— Silenzio! Non m'interrompete — gridò con gesto vivacissimo, levandosi

in piedi e cacciandosi più innanzi coi gomiti fra i bicchieri —. Credi

tu che Salvini sia arrivato al fondo dell'_Amleto_, egli che lo fa come

nessuno al mondo lo ha mai fatto? O Modena, il suo sublime maestro, che

declamando Dante spingeva l'impudenza del proprio genio fino a fingersi

Dante medesimo nell'atto d'improvvisare quei versi, come se Dante li

improvvisasse, e si arrestava correggendoli: credi tu che Modena abbia

sorpreso il processo del genio dantesco? Parla con Salvini di

Shakespeare, e sentirai che genere di analisi: leggi ciò che Modena ha

scritto su Dante, se vuoi comprendermi, e comprenderai che nessuno dei

due artisti ha capito i due poeti. Eppure li rendono, e forse nè Dante,

nè Shakespeare, assistendo alle loro recite, li avrebbero rinnegati.

Perchè? Mistero. Cantanti, comici, suonatori, non comprendono mai quello

che fanno; qualche volta lo sentono e nullameno lo rendono male; più

spesso non lo sentono, e lo rendono benissimo. Quando la Patti fugge

singhiozzando fra le quinte, la prima cosa, che le presentano, è un

bicchiere di acqua o di vino per risciacquarsi la bocca; ecco per la

sincerità della sua emozione drammatica. È la voce, il gesto, la

fisonomia, è un arcano inesplicabile, che crea questi artisti, i quali

muoiono senza provare quasi mai nessuna delle emozioni o delle idee, che

destano negli uomini d'ingegno. La Patti possiede questo segreto: la sua

voce ha le flessioni di tutti i sentimenti, le gradazioni di tutte le

espressioni, lì, pronte al minimo cenno, sopra qualunque parola. Rossini

si vantava di poter mettere in musica anche la lista del bucato, e ci

sarebbe riuscito; la Patti, se vuole, ti farà piangere con uno stornello

da osteria e col più sciocco. Rossini è un genio intellettuale, la Patti

è un genio fisico. Qui sta la differenza.

— Come si accordano allora?

— Ecco ancora il mistero! Come stanno assieme anima e corpo? eppure ci

stanno. Tu sei un grande suonatore: lasciamelo dire — ripetè ad un gesto

del violinista: — tu suoni Beethôwen. Ebbene, giacchè dovresti secondo

il tuo sistema averlo compreso, ti sentiresti di tradurre nel linguaggio

comune le idee, che egli ha espresso col linguaggio musicale? Boito, e

vedi che ha dell'ingegno, si è provato di scrivere la poesia di alcune

fra le romanze senza parole di Mendelsonn, e ha dovuto smettere, poichè

si accorgeva di diventare ridicolo. E tu vuoi che la Patti, afferrando

il significato morale delle due Margherite, quella di Dumas e quella di

Goethe, senta egualmente la diversità di questi due amori, ella che

nell'amore è arrivata fino a Niccolini, e si è fermata? Eccolo lì il tuo

genio femminile colla sua gamma di mondi e la sua scala semitonata di

personaggi, che vanno dalla servetta alla dama, dalla civettuola alla

martire, passando attraverso l'imperatrice e l'eroina: il tuo genio,

che, identico a se stesso in ogni secolo e in ogni clima, rivivrebbe in

tutti i temperamenti: eccolo lì, in adorazione, davanti alla testa

grossa di Niccolini, il quale, credo, si tinga i capelli, e dovrebbe

tingersi la voce per farla parere più giovane; eccolo lì, che viaggia

l'Europa per fare quattrini, e si mette i diamanti regalati come i

galloni della propria livrea di cantante. Questo genio — seguitava con

una specie di rabbia — il quale in fondo non è che l'eco delle idee

altrui, e non ha più coscienza di un'eco; questo miracolo, che

appassiona tutto un mondo e me per il primo; quest'artista, che adoro e

che disprezzo, che ha aspettato, dicono, quarant'anni per innamorarsi di

Niccolini, un Alfredo, che ne ha cinquanta, e ch'ella ha nullameno

anteposto al marchese proprio marito. Eccolo lì; questo genio femminile,

al quale Rossini, il genio intellettuale, disse un giorno colla sua

solita profondità: quando si è la Patti, si sposa un principe del sangue

o un tenore: cioè, o si ha una grand'anima, e si diventa una gran dama,

che non canta più che per amore; o si ha una piccola anima, e si resta

una grande artista, che canta per i quattrini e s'innamora sul

palcoscenico come le coriste. Naturalmente il tuo genio non capì: ed

ecco la tua Patti, marchese di Caux, al _Brunetti_ con Niccolini.

Assurdo, demenza, vigliaccheria!

Questa violenta diatriba pronunciata con voce stridula e accompagnata da

una bufera di gesti sbaragliò per un momento tutto il coro degli elogi.

Bodoni era rimasto in piedi, assaporando sulle faccie ammirate e confuse

degli amici il trionfo dei propri paradossi. I suoi occhietti grigi di

pollo scintillavano, mentre le dita per un vizio di suonatore gli

picchiavano inconsciamente sul marmo del tavolino una suonata

inintelligibile. Ma il violinista replicò. Egli era freddo e non

gestiva. La sua fisonomia, smorta di ammalato, sarebbe stata quasi

inanime senza la vivacità degli occhi, nei quali a quando a quando

passava un baleno. Bodoni stava per ribattere, quando un altro lo

prevenne.

— Tu già sei sempre dell'avviso contrario — gli disse un clarinetto con

accento piccato. Ma Bodoni non gli si volse nemmeno, e seguitò a

guardare il violinista.

Questa attenzione lo lusingò.

— Tu parli benissimo, ma sei andato fuori di questione. Appunto perchè

la voce della Patti non è perfetta come quella della Frezzolini, e

Bartolomeo aveva ragione...

— Niente, niente, non lo dirò mai più — interruppe Bartolomeo con impeto

così comico di convinzione, che tutti sorrisero; e l'altro seguitò:

— Appunto per questo avevo voluto insistere sulla purezza del suo stile

e sulla perfezione del suo metodo. Se non hai ragione in tutto, ne hai

moltissima qui: il segreto dei cantanti sta nella impostatura della

voce, nel conoscerne bene il registro, e nel saper formare la nota. Il

resto è natura; il timbro, l'accento, la pasta, l'estensione non si

acquistano. Per esempio, io preferisco i bassi della Stolz a quelli

della Patti: la Galletti ha molte note migliori, ma è un altro

temperamento di artista; forse egualmente forte, ma più limitato. Non so

se la Patti nell'ultimo atto della _Favorita_ la vincerebbe. La Patti

invece è insuperabile, e mi pare che oltrepassi persino le esigenze

dell'immaginazione nell'agilità: le sue note si sgranano come perle e

balzano come tanti martelli di pianoforte. Quanti anni di studio le

costeranno!...

— Peggio per lei — irruì Bodoni. — Guerra all'agilità, abbasso le

variazioni. Se Thalberg non fosse morto, io voterei serenamente la sua

decapitazione; egli rappresenta la putrefazione nella musica. Le sue

variazioni sopra un motivo mi hanno sempre avuto l'aria di vermi sopra

una carogna.

— Bene! — fu urlato in coro.

— Non è questo che intendevo — proseguì senza scomporsi il violinista. —

Prima di tutto vi è variazione e variazione.

— Cioè gargarismo e gorgheggio, d'accordo — intercettò ancora Bodoni.

— Sia come vuoi; ma quelle del finale del primo atto...

— Ah, non me lo dire! Sì, ecco le variazioni: ciò è giusto, è sublime.

Io firmo, io, e non vario per questo. Ma che accento in quegli scatti,

che legature di orefice fra quegli sbalzi di tono e in quel

rimescolamento di note! Ma questo è vero, questo è ancora canto, e non

vocalizzo! Ti ricordi la Donadio nella _Sonnambula_? E c'è chi la

paragona alla Patti! Morte alla Donadio, a questa bella donna, che pare

una fattora e deve avere, sono io che te lo assicuro, un'anima più

grossa del corpo della Patti. Il suo rondò finale nella _Sonnambula_,

che faceva delirare al Corso, è un affare di cariglione, o, se ti piace

meglio, non è più un pezzo della _Sonnambula_, ma uno squarcio

d'esercizio.

— È troppo! — esclamò il violinista rattenendolo con un gesto di

pacificazione.

— Sì, ciò che dissi anch'io quella sera; è troppo! — replicò

l'implacabile Bodoni con accento di scherno — ma il pubblico allora

applaudiva in delirio, e stasera è quasi rimasto freddo ai gorgheggi

della Patti. Giustissimo: Berlioz, Beethôwen, Donizetti, che muoiono

quasi nella miseria, mentre Marchetti, che ha musicato il _Ruy-Blas_ di

Hugo peggio che Garibaldi non abbia scritto il proprio sbarco dei Mille,

morirà nelle ricchezze guadagnate.

Lascia stare Garibaldi — disse severamente il clarinetto entrato nella

disputa: — tu non sei neanche degno di nominarlo.

— Come tu di averlo avuto generale a Mentana quando sei scappato.

Niente: io sono aristocratico. Se i repubblicani arrivassero al potere,

forse la loro prima legge sarebbe di abolire la dote dei teatri per

distribuire ai poveri i diecimila franchi della Patti. Io che invece

sono aristocratico, preferisco la musica ai poveri. Probabilmente per

l'onore dell'umanità, la tua repubblica del dovere non sarà mai che una

prosa fredda come quella di un processo verbale, la forma più bassa

della letteratura, mentre la musica è la cima più alta dell'arte. Se ti

dicessero stasera: sta in te, puoi fare la repubblica o avere la Patti?

Ebbene, tu sceglieresti la repubblica, infelice clarinetto, e anderesti

in piazza con un'altra guardia nazionale a stonare l'inno di Garibaldi,

che è brutto. Ricordati, patriota repubblicano, che l'inno austriaco di

Haydn è sublime. Se tu fai la repubblica, io ti abbandono Niccolini, che

è degno di cantare i vostri inni democratici, e mi tengo la Patti.

Bartolomeo, tu sei un uomo onesto: giurami che sei del mio gusto, e che

accetterai la Patti piuttostochè la repubblica.

Una risata clamorosa accolse questa diversione su Bartolomeo, che sbattè

gli occhi in segno di assenso.

