_Caro Bariè,_
Casola Valsenio 17 dicembre 1881.
Ho finito or ora il libro, e riprendo la penna per dedicartelo. Quando,
fra qualche mese o qualche anno sarà stampato, chissà quali avventure,
sorprendendo le nostre vite e divertendone la direzione apparente,
potrebbero impedirmi di farlo. Forse la malinconia che c'invade,
allorchè l'opera ancora tiepida della nostra mano, separandosi
improvvisamente da noi, ci abbandona come un emigrante mal in arnese, il
quale salpi verso ignote miserie, è uno dei sentimenti più amari ed
inesprimibili. La generazione ideale, poichè più alta nella vita della
generazione animale, è quasi sempre più lunga, sempre più dolorosa;
quindi se il bambino prosegue quasi nella esistenza del padre, e
sviluppandone i disegni, che la trascendono, vi si incorpora, il libro
appena nato si contrappone all'autore con una personalità già perfetta
ed indipendente. E, mentre quello sembra colla prova della nostra
virilità darci l'altra di una nuova ricchezza, questo ci lascia nella
lassitudine dell'esaurimento un senso più vivo della nostra debolezza.
Che egli muoia prima di noi o ci sopravviva, e la sua fortuna sia come
quella di un avventuriero, il quale diventa imperatore o portinaio; che
egli passi fra la gente come un'apparizione di bellezza e di gloria,
ovvero come un accattone, il quale mendica un'occhiata e riceve un
sogghigno; che le sue mille edizioni, o le sue mille copie lo diffondano
attraverso tutti i climi, al disopra dei monti e al di là dei mari,
ovvero avvizziscano nell'ombra muffosa di un magazzino di libreria per
finire sui banchi del commercio, come certi miserabili finiscono sul
banco delle assise, non ci appartiene più e non ci conosce. Sarà forse
ricevuto colla più nobile accoglienza dove nulla al mondo potrebbe
decidere quelle stesse persone a riceverci; discenderà fin dove, per
quanto intrepidi nella curiosità ed ottusi nel senso, non consentiremmo
giammai a discendere: libero come un trovatello non sentirà nè
riconoscenza, nè ingratitudine: avrà una patria ed una lingua, una
civiltà ed un popolo, ma come molti trovatelli, i quali ripetono la
sciagura donde nacquero, se avrà figli, saranno bastardi.
Il sentimento melanconico di cotesto abbandono ha probabilmente generato
fino dalla antichità la prefazione, questa parola di rimpianto e di
amore, che quasi tutti gli deponiamo sulla fronte, come l'ultimo bacio
per una partenza senza ritorno. E mentre egli si smarrisce nella
lontananza infinita dei casi, noi torniamo a rincantucciarci nel nostro
angolo, e se pensiamo ancora a lui in qualche ora di tristezza, o ci
voltiamo talvolta di soprassalto udendo pronunciare il suo nome; quando
passarono molti anni incontrandoci su qualche tavolo straniero, o la sua
idea parandocisi innanzi al pensiero come la prima volta che l'amammo e
fu nostra, stentiamo forse a riconoscerla, come molte delle donne, che
ci parvero belle un giorno e che credemmo di amare.
Già Pascal lo ha scritto da due secoli, che volendo giudicare l'opera
propria, appena fatta è troppo presto, dopo è troppo tardi: prima vi
siamo ancora dentro, dopo non possiamo più rientrarvi; laonde val meglio
seguire l'andazzo dei padri, che fatti i figli, lasciano a loro medesimi
la cura di vivere, e forse danno così alla società i suoi più robusti
individui. Perchè dunque vi è ancora chi scrive libri? Sono il bisogno
di un'espansione individuale, o l'espressione di un bisogno collettivo?
Se belli, forse l'uno e l'altro; se brutti, forse egualmente ancora; ma
infermi nati di una malattia saranno le più miserabili creature fra i
viventi, non avranno nemmeno la pietà, che consacra i deboli, la guerra,
che inorgoglisce i tristi.
