosapia di tal guisa congiunge alla santità dei re,
che assai possono in mezzo agli uomini, la maestà degli dei che sono
i padroni dei re.» Svetonio, _In Cæs._ VI. Giulio Cesare da parte di
madre si diceva discendere da Anco Marzio, re.
[246] Pag. 83.
[247] La legge vietava la cremazione del cadaveri in città a prevenire
gli incendj. La basilica Porcia di Roma infatti erasi incendiata per le
fiamme dal rogo di P. Clodio.
[248]
Sul freddo labbro gli ultimi
Baci tu allor porrai
Quando versar dall’onice
Assiri odor vedrai.
_Id. Ibid._
[249] «Addio: noi ti seguiremo tutti nell’ordine nel quale la natura
avrà voluto.»
[250] Lib. IV. _Eleg._ VII:
Perchè il favor su la mia pira, o ingrato,
Non invocar del vento?
Perchè non arder su l’estremo fato
Stilla di caro unguento?
E t’era grave ancor non compri fiori
Gittar sul mio feretro,
E al cenere libar del vin gli onori
Da lo spezzato vetro?
Trad. Vismara.
[251] _Phaleræ._ Erano piastre d’oro, d’argento o altro metallo
lavorate che si portavano sul petto, come attesta Silvio Italico
nell’emistichio:
. . . . _phaleris hic pectora fulget_,[252]
da persone di grado, che venivano accordate per fatti di valore,
come si farebbe oggidì colle decorazioni cavalleresche. Erano anche
bardamenti di cavalli.
[252] «Di falere ha costui splendido li petto.»
[253]
. . . . . Altri gridando
Le pire intorno, elmi, corazze e dardi
E ben guarnite spade e freni e ruote
Avventaron nel fuoco e de’ nemici
Armi d’ogni maniera, arnesi e spoglie;
Altri i lor proprii doni, e degli uccisi
Medesmi vi gittar l’armi infelici
E gli infelici scudi, ond’essi invano
S’eran difesi.
Lib. XI, 193-196. Tr. Caro.
[254] Libro XXIII, 257-265. Trad. V. Monti.
[255]
. . . . . in ordinanza
Tre volte armati a pie’ la circondaro
E tre volte a cavallo, in mesta guisa
Ululando, piangendo, e l’armi e ’l suolo
Di lagrime spargendo.
Lib. XI, 188-190.
[256] _Annal._ Lib. II. VII. Il Davanzati così traduce: «Nè Cesare
combattè gli assedianti (i Catti), perchè al grido del suo venire
sbandarono, spiantato nondimeno il nuovo sepolcro delle legioni di
Varo, per onoranza del padre si torneò.» In nota a questo passo, Enrico
Bindi, nell’edizione del Le Monnier 1852 vol. I. p. 65, pose: «Di
questo costume antichissimo detto _decursio_, vedi Senofonte nel sesto
di Ciro, Dione, 55; Svetonio in Nerone. Il Lipsio cita Omero, Virgilio,
Livio, Lucano e Stazio.»
[257] _Sat_. Lib. I Sat. 8:
. . . . il camposanto
De la plebaglia...
Così traduce il Gargallo: ma non aveva proprio altro vocabolo da
sostituire a quello che la religion nostra ha consacrato?
Non potevasi, a mo’ d’esempio, esser più fedeli all’originale
traducendo:
Alla misera plebe era codesto
Il comune sepolcro?
[258] Gruter, _Iscriz._:
Sull’ossa tue io verserò quel vino,
Che non bevesti mai, giovanettino.
[259] _Dizionario delle Antichità_, alla voce _Patera_.
[260] V. 124-129.
[261] _Epist. Ex Ponto_, 1, Lib. III:
Uopo è che i corpi esangui ai mesti roghi,
Vengano dati.
[262]
. . . . E di natura impero
Ma il pianto impon, se di fanciulla adulta
C’incontriam ne l’esequie, e se bambino,
Negato al rogo da l’età, si infossa.
Tr. Gargallo.
[263] _Pha. Hist. Nat._ VII, 15.
[264] _Hist. Nat._ Lib. II, 55. «Non è lecito ardere un uomo privato in
questo modo di vita; la religione ci tramanda doversi seppellire sotto
terra.»
[265] _La peine de mort_, 1871.
[266] Il mio dotto amico dott. Gaetano Pini, fra i più strenui
propugnatori della cremazione, perchè la conferenza del 6 aprile
riuscisse di pratico vantaggio, propose il seguente ordine del
giorno, che ne concreta lo scopo e che venne unanimemente accolto.