— Pensaci, mio caro Bartolomeo, se vuoi diventare il suo amante, perchè

sei vecchio e il tempo stringe. La Patti non è bella come femmina, ma è

talmente elegante come donna, che Cremona, il pittore milanese, le ha

proposto di farle un ritratto, sedotto dalla intonazione della sua

toeletta. T'immagini tu di essere il suo amante, nel suo magnifico

appartamento di Parigi, perchè sono sicuro che ne ha uno magnifico, dopo

averla veduta in teatro fra il delirio del pubblico, sopra una bufera di

desiderii: sapendo che fra un'ora ella ti aspetterebbe in un gabinetto

di raso, e che quattromila persone si farebbero tagliare a pezzi per

entrarci in vece tua. Ciò è superbo. Ecco la vita, mio povero clarinetto

repubblicano: posare i piedi dove gli altri arrivano appena colla

fronte, possedere ciò che tutti desiderano, e magari gettarlo. La tua

repubblica è una livellazione, una pianura: io pittore preferisco il

paesaggio accidentato della montagna, io uomo adoro le cime e vi pianto

sempre i miei castelli fantastici. Se fossi come te, mio grande

Bartolomeo, l'amante della Patti, vorrei un gabinetto di raso cilestro,

mi coricherei sopra un divano colla pancia in aria, e vorrei che ella mi

si accovacciasse daccanto sul tappeto come una cagnina. Allora chissà a

che cosa si pensa. Ma in mezzo alle tue distrazioni non avere che a

dirle: Adelina, accendimi il sigaro, e cantami il finale del

_Trovatore_, la frase più bella di Verdi, la frase più sublime di

Eleonora: ed ella, che la canterebbe per me solo, come in teatro e

meglio. Tu sai la mia stranezza: io adoro la voce senza accompagnamento

di sorta, perchè mi pare che il linguaggio vero sia così. L'Adelina mi

canterebbe sul capo come a Manrico, e all'ultima nota, colla sua

leggerezza di prima donna, che ha migliorato sul palcoscenico la

naturale facilità di cadere, mi si rovescerebbe addosso, gettandomi un

bacio dentro la bocca. Così.

E accompagnando il fatto alle parole, si avventò alla faccia di

Bartolomeo, che lo aveva ascoltato a bocca aperta, e vi soffiò dentro

come sopra una candela.

Bartolomeo, che si era abbandonato alla poesia buffona e voluttuosa di

quel sogno, ebbe un tale sussulto e strizzò gli occhi così comicamente

che la discussione degenerò in baia, ed egli ne fu la vittima. Allora

gli rinfacciarono la commozione all'ultimo atto in quel violento

pizzicato, quando piangeva a lacrimoni, guardando morire la Patti. Egli

non negava.

— Che! sissignore, ho pianto, ed ella mi ha visto.

— Lo hai dunque fatto apposta — esclamò Bodoni.

— Io! no; mi vergognavo anzi: ma non ho potuto mandarla giù; mi si è

serrato il gozzo a quella vocina, con quella cuffia, che la faceva quasi

parere più bella.

— La voce?

— No.

— E tu ti sei innamorato!

— No.

— Sì, sì — gridavano in coro.

— Domattina — disse il violinista — io debbo esserle presentato da

Verardi, che ella desidera gentilmente di conoscere: glielo dirò.

A queste parole, pronunciate coll'accento più freddo, Bartolomeo ebbe

davvero spavento. Il carattere serio del violinista fra tutti quei

cervelli scapestrati gl'ispirava una tale stima, che non dubitò nemmeno

dello scherzo. Ma Bodoni non gli diede il tempo di rimettersi.

— Io ti osservavo, sai. Tu le hai fatto la corte tutta la sera: negli

intervalli, quando ti parlavo, eri distratto, pensavi a lei. Senti, mio

povero Bartolomeo. Tu lo sai se ho amato nessun contrabbasso come te:

questa passione ti ucciderà. Nel — Gran Dio, morir sì giovane — la Patti

si è voltata per vedere quale era il contrabbasso, che accompagnava con

gemiti così sdegnosi e profondi le sue ultime grida di disperazione. In

quell'occhiata le vostre anime si sono intese, ma una barriera

insormontabile dividerà sempre i vostri corpi. Ella è un soprano e tu un

basso. La natura e l'arte ti hanno votato all'accompagnamento, per te

non vi sono duetti. Tu non dormirai questa notte: domani sera soffrirai

come un dannato vedendo il tuo tragico ideale trasformato in una Rosina

briosa sino alla sfrontatezza; perchè capirai, che se la Patti dovesse

trattarti, avrebbe per te le maniere canzonatorie di Rosina e non la

dolcezza mesta di Violetta. Poi la Patti partirà, e tu cosa farai a

Bologna? Penserai a lei.

— Senza dubbio — esclamò Bartolomeo.

— Questo pensiero ti ammazzerà, perchè l'impotenza è più micidiale dello

stravizio, e il desiderio logora più dell'uso.

— Ma io non sono innamorato.

— Generosa menzogna! Tu vuoi salvare la tua donna dal ridicolo: ma

giacchè sei generoso, sarai naturalmente sciagurato. Ella non ti imita,

e affronta la caricatura: in questo momento la Patti e Niccolini sono in

una camera da letto dell'Hôtel Brun. Tu impallidisci — gridò — mentre

tutti invece lo facevano arrossire, guardandolo: infelice, tu vali più

di Niccolini, e morirai della sua morte! Avete quasi la stessa età:

solamente tu morrai di fame, ed egli precisamente dell'opposto: te l'ho

già detto, ma se il desiderio logora più dell'uso, l'uso ha questo di

orribile, che logora anche il desiderio.

Queste ultime parole portarono l'ilarità al colmo. Ma il padrone disse

di voler chiudere, e il gruppo degli amici dovette alzarsi. I conti

della birra e del vino sviarono per un momento l'attenzione, Bartolomeo

potè alzarsi, ricevette ancora qualche risata, e, infilandosi il

sopratutto, si avvicinò alla porta. Una contestazione minacciava

d'insorgere, l'oste piuttosto villano alzava la voce, quando Bartolomeo

si ricordò improvvisamente di essere aspettato a casa, si volse, diede

un'occhiata e, vedendosi inosservato, se la svignò.

Quando arrivò a casa, Adelaide, che lo attendeva, da due ore, lo accolse

malamente. Per un motivo inesplicabile, invece di coricarsi, lo aveva

aspettato in cucina, a tavola, con un vecchio mazzo di carte in mano.

— Finalmente! — esclamò con quella collera fredda, che in certuni è il

colmo della esasperazione.

Bartolomeo divenne mogio mogio, perchè aveva paura: Adelaide era la sua

amante da sei mesi. Si erano conosciuti da lunghi anni in teatro senza

parlarsi, poi il caso li aveva messi ad uscio e uscio, e allora avevano

stretta relazione, passando alle intimità per finire nell'amore. Ma

veramente non si amavano. Adelaide, vedova, aveva maritata l'unica

figlia fuori di Bologna, e, rimasta sola, s'ingegnava a levar le macchie

dagli abiti, a stirare, per buscarsi la vita; poi la sera, capitando,

faceva la corista al _Brunetti_ o la cameriera alle prime donne di prosa

e di canto, che vi transitavano. Naturalmente a tutti questi mestieri la

sua coscienza si era fatta più larga che pulita. Ella non se ne

nascondeva, anzi sui primi del loro incontro aveva affettato una tale

insubordinazione beffarda a tutti gli scrupoli, che Bartolomeo, timido

anche in quell'età, trovandovi del piccante, si era lasciato

accalappiare. Solo, di costumi morigerati, suonando tutte le sere, aveva

messo da parte qualche cosa; l'Adelaide l'aveva indovinato. Quindi cercò

di attirarselo, e Bartolomeo gliene fornì il pretesto; poichè, costretto

a mangiare in trattoria come tutti gli scapoli, aveva finito per

rimpiangere la vita di famiglia, il pranzetto quotidiano discusso ogni

sera ed allestito ogni mattina, le piccole provviste, le festicciuole,

tutte le gioie casalinghe, pigre e squisite malgrado la loro volgarità.

Alla trattoria non poteva fare nessuno dei propri comodi, non

sbottonarsi il corpetto e il primo bottone, il più alto, dei calzoni,

come la natura gl'imponeva sempre a mezzo del pranzo: l'inverno aveva

freddo alla testa mezzo calva, ma tenere il cappello mangiando era

troppo, la berretta sarebbe stata abbastanza, ma non l'osava per

soggezione dei camerieri e degli avventori. Sopra tutto la pipa

l'angustiava. Bartolomeo possedeva una enorme testa di moro, in spuma,

diventata nera come un moro originale, e nella quale fumava da molti

anni in casa per non correre il rischio e l'incomodo di portarla fuori.

Il solo astuccio era già un bauletto, la lunghissima cannuccia, a

nocciolo d'ambra, e di ciliegio boemo, diceva lui, odorava ancora. Per

Bartolomeo questa pipa era quasi tutta la famiglia, perchè il vecchio

merlo dal becco giallo, che teneva in cucina, rappresentava l'amicizia.

Pranzare modestamente in cucina, massime l'inverno, col merlo che

verrebbe a beccare sulla tavola, la pipa, carica come una bomba

inoffensiva a fianco, con un immenso paltò spelato, che gli faceva da

veste da camera, annusando il profumo dei piatti sopra i fornelli, dando

un'occhiata alle casseruole, servendosi e servendo qualcuno, era da

lungo tempo il suo ultimo sogno. Secondo lui le serve erano tutte ladre;

giovani aprivano la casa agli amanti, vecchie ai figli e ai parenti.

Così, ammassando qualche mobile e le stoviglie necessarie a piantar

casa, aveva oltrepassato la cinquantina senza sapere neppur egli come:

una volta faceva da scrivano in uno studio di notaro, poi aveva smesso,

e non faceva più nulla. L'inverno andava al sole nei giardini pubblici,

e si fermava coi giardinieri in lunghi cicalecci: al tempo cattivo in

qualche caffè a leggere i giornali o giocare la partita a domino, o da

qualche amico. Del resto suonava spessissimo, anche di giorno, avendo la

clientela di quasi tutti i curati: non vi era festa senza il suo

contrabbasso.

Poscia aveva conosciuto l'Adelaide. Una volta doveva essere stata

piuttosto bella, adesso era ancora benissimo conservata: aveva le carni

vermiglie, i capelli neri, i denti bianchi. Naturalmente le borsine

degli occhi si cominciavano a gonfiare, e gli angoli della bocca le si

raggrinzivano; ma il suo seno aveva ancora un magnifico turgore, massime

per la vita troppo corta e le spalle un po' tozze, che lo facevano stare

più alto. Il resto era quasi insignificante, statura comune, naso

regolare, fronte egualmente, come nei connotati dei passaporti. Solo,

come segno particolare, aveva una lanuggine, oramai barba, lungo le

guancie, e due occhietti neri, rotondi, affossati, di una mobilità

eccessiva, a volta a volta di una gelida durezza. Adelaide conquistò

Bartolomeo in pochi giorni. La prima domenica pranzarono assieme in

cucina, la stessa sera Adelaide rimase nella sua camera. Bartolomeo era

felice: l'Adelaide, da donna accorta, aveva conservato la propria

stanza, che comunicava colla cucina e rispondeva libera sul

pianerottolo, per ricevervi qualcuna delle proprie pratiche: vi aveva

messo un fornello, e talora vi stirava. Ma siccome qualche soldo lo

guadagnava essa pure, sul principio contribuì alle spese domestiche. Fu

un incanto, giammai due coniugi avevano vissuto più armonicamente.

Bartolomeo ringiovaniva, sebbene si accorgesse di non essere innamorato.