E mentre nella solitudine del mio castellaccio, in mezzo a campi
coltivati da migliaia di anni, circondato dalle forme embrionali di una
civiltà, alla quale molte altre contribuirono, fra gente di contado e di
villa, e i giornali che recano la sera le notizie del mondo, e i
mercanti che il venerdì vi conducono la retroguardia dei suoi infiniti
interessi, mi isolo qualche mese e scrivo un libro; tu, spirito fine e
gentile, nato per vivere fra pareti rivestite di arazzi e respirare
l'aria profumata delle serre, sei lontano, nella antica Chersoneso. Il
vento, che ti arriva dalle lande superiori, è carico di indefinibili
sentori: le montagne, che laggiù asserragliano l'orizzonte, sono forse
del Caucaso, e hanno dato il nome alla nostra razza; la terra, che
mediti riabbellire coltivandola, fu già coltivata dai greci, che vi
mandarono le prime colonie, per cingere tutti i seni del Mediterraneo
colla passamanteria delicata della loro civiltà. Intorno a te la pianura
ha l'ondulazione sconfinata di un mare: gli alberi, la vegetazione tozza
o sregolata di una natura, che l'uomo non ha ancora epurato o contenuto;
il primo grano, che ti sei seminato fra i piedi, agiterà le spiche
all'altezza della tua testa fra sei mesi; i puledri, che già accorrono
al suono della tua voce di padrone, discendono da quei cavalli arabi,
che portarono trionfalmente per tutta l'Asia e fin dentro i confini
dell'Europa la religione voluttuosa ed austera del grande Maometto. Il
paesaggio, che circoscrive il tuo pensiero e contorna i tuoi sogni, è
quello stesso di tremila anni fa, quando i Greci vi discesero esuli di
una vita, che il pensiero rendeva già troppo grave, per rituffarsi nella
natura, e rifiorirvi nella sua eterna giovinezza.
Al pari di te avevano una fantasia popolata di statue, l'intelletto
carico come una trireme, il cuore educato da grandi sentimenti e
spossato da grandi passioni. Dotati di un genio indefettibile ripeterono
la Grecia su quei lidi, coprirono il mare di barche, le sponde di
templi, la terra di olivi e di viti; l'arte innamorata di loro non volle
abbandonarli, e decorò tutte le loro opere: la filosofia, che avevano
fuggita come un etèra di malvagie influenze, ma di seduzioni
irresistibili, venne a cercarli nell'esilio, e si assise nobilmente
superba, severamente ciarliera in mezzo ai loro circoli. Poi i Romani,
che avevano sconfitto gli ultimi Etoli, passarono per quei remoti
sobborghi di Atene, come un'orda brutale che distruggendo disciplinava,
e il sorriso, che l'uomo aveva dato alla natura sulle spiaggie
dell'Eusino, disparve. Più tardi un poeta innamorato ed infelice vi
ramingò condannato dall'ira di un imperatore e dalla civetteria di una
principessa; più tardi ancora, i Romani diventati Greci un'ora prima di
morire, abbandonarono la loro terribile città conquistatrice per venire
sull'Ellesponto, che i primi Greci avevano sentito così bello, e
spirarvi mollemente in una musica di profumi e di colori, di parole e di
baci. Quindi dall'Asia, che Milziade aveva respinto, ed Alessandro
invaso per il primo, ruppe un'onda incontenibile di cavalli e di
bandiere; la luna parve discesa dal cielo e procedere tremenda alla loro
testa: il grido delle battaglie echeggiò oltre Roma fino a Tule, oltre
Babilonia fino a Pechino; il fumo degli incendi si disciolse in pioggia
fino sulle steppe della Mongolia e sulle dune della Brittania. Poi un
immenso baleno, bianco come quello di una scimitarra, albeggiò sulla
cupola di Santa Sofia, quando la mezzaluna vi si rizzò nella sua fredda
gloria di pianeta, e la croce disparve dalle costellazioni di quel cielo
così azzurro.
Chersoneso era una baia, la Grecia una penisola; la prima era stata
dimenticata, la seconda era appena un ricordo.
