NOTE:

[1] _Saturn._ I, 1.

[2] _Pompeja._ Pag. 136.

[3] Pag. 9.

[4] _Sat._ 6:

O villa, e quando io rivedrotti?

Trad. Gargallo.

[5] Lib. 3. 22:

Terra nata dell’armi all’alta gloria

Non al crudo terror.

Trad. Vismara.

[6] _Ann._ 2-14. «Quelle targhe e pertiche sconce de’ barbari fra

le macchie e gli alberi non valere, come i lanciotti e le spade e

l’assettata armatura. Tirassero di punta spesso al viso.» Tr. di

Bernardo Davanzati.

[7] Lib. IX, 5.

[8] Tit. Liv., lib. XXXV, 2 e 23.

[9] Rosini, _Antiquit. Roman._ Lib. X, cap. 4.

[10] Lib. VII, cap. 4.

[11] Plin. _Nat. Hist._, lib. X, 5.

[12] Sc. II. 16. — «Osserva dapprima qual regime abbiano gli eserciti

nostri, quindi qual fatica e quanta cibaria portino in campo per

mezzo mese ed attrezzi d’uso; perocchè il portar il palo, lo scudo,

il gladio, e l’elmo i nostri soldati non contino nel peso, più che

gli omeri, le mani e le altre membra, afferman essi le armi essere

le membra del soldato, le quali così agevolmente portano, che dove ne

fosse il bisogno, gittato il restante peso, potrebbero coll’armi, come

colle membra proprie combattere.»

[13] _Ep._ 57.

[14] Nelle nostre provincie, massime nella Bresciana, esiste un pane

dolciato che si chiama _bussolà_, dal _bucellatum_ romano, ma il

_bucellatum_, come esprime il nome, era nel mezzo bucato, onde portarlo

all’uopo sospeso o infilzato, viaggiando, sull’asta.

[15]

Ed aste scisse in quattro parti, e pali

Acuminati.

_Georgica_ II, v. 25.

[16] _Hist. Rom._ Lib. XXVII.

[17]

Movendo aquile, insegne, aste latine

Contro latine insegne, aquile ed aste.

Lib. I. v. 7. Trad. del conte Franc. Cassi.

[18]

Eran di fieno: ma quel fieno istesso

Da ciascun riscotea tanto rispetto,

Quanto l’aquila tua ne esige adesso.

Si stava in cima a lungo palo eretto

Un manipol di fieno, onde di fanti

Certo drappel manipolar fu detto.

Trad. di G. B. Bianchi.

[19] Tacito, _Ann._ XV. 29.

[20] Svetonio, _In Vespasianum_, 6.

[21] Lib. I. 43.

[22] _De Bello Jugurt._ LXV.

[23]

«La tessera dà il segno

Ove di guardia scritte son le veci.»

Lib. X.

[24] _Just. Lips. De Milit. Rom._ v. 9.

[25] Lib. IV. II. 79:

Or del tardo pastore entro le mura

La buccina risuona.

[26] Lib. XI. 475:

E già la roca

Tromba ne va per la città squillando

De la battaglia il sanguinoso accento.

Tr. Annibal Caro.

[27]

Non la tuba diretta e non il corno

Di ricurvo metal.

[28] v. 734:

Con il corno ricurvo

Il richiamo squillò e il lituo adunco

Colla stridula voce i suoni emise.

[29] _Thebaid._ 2. 78;

S’udian per tutto rimbombare i vuoti

Bossi e di bronzo i timpani sonanti.

Trad. di Selvaggio Porpora,

pseud. del Cardinal Guido Bentivoglio.

[30] Dion. d’Alicarn. II, 73.

[31] Servio, X, 14.

[32] Vol. I, cap. III.

[33] Trad. di Felice Bellotti.

[34] Così Cicerone nel Lib 2, _Divin,_ 34: _Attulit in cavæ pullos, is

qui ex eo nominatur pullarius._[35]

[35] «Portò nel sotterraneo i polli, quegli che per tale officio dicesi

appunto pullario.»