Sedotto da quel benessere sensuale, cui l'ordine e l'economia davano

quasi un'apparenza di virtù, e soddisfatto nell'egoismo di vecchio

celibe, che vorrebbe la famiglia senza i suoi impicci, si abbandonava

morbidamente in quella nuova vita del focolare. Avevano comprato un

fusto di vino e un mezzino di castagne da cuocere sotto la cenere alla

sera. Adelaide, che s'intendeva veramente di cucina, preparava certi

pranzetti, ai quali Bartolomeo paragonava con voluttà orgogliosa i

pranzi della locanda, cogli umidi riscaldati mille volte e gli arrosti

lessati prima nella pentola. Ma, per l'istinto di tutte le felicità e la

prudenza naturale ai suoi anni, Bartolomeo non aveva aperto bocca con

alcuno; solamente aveva finto di sdegnarsi coll'ultimo oste e di averne

trovato un altro, che gli mandava il pranzo a casa. Infatti la colazione

colle ova e la _Gazzetta dell'Emilia_ la faceva sempre al solito caffè.

Ma Adelaide lo dominava. A poco a poco gli invadeva tutta la vita a

forza di rendergliela comoda e di risparmiargliene le brighe. Gli aveva

compiuto il fornimento della casa, aumentata la biancheria, rimesso

quasi a nuovo il vecchio letto di noce a due posti, ricoprendolo di un

grande baldacchino bianco e decorandolo di una bella madonna a stampa

colorata. Ella stessa faceva la spesa, e stabiliva il pranzo: gli

fissava l'ora per tornare a casa o per alzarsi, lo mandava sino in giro

per qualche commissione, che egli sulle prime accettava con una specie

di contentezza galante. Se non che una volta avendo voluto rifiutarsi,

ella fu così ragionevole nelle osservazioni e severa nelle parole, che

dovette arrendersi con un sentimento di soggezione. Quello fu il primo

sintomo del servaggio. Poco tardarono gli altri, insignificanti

all'apparenza, ma così frequenti, che si trovò arretato prima di

sentirsi nella rete. Un altro giorno gli fece una scena di gelosia.

Bartolomeo, che non vi aveva mai pensato, ne ringalluzzì, ma poco dopo

si sorprese a pensare sul passato poco scabro di lei, e a domandarsi se

alla propria volta dovesse essere geloso. Il problema era difficile, la

china molto sdrucciolevole. La loro vita di camerati, alla quale la

differenza di sesso aggiungeva un'attrattiva di più, leggiera fino

allora, diventerebbe una vita di matrimonio, tanto peggiore quanto era

fuori della legge, il giorno che, facendosi geloso, affermasse la

propria solidarietà con quella donna. Si accorgeva di non amarla, ma che

d'ora innanzi non avrebbe più potuto fare senza di lei. E lì erano

rimasti, quando capitò la Patti. Adelaide, che avrebbe voluto servirle

da cameriera per buscarsi qualche grossa mancia, non voleva saperne di

corista, ma quando si vide rifiutata per la prima volta, diceva lei e

non era vero, la sua collera e la sua lingua non conobbero più freno.

Bartolomeo, cui i lirismi dei giornali avevano desto il prurito delle

negazioni, l'aveva secondata, promettendosi a teatro una cattiva

impressione; ma a rovescio di ogni calcolo, sollevato dal più grande

entusiasmo, si era nella sincerità della propria grossolana natura

dimenticato persino della Adelaide.

Quando entrò nella cucina, e la vide alla tavola colle carte in mano,

allibì: la fisonomia dell'Adelaide stanca dal sonno e gonfia dall'ira,

non prometteva niente di buono; e, sintomo spaventevole, ella non si era

tratta nemmeno il sopratutto. Bartolomeo indovinò, che lo aspettava così

da quasi tre ore. Poi le sue frasi a pranzo contro la Patti gli

tornarono nella mente, urtandosi coi discorsi entusiastici della

bottiglieria. L'Adelaide fu tremenda. Invano per calmarla egli affettava

la più grande docilità; la voce di lei si alzava ad ogni parola,

stridula e sibilante, come uno scudiscio, sferzandolo, non lasciandogli

nemmeno il tempo di offendersi, destandogli una inesprimibile ripugnanza

per quella donna, che gli si rivelava in un momento, mentre la sua anima

era tutta piena della rivelazione della Patti. Ma colla prudenza di un

uomo, che sa compatire una stranezza, e rattenuto da un sentimento

delicato, poichè l'Adelaide non era in fondo che sua ospite, e si

sarebbe vergognato di cacciarla così su due piedi, si lasciò

generosamente opprimere: solamente, essendogli sfuggito un moto di

diniego ad una sua laida stupidaggine contro la Patti, ella esclamò

furiosamente:

— Ah! anche tu sei innamorato di quel baccalà?! Tutti urlavano stasera:

sì! perchè non la vedevano da vicino come noi. Va là, è secca come un

uscio, ha tutta la pelle grinza. Se ci aveste guardato al collo, invece

di guardarla cantare, ve ne sareste accorti. Ci voleva ben altro che

quel vezzo di perle, che ella si sarà guadagnato senza cantare. Oh! —

insistette ad un altro suo moto — credi che cantasse anche allora!

Sarebbe carino per l'uomo in quel momento di sentirla stonare, perchè la

tua Patti stona. L'ho sentita io, non importa che mi dicano di no,

perchè le orecchie io le ho buone, più degli altri, e me ne sono

accorta. Sì, stona come Niccolini, che è vecchio come te ed è il suo

amante: degni uno dell'altro: vivono assieme e guadagnano assieme —

aggiunse con un sibilo, che esprimeva più di tutte le frasi di Bodoni.

— Cosa importa se ama Niccolini — disse nobilmente Bartolomeo.

— A me?! e a te?

— Io...

— Mo! innamòrati: è la donna dei vecchi; già alla sua età bisogna essere

ragionevoli. Non ho fatto così anch'io? — strillò, guardandolo con una

sfacciataggine, che era il colmo dell'ingiuria.

A questo insulto, che lo toccava nella sua sola debolezza, Bartolomeo

provò una stretta al cuore.

— Solamente — seguitò, gonfiando il petto e arrovesciando il collo con

moto d'orgoglio — la tua Patti pare la carcassa di un ombrello. Pelle e

voce, come i rosignuoli; non è vero, tu che la credi tanto brava, la

prima donna del mondo?

— Ma non ne parliamo più; a te non è piaciuta, ecco tutto.

— Ti do fastidio?

— Ma no: hai ragione, se la vuoi.

— Se la voglio? tientela la tua ragione; per chi mi pigli? Credi che sia

perchè non mi ha voluto nel camerino? Non ci penso nemmeno. La sua

cameriera l'ho vista: dicono che è una sarta di Parigi, ma l'ultimo

abito dell'ultimo atto non era nemmeno stirato. Fin lì ci arriviamo

anche noi, a Bologna, non ci è bisogno d'andare a Parigi per questo.

Cosa credono questi forestieri? Poi lei è italiana, e dovrebbe avere più

riguardi: invece li ha tutti per Niccolini. È lei, che gli tinge i

capelli per ingannare il pubblico; lo vorrà forse vendere. Già quello

che si compra si può anche vendere.

Bartolomeo non ne poteva più.

— Ci mettiamo a letto? — borbottò dopo un momento, andando verso il lume

sulla tavola.

Ma ella lo fermò con una occhiata. Bartolomeo non l'aveva mai vista

così.

— Hai sonno! — quindi si gonfiò ancora, ghermì il lume e con un gesto,

che la Patti stessa le avrebbe invidiato, gli si avanzò fin sotto al

naso, e gli soffiò in faccia:

— Buona notte! — quindi voltandogli le spalle, invece di andare nella

camera, aprì l'uscio della propria stanza, e lo rinchiuse a

chiavistello.

Bartolomeo rimase al buio. Non capiva bene. Il furore dell'Adelaide

doveva dipendere da altro che l'avere egli fatto troppo tardi quella

sera: forse ella non aveva potuto perdonare alla Patti lo sfregio di

averla ricusata, e la ovazione del teatro l'aveva esasperata. Egli no

invece, amava il merito ed applaudiva volentieri. Ma quella congiura in

tutti di dirgli che era innamorato della Patti, cominciava ad

impensierirlo seriamente. Se n'erano dunque accorti? Aveva commesso

qualche imprudenza, o tra le sue parole, che pure gli sembravano

castigate, glien'era sfuggita qualcuna, la quale potesse comprometterlo?

E intanto che questi pensieri gli battevano sul cervello, aveva acceso

un altro lume. Attese, origliò. Adelaide non si andava a letto. Allora

si arrestò discutendo seco medesimo se dovesse dirle qualche buona

parola: ma a mezzo la riflessione si accorse di essere egli dal lato

della ragione e di avere ricevuto in compenso un sacco di contumelie.

Infine il torto era di Adelaide. Però una voce segreta gli diceva con

insistenza sempre maggiore di picchiare al suo uscio. Naturalmente

Adelaide doveva aver sofferto dello sfregio, in teatro, dove i

pettegolezzi sono così facili e pungenti; bisognava compatirla, le donne

sono sempre donne. Tornò ad aspettare: la sua bontà avrebbe voluto, ma

il suo coraggio non osava; tentennò, si ammonì, si spinse due o tre

volte verso quell'uscio chiuso, che in quel momento rappresentava il più

grande ostacolo di tutta la sua vita. Era molto tardi, aveva quasi

freddo. L'aspetto del focolare e degli arnesi tenuti con estrema pulizia

lo commossero; l'Adelaide era pure una brava donna. Forse le avrebbe

dovuto maggiori riguardi in tale critica circostanza, giacchè colle

donne non è mai questione che di tatto. In quel momento la sua grossa

faccia di contrabbasso esprimeva un imbarazzo pieno di benevolenza, che

avrebbe commosso un nemico. Finalmente la bontà del suo cuore trionfò

della timidezza del suo carattere, e camminando sulle punte dei piedi,

colla circospezione d'uno scolaro, che vuole origliare alla porta del

maestro, venne ad incollare l'orecchio alla fessura dell'uscio. Però

malgrado tutti gli sforzi di leggerezza lo scricchiolio delle scarpe lo

aveva tradito. Un fruscio di abiti usciva dalla stanza. Si sveste! pensò

Bartolomeo, e credendo il momento buono, picchiò discretamente alla

porta: ma quasi contemporaneamente, come risposta collerica, che non

lascia nemmeno esaurirsi la domanda, uno stivaletto lanciato a tutto

braccio venne a percuotere proprio dove egli si appoggiava colla fronte.

La sua anima era così disposta alla benignità d'un accomodamento, che fu

miracolo se non gli cadde la candela di mano. Si drizzò pallido, e

sempre indietreggiando sulle punte dei piedi, tornò alla tavola. Pareva

prostrato. Una malinconia improvvisa venne da tutti gli angoli della

cucina, nella quale aveva sorriso a tanti pranzetti, e che in quel

momento era tornata fredda come prima quando, vivendo solo, non vi

accendeva mai il fuoco. Abbassò la testa. L'altro stivaletto gettato

collo stesso impeto, invece di battere nella porta, urtò nel canterano e

produsse un suono secco: intese il letto scricchiolare sotto il peso di

Adelaide, che vi si rannicchiava ferocemente, sentì il suo soffio

smorzare la candela, e rimase colla propria in mano guardando. Aveva

tuttavia il paltò nelle braccia, il largo cappellone in testa. Sospirò,

poi, scuotendo malinconicamente il capo colla rassegnazione della buona

gente che crede di disarmare il destino accettandolo, andò verso l'uscio

della propria camera, e vi sparì. La cucina restò abbandonata come un

campo di battaglia, dal quale ambe le parti si erano ritirate negli

accampamenti.