«L’Assemblea fa voti che nella prossima discussione, la quale avrà
luogo in Parlamento, intorno al progetto del nuovo Codice sanitario,
già approvato dal Senato del Regno, venga ammesso all’art. 185, come
_facoltativa_, la cremazione dei cadaveri, lasciandone ai sindaci dei
Comuni la sorveglianza.» L’altro amico mio, Mauro Macchi, deputato,
promise appoggiare tale mozione in Parlamento.
[267] _Sat._ VI, 33 e segg.
La cena
Funebre irato obblia l’erede, e fetide
Dà l’ossa all’urna, il cinnamo svanito
Non curando, e le casie ammarascate.
Trad. V. Monti.
[268] Vedi Cicerone, _De Legibus_. Lib. 2, c. 55.
[269] «Essersi sovente ascoltati uomini preclari della nostra città
avvezzi a dire: allorquando vedevano le immagini de’ maggiori, queste
gagliardissimamente accendere l’animo loro a virtù: vale a dire non
tanta efficacia aver quella cera o figura, quanto crescere in petto
agli egregi uomini la memoria delle loro gesta con ardente incitamento,
nè questo mai sedarsi, finchè la loro virtù non ne abbia raggiunta la
fama e la gloria.»
[270] Vv. 151-152.
[271] Vv. 99-100.
[272]
Dal portar dono ai morti il nome prese
Di Feralia quel dì.
_Fastorum_. Lib. II. Tr. Bianchi.
[273] _Fasti_. Lib. II:
Hanno il suo onore anche i sepolcri: imponi,
L’ombre avite a placar, qual che tu sii,
Sul rogo alzato non pregiati doni.
Poco chieggono i Mani: ufficii pii
Presso loro a un gran dono han peso eguale.
Non ha la bassa Stige ingordi iddii.
Ad appagar lor brame un coccio vale
Di serti a biotto ivi gettati ornato,
E sparse biade intorno e poco sale:
E sciolte vïolette e pan bagnato
Nel vin pretto: abbia pur cose sì fatte
Il coccio in mezzo della via lasciato.
Nè vieto il più; ma queste ancor sono atte
L’ombre a placare: al posto altar vicino
Aggiunger dei preci e parole adatte.
Tr. G. B. Bianchi.
[274] «Cena ferale in picciola scodella.» V. 85.
[275] Orazio, Lib. III, Od. XIV.
. . . . Di fresche spose o nuova
Schiera, o fanciulli, il vostro infausti detti
Labbro non muova.
Trad. Gargallo.
[276]
Vedrò almen ciò che dir mi fia permesso
Di color le cui gelide faville
La via Flaminia e la Latina asconde.
Trad. Gargallo.
[277] «Così i monumenti sepolcrali, acciò ammoniscano coloro che
passano lungo la via sè essere stati, ed essi essere parimenti
mortali.» _De Lingua Latina_, Lib. VI, 1, 5.
[278]
Tolgalo il ciel dal collocar mia fossa
Lungo il rumor di popoloso calle
Che turbi il sonno a le mie placid’ossa.
Così degli amator l’alme più fide
E le tombe si fan favola al vulgo
Che gusta i nomi più famosi e ride.
Copra me pure in solitario canto
Terren, defunto, e sovra lui distenda
Arbor frondosa di bell’ombra il manto:
Me ancor di sabbia inosservato acervo
Chiuso a le belve: sol che il nome mio
Non sia bersaglio al passeggier protervo.
Lib. III, _Eleg._ 16, vv. 25-30.
Trad. Vismara.
[279]
. . . . ecco, una mano
De’ miei resti sostiene il pondo intero.
Lib. IV, _Eleg._ XI. — Trad. id.
[280] «Taluno costituiva a sè ed alla propria famiglia.»
[281] «Quelli che il padre di famiglia acquistò per sè e suoi eredi, o
per diritto ereditario.»
[282] «Questo monumento non segue gli eredi; o non passa agli eredi.»
[283] Lib. I. _Sat._ 8:
Mille il ceppo da fronte e lungo l’agro
Piedi trecento ivi assegnava: esclusi
Dal monumento rimanean gli eredi.
Trad. Gargallo.
[284] _I Sepolcri_, v. 101-103.
[285] Vv. 114-117; 124-125.
