_Vocant laconicum_[136].
La _patagiata_ era veste ricca del _patagium_, ossia della larga
striscia di porpora e d’oro sul davanti, simile al _clavus_ che avevano
gli uomini.
La _plumatilis_ era un abito, la cui stofa in certi punti di luce
offriva come piume d’uccelli, nel modo stesso che la _Cymatilis_
illudeva vedersi, come già dissi, onde marine.
_Ralla_ dicevasi il mantello di una stofa chiara e leggiera, o di velo.
_Rica_ era un pezzo rettangolare di panno lano orlato di frangia,
_vestimentum quadratum, fimbriatum_, como lo ha descritto Festo,
portato a modo di velo sulla testa: il suo diminutivo _ricinium,
recinium, ricinus_, o _recinus_, era pure a modo di velo portato
sulla testa, più specialmente assunto come segno di lutto. Trovansi
pure mentovati nei surriferiti versi il _basilicus_, l’_exoticus_, il
_laconicum_, il _linteolum cæsicium_, il _melinum_, la _mendicula_, la
_spissa_, il _supparum_ come altri effetti di vestiario, ma forse non
saprebbesi precisarne il rispettivo uso.
_Flammeum_ nomavasi il velo di color giallo carico e brillante che
copriva tutta la persona, e portavasi dalle giovani spose nel giorno
delle nozze.
_Palla_, come spiegai altrove in quest’opera, era l’ampio mantello
in cui s’avvolgeva la dama romana, che vietava vedersi il disegno
della persona, e s’aggiustava mediante un fermaglio sopra le spalle.
La statua della sacerdotessa Livia ritrovata in Pompei, e di cui
già feci menzione, offerse esempio della _stola_, della _palla_ e
dell’_amiculum_, o velo della testa.
Ho già detto nel capitolo delle _Tabernæ_ della calzatura delle donne,
non che in molte parti dell’opera de’ giojelli e preziosità onde le
donne si fregiavano, e tanto poi e in una parola dirò essere stato il
lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell’abbigliamento muliebre,
che non alle sole cortigiane, come fece Plauto nel surriferito brano
della commedia l’_Epidico_, ma a tutte applicar si potesse quel verso,
che testè ho riportato, che, cioè, camminassero per le vie adorne di
case e di terre.
Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli uomini.
La _toga_ era il vestito distintivo del cittadino romano, che sempre
si portava da tutti in tempo di pace: coprendo tutto il corpo, nè
lasciando libero che un braccio, non potevasi tenerla durante il
lavoro, nè in casa. Era di lana e bianca, e per lavarla davasi a’
_fulloni_, de’ quali gli intrattenni il lettore; onde argomentare è
dato quanta fosse la importanza di costoro. Quelli che brigavano una
carica publica, presentavansi al popolo colla toga resa d’un candore
più brillante, usando di una preparazione cretacea, onde mettersi
in rilievo maggiore, e ne venne perciò agli aspiranti il nome di
_candidati_ pervenuto infino a noi. Della toga bruna, _pulla_, usavano
solo i poveri, detti perciò anche _pullati_, come ci avvenne di
ricordare nel trattar de’ teatri, o quelli eziandio che si trovavano
nel corrotto. Sotto gli imperatori, cresciuto il lusso, si adoperò la
seta per la toga.
La _toga prætexta_, lunga veste bianca e tutta unita, bordeggiata di
porpora, d’origine etrusca, portavano i fanciulli ingenui d’ambo i
sessi, l’abbigliamento de’ quali compivasi colla _bulla_ o piccolo
globo o cuore d’oro pei ricchi, di cuojo pei poveri, sospesa al collo.
Fu istituita la bulla da Tarquinio Prisco, che donolla al figliuol
suo, il quale, pretestato ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico:
nell’uscir di puerizia, cioè nell’entrare dell’anno decimosettimo, la
dimettevano colla pretesta per assumere la toga, offerendola ai Lari,
secondo Persio ricorda:
_Cum primum pavido custos mihi purpura cessit,_
_Bullaque succinctis Laribus donata pependit_[138].
Indossavano la pretesta anche i principali magistrati, dittatori,
consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti.
_Trabea_ era la toga di porpora vestita dagli imperatori. Vedemmo già,
parlando dell’ordinamento guerresco, cosa fosse la toga _palmata_,
detta anche _picta_, portata dai trionfatori.
Meno lunga che la _toga_, era la _tunica_, che pur gli uomini
indossavano immediatamente sul corpo. Fu prima senza maniche, poi le
ebbe, ma non giunsero fino al gomito: più lunghe, la toga dicevasi
_manicata_, ed era propria de’ disonesti. La mollezza fece adottare più
d’una tonaca. Il portarla dimessa fino ai talloni, ciò che dicevasi
_tunica dimissitia_, come il tener rilasciata la toga, era indizio
d’animo effeminato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto:
_Sane genus hoc muliebrosum est timide dimissitiis._
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Heus tu, tibi dico mulier_[139].