Ma a letto il pensiero gli tornò sulla Patti. Sentiva ancora la sua

voce, vedeva ancora la sua gracile e pallida figura muoversi stancamente

sul palcoscenico in una penombra mortuaria, con un'aureola di martirio

sulla fronte; e, mentre il cuore gli si tornava giovanilmente ad

intenerire, la Patti rientrava nella scena sorridendo sotto la grandine

degli applausi, disinvolta come una regina, amabile come una fanciulla.

Allora tutto il pubblico subiva il prestigio della donna dopo aver

provato il fascino dell'artista, e l'onda del desiderio di tutti

arrivando al cuore di Bartolomeo lo bagnava entro una spuma mordace.

Invano Niccolini, preso per mano la Violetta, veniva ad opporsi

all'impeto della marea; la tempesta raddoppiava di violenza, e

investendo quel bianco fantasma di donna, lo portava sempre più in alto,

come quelle larve di nebbia, che dondolano mollemente in fondo

all'orizzonte marino. Bartolomeo pensava alla Patti. Tutti i sarcasmi

sguaiati di Bodoni e le infamie dell'Adelaide gli suonavano alle

orecchie. Le aveva intese susurrate tutto il giorno, le aveva lette nei

giornali velate dalla forma più trasparente dell'indiscrezione,

abbigliate colla frase più ipocrita d'un complimento: poi le aveva

ascoltate la sera nell'orchestra, le aveva colte nel pubblico,

finalmente Bodoni le aveva disciplinate in una teoria paradossale e

l'Adelaide denudate nel più cinico impudore. Ma la Patti usciva radiosa

da quella bruma d'improperi. Egli non ci credeva. Forse l'amore di

Niccolini non era vero, forse era la pietà d'una grand'anima d'artista

per questo infelice tenore, vicino a perdere la voce senza essersi

acquistato un patrimonio. Fors'anco la Patti lo amava, ma se la ragione

intima di questo amore gli sfuggiva, doveva esserci, e degna di una

donna, che arrivava col proprio genio all'altezza dei genii più eccelsi.

Giammai donna aveva potuto cantare così. La Malibran, egli non l'aveva

sentita, e nullameno era sicuro che a quei tempi dovevano contentarsi di

poco. E quell'ultimo sogno tratteggiato con causticità così voluttuosa

da Bodoni gli fluttuava sul letto, riempiendogli la camera di luce.

Essere la Patti o essere il suo amante era troppo anche per un sogno.

Essere giovane, perchè la Patti per lui, malgrado ogni verità, non aveva

che venticinque anni; essere bella e cantare a quel modo! Nessuna regina

aveva un regno più vasto o un popolo più innamorato. Tutti i giornali

bruciavano per lei gli incensi più odorosi, la gente si pigiava alle

porte del suo albergo, si schiacciava nei suoi teatri; molti avrebbero

rubato per comprare un biglietto di loggione, i milionari le gettavano i

diamanti come fiori, i sovrani andavano in camerino a baciarle la mano.

In nessun paese del mondo vi era una donna come lei. Ma essere il suo

amante era ancora più bello. Qui la sua immaginazione si perdeva. Solo,

in quel letto a due posti, non pensava più all'Adelaide e non sentiva

più la realtà della camera. I suoi desiderii non si formulavano ancora,

ma le immagini più bislacche si accendevano e svanivano nel suo cervello

come fosforescenze di legno imputridito, che, imitando il bagliore delle

gemme, vibravano nella notte incomprensibili sorrisi. In quell'aurora

boreale della passione tutti gli oggetti e tutti i colori gli si

confondevano; Niccolini e la Patti non erano più che una luce ed

un'ombra, un canto ed un accompagnamento, che passandogli per l'anima,

se la trascinavano dietro. Egli non sapeva bene se vegliava o sognava.

La mattina si era già scordato di tutto, ma attese invano che l'Adelaide

gli portasse il caffè a letto, una delle ultime e più voluttuose

abitudini della sua nuova vita. Si alzò avvilito, poi sentendo rumore

nella cucina, così come si trovava, in manica di camicia e in ciabatte,

finse di aprire sbadatamente la propria porta: nello stesso momento,

quasi il suo pensiero fosse stato penetrato, l'uscio dell'altra stanza

si rinserrava, e la cucina restava deserta. Il focolare era spento, un

fornello acceso. La cocoma del caffè vi gorgogliava spumeggiando. Egli

non osò trattenersi, ritornò nella propria stanza, e uscì di casa senza

aver visto l'Adelaide. Appena fuori la regolarità delle abitudini lo

calmò al punto, che entrando nel caffè aveva già il solito sorriso per i

camerieri. A colazione lesse tra gli amici abituali un brillante

articolo del Panzacchi sulla Patti, poi rimase solo, rilesse l'articolo,

lo confrontò coll'altro della _Gazzetta dell'Emilia_, andò verso i

giardini. A quell'epoca non c'erano ancora i tramways. Vi rimase fin

tardi, poi ritornando s'incontrò fortunatamente in Bodoni. Quel giorno

era vestito di un paltò incredibile, giallognolo di crema, sul quale la

sua piccola testa smorta, senza quella barbetta tosata rabbiosamente

alla Enrico IV e macchiata di rossiccio e di castano, sarebbe parsa una

cimasa di latte e miele. Ma era serio.

— Vieni a pranzo con me — gli disse a bruciapelo.

A Bartolomeo si allargò il cuore.

Il discorso cadde naturalmente sulla Patti e sugli articoli dei

giornali, che Bodoni trovava nauseanti d'imbecillità. In nessuno,

nemmeno il tentativo di un'analisi, tutti s'erano tratti d'impaccio

rovesciando sul capo dell'artista i superlativi più strani; così chi

aveva capito aveva capito.

— Invece — seguitava con accento severo — hanno gratificato Niccolini di

complimenti velenosi. Anzi tutto questo amore potrebbe essere una

invenzione sciagurata, ma quando pure fosse una realtà, il pubblico non

avrebbe a ridirvi. Che importa se una grande artista ama un genio o un

idiota, un sovrano o un paltoniere? La Patti non è la Patti, che sulla

scena, e allora Niccolini scompare nel proprio personaggio tenorile:

fuori essa è libera d'avere, e non può a meno di averli, tutti i gusti

della femmina e le incongruenze della donna. Chi deciderà del gusto?

L'eccessiva raffinatezza coincide colla brutalità, o se non vi coincide

sempre, vi si allea sovente. Il selvaggio e il gastronomo preferiscono

le bistecche crude: il facchino non cerca che la carne nelle donne; in

Oriente, dove la voluttà fu più profondamente studiata, la carne è

rimasta l'unico pregio delle donne. Se la Patti ama Niccolini, forse è

nella regola del genio. Le nature volgari trovano facilmente qua e là il

proprio ideale; le nature superiori se lo formano nella disperazione

d'incontrarlo, e lo incarnano nel primo venuto. Che io getti dunque un

mantello di porpora sopra un manichino di pioppo o di amaranto, il

mantello solo dà al manichino quel paludamento da re o da regina, sul

quale vengo a deporre i miei baci o le mie corone. In questa creazione

dell'amore fra creatore e creatura non vi può essere giudice, poichè il

giudice vede cogli occhi del corpo, e il creatore con quelli dell'anima.

Sai tu perchè i giornali stamane celiavano educatamente su Niccolini?

Perchè la folla non tollera superiorità, colle quali non possa avere

contatto, e accusando la Patti di amare Niccolini, ha creduto di bollare

il suo genio col marchio della natura femminile. Se nella Patti la donna

fosse pari all'artista non sarebbe più donna. Ma la folla affermando la

gran legge, che non vi siano individui slegati nella serie della vita e

il genio non debba essere immune dalle nostre infermità, non sente che

l'istinto invidioso del rettile contro il volatile, dell'anitra contro

l'aquila.

Bartolomeo, cui la conclusione troppo filosofica del discorso aveva

imbarazzato, non ne gustò meno per questo l'assennatezza del principio,

e avrebbe quasi voluto rinfacciargli i paradossi della sera innanzi, se

il timore di qualche altra scarica non l'avesse rattenuto. Bodoni

sembrava malinconico: Bartolomeo glielo disse.

— La Patti mi fa male. È triste, mio caro, avere ventiquattro anni,

capir tutto e capire per giunta che non faremo mai nulla. Fra vent'anni

io sarò come te. Che cosa ti è accaduto nella vita? nulla. Che cosa mi

accadrà? nulla. Tu almeno non capisci; perdonami, mio buon Bartolomeo,

questa insolenza che t'invidio: io debbo invece morire di freddo al

sole.

Con questi discorsi erano arrivati dinanzi alla locanda, una delle

solite, metà osteria e metà albergo; molta gente l'ingombrava. Un

cameriere di vecchia conoscenza venne incontro a Bartolomeo e gli fece

mille complimenti, domandandogli dove era stato per sei mesi, se

ritornava davvero, e scherzando gettava tratto tratto un'allusione

galante, arrischiava un gesto confidenziale. Bartolomeo s'impacciava,

Bodoni si era già seduto alla tavola col capo fra le mani. La sala

rumoreggiava, era un va e vieni di camerieri, un vociare stonato, un

cozzar di bicchieri e di piatti: dalla cucina, che si vedeva in fondo

alla sala, veniva un odore grasso, uno stridio di frittura, che nauseava

il palato; le berrette bianche dei cuochi passavano e ripassavano

davanti all'uscio con un volo di colombi, gli ordini dei camerieri in

cucina salivano e discendevano sulla gamma più assurda, nella varietà

più strampalata di accenti. Bartolomeo si faceva grave, era senza

appetito: Bodoni sembrava mangiare per compiacenza. Intorno a loro

fioccavano i giudizi e le osservazioni sulla Patti, la esorbitanza del

suo prezzo di cantante, nel quale nessuno osava acconsentire.

— Eppure — osservò Bartolomeo — tutta questa gente non avrà mai speso

meglio quindici lire. Quante volte le avranno bevute in tanto vino

cattivo. In fin dei conti la Patti è unica al mondo.

— Quale voluttà, ma quale sciagura! — mormorò Bodoni. Ad un tratto

s'imbrunì.

— Ecco — disse — accennando ai discorsi di quella gente, perchè io avevo

ragione d'insultare la Patti per essere venuta al _Brunetti_; il

pubblico sarà sempre al disotto dell'arte, che per una fatalità della

creazione gli è destinata. Vedi, mio caro, la gloria, che attira tutti

gl'ingegni, è composta di questi discorsi; tutto finisce nel popolo,

scienze, arti, industria, commercio, tutto per questo bruto che è senza

riconoscenza, perchè è senza intelletto. I grandi uomini vissero sempre

miserabili: e che importa al monello, il quale mangia le pesche, se

l'albero muoia? Egli non ci pensa o, se pure, non se ne preoccupa,

perchè sa che i peschi non finiranno mai. Quattro secoli fa non c'era

musica a proprio dire, musica come intendiamo noi, quindi malgrado la

ferocia dei costumi la poesia e la pittura erano nella massima voga.