Ma oltre quelle sponde, che i Greci avevano benedette della loro
presenza, e alle quali il mare diceva le novelle di tutte le altre
terre, si stendevano solitudini più grandi di tutti quegli avvenimenti,
più terribili allo sguardo che non tutte quelle tragedie al pensiero. La
fama raccontava di montagne, che la neve vi aveva alzate e che il
ghiaccio vi aveva rese eterne; qualche volta in un rombo lontano lontano
sembrava di ascoltare fracasso di fiumi, lunghi come una vita e vasti
come un pelago; talora un cavaliere, in costume irreconoscibile, si
affacciava al confine della landa come un'apparizione misteriosa,
gettava uno sguardo su quel mondo già vecchio due volte, e spariva in un
turbine di vento con un galoppo fantastico. Quel cavaliere, cui
l'immaginazione trepidante dava il nome di Sarmata, era l'avvenire, e
adesso è il presente. Il Sarmata si chiama Russo; ha sconfitto l'altro
ieri l'ultimo Cesare romano, che gli aveva mosso contro da Parigi, e si
è fermato ieri per la seconda volta sotto le mure di Bisanzio: egli è
l'ultimo vincitore nella storia dell'Europa, l'ultimo impero nella
geografia dell'Occidente.
Sgraziato come tutti i colossi e senza verginità di adolescenza come
tutti i mostri, egli è passato dalla infanzia alla virilità, dalla
crudeltà della selvatichezza alla ferocia della civiltà. Privo di
tradizione e quindi di ideale, la sua unità è un'agglomerazione, la sua
vita un istinto, la sua forma un embrione, la sua potenza una massa, la
sua difesa la natura, la sua ricchezza gli viene dalla atonia di ogni
sentimento e dalla brutalità di ogni bisogno. A volta a volta nomade e
contadino come l'arabo, il cielo gli negò coll'azzurro la bontà del
cuore, il sole non gli accese coi raggi la generosità nel pensiero:
quindi il freddo, che restringe tutti i pori, gli racchiuse per sempre
l'egoismo nell'anima, e la neve, che confonde tutte le fisonomie, gli
intorbidò le forme dell'intelletto. L'uniformità della natura pesò sulla
sua società: i gruppi umani apparvero disseminati nel suo impero come i
gruppi degli alberi per le sue steppe, poi come gli uccelli unirono gli
alberi col loro volo di landa in landa, i cavalli congiunsero gli uomini
colle loro corse di provincia in provincia; e lontano, al di là degli
occhi, al disopra del pensiero, come una montagna dalla vetta
invisibile, il trono e l'altare furono una visione bianca e fredda,
terrifica ed incompresa. Dalla sua cima la legge ruinò e si distese come
un vento, che inclina tutte le piante e rugge agli angoli di tutti i
tetti; sulla sua cima lo czar, fantasma sublime ed ignoto, aperse la
mano a benedire come un pontefice e la strinse per brandire la spada
come un imperatore: e d'allora la croce di Ivano il Grande sfolgorò
contro la luna falcata di Maometto secondo, e la lotta fra la
costellazione e il pianeta ricominciò più violenta ed implacabile.