[36] Varie iscrizioni lo attestano. Grutero riferisce sotto il n. 557,

6, la seguente. _M. Pompejo, M. F. Ani. Aspro, 7 Leg. XV Apollinaris

Alimetus Lib. pullarius fecit_. E Muratori sotto il n. 788, 4, la

seguente: _L. Avillius L. F. Asperinus pullarius Leg. VI Claudiæ_.

[37] «Non aver egli abbastanza atteso, per avviso de’ pullarii, agli

auspicii.»

[38]

Lega le curve mura una corona

Fortificata.

[39] Lib. III, 7. «Con duplice corona di fanti circondano la città e

pongono una terza fila di cavalleria esternamente.»

[40] _De Architect._ lib. X, c. 15.

[41] Lib. 20. «In questa persuasione il soldato percuoteva con l’asta

lo scudo, facendo grande strepito, quasi un sol uomo approvava i detti

ed i fatti.»

[42] In Grecia questo inno sacro del trionfo appellavasi θρίαμβος.

Diodoro Sic. IV, 5.

[43] Virgil. _Æneid._ 6. 670.

[44] _De laudib. Stilic._ III. Così traduco:

Degli antichi nel campo era costume

Cinger di quercia glorïosa il fronte

Del valoroso che fugato avesse

Il suo nemico e un cittadin caduto

Sottratto avesse a inevitabil morte.

[45] Silius Italicus, Lib. XIII:

Abbi l’onore, o vincitor, cingendo

Le tempia tue della mural turrita

Corona.

[46] _Elegia_, Lib. I, 153:

A te, Messala, e sovra il mare e in terra

Pugnar s’addice, onde le spoglie mostri

La casa tua dei debellati in guerra.

[47] Plutarco in _Marcello_.

[48] _Trist._ IV. 11, 20:

Leggerà dunque ne’ trionfi il popolo

I vinti capitan, le città prese.

Tr. di P. Mistrorigo.

[49] _Idem, ibid._:

Vedrà carchi di ferri i re precedere

A’ destrier coronati e baldanzosi.

[50] Tibullo, Lib. 1. _Eleg._ 8:

. . . . lo porterà l’eburneo cocchio

E gli aggiogati candidi cavalli.

[51]

E mentre tu, vivi! Trionfa! esclami;

Tutti ripeterem: Trionfa! Vivi!

E arderemo odorosi timiami

A fausti Divi.

Lib. IV. 2, Trad. Gargallo.

[52] «A te, o Giove Ottimo Massimo, e a te Giunone regina, e a voi dii

tutti custodi e abitatori di questa rocca, volonteroso e lieto io rendo

grazie, e supplichevole, prego perchè, salva meco in questo giorno per

le mie mani la Romana Repubblica e ben sostenuta, abbiate a conservarla

eguale, siccome fate, a favorirla e proteggerla benigni.» Rosini.

_Antiqu. Rom._ Lib. X. Cap. XXIX.

[53] Cicero. _In Verrem._

[54] Lib. 2. c. 8.

[55] «Sancirono i nostri maggiori pertanto che dove un reato militare

si fosse da molti commesso, si dovesse castigare a sorte in alcuni,

acciò il timore a tutti, la pena a pochi toccasse.» _Orat. pro

Cluentio_.

[56] «Il tribuno prendendo la bacchetta, lievemente toccava il

condannato. Allora quanti trovavansi nel campo, chi con bastoni, chi

con sassi lo uccidevano.»

[57] Vitruv. VI, 7, 5. A. Gell. XVI, 5.

[58]

Il vestibolo ancora è per mia idea

Detto da Vesta: invochiam lei venuti

Quivi, che i primi tien luoghi tal Dea.

_Fastorum_, Lib. VI. Trad. G. B. Bianchi.

[59] «Parato prega sia fatto Pansa edile.» Altri invece tradussero:

Parato invoca Pansa edile. Colla prima versione ch’io pongo potrebbe

rovesciarsi la supposizione generalmente fatta colla seconda, che,

cioè, la casa appartenesse a Pansa, e farla ritenere invece, come

vorrebbe Marc Monnier, di Parato, perchè non sarebbe credibile allora

che Parato siasi recato a esprimere il proprio voto precisamente

sull’uscio di Pansa: questi almeno per pudore non lo avrebbe permesso.