La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i senatori portavano il
_laticlavium_, che era una tonaca bordeggiata dal petto fino al basso
d’una larga striscia di porpora. _Angusticlavium_ fu detta la tonaca
de’ cavalieri; la striscia di porpora che la frangiava era più stretta.
_Penula_, era il mantello con cappuccio, che in luogo della toga
portavasi in viaggio, o in tempo di pioggia; _lacerna_ era un altro
mantello aperto sul davanti come il _pallium_ de’ Greci, ed aveva
pure cappuccio: già riportai l’epigramma di Marziale che la lasciò
ricordata. La _læna_ era un largo mantello d’inverno e di colore
scarlatto, _coccinea_, pei ricchi e dignitari; _purpurea_ pei
sacerdoti. _Abolla_, un ferrajuolo di panno a due doppi attaccato
con fibbia di sotto al collo o in cima alla spalla: era lo stesso che
il _sagum_, tranne che questo era di più ampia dimensione e di stofa
più grossolana. _Endromis_ appellavasi un mantello, o piuttosto una
coperta di panno lano, in cui s’avviluppava dopo i giuochi ginnastici
a prevenire il pericolo d’una infreddatura. Della _synthesis_, detta
anche _cœnatoria_, ho già detto che fosse l’abito per il pasto: Nerone
che si mostrava con essa in pubblico, veniva biasimato come di grave
sconvenienza.
De’ calzari de’ Romani ho già informato il lettore nel capitolo delle
_Tabernæ_, nè occorre però aggiungere verbo. In testa nulla portavano
d’ordinario, solo coprivanla nelle solennità religiose. Ne’ saturnali
portavano il _pileus_, più berretto che cappello; il _petasus_, che
usavasi in viaggio e che Caligola permise portarsi in teatro per
difendersi dal sole, aveva le tese larghe: _galerus_ era una specie di
elmo di pelle; _apex_, fu quello de’ sacerdoti. A difesa della testa
solevasi altresì recare un lembo della toga su di essa, ma si toglieva
tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna persona distinta.
In quanto al vestito degli schiavi, all’infuor della toga, propria
dell’uom libero, della stola e della palla delle matrone, era eguale
a quello delle donne e degli uomini che ho finito di descrivere: la
tonaca avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la testa col
cappuccio della lacerna o della penula. Vuolsi notare tuttavia che gli
schiavi degli imperatori, massime nei servizio della tavola, vestivano
bianco.
Varrone ricordò tuttavia come i citaredi si servissero della stola:
_apud Q. Hortensium, cum in agro Laurenti essem, Orphea vocari
jussit: qui cum eo venisset cum stola et cithara, et cantare esset
jussus, buccinam inflavit, ubi tanta circumfluxit cervorum, aprorum et
cæterarum quadrupedum multitudo, ut non minus formosum mihi visum sit
spectaculum, quam in circo maximo aedilium, sine africanis bestiis,
cum fiunt venationes_, etc.[140] Le meretrici poi portavano la toga,
interdetta loro la stola.
Detto così del vestire, i lavori femminili, che si compivano nel
_gynæceum_, o appartamento delle matrone, chiuderanno il capitolo.
Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica, nella guerra, e
gli schiavi nelle _tabernæ_ e nelle industrie: veggiam le donne adesso
nell’interno della casa.
Si imbiancava da esse, si nettava, e cardava la lana, che traevan di
poi dalla conocchia in filo. Quindi tessevano su proprii telaj e ne
facevano stole e vestimenta per sè, e tonache e toghe per gli uomini, e
già notai che l’occuparsi in siffatti lavori muliebri, ai primi tempi
della republica, e l’incumbere alle cure domestiche, costituisse la
miglior lode della donna: _domum mansit, lanam fecit_. L’imperatore
Augusto non volle mai vestirsi d’altro che di quel che lavoravano le
donne di sua famiglia. Poi si esercitavano le matrone anche al ricamo,
che dicevano _acupingere_, pitturar coll’ago; e da ultimo, al dir di
Tertulliano, nel suo trattato sulla _Esortazione alla Castità_, si
aggiunsero altre occupazioni: l’amministrazione, cioè, della famiglia,
la direzione della casa, la custodia delle chiavi, la cura e la
distribuzione del lavoro tra gli schiavi, la compera delle provvigioni;
cure tutte che le sterminate ricchezze e la effeminatezza del popolo
fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde la matrona non pensò
più quind’innanzi che alla toletta e agli adulteri amori e, scassinata
così la famiglia da’ suoi cardini, si preparò la corruzione sociale,
la decadenza e la irreparabile rovina di quel gran popolo e di quel
maraviglioso impero.