[286] Fu riprodotta la bella memoria del Carrara dal _Giornale del
Tribunali di Milano_, Anno II, N. 225 e 226, ossia 20 e 21 settembre
1873.
[287] «Marco Cerrinio Restituto, Augustale, in terreno concesso da
decreto de’ Decurioni.»
[288] «Ad Anio Vejo di Marco, Duumviro per la giustizia, quinqueviro
per la seconda volta, tribuno de’ soldati eletto dal popolo; per
decreto de’ Decurioni.»
[289] «A Mammia figlia di Publio (oppure di Porcio se il monumento
vicino è di suo padre o d’alcuno della sua famiglia) sacerdotessa
pubblica, luogo di sepoltura dato per decreto de’ Decurioni.»
[290] «Questo spazio di venticinque piedi quadrati fu accordato a Marco
Porcio figlio di Marco per decreto de’ Decurioni.»
[291] «Mi sia il nuovo anno fausto e felice.»
[292] _Ep._ 1, lib. 2. Vedi anche la lettera sua a Marco Mario,
_Epist._ 3, lib. 7.
[293] «Ad Aulo Umbricio Scauro Menenio figlio di Aulo, duumviro di
giustizia, i Decurioni decretarono il collocamento d’un monumento,
duemila sesterzi[294] pe’ suoi funerali e una statua equestre nel
foro. Scauro padre al proprio figlio.» Taluni, in luogo di Umbricio,
la incompleta parola ...RICIO, lessero per _Fabricio_; altri per
_Castricio_: io ho seguito chi lesse _Umbricio_.
[294] Appena questa somma, che corrisponderebbe a 400 lire, poteva
bastare alla spesa del rogo e della cerimonia funebre. Certo le altre
spese, come i ludi gladiatorj, sarannosi sopportati dalla famiglia.
[295] «Al genio protettore di Tiche venerea di Giulia figliuola
d’Augusto.»
[296]
Oggi, o Giunone, nel tuo dì natale
Accogli i santi dell’incenso onori
D’un’esperta fanciulla e genïale.
Mia trad.
[297] Tab. 10, n. 1, e 2.
[298] Lib. XVI degli _Annali_. Trad. Davanzati.
[299] «Servilia all’amico dell’anima.»
[300] «A Cajo Calvenzio Quieto Augustale, venne per la sua munificenza
concesso da decreto dei Decurioni e per Consenso del popolo l’onor del
bisellio.[301]»
[301] Questa munificenza non lascerebbe supporre che avesse comperato
l’onor del bisellio? Stando a un’iscrizione edita da Grutero, un C.
Titus Chresimus a Suessa l’avrebbe pur comperato col dono di mille
sesterzi, pari a L. 200.
[302] «A N. Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto.» «A N. Istacidia
figlia di Scapido.»
[303] «A N. Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto.» «A Istacidio
Gennaro.» «A Mesonia Satulla. In profondità 15 piedi; di fronte 15
piedi.»
[304] Vol. I. Capit. IV, pag. 101.
[305] «Cajo Munazio Alimeto visse anni 57.»
[306] «A Marco Allejo Lucio Libella padre, edile, duumviro, prefetto
quinquennale ed a Marco Allejo suo figlio, decurione che visse
diciassett’anni. Il suolo pel monumento è stato loro publicamente
concesso. Alleja Decimilla figlia di Marco, sacerdotessa publica di
Cerere, lo fece erigere allo sposo ed al figlio.»
[307] «Se vuoi esserlo in Roma, otterrai: in Pompei è malagevole cosa.»
[308] «A Lucio Cejo figlio di Lucio, Menenio: a Lucio Labeone per la
secondo volta duumviro di giustizia e quinquennale, Menonaco liberto.»
[309] _Pompeja_. Pag. 92.
[310] _Pompei descritta_ da Carlo Bonucci.
[311] «M. Arrio Diomede liberto di ... Maestro del sobborgo Augusto
Felice, alla sua memoria ed a quella de’ suoi.»
[312] _Paradiso_ XVII: 130.
[313] Ho già ricordato e circondato di somma lode in questa mia
opera il romanzo storico di Luigi Castellazzo, che si ascose sotto
il pseudonimo di Anselmo Rivalta, dal titolo _Tito Vezio_: ebbene qui
m’occorre di rammentarlo ancora come quello che con tale suo magnifico
lavoro pose in bella e appassionata azione la vita pubblica e privata
de’ Romani. Coloro che si faranno a leggerlo — ed io auguro che meglio
sia conosciuto dagli italiani senza abbadare alla irruente consorteria
che tenta mettere lo spegnitoio sugli ingegni e sulle opere di chi non
è di sua parte, poichè il Castellazzi è strenuo campione della italiana
democrazia — oltre l’ognor crescente diletto, vi raccoglieranno messe
di ottimo insegnamento.