Ma l’opinione di Monnier sarebbe tolta, se fosse vero ciò che qualche

archeologo sostenne che _Paratus_ fosse sinonimo di _institor_ o

_dispensator_, dello schiavo, cioè, incaricato della vendita delle

derrate del padrone. Non saprei in tal caso con quale autorità di

scrittura antica avvalorare quest’ultima pretesa.

[60] «Fabio Euporio capo de’ liberti, invoca l’edile Cuspio Pansa.»

_Pomp. Antiq. Hist._ 1. 109.

[61]

Già mi fan da padroni i miei vicini,

E quanto in casa mia si fa, per entro

Dell’impluvio mi guardano.

Att. II. ist. 2.

[62]

E questa Dea, che chiamiam Vesta, credi

Esser null’altro che la fiamma viva.

_Fast._ Lib. VI, 291. Tr. G. B. Bianchi.

[63]

Non han Vesta, nè il foco effigie alcuna.

_Id. Ibid._ v. 298.

[64]

«Ha più vigore il rinnovato foco.»

v. 143.

[65]

O, disse, infelicissimo consorte,

Qual dira mente, o qual follia ti spinge

A vestir di quest’armi? Ove t’avventi

Misero? Tal soccorso e tal difesa

Non è d’uopo a tal tempo: non s’appresso

Ti fosse anche Ettor mio. Con noi piuttosto

Rimanti qui. Che questo santo altare

Salverà tutti: o morrem tutti insieme.

Lib. II, 523-528. Tr. Caro.

[66] In _Æneid._ Lib. III, 134. Vedi _Æneid._ IX, 259 e V. 744.

[67] «Ciascuno faccia i sagrificj secondo il proprio rito.» — _De

Lingua Latina_, VII, 88.

[68]

... Non più ci vuol di tanto

A far che Trebio e rompa il sonno, e corra

Con le corregge penzolon, temendo

Che al baglior delle stelle, o sin da l’ora

Che dal pigro Boote il freddo plaustro

Ricircolando volgasi, l’intera

Salutatrice turba abbia già tutto

Del salve mattutin l’orbe compiuto.

_Sat._ V. 19-23. Tr. Gargallo.

[69] Lib. VII, 23.

[70] «Acciò un luogo più recondito non desse adito alla licenza».

[71] _Satyricon_ XXVIII: «Questi, disse, è Menelao, presso il quale

appoggiate il gomito.»

[72] _Adelph._ Att. II. sc. 5:

Stender per noi comanda i letticciuoli

Ed apprestar ogn’altra cosa.

[73] _Epist._ Lib. I. X. 22:

Pur tra recinto di colonne fassi

Fronteggiar bosco, e lodasi magione,

Che a l’occhio apre di campi ampio prospetto.

Trad. Gargallo.

[74] «Dinnanzi al crittoportico c’è un sisto olezzante di viole.

Il calore del sol che vi batte è accresciuto dal riflesso del

crittoportico, il quale come mantiene il sole, così vi scaccia e

mantiene i venti boreali; e quanto è il caldo che si ha sul davanti,

tanto è il fresco che si gode di dietro. Esso arresta del pari i

venti australi, e così rompe e doma i venti più opposti, gli uni da

un lato, gli altri dall’altro. Ameno nel verno, lo è ancor più nella

state. Poichè prima del mezzogiorno, il sisto, dopo di esso lo stradon

gestatorio e la vicina parte dell’orto sono confortati dalla sua ombra,

la quale, secondo che cala o cresce il giorno, qua e là cade or più

corta, or più lunga. Lo stesso crittoportico non è mai tanto privo del

sole, quanto allora, che il più cocente raggio di esso cade a piombo

sovra il suo colmo. Oltre a ciò per le aperte finestre vi entrano

e giuocano i zefiri; nè il luogo è mai molesto per un’aria chiusa e

stagnante.» _Epist._ Lib. II. 17. Trad. Paravia.

[75] Liv. XXXIX. 14.

[76] Vol. secondo. Puntata 18.ª, pag. 347.

[77] «A Marco Lucrezio Flamine di Marte, Decurione in Pompei.»

[78] È ben inteso che qui si parla del diritto più antico: in seguito

queste leggi si vennero modificando ed erano già da tempo mutate quando

a Pompei toccò l’estrema rovina.