Oggi la poesia è rimasta nel sentimento di pochi, la pittura di

pochissimi. Invano si fanno le esposizioni e si vende un quadro di

Meissonier cinquecentomila lire: ciò prova che il lusso dei ricchi ha

ancora bisogno di questa decorazione, ma l'anima del popolo non è più

nella pittura. Sai tu che cosa si diceva quattro secoli fa in ogni

palazzo e in ogni taverna? Michelangelo sta sbozzando una statua,

Raffaello dipinge un quadro, Brunelleschi alza un palazzo, Ghiberti

fonde un bronzo; e ognuno s'interessava all'opera, e l'artista povero si

sentiva intorno una simpatia, che lo sorreggeva e dalla quale assorbiva

la vita necessaria all'opera propria. E quando l'opera era finita, la

moltitudine si pigiava alla porta del santuario, bestemmiando,

osannando, perchè quella era l'opera di tutti eseguita da un solo. Oggi

non è più così. Lo sviluppo dell'industria e delle macchine ha quasi

ucciso l'uomo nell'operaio; i miracoli della meccanica più grossolani e

di una utilità più immediata bastano alla sua fantasia, l'arte si è

isolata nella classe dei ricchi. Qui la musica ha battuto la pittura.

Siccome l'arte non giova che a interrompere la serie delle sensazioni

reali con un'altra serie di sensazioni ideali, la musica è più facile ed

efficace della pittura. La musica dell'orecchio vinse quella

dell'occhio, giacchè in fondo, si tratta di due specie e di un genere

solo. Anzitutto un quadro non si traduce, e sebbene al mondo si facciano

molte copie, esse rispondono meno a un vero bisogno di pittura che a una

moda decorativa: la musica invece la traduci, la trascrivi e, quello che

è infinitamente meglio, la suoni da te solo, forse malissimo, ma ancora

abbastanza bene per appagare il tuo sentimento di mezz'ora. La musica

della pittura ci arriva attraverso un'immagine immutabile e che non

possiamo quindi consultare in tutti i nostri bisogni: l'altra musica

invece non ha immagini, parla e noi inventiamo il personaggio, magari

noi stessi o un altro, poco monta; ride e noi inventiamo la bocca,

piange e noi inventiamo gli occhi, esulta e la sua gioia serve

ugualmente alla gioia di tutti, sospira e il suo sospiro solleva

egualmente tutti i dolori. Alteri il tempo d'un motivo e ne fai così il

linguaggio di qualunque situazione; e mentre il quadro non è appeso che

alla parete del milionario e devi andare a cercarvelo, la romanza ti

segue dappertutto entro il cervello, la riprendi e l'abbandoni dove

vuoi. Ricco e povero ne hanno quasi un numero uguale, una medesima

ricchezza, e perfino l'infelice, cui la natura discordò l'organo vocale,

può ripeterle e gustarle nel pensiero. Sai tu perchè gli appartamenti

sono oggi meno decorati e meno artisticamente? Perchè in ogni

appartamento vi è un pianoforte: il pianoforte ha cacciato il quadro.

Metti una statua in una soffitta e ne avrai una cattiva impressione,

mettivi un violino e potrai dimenticarti presto di essere in una

soffitta. Vedi: l'architettura è morta, la scultura sta morendo, la

pittura per salvarsi è diventata letteratura. Al secolo d'oro il

soggetto del quadro era un pretesto per disegnare un bel corpo o

stendere un magnifico accordo di colori; adesso che il sentimento della

bellezza e il senso del colore si è perduto anche nella classe dei

ricchi, che comprano i quadri, la pittura è diventata romanzo. I

compratori le domandano dei fatti e non dei colori, delle idee e non

delle forme: quindi l'epopea e la tragedia vi signoreggiano, sotto di

esse imperversa il dramma, più basso sghignazza la commedia, in fondo

smorfeggia l'idillio, dal cui incesto colla realtà è nata la pittura di

genere, il genere più odioso fra tutti i generi esistenti e possibili.

Ma nella musica stessa comincia il decadimento, e la sua diffusione n'è

causa; la diffusione, che degrada anche le religioni, perchè così si

arriva nel popolo. Il concime fa nascere il fiore, ma se il fiore lo

tocca colle foglie avvizzisce. Ti vuoi persuadere della nullità del

popolo in arte, una verità che la scempiaggine del giornalismo liberale

è quasi riuscita a far passare per una menzogna? Ricordati tutte le

canzoni popolari delle nostre due rivoluzioni '48 e '59 e giudica se il

maggior avvenimento accadutoci da millecinquecento anni, la resurrezione

della terza Italia ottenuta con tanti miracoli di ingegno e di sangue,

non ha inspirato che l'inno di Garibaldi e «l'Armata se ne va». Il

popolo, mio caro, non è che plebe, e la plebe è un bruto. I Romani, che

l'avevano conosciuta, invece di buttarle come noi la sovranità nazionale

o la infallibilità politica, le davano «panem et circenses», cioè pane e

sangue. Ma in questo caso il pane era sprecato.

E Bodoni stanco egli stesso dalla lunga dissertazione non disse altro.

Bartolomeo, che non ne aveva capito quasi nulla, invece di domandarne

spiegazioni, sedotto dai discorsi dell'altra gente ritornò sulla Patti,

e l'altro, che per caso si trovava ad essere veramente serio quel

giorno, cominciò su lei un'analisi fine e profonda. I più vicini si

misero ad ascoltare, ed allora alzò involontariamente la voce, crebbe di

vena, trovò una vivacità d'appendicista, per uno di quei successi di

trattoria, ai quali si resiste così difficilmente e che ottenuti

umiliano tanto. Fortunatamente l'ora del teatro si avvicinava, pagarono

il conto, Bartolomeo trovò che era troppo caro avendo mangiato così

male, poi fu tutto contento di accompagnare Bodoni a casa per non

passare dalla propria.

Il teatro fu egualmente affollato, la Patti una Rosina inimitabile, una

cantante anche più perfetta.

Siccome la maggior parte del pubblico l'aveva già veduta nelle parti di

Violetta, la sua trasformazione parve ed era veramente un miracolo;

l'ovazione salì di scena in scena, piovvero i fiori, tutti i complimenti

che una folla in delirio può tributare a un idolo. Bartolomeo piangeva,

ma erano lagrime d'allegria. A rovescio delle predizioni di Bodoni, la

malizia di Rosina gli riusciva più grata del sentimentalismo di

Margherita. Niccolini fu un Lindoro come era stato un Alfredo, Moriami

invece il più bel barbiere di Siviglia. Alle emozioni terribili della

sera innanzi successero le emozioni gaie, il solletico sensuale della

commedia più bella, forse l'unica che si conosca nell'arte. La Patti

sfoggiò tutte le risorse del mestiere, fu un organetto come sua sorella

Carlotta, un usignolo, una capinera, un'equilibrista, che si dondolava

sopra il filo d'una nota, e l'attenuava all'infinito senza romperla. La

sera innanzi aveva trionfato lo stile, quella sera signoreggiava il

metodo, prima il sublime dell'arte nel canto, poi il sublime della

natura nella voce.

Durante lo spettacolo Bartolomeo, che si era dimenticato di essere sotto

gli occhi dell'Adelaide, fu di una ilarità clamorosa, cercando

inutilmente di ottenere una seconda occhiata dalla Patti, mentre

svolazzava col suo gramurrino di farfalla sui lumi della ribalta. Poi,

quando il telone si abbassò all'ultimo atto, egli fu dei primi ad

applaudire cacciando addirittura le mani sul palcoscenico. Il suo

faccione imporporato dallo sforzo e la sua statura gli avrebbero in

tutt'altra occasione attirato gli occhi del pubblico, ma l'emozione

dell'ultimo addio alla grande artista e la confusione di tutta

l'orchestra non lo permise. La Patti tornò chi sa quante volte a

salutare, duecento mani parevano volerle brancicare la veste; ed ella

tornò ancora, ricevette sulla fronte tutto l'anelito di quel saluto,

aprì i raggi di tutte quelle occhiate, strisciò come un sogno su tutte

quelle fantasie, battè come un palpito in tutti quei cuori, si chinò, si

rizzò nel suo sottanino di libellula, coi suoi occhi d'Andalusa, col suo

corpo d'uccellino, sopra i suoi stinchi di mosca, col suo prestigio di

artista, colla sua magìa di cantante, balenò, oscillò, disparve.

Il telone la celava forse per sempre agli occhi dei bolognesi.

Quella sera i suonatori si dispersero col pubblico, e Bartolomeo rimase

solo. Attese mezz'ora nella bottiglieria, poi dovette andarsi a casa. La

casa gli parve deserta, sulla tavola non trovò la candela coi zolfini,

nella camera dell'Adelaide non si udiva rumore. Nullameno era rientrata.

Tutto il suo buon umore sparì: la cucina abbandonata aveva un aspetto

desolante, non vi erano legne nell'angolo, mancava l'acqua nei secchi.

Perse qualche minuto in questa analisi, poi vergognandosi di potere

essere sospettato dall'altra stanza, prese l'ordinaria risoluzione

contro la tristezza, e si mise a letto.

Il pensiero della Patti lo riassalì nuovamente. Una a una si ricordò le

moine del suo gesto, le carezze della sua voce, le sue malizie procaci

di Rosina nelle scene col vecchio o negli incontri con Lindoro, e un

fremito sottile gli passava fra la pelle e le lenzuola, dove aveva

dormito l'Adelaide. Bartolomeo avendo trovato il letto disfatto, come al

mattino nell'uscire di casa, si era coricato dall'altro lato. Quindi le

memorie di tutta la sua vita povera e modesta s'illuminarono come ai

bagliori di un gran sogno, nel quale era solo colla Patti. Finalmente

poteva alla propria volta essere come tutti i principi e farle la corte.

Per loro tutte le porte erano sempre aperte, avevano dei brillanti da

offrire, dei grossi titoli, e quella disinvoltura da gran signori, la

sola, che anche vincendo l'indomani una cinquina al lotto, egli non

potrebbe mai sperare. Per lui non c'era nulla. Povero suonatore di fila,

accettato raramente al Comunale, vivendo delle proprie economie, non

aveva che il diritto di sognare; miserabile diritto, che aumentava la

forza del desiderio e il rammarico della impotenza. Nullameno si

cacciava voluttuosamente in quel sogno. La Patti gli pareva la donnina

più adorabile, per lui che aveva il gusto delle donnine da tenere sulle

ginocchia. Steso sul letto, la pancia in aria, la testa ravvoltolata in

un vecchio folardo, guardava con due grandi occhi spalancati nella

tenebra la magìa della propria visione. Aveva caldo, la faccia gli

scottava. Colle mani brancicanti sotto le coperte, e un prurito per

tutte le vene, si veniva accarezzando il ventre come nell'intima e

indefinibile voluttà di premerlo sopra una donna e di sentirla

schiacciarvisi sotto. Se la Patti fosse stata seco in quel punto

l'avrebbe forse soffocata per farle sentire tutta la propria forza. Poi

chiudeva gli occhi, il sogno cresceva. La scena arrivava al punto, nel

quale le commedie fanno calare il telone e i romanzi di una volta

mettevano i puntini, ma sul quale si ostinava come al punto migliore

agitando la testa sul cuscino. E un riso di contentezza gli restava

sulle labbra di essere così felice, senza che il pubblico potesse

nemmeno sospettarlo, con quella donna, difesa dalla etichetta di tutte

le aristocrazie, e che era allora nel suo letto, di Bartolomeo, il quale

la chiamava semplicemente Adelina, un nomignolo più breve di Adelaide ed

infinitamente più vezzoso.