[314] _Gerusalemme Liberata._ C. I, st. 3.
[315] Chateaubriand aveva già raccolto la censura da molti fatta
al sistema di tutto quanto asportare e chiudere nei musei che si
rinvenga d’interessante negli scavi. «Ce que l’on fait aujourd’hui
me semble funeste, ravies à leurs places naturelles, les curiosités
les plus rares s’ensevelissent dans des cabinets, ou elles se sont
plus en rapport avec les objets environnants» (_Voyage en Italie_
vol. XIII pag. 88). Ma poi il medesimo autore, immemore di questa sua
censura, sulla fine dello stesso volume, così mostra l’inconveniente
dell’opposto sistema che sembrava aver egli suggerito nelle sue prime
parole. «Quelques personnes n’avoient pensé qu’au lieu d’enlever de
Pompei les diverses objets que l’on y a trouvés, et d’en former un
museum a Portici, l’on auroit mieux fait des les laisser à leur place:
ce qui auroit représenté une ville ancienne avec tout ce qu’elle
contenoit. Cette idée est spécieuse et ceux qui la propoient n’ont
pas réfléchi que beaucoup de choses se seroient gatées par le contact
du l’air, et qu’indépendamment de cet inconvénient on aurait couru le
risque de voir plusieurs objets dérobés par des voyageurs peu délicats:
c’est qui n’arrive que trop souvent.» A tuttociò si cercò d’ovviare
col mettere in Pompei talune opere in copia, trasportando nel Museo gli
originali.
[316] _I Sepolcri_, v. 231.
[317] _Ercolano e Pompei._
[318] Appendice al Capitolo XVIII.
[319] Così ne resero conto i Soprastanti agli Scavi nella loro
Relazione ufficiale dei lavori eseguiti dal 1 novembre al 31 dicembre
1868.
«19 (novembre). Proseguendosi tuttora lo scoprimento della su cennata
località, nella penultima di esse, accosto al muro esterno, ed
all’altezza di circa quattro metri dal pavimento, si è rinvenuta una
testa virile in marmo di grandezza naturale, scheggiata al naso ed alle
orecchie...
«24. Nella stessa località indicata il giorno 19, all’altezza di circa
tre metri dal suolo, si è rinvenuta un’altra testa virile in marmo,
anche di grandezza naturale, un poco scheggiata al naso, e mancante
della parte anteriore del collo, ov’era stata restaurata dagli antichi,
osservandosi un pernetto di bronzo che sosteneva il pezzo che manca.»
_Giornale degli Scavi._ Nuova serie, n. 5, p. 119.
[320] Plutarco. _Vita degli uomini illustri_, vol. 4. _Vita di Pompeo_.
Versione italiana di Gerolamo Pompei.
[321] Vell. Paterc. Lib. II; Plin. _Hist. Nat._ lib. VII, cap. 10.
[322] Il Conte Cassi, parafrasando al solito, così rende questi versi
del libro II. 728-730.
Ma suo (della Fortuna) malgrado ancor se’ Magno. E mentre
Te e la tua donna, e i figli tuoi percuote
Un bando indegno, in ogni cor dimori
Con pietosa memoria: e in quel che cerchi
Un rifugio fra l’armi a’ tuoi penati.
In sulla poppa stessa ove t’assidi,
Esule glorioso, a te fan cerchio
I Consoli, il Senato, Italia e Roma,
E ovunque movi è a te seguace il mondo.
[323] Id. _Vita di Marco Bruto_; vol. 5.
[324] Id. ibid.
[325] _Ad Atticum_; lib. XIV, ep. I.
[326] Paris, Librairie Hachette, terza ediz. 1874.
[327] Nuova Serie n. 6, pag. 133.
[328] Appendice al Capitolo primo.
[329] Volume I, pag. 38.
[330] _L’incendio vesuviano del 25 aprile 1872_. Conferenza, ecc. —
Napoli Stabilim. Tip. Partenopeo 1872.
[331] _Il Piccolo_ di Napoli del 26 Aprile 1872.
[332] _Incend. Vesuv._ pag. 11.
[333] Napoli. Stamperia del Fibreno, 1873.