[79] Fustel de Coulanges: _La Cité Antique_, Liv. II, ch. 1.

[80] Vedi Aulo Gellio IV, 3, Valerio Massimo II, 1, 4, e Dionigi

d’Alicarnasso II, 25.

[81] _Governo degli Spartani._

[82] In Solone, 20.

[83] Cantù. _Stor. degli Italiani._ Vol. I. Cap. XXIII.

[84] Liv. II, _La Famille_, Chap. II, _Le Mariage_, Pag. 43. Paris.

Librairie Hachette e C. 1872, 4.me edit.

[85] Lib. III, 3, 38.

[86] _Questioni Romane_, 50.

[87] _Notti Attiche._

[88]

Niun merito è dunque, o misleale,

Nïuno, o ingrato, che da me ti nasca

O bimba, o figliuolin? La gioja intanto

De l’educar, e imprimer su’ registri

Le prove d’uom prolificante, è tua.

L’uscio inghirlanda, sei papà; ti ho dato

Incontro a’ detrattor scudo e cimiero.

Di padre i dritti hai già; se’ scritto erede

Per me: d’ogni legato or se’ capace,

E di fiscal caducità ti ridi.

Beni ancor giungerai molt’altri a questo,

Di tre se arrivo il novero a fornirti.

_Sat._ IX, v. 82-90. — Tr. Gargallo.

[89] Lib. II, epig. 92.

[90] _Epistolar. C. Plinii Cæcilii Secundi._ Lib. X. ep. XCVI. Ediz.

Venezia, Tip. Antonelli.

[91] «Fu consuetudine presso gli antichi che colui il quale passasse

in altra famiglia, avesse prima ad abdicare a quella nella quale era

nato.» _Ad Æneid._ 11. 156.

[92] Perdita delle cose sacre.

[93] Detestazione delle cose sacre. XV. 27.

[94] _Top._ 6.

[95] _De Legibus_, 11, 8.

[96] _Id., ibid._ 11.

[97] _Sat._ V, 289 e segg.

— Olà! quel servo in croce. — E per qual fallo?

Chi accusa? chi testifica? Rifletti;

Non tardasi mai troppo, ove si tratti

Della morte d’un uomo. — È uomo un servo?

Sciocco! È innocente? E sia; io così voglio,

Così comando; il mio volere è legge.

Trad. Gargallo.

[98] _De Re Rustica_. XII. 1. 2.

[99] «L’ingiuria fatta anche allo schiavo non si deve dal Pretore

lasciare inulta.»

[100] Lib. VI, 39:

.... che la testa ha aguzza e in moto

Tien sempre i lunghi orecchi al par d’un asino.

Trad. Magenta.

[101] _De Clementia_ I, 24.

[102] Milano. E. Daelli e C. 1863 nella _Biblioteca Rara_.

[103] Oraz. _Sat._ 11. 6. 66; Ovid. _Fast._ 11. 631; Petronio,

_Satyricon_, 60.

[104]

«Quest’opera non fe’ barbaro artiere

Mangiator di polenta.»

Plaut. _Mostellaria_. Act. 3, sc. 2 v. 14º.

[105] _Sat._ II, 5, 79. Non raccapezzandomi sulla versione del

Gargallo, mi provo io:

Parca nel regalar, della cucina,

Assai più che di Venere, curante

La gioventù si mostra.

[106] _Od._ XIV. Lib. II. _Ad Posthumum_.

«L’erede tuo que’ cecubi

Dissiperà più saggio,

Che cento chiavi or serbano

Del sole ignoti al raggio.

Tal vin facendo scorrere

Pe’ pavimenti alteri,

Cui non spumeggi il simile

Ne’ salici bicchieri.»

Trad. Gargallo.

Orazio dice nelle _cene dei Pontefici_; Gargallo vi sostituisce i

_salici bicchieri_. Il lettore s’avvede tosto che il traduttore ha

mutato il pensiero del poeta, e la citazione, nella traduzione, non

farebbe al mio caso. I Salii erano i dodici sacerdoti di Marte che

custodivan gli ancili o scudi sacri, mentre i Pontefici eran bensì

sacerdoti, ma sopraintendevan alla religione dello stato e alle

cerimonie di essa.