D'un tratto si sorprese a ripeterlo con voce alta; allora si scosse e si

volse sopra un fianco.

Il sogno si alterò, si confuse, finchè svanì in un altro e si sciolse.

Ma la mattina sentì più acutamente la necessità di una spiegazione con

Adelaide.

Sebbene l'avesse già osservato la sera nel coricarsi, il disordine della

camera gli fece male; il portacatino era ancora presso la finestra pieno

di acqua sudicia, la tovaglia gettata sul comò, il letto disfatto anche

dall'altra parte. Una tale confusione nella propria vita e nelle proprie

cose non se la ricordava. Fece la grande risoluzione. Così come si

trovava, udendo l'Adelaide in cucina, uscì di camera. Non aveva che i

calzoni con le tracolle e i piedi dentro due ciabatte tagliate da lui

stesso colle forbici in due stivaletti vecchi. L'Adelaide accennò di

ritirarsi, ma egli la trattenne:

— Adelaide!

— Che cosa volete?

— Sei stizzita?

— Che cosa ve n'importa? — E aveva già la maniglia della propria porta

in mano.

La cocoma del caffè fumava sul fornello.

— Ma aspetta almeno di fare il caffè.

— Quando sarà fatto tornerò — e disparve.

Egli rimase come un palo. Cominciava a perdere la testa. Se aveva

compreso lo sdegno dell'Adelaide la prima sera, mezzo giustificato dalla

mancia perduta e dalla sua vanità offesa di grande cameriera, non capiva

l'ostinazione contro di lui, che alla fin fine non c'entrava nè punto nè

poco. L'Adelaide lo sospettava dunque di qualche cos'altro? Era gelosa

del suo entusiasmo per la Patti, entusiasmo sincero, che egli non aveva

avuto mai per nessuna donna?

Finì di vestirsi ed entrò in cucina. Ella non tornava, allora convenne a

lui di ritirare la cocoma, che schiumava sul fornello, ed attese

inutilmente. Quindi con malizia di ragazzo pensò di tornare nella

propria camera e di spiare l'Adelaide, quando verrebbe a prendere il

caffè. Vi riuscì. Ella era seria.

— Ma che cos'hai contro di me? — conchiuse finalmente, non riuscendo a

finire l'esordio.

— Io! nulla.

— Allora?

— Allora?

— Io non capisco più.

— Già gl'innamorati...

Bartolomeo tremò, nullameno si affrettò a negare.

— La Patti vi ha stregato, me ne sono accorta, non importa che facciate

degli sforzi per negarlo, perchè anche l'altra sera me ne avvidi alle

prime parole. Cosa volete farvene di una povera corista come me dopo una

prima donna come lei? Avete ragione: tutto il pubblico dalla vostra

parte. Io non sono mai stata una prima donna. Zitto! — esclamò vedendo

che voleva interromperla... — Che cosa vuol dire? che ritorniamo come

prima: voi non avete mai sentito nulla per me, e se io non posso dire

altrettanto per voi — aggiunse con un tremito nella voce — la colpa sarà

tutta mia. Delle sciocchezze al mondo ne facciamo tutti: benedetto chi

non le paga. Lasciate stare; qui le parole sono di più, ci siamo capiti.

Voi avete delle pretese, che io non posso soddisfare: se lo sapessi, non

sarei costretta a menare la vita che meno. Dunque voi farete a modo

vostro come avete sempre fatto, e se non mi volete più vedere in cucina,

ditemelo.

— Ma io...

— Non siete voi il padrone?

— Andate là, andate là...

Ella afferrò la cocoma, e gli volse le spalle con quel gesto di bonomia

rassegnata, che fa tanta impressione in certi momenti.

Bartolomeo rimase prostrato. Al caffè trovò i soliti avventori che

parlavano della Patti leggendo gli addii dei giornali: uno propose di

andare alla stazione per vederla, che ci sarebbe chi sa quanta gente, ma

il cameriere bene informato assicurò che era partita per Roma colla

corsa delle otto. I discorsi seguitarono su quel tema, poi gli avventori

si dispersero ognuno dal proprio canto. Bartolomeo rimase solo. Era una

giornata umida di primavera. Egli si avviò a testa bassa sotto i portici

meditando sul proprio caso, ma non aveva fatto cento passi che se lo era

scordato entro la tristezza del tempo. Quindi tornò alla Patti e,

soffrendo per causa sua, entrò poco a poco nel carattere

dell'innamorato. Mentre ella seguitava la strada dei trionfi, egli più

povero ed abbandonato di prima cominciava a morire in quella giornata

senza sole, umida e solitaria. Non sapeva nè dove stare, nè dove andare.

Le gambe lo portavano ai giardini, ma non sarebbe possibile rimanervi: i

nuvoloni crescevano in cielo. Si rimise a riflettere sul celibato

impostogli per una metà dalla sua posizione sempre troppo incerta e per

l'altra dall'avarizia dell'egoismo, che lo lusingava di vivere sempre

colla medesima forza. Adesso egli non apparteneva a nessuno, non poteva

attaccarsi a nessuno. I suoi amici di una volta erano già tutti vecchi

ed accasati; i giovani li vedeva qualche sera dopo il teatro, e

ridevano; ma se domani si fosse ammalato non avrebbe ricevuto una

visita, non avrebbe avuto una mano per curarlo. Ebbe paura. I giardini

erano bruni e deserti, qualche monello sfuggito di bottega o di scuola,

o qualche altro abbandonato come Bartolomeo vi vagolavano: i giardinieri

erano scarsi e non zufolavano come al solito. Sedendosi sopra uno dei

sedili artificiali di gesso, gli sembrò che fosse bagnato. Il _Brunetti_

resterebbe chiuso forse per una settimana; dove passare la sera? Allora

sentendosi cadere addosso i brividi delle fronde intirizzite, pensò per

la centesima volta alla Patti. L'eco solo del suo nome pronunciato a

bassa voce lo riscuoteva. Si scaldò un istante alla sua visione, poi

rincantucciandosi in un angolo di quella vita, che riempiva tutto un

mondo, si compiacque a seguirne il pellegrinaggio imperiale. Almeno ella

era felice. Gli pareva di essere diventato come del suo seguito, un

fagotto di quei moltissimi, che si portava sempre dietro, e sui quali

chi sa quante volte chinava la testa per dormire. Rimase molte ore nel

giardino, cercando d'incontrarsi in qualcuno; quindi tornò in città,

annasò ancora in qualche caffè e, non imbattendosi in anima viva, pensò

di andare a pranzo. In tanta ruina il suo stomaco era ancora intatto.

Sciaguratamente tornò alla trattoria del giorno innanzi, dove il

cameriere lo accolse colle solite chiacchiere; il pranzo gli parve

detestabile: la sera per disperazione egli, che abbominava il teatro

come suonatore d'orchestra, andò al Corso. I discorsi della Patti lo

seguivano dappertutto, l'aria pareva vibrare ancora delle sue note. Lo

spettacolo, una commedia, gli sembrò incomprensibile; quando la gente se

ne andò, uscì macchinalmente egli pure. Per istrada incontrò Bodoni col

paletot di crema, che salutandolo senza fermarsi gli ravvivò tutti i

pensieri del mattino sulla miseria dell'isolamento. Dovette andarsi a

casa; qui lo aspettava un secondo stringimento di cuore. La cucina era

assettata, la sua camera era tornata al solito aspetto di ordine e di

decenza, rifatto il letto, chiusi i cassetti del comò, le scarpe

lustrate sul baule, il portacatino colla brocca pieno d'acqua al suo

posto; ma l'Adelaide non c'era. Se ci fosse stata e avesse solamente

aperto bocca sarebbe scoppiato a piangere come un bambino. Invece si

coricò e per colmo di stranezza, egli, che non l'aveva mai fatto per

riguardo alle lenzuola, caricò ed accese la magnifica pipa. E allora col

caldo del letto e col fumo del tabacco, le due voluttà, che maggiormente

li attirano, i sogni della Patti tornarono a riempirgli la camera.

Nell'altra Adelaide dormiva pacificamente.

Così durò molti giorni. Siccome ella aveva smesso di farsi il caffè la

mattina, Bartolomeo non vide più l'Adelaide. Sulle prime non indovinò,

poi aprendo a caso la madia, gli cascò la mano sul vaso del caffè, e lo

sentì vuoto: forse la povera donna non aveva denari per comprarne. Egli

fremè ed uscì per riempirlo; ma per quanto vi si scervellasse quel

contegno gli riesciva inesplicabile. Mise il caffè nella madia, e attese

lungamente nella cucina, se la sentisse rientrare. Giorno per giorno

l'Adelaide gli assumeva nella coscienza una grande dignità di carattere,

e se al principio gli era stata simpatica per i modi aperti, adesso gli

diventava rispettabile come una dama. Aveva maritato bene la figlia e

non volendo esserle a carico, come diceva lei, s'ingegnava in mille

lavori: non era più giovane, ma tuttavia abbastanza ben mantenuta per

ispirare qualche cosa ad un uomo.

Chi sa se non c'era molto cuore sotto quelle sue bruscherie, e dentro

quella sua vita troppo spalancata. Alle volte il lepre sta dove meno si

pensa. D'altronde in quei cinque o sei mesi egli non aveva avuto a

lagnarsi di lei, nè come donna, nè come massaia. La vivacità dei suoi

discorsi rendeva anche più saporiti i pranzetti, che sapeva fare con sì

poca spesa; e qui Bartolomeo, guardando la fiamminga della minestra

asciutta, si ricordava il proprio piatto prediletto, recato da lei

all'ultima perfezione, un ricordo di Napoli, dove il grande Bottesini lo

aveva una sera invitato a cena. Erano maccheroni all'acciugata, che a

Bologna avevan dovuto diventare vermicelli senza troppo scapitarne. Si

rammentava come l'Adelaide li riserbasse per il venerdì, giorno nel

quale, malgrado tutte le bravate, voleva assolutamente mangiare di

magro; e soleva farli seguire da alcune cotolette di tonno alla

graticola, un tonno, che pareva a quel modo tutt'altra cosa.

Ma l'Adelaide non si vide.

La sera Bodoni al caffè aveva due magnifiche fotografie della Patti, in

costume di Violetta all'ultimo atto; e rammentandogli la famosa occhiata

nel «Gran Dio, morir sì giovane», gliene volle regalare una. Il suo

cuore si commosse nuovamente a quella povera immagine bianca,

abbandonata sulla spalliera della poltrona.

— Sei ancora innamorato? — gli domandò Bodoni accarezzandosi la

barbetta.

— Matto!