[107] _Od._ XXXVIII. Lib. I. _Ad Sodales_.

«.... compagni a Divi

Con saliari — cibi festivi

I pulvinari — tempo è d’ornar.»

[108] «Son citaredi a’ pulvinari degli Dei ed a’ banchetti de’

magistrati.»

[109] «Cesare dittatore nella cena del suo trionfo, distribuì anfore

di vin Falerno nel banchetto e cadi di Chio. Lo stesso nel trionfo

ispanico largheggiò Chio e Falerno. Al convito poi del suo terzo

consolato diè vin Falerno, Chio, Lesbio e Mamertino.»

[110]

Qui i Romulei magnati e i trabeati

Cesare volle colle mille schiere

Che sedessero insieme a laute mense.

[111]

. . . . i cibi apprestansi

Alla tua mensa in aurei piatti accolti.

Trad. Magenta.

[112]

«Se i ricchi nappi onde l’Egitto abbella

I conviti di Roma, o quei che tinge

Partico fuoco d’iride sì bella.»

Lib. IV. _Eleg._ V. Trad. Vismara.

[113] «Così crebbe il numero de’ versatili soffitti delle cene, che

d’un tratto l’uno appresso all’altro succeda e si mutino tanti quante

sieno le portate.»

[114]

Frugan costor per gli elementi tutti

Come appagar la gola; nè al capriccio

Mai d’ostacolo è il prezzo.

Tr. Gargallo.

[115]

A un pranzo u’ niun (temendone

L’ugne) il mantil recò;

Via la tovaglia Ermogene portò.

_Ep._ Lib. XII, 29. Trad. Magenta.

[116] _Æneid._, lib. I, 703. — Il Caro poco fedelmente traduce:

. . . . Con Cerere a le mense

Gli aurati vasi e i nitidi canestri,

E i bianchissimi lini eran comparsi.

Avremmo avuto meglio serbato il costume d’allora se avesse tradotto:

Distribuiscon da’ canestri il pane

E recan le tovaglie, a cui fur rasi

I velli,

e avremmo appreso che le tovaglie potevan essere di pelli levigate;

ma i traduttori soglion mirare più all’eleganza che alla precisione.

Eppure, volgarizzando dall’antico, non si dovrebbe mai perdere di vista

il concetto storico, pel quale anche i poemi diventano documenti di

storia importanti. Giova il ripeterlo.

[117]

Piccanti rape e rafani e lattuche

Gli fean corona: intingoli che stuzzicano

Lo stomaco impigrito. Eranvi acciughe,

Carote ed acquerello di vin coo.

_Serm._ VIII. Lib. 2. Trad. Gargallo.

[118] «Nè riporre speranza nell’antipasto, perocchè tutto ora ho

soppresso: mentre per lo addietro soleva deliziarmi d’olive e delle tue

salsiccie.»

[119] Lucano vi allude nel verso:

_Quippe bibunt tenera dulces ab arundine succos._

Però che bevan gli Indi

Della tenera canna i dolci succhi;

e Domiziano di queste canne di zuccaro ne fe’ gitto alla moltitudine

fra tante altre squisite cose.

[120] Tre furono gli Apicii e tutti celebri per la loro ghiottornia.

Il primo visse al tempo di Silla; il secondo sotto l’impero di Augusto

e Tiberio e fu il più famoso e venne celebrato da Giovenale, da Seneca

e da Plinio; il terzo sotto Trajano e rinomato inventore del marinar

le ostriche, delle quali mandava all’imperatore desideratissime giare,

quando quest’ultimo trovavasi a guerreggiare tra i Parti. Tanto impose

l’abilità degli Apicj, che i cuochi si divisero persino in Apicj ed

Antiapicj, come trovasi menzionato in Plinio il Giovane.

[121]

D’Esopo il figlio insigne margherita,

Già di Metella da l’orecchio svelta,

In aceto stemprò, mille migliaja

Per bere di sesterzj in pochi sorsi.

_Satira_ III. Lib. II. Trad. Gargallo.

[122] «Sorbiva preziosissime perle liquefatte coll’aceto.»

[123] «Nè bevon meno e coll’olio e col vino sfidano le forze, e

giù cacciatili nelle svogliate viscere, lo rimettono per la bocca e

rigettan col vomito tutto il vino.»

[124] Negli archi, volgarmente detti Portoni di Porta Nuova di Milano,

recentemente raffazzonati, veggonsi tuttavia incastrate due teste

antiche con iscrizioni che leggonsi: _Quintus Novellius Lucii filius

Vatia sevir quæstor, Cajo Novellio Lucio filii Rufo fratri_, che

ricordano adunque la famiglia Novellio, cui appartenne quel gran beone.

[125] Vedi nel I. vol. alle misure dei liquidi: il congio conteneva

_sei sextarii_.

[126]

Mai col mantile Ermogene

A cena non andò;

Da cena col mantil sempre tornò.

_Ep._ Lib. XII. 29. Trad. Magenta.

[127] _De Arte Amandi._ Lib. III, v. 207-212.

Quindi riparo alla figura offesa

Cercate, che non è per gli usi vostri

Inefficace l’arte mia. L’amante

Non miri apertamente i vasi esposti

Che l’arte ascosa giova alla beltade.

A chi non piaceria mirar sul volto

Stendere quella feccia, e lentamente

Cader pel peso suo nel caldo seno?

Trad. di Cristoforo Bocella.

[128] _Idem, Ibidem_, v. 229.

Molte cose ignorar gli uomini denno,

Di cui gli offendon molte, se non copri

Ciò che fa d’uopo di tener celato.

_Idem, Ibidem._

[129]

Fa che pensar possiam che dormi allora

Che tu ti adorni.

_Idem, Ibidem_, v. 225.

[130] _Ciniflones_ eran gli schiavi incaricati di tingere i capelli

soffiandovi sopra determinate polveri, _cinerarii_ quelli che

riscaldavan nelle ceneri i _calamistri_ o ferri da arricciare:

_calamistri_ appellavansi anche gli schiavi che usavano di quel ferro

per arricciare; _psecas_ finalmente le schiave che profumavano i

capelli e li ungevano d’olj odorosi.

[131] _Idem, Ibidem_, 163-166.

Con le Germanich’erbe asconder puote

La donna la canizie, e può con l’arte

Miglior del vero altro cercar colore.

Vanne la donna con la chioma folta

Per i compri capelli, e col denaro,

In mancanza de’ suoi, compra gli altrui.

_Idem, Ibidem._

[132] _Discerniculum_ era il pettine che si usava per far la divisa dei

capelli sin giù alla fronte.

[133] _Ex Ponto_, III: 3, 51:

Io la scrissi per quelle, a cui l’onesta

Chioma non è dentro la benda inserta,

Nè lunga giunge infino al piè la vesta.

Trad. di G. B. Bianchi.

[134] Lib. I, v. 31:

Gite lungi, o Vestali, e voi matrone,

Che i piè celate sotto lunga veste.

Trad. Cristoforo Bocella.

[135]

_Epid._ Come leggiadramente era vestita

E dorata e fregiata! e che eleganza!

Qual novità!

_Perif._ Di che mai si vestiva?

Forse della regilla o di mendicula

Impluvïata, come queste danno

Nome alle loro vestimenta?

_Epid._ Come,

Va d’impluvio vestita?

_Perif._ E maraviglia

Questo ti fa? E non van molte intorno

Di terre adorne?

[136] _Epidicus_, act. 2, sc. 2, v. 45-50.

Nuovi nomi al vestir trovano ogn’anno:

E la tonaca valla e quella spessa,

E il linteolo cesicio e l’indusiata,

La patagiata, callula, crocotula,

Il suppar, la summinia, oppur la rica,

L’esotico, il basilico, il cumatile,

Il melino, il piumatile o il cerino

E dal cane perfin tolgono il nome

A prestanza.

_Epid._ E qual mai?

_Perif._ Quel di laconico.[137]

[137] Infatti v’eran certi cani detti Lacones o Laconici, come ce lo

apprende Orazio nell’Ode 6 degli _Epodi_:

_Nam qualis aut Molossum aut fulvus Lacon._

Era la laconica un genere di veste assai succinta. Lo stesso Orazio

rammenta la _Laconicas purpuras_, 2, Od. 18.