— Io incomincio ad innamorarmi adesso. La lontananza per i grandi

artisti è come la morte per i grandi uomini: l'uomo scompare nel

personaggio, i difetti sfumano e la fisonomia vigoreggia. La Patti! —

seguitò con quell'entusiasmo, che faceva di lui una contraddizione così

piena di sorprese — darei tutta la mia miserabile vita di suonatore per

essere il suo amante solo una mezz'ora, e potermela stritolare sul petto

come un istrumento, troppo buono per cederlo ad un altro. Guarda la

bocca: t'immagini tu come debbano baciare queste labbra, che fanno delle

note più dolci di tutti i baci?

E cedendo all'impeto riprese dalle mani di Bartolomeo la fotografia per

baciarla.

— Bacia anche tu.

Bartolomeo non se lo fece ripetere due volte.

Poi Bodoni notò improvvisamente la sua tristezza e gliene chiese la

causa con accento amichevole. Bartolomeo titubò, perchè da molti giorni

soffriva un gran bisogno di sfogarsi, ma il carattere caustico

dell'amico lo rattenne. Si fece più serio, intascò la fotografia,

ravvoltolandola in un giornale, che Bodoni rubò tranquillamente al

caffè, e cadde in un pesante silenzio. Quella vita cominciava a superare

le sue forze. Poi, sentendoselo continuamente attribuire per malizia o

per ischerzo, aveva finito col credersi davvero innamorato della Patti;

e se non voleva convenirne, dipendeva dalla ripugnanza istintiva di ogni

passione a mostrarsi apertamente. Ma questo culto ideale non bastava a

sorreggerlo contro le difficoltà rinascenti delle giornate deserte e dei

cattivi pranzi in trattoria. Invano nei momenti più difficili ricorreva

all'occhiata del «Gran Dio, morir sì giovane», nella quale le loro

anime, trasportate dalla medesima poesia, si erano sfiorate in un

contatto fatale. Quello sguardo era stato per lui come una stretta di

mano in un'ora di pericolo, una parola d'eguaglianza barattata in un

momento d'ispirazione fuori delle differenze e delle contraddizioni del

mondo.

Bodoni gli aveva spiegato in modo molto oscuro il contatto secreto degli

spiriti sotto la pressione di un medesimo sentimento, ma egli non vi

aveva capito se non che Bartolomeo solo e la Patti avevano cantato quel

pezzo.

E gli bastava.

Tornando a casa Bartolomeo si andava tastando in tasca la fotografia.

Non sapeva ancora dove nasconderla, e provava già le trafitture

voluttuose di un secreto pieno di pericoli. Passò per la cucina senza

fermarsi, e si chiuse a chiave nella propria camera. L'indomani invece

di andare da Bodoni, che si scordò l'appuntamento, dovette gironzolare

per Bologna, comperò l'_Illustrazione Italiana_, che rappresentava la

Patti nella _Traviata_ alla scena della borsa. Il quadretto gli parve un

capolavoro, l'articolo, datato da Roma, carico di ironie per Niccolini,

una vera indecenza. In fondo all'articolo si annunziava che la Patti

partirebbe l'indomani per Madrid; ma egli non se ne fece caso, perchè la

loro distanza non cresceva così e non scemava.

Invece passando dal _Brunetti_ imparò che il teatro si sarebbe riaperto

fra tre giorni, e questa notizia lo esilarò; fece la solita passeggiata

ai giardini, vi si trattenne poco, rientrò in città sempre in preda alla

solita inquietudine. A casa la cucina era vuota, il focolare freddo.

Allora gli venne in mente il caffè, e andando alla madia guardò se

l'Adelaide se ne fosse servita. Nulla: il vaso era intatto al posto dove

l'aveva lasciato.

— È dunque una scommessa! Ma perchè — seguitò ad alta voce — mi fa la

camera se non vuole saperne? — Così dicendo spinse la porta per

constatare rabbiosamente come tutto fosse assettato; senonchè,

appoggiata sulla cimasa del letto, sotto l'immagine della madonna di San

Luca, la fotografia della Patti, che egli aveva studiosamente nascosta

fra cinque o sei quaderni di musica, gettava un baleno nerognolo.

Bartolomeo cacciò un grido: era impossibile, l'Adelaide vinceva.

Da quattro o cinque giorni non l'aveva veduta. Come potesse vivere da se

stessa, lavorando poco o punto ed essendo senza risparmi, Bartolomeo non

lo capiva; giacchè, vissuto sempre celibe e non avendo conosciuto le

donne che in certi momenti e da certi punti di vista, ignorava la loro

scienza minuscola della vita, come esse, che dissipano così facilmente i

milioni, riescano a campare senza stento con pochi centesimi. Gli venne

persino in mente di osservare nella cucina e negli armadi se l'Adelaide

non gli rubasse qualche cosa; non lo credeva, ma il dispetto di

sentirsele inferiore era tale, che se ne sarebbe quasi compiaciuto.

Contò i rami, andò all'armadio; fra le biancherie cercò subito

l'involto, nel quale teneva le quattro posate d'argento comprate a peso

da un amico orefice; esaminò la bica dei lenzuoli, sommò ad occhio i

mantili e le tovaglie, senza osare di spostarli. Tutto gli parve a

posto, allora arrossì. Perchè dunque l'Adelaide gli teneva il broncio?

Si mise a riflettere sulla natura di lei; benchè non vi trovasse a

ridire, n'era poco contento. Era una donna onesta, nel senso popolano

della parola, che lasciava la roba a posto e non tirava a far sacchetto,

sapeva cucinare e mandare innanzi una famiglia con poca spesa, ma in

fondo a tutte queste belle qualità, egli sentiva un difetto, una certa

freddezza di animo, una soverchia maturità di ragione, che gli faceva

paura. L'Adelaide non aveva mai torto, non si stupiva di nulla. Spesso

chiacchierando dopo cena col bicchiere in mano, lo aveva fatto

precipitare di sorpresa in sorpresa colle sue massime sulla vita, di uno

scetticismo pratico ben più tremendo di quello che affettava Bodoni.

L'Adelaide gli voleva dunque bene? Abbandonata dalla figlia, sola nel

mondo colla vecchiaia e la miseria dinanzi, forse gli si era affezionata

per una conformità di gusti e di destini; però, essendo ancora donna,

aveva le gelosie del proprio sesso. Fra tutti quei pensieri decise di

volere un secondo discorso con lei, e uscì di casa colla fotografia

della Patti in tasca per andare a pranzo.

I vermicelli furono detestabili, le acciughe erano rancide, l'olio

sapeva di muffa: perfino la pasta di Faenza, solita ad essere buona, non

aveva retto alla cottura, e i vermicelli facevano, come suol dirsi, la

colla. Nulla gli andava più per il verso: gli dettero delle seppie per

calamaretti, ordinò un mezzetto di Chianti invece del solito vino

romagnolo, e gli portarono del vino rosso bolognese, che è l'ultimo vino

del mondo. A poco a poco la sua collera saliva. Nella sala molti

mercanti di granaglie e di maiali facevano un chiasso indiavolato,

bevendo e mangiando come tanti eroi di Omero; due orbini che vennero a

suonare, e che essi accolsero colla vanteria crapulona dei mercanti,

riempiendo loro il piattino di soldi ed offrendo loro da bere nei propri

bicchieri, lo fecero quasi dare in escandescenza. Poi gli orbini non

finivano più, le risa e le oscenità degli altri montavano di tono, quasi

tutta quella gente aveva il cappello in testa e stava a tavola nelle più

sguaiate attitudini, mentre egli per educazione, sebbene mezzo calvo,

rimaneva a testa nuda. Non prese nemmeno la frutta e scappò. Gli era

venuto un pensiero. Nella cucina, sotto la tavola, ci doveva essere un

barilotto di vino di Castel San Pietro, ancora mezzo, da quando s'erano

bisticciati coll'Adelaide: comprò una ciambella inzuccherata dal primo

fornaio, e corse a casa per accendere il fuoco, e fumare nella pipa. Il

barilotto era quasi vuoto: dunque l'Adelaide se n'era servita anche

dopo? Questa debolezza lo rallegrò, ma nel cantone non c'era legna: si

mise in veste da camera, si cavò le scarpe, accese la pipa e portando la

bottiglia del vino sul focolare, si sedette sotto la cappa del camino

come nell'inverno. Sulle prime tutte queste buone disposizioni non

sortirono effetto, ma al quarto bicchiere la sua malinconia si

rischiarò: fortunatamente la boccia di vetro bianco, dalla quale

mesceva, era capace di due buoni litri. Egli si stese sul seggiolone di

faggio, allungò i piedi sugli alari, e finita la ciambella che gli parve

piccola, cominciò a soffiare nel fumo. A poco a poco diventava allegro.

Le memorie della cucina gli calavano intorno dalle casseruole appese

alle pareti, come da tanti quadri, dei quali la poca fiamma della

candela non lasciasse distinguere le immagini: ed erano figure grasse,

profumate di intingoli, con un riso giocondo sul volto, che tratto

tratto si illuminava di un grande riverbero, quasi che il focolare fosse

acceso. Di sotto alla tavola, dalla madia uscivano echi di vecchi

discorsi, frammenti di scene casalinghe, quando collo stomaco pieno ed

il cuore digiuno si era abbandonato alle piacenterie confidenziali della

luna di miele coll'Adelaide. Dalla trave di mezzo penzolava ancora la

canna, alla quale si erano dondolati tante volte i coteghini grassi, fra

le ghirlande delle salciccie, mentre un prosciutto attaccato più in là,

ad un gancio, aveva l'aria d'un violino. Egli stesso gli aveva trovata

questa somiglianza e l'aveva mille volte ripetuta coll'Adelaide, quando

giungendo a casa troppo presto se ne tagliava una fetta dicendo:

— Suono, eh!

E l'Adelaide sorrideva al suo bell'appetito di suonatore.

Poi il fumo alcoolico della pipa, giacchè da fumatore arrabbiato vi

fumava dei mozziconi di sigaro lavati nel rhum, avvolgeva quelle figure

paffute e rossiccie in una nuvola aromatica. Mezzo coricato sul

seggiolone, la pipa sul petto, respirava lentamente, operazione che

aveva la voluttà di tutti i giuochi automatici e nella quale si sarebbe

addormentato, se la necessità di tenere la cannuccia fra i denti non lo

avesse tenuto desto; tornò a bere. Ma l'ebbrezza del vino, più calda di

quella del fumo, gli accese i sensi già vellicati. Ad un tratto la

cucina rischiarata a stento dalla candela di sego sopra la tavola,

allargandosi in un incendio di luce, divenne un teatro gremito di

spettatori; il focolare era il palcoscenico, lo sfondo giù ai lati

l'apertura delle quinte dove formicolava la popolazione misteriosa dei

teatri. Lo spettacolo era abbagliante. Un'oppressione voluttuosa pesava

nell'aria facendo battere tutte le palpebre e aprire tutte le bocche. E

una figura patetica di donna, moribonda bellezza di martire, alla quale

la morte aggiungeva una bellezza di più, taceva in mezzo a

quell'aureola, sopra a quel silenzio angosciato di tutti. Una storia

indicibile di dolori era scritta sul suo volto, una memoria d'amore le

impallidiva sulla fronte. Poi senza scomporsi, come se non ne avesse

avuto la forza, cominciava a cantare, calando un lungo sguardo verso di

lui.