[138] _Sat._ V, v. 30:

Ratto che paventoso abbandonai

La custode pretesta, ed ai succinti

Lari la borchia puëril sacrai.

Tr. Vinc. Monti.

[139]

Certamente è codesta effeminata

Moda il portar la tonaca dimessa.

. . . . . . . . . . . . . .

Vergogna a te, e femmina ti dico.

_Pœnulus_, Act V. Sc. V.

[140] _De Re Rustica_ 3, 13: «Quando mi trovava presso Ortensio nel

territorio di Laurento, comandò venisse Orfeo, il quale essendosi

presentato in lunga ruba (stola) e colla cetera, ed avendo ricevuto

l’ordine di cantare, sonò la tromba, al cui suono fummo tosto

circondati da sì grande quantità di cervi, di cinghiali e di altri

quadrupedi, che tale spettacolo non mi parve men bello di quello che

danno gli Edili nel grande circo, quando si fanno le cacce, ma senza

pantere.»

[141] «I Campani gente molle e libidinosa.» _Trinummus_, Act. II, sc.

4, v. 144.

[142] _Satira_ VI, v. 130.

[143] _Carmen_ XVI. _Ad Aurelium et Furium_. Traduco:

Che il costume del poeta

Sia pudico, a voi sol basti;

Ma i suoi versi nessun vieta

Ch’esser possano men casti.

[144] V. 1 e 2. Thomas Moore, lavorò su di tale credenza, un

leggiadrissimo poemetto _Gli Amori degli Angeli_, che il cavaliere

Andrea Maffei recò in versi italiani.

[145] Profezia di Osea. Capo 1 e 2: «Va prendi per moglie una

peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice.» Traduzione di

Monsignor Antonio Martini, del quale non è inopportuno riferire il

commento: «Con questo straordinario comando fatto al santo Profeta

di sposare una sordida donna, la quale era stata di scandalo nella

precedente sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la

ubbidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di questa donna,

e principalmente indirizza questo fatto profetico a rinfacciare a tutta

Samaria il suo obbrobrio, ecc.» Non c’è più nulla a dire!

[146] _Osea._ Cap. III. V. 1, 2: «Or il Signore mi disse.: Va ancora

ed ama una donna amata dall’amico e adultera.... ed io me la cavai

per quindici monete d’argento e un coro di orzo e mezzo coro di

grano.» Trad. Martini, il quale, non si sgomenta punto del _fodi eam_

e commenta che: per ritrarla dalla sua cattiva vita le dà il profeta

quindici sicli d’argento ed il resto. E soggiunge: «Questa non è

la dote con cui egli si comperi costei per sua moglie perocchè egli

non la sposò, ma tutto questo si crede dato a colei pel vitto di un

anno, e tutto questo messo insieme è sì poca cosa, che dimostra la

vile condizione di essa e l’orzo serviva pel pane delle persone più

meschine.»

[147] Così Apulejo fa parlare la Dea stessa: «Io sono la natura, madre

di tutte le cose, padrona degli elementi, principio dei secoli, sovrana

degli Dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme

degli Dei e delle Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità

dei cieli, i salutari venti dei mari, e il cupo e lugubre silenzio

dell’inferno. La mia divinità unica, ma multiforme, viene onorata

con varie cerimonie e sotto differenti nomi. I Fenici mi chiamano

la Pessinunzia, madre degli Dei; quelli di Creta, Diana Dittina;

i Siciliani, Proserpina Igia; gli Eleusini, l’antica Cerere; altri

Giunone, altri Bellona, ed alcuni Ecate. Evvi ancora chi mi chiama

Ranunsia; ma gli Egizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie, e

mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside.»

[148] Trattato _del Sublime_. Sezione X. pag. 25. Edizione Mil. 1822.

Soc. Tip. de’ Classici Italiani.

[149]

Te mal tuo grado scuotere,

Buon Bassareo, non vo’,

Nè ciò che i sacri pampini

Celano, al dì trarrò.

Il frigio corno, e i timpani

Deh! frena, il cui fier eco

In noi di noi medesimi

Desta amor folle e cieco;

E con tropp’arduo vertice

Ne segue Orgoglio il metro

E sè di arcani prodiga,

Lucida più del vetro.

Trad. Gargallo.

[150]

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 42 / 55 题