Ma in quella l'Adelaide, non sospettandolo in casa, rientrava per la

porta della cucina. Aveva il solito impenetrabile di Casimiro grigio, il

cappello scuro con una vecchia penna di struzzo colorata di rosso. La

sua figura atticciata diventava tozza sotto l'ombra di quelle grandi

ali. Sembrava aver fretta, ma vedendolo si arrestò. La candela del

tavolo non illuminava abbastanza bene la scena, perchè ella potesse

vedere subito la boccia, ed il bicchiere sopra lo sgabello del focolare.

Nullameno finì per accorgersene.

— Oh! — esclamò Bartolomeo rimettendosi a sedere sul seggiolone.

— Scusate se vi disturbo — rispose con accento secco, che finì di

svegliarlo, andando verso la madia per accendervi una candela e

ritirarsi. Bartolomeo accennò di scendere.

— Non v'incomodate, ho già fatto: vi lascio in libertà — seguitò con

intenzione evidente.

— Non potete fermarvi un pochino!

— A far che?

Bartolomeo avrebbe voluto calar giù, ma temendo di farlo male per il

vino, che cominciava a pesargli sullo stomaco, rimase sotto l'ombra del

camino, che ingrossava singolarmente la sua figura già grossa. Tutti i

proponimenti del giorno gli si affollarono nella memoria.

— Aspettate: oh! ecco: sentite.

— Cosa?

— Ve l'ho pur detto, io non ci capisco nulla.

— Nemmeno io.

— Allora?

— Cosa volete dire?

Bartolomeo s'incagliò ancora: ella ripetè l'atto di andarsene.

— Io sono sempre quello stesso — disse finalmente con un immenso sforzo,

e un sospiro di soddisfazione.

Ella finse di non comprendere.

— Volete far la pace?

— Sentiamo: condizioni e patti!

— Ah! — fece Bartolomeo.

— Scusate; questo nome vi dà fastidio?

Egli s'imbrogliò nuovamente, ma per una di quelle scappate, che non

vengono se non agl'ingenui in certi momenti:

— Cosa avete fatto tutti questi giorni? — prosegui.

La domanda era così imprevista che ella stessa titubò.

— Ho lavorato.

Bartolomeo comprese la portata di quella parola, e si arrestò. Malgrado

tutta la buona volontà non trovava modo di venire ad una spiegazione,

parendogli di aver egli tutti i torti e nel sentimento della vergogna

sentendosi crescere ancora l'imbarazzo. Un sospiro leggiero, che l'altra

colse benissimo, gli uscì dalla bocca.

— Buona notte! — ella disse questa volta incamminandosi.

— Ma è dunque molto tardi?

— Non saranno nemmeno le nove.

— È presto.

— Buona notte!

— Buona notte! — rispose Bartolomeo con voce, nella quale l'umiltà

dell'accento faceva sentire la malinconia di una preghiera.

Ella entrò nella propria stanza, e l'altro, appena scomparsa, fece un

gesto violento contro se medesimo quasi per darsi un pugno.

— Bamboccio!

Quella fu la sua sera peggiore. Per uscire di casa avrebbe dovuto

rivestirsi, rimettersi le scarpe, riannodarsi il fazzoletto, tutta una

farragine d'incomodi, dei quali ognuno aveva in quel momento l'intensità

di un supplizio. Poi non sapeva, una volta fuori, dove dare del capo. Ma

rimanere in casa, solo in cucina, coll'Adelaide di là, che lo sentirebbe

andarsi a letto così presto, era impossibile. Tentennò lungo tempo in

preda ad una collera, che cresceva di minuto in minuto, coi ricordi di

tutte le contrarietà toccategli nella giornata e le difficoltà di una

soluzione altrettanto inevitabile che impossibile.

Nei giorni seguenti cadde in una tetra malinconia, dalla quale non uscì

nemmeno a teatro.

L'oscurità, che l'aveva protetto contro i pericoli del mondo

permettendogli di vegetare prosperamente all'ombra come una pianta

grassa, gli diventava una tenebra di prigione, fuori della quale il

paesaggio ardente della vita spiegava la pompa delle sue decorazioni.

Tutti erano felici intorno a lui, il giorno si occupavano dei propri

affari, la sera andavano a teatro per divertirsi, mentre egli,

accasciato tutto il giorno sotto l'incubo di se medesimo, doveva venirvi

per diventare parte inavvertita del loro divertimento. Almeno la Patti

aveva diecimila franchi ogni sera senz'essere schiava del pubblico. Al

_Brunetti_ due settimane dopo ognuno parlava ancora di lei, che era in

Ispagna e faceva delirare quel popolo, ancora abbastanza romano per

preferire l'orgoglio a tutte le virtù e il sangue a tutti i piaceri.

E allora si obliava nei sogni della Spagna, che non conosceva nemmeno

per lettera, alla quale non attribuiva nè gli aranci, nè le palme, nè i

costumi ancora medioevali, nè le architetture moresche capricciose come

le sue colline e trasparenti come le sue nuvole. Però in fondo ad ogni

sogno trovava sempre una tristezza più cupa, simile alla tenebra di una

lanterna magica, che pare più densa quando l'apparizione è svanita. Il

giorno non andava più ai giardini pubblici, che la esultanza di

primavera gli rendeva odiosi, ma girellava per la città come tutti i

vagabondi, che cercano d'ammazzare il tempo e invece soccombono sotto di

lui. E poco a poco si scordava della Patti e dell'Adelaide, le due cause

della sua infelicità, per non sentire che il proprio malessere, una

stanchezza morale, che gli dava l'uggia di ogni persona, un esaurimento

fisico, che gli dava la nausea di ogni cosa. Trascorse ancora una

settimana. Il suo aspetto cominciava ad intristire, le borse sotto gli

occhi gli si erano ingrossate, perfino il suo bell'appetito, l'amico

fedele di tutta la vita, stava per abbandonarlo. Allora per disperazione

cominciò ad alzarsi più tardi e a coricarsi più presto: aveva fatto una

specie di raccolta di tutti i giornali, che parlavano della Patti, e li

andava rileggendo. Qualche mattino mancò alla colazione del caffè, dove

i soliti avventori si fecero caso della sua assenza; a pranzo non andò

più alla trattoria, che aveva scelto dopo il disastro domestico, e si

abbandonò alla ventura per l'izza di dover parlare col cameriere, o di

incontrarsi con persone conosciute. Anche Bodoni, cui prediligeva sopra

tutti, gli era divenuto insoffribile; mentre una delle sue ultime parole

di quella sera alla bottiglieria gli era rimasta confitta nella memoria

come un chiodo arroventato.

— Ella ti avrà reso miserabile per sempre!

Era un venerdì di primavera, era piovuto tutto il mattino, poi aveva

soffiato un vento freddo senza spazzar via le nuvole. Il cielo era

torbido, la città pareva bigia. Bartolomeo era uscito. Fosse il tempo o

altro, si sentiva anche più triste; da due giorni non aveva quasi

mangiato, aveva fatto un giro per il Pavaglione, era entrato

macchinalmente in S. Petronio, poi era tornato a casa, sorpreso da un

freddo, che in quello scoraggiamento prese per un sintomo di malattia.

Si sdraiò sulla vecchia poltrona, affagottato dentro un paltò d'inverno,

lasciando errare gli occhi sui tetti vicini, pei quali i passeri

pigolavano lamentevolmente. Il sentimento della morte lo invadeva. La

sua camera poco allegra per la qualità dell'arredo e il colore della

luce gli ricordò quella della _Traviata_ all'ultimo atto; proprio in

quel momento tornava a piovere. Le percosse dell'acqua contro i vetri lo

fecero fremere di terrore, poi abbassò la testa come un malato, e chiuse

gli occhi. Il Bartolomeo di una volta era morto.

Ma la porta della camera si aperse con fracasso, e l'Adelaide entrò

rossa come un gambero. Aveva un giornale in mano.

— Leggi — esclamò dandogli del tu per la prima volta dopo la rottura.

Egli si destò di soprassalto, ma l'altra non badando alla prostrazione

del suo aspetto, cogli occhi sfolgoranti di disprezzo:

— Ah! tu non ne saresti capace. Te lo leggo io; sta attento, come tratta

in Spagna la tua Patti; — e senza dargli tempo nè di rispondere, nè di

capire, con voce concitata, che la passione di quel momento aguzzava

come un pugnale, spuntandolo tratto tratto ad una frase, gli lesse un

articolo riportato da un giornale di Madrid. Con stile vivace, pieno di

reticenze insidiose e di approvazioni ironiche si narrava come re

Alfonso si fosse invaghito della Diva e per non imbarazzarsi con

Niccolini, diventato geloso fuori di tempo, gli avesse fatto bere

d'accordo con lei un narcotico a cena. Niccolini si era addormentato, ma

o la dose fosse troppo lieve, o essi profittandone subito facessero

troppo rumore, si era svegliato prima. Allora il re aveva sorriso e se

ne era andato; Niccolini era rimasto e aveva bastonato la Diva. Forse

questa era una storia di giornale, ma l'Adelaide lo credeva, e:

— Tieni — fe' lanciandogli il giornale sul ventre — te lo diceva pure: è

una... e si fermò meravigliata della faccia di Bartolomeo, che ella

credeva allibito. Era quasi ilare.

— Ma tu! — esclamò.

Egli si levò in piedi. La pioggia scrosciava ancora nei vetri, il cielo

si era fatto più buio, e nullameno egli riacquistava il bel colore d'una

volta.

— Non eri dunque innamorato tu, che hai fatto tanto?

Bartolomeo ebbe un gesto di stupore, che voleva dire:

— Puoi crederlo?!

— Però confessalo, se non fosse stato così...

— Sei tu, che lo hai detto.

Rimasero incerti tutti e due, ella collo sguardo ardente, egli quasi

curioso. Per un momento si studiarono.

— Ma se è brutta!... — ella proseguì esaminandolo; Bartolomeo non si

mosse.

Allora Adelaide ebbe come un gesto di dispetto contro se stessa nello

sforzo di cercare inutilmente una spiegazione, e ripetè più forte:

— Che cos'era dunque? Tutti impazziscono per questa donna, che pare

un'acciuga.

Bartolomeo ebbe un lampo.

— Oggi è venerdì.

Ella comprese, egli titubò.

— Se potessi credere...

— Li faresti?... i vermicelli all'acciugata...

— Forse...

— Te lo dirò io — esclamò con un sorriso che gli morì nullameno in un

sospiro: era, ecco...

E non trovò altro.

Tre mesi dopo Bodoni, incontrando Bartolomeo al caffè del Corso, gli

correva incontro col suo riso sinistro sulle labbra.

— È proprio vero che hai sposato la grossa Adelaide?

Bartolomeo chinò la testa.

Bodoni si arrestò, poi dardeggiandogli un'occhiata in faccia:

— Ti piace la trippa?

— No — rispose ingenuamente Bartolomeo.

— Avrai una vecchiaia infelice.

Quartetto · 第 11 / 13 题