Prevalse la croce, giacchè se una bufera d'inverno può prostrare le
forze della primavera, questa non potrà mai prevalere contro la rigidità
dell'inverno. Il Nord è invincibile nella sua corazza di ghiaccio, ma
sarà sempre torbido nella sua aureola di neve. Impero vasto forse più
che il romano, esso è un oceano di terra, nel quale qualche grossa città
pare un'isola e qualche bella provincia un arcipelago: come il romano,
racchiude molti popoli, ma in questo diverso, non ha nè detrito di
civiltà, avanzi di religione o macerie di storie, colle quali covare una
nuova èra mondiale. Cresciuto ai confini della vera Europa potè,
esercitando una specie di contrabbando sulla frontiera, impadronirsi di
qualche idea, ma la sua è una cultura artificiale, e prima che il sole
la schiuda naturalmente sulla sua immensa superficie, dovranno passare
altri secoli, nè forse il sole vi sarà mai caldo abbastanza. Se Pascal
ha avuto torto affermando che la giurisprudenza varia coi gradi del
meridiano, Bukle ha avuto ragione constatando che la civiltà è soggetta
alle leggi del calorico, e non può salire al disopra di un certo grado
di latitudine. Nullameno un fermento, ancora mal giudicato, fa oggi
gonfiare la crosta di questo impero, che la geografia misurando ha
trovato quasi pari al chinese, sebbene la statistica sommando lo
trovasse di tanto inferiore; si direbbe che i suoi frequenti terremoti
siano una palpitazione di vulcani i quali rompendo fra poco il loro
fragile coperchio, lanceranno fino al cielo una spuma di lava e di
fiamma. Lo squilibrio, che la differenza di popolo nella differenza di
clima deve arrecare alla regolarità delle sue funzioni, e l'antagonismo
tra la forma feudale della sua gerarchia e la forma democratica della
sua cultura; la sua stessa estensione, per la quale la volontà della
legge si rilassa inevitabilmente come una corda troppo lunga, e
l'altezza inaccessibile del trono, che diventa così il centro misterioso
di tutta la sua vita, ma il mistero responsabile di tutte le
contraddizioni: forse la miseria della minoranza più spirituale colata
sopra la povertà della maggioranza quasi bruta, come una putrefazione di
germi precoci sopra un marciume di germi serotini; e forse una
sofferenza, alla quale occorreva la uniformità di un tale impero per
diventare più forte di lui, essendovi egualmente uniforme, hanno
prodotto questo fermento sotterraneo per tutta la Russia, i terremoti
che subissano la reggia non potendo rovesciare il trono, i vulcani che
avventano bombe invece di lapilli, e questa rivolta, nella quale i
ribelli hanno la terribile ubiquità dei fantasmi, e il motto della quale
è il più incomprensibile nella storia, e il più assurdo nella vita —
NIKIL —. Forse Napoleone portando inconsciamente la rivoluzione francese
in tutta la Europa per stabilirvi il proprio impero, ve ne lasciò la
semenza in quella orribile ritirata, l'ultima epopea dell'Occidente, che
ha trovato un pittore ed aspetta ancora un poeta: forse l'impero russo
vi perirà, e dai suoi frammenti, come da quello dell'impero romano,
nasceranno tante nazioni. Ma a rovescio dell'altro, che aveva i nemici
alla periferia, esso li ha al centro; quelli erano barbari e questi sono
civili; i primi portavano un sangue giovane ad un cervello esausto, ad
un cuore caduco; i secondi infonderanno idee mature ad un cervello
adolescente, ad un cuore quasi animale.
E mentre nell'aria vibrano i fremiti della tempesta e la terra ti
sussulta sotto i piedi, tu alzi appena il capo, e guardando al nord, ti
stringi nelle spalle. Scettico, ma forte come un greco, tu sai che la
vita è ancora più piccola che breve, che le tue pianure sono fertili, i
tuoi cavalli veloci, i tuoi servi laboriosi. Sia che la croce e la
mezzaluna si urtino un'altra volta sui tuoi campi, o una rivoluzione te
ne cacci; che la tua provincia diventi un regno e il tuo villaggio una
capitale, e lo schiavo di oggi si faccia padrone di domani, tu, greco,
ammetti con Aristotile che vi saranno sempre degli schiavi, sai che la
vita è breve, e la necessità del mietere non deriva dall'aver seminato,
ma dal dover macinare. Uscito dalla società per rientrare nella natura
colla stessa facilità, onde leggendo si passa da Swinburne ad Esiodo, tu
vi hai recato la calma della ragione nella pace dell'istinto, la
semplicità di un raffinato nella innocenza di un ignaro: e quando tutta
l'Europa guarda verso l'America, tu, nipote di Colombo, hai guardato
verso la Russia. Ora la tua vita chiusa entro la rivoluzione dell'anno
agricolo non ha altra varietà che le stagioni, altro scopo che una
messe, altro avvenire che questo scopo medesimo. La terra coltivata
esprimerà il tuo pensiero, il benessere dei tuoi contadini attesterà il
tuo piccolo regno. Così ispirandoti ad un verso di Virgilio, il tuo
poeta antico prediletto, attui l'ultima scena del _Faust_, il tuo poema
moderno preferito, ed immergendoti nella vegetazione di una terra
vergine, purifichi il tuo spirito da tutte le malattie ereditarie delle
nostre vecchie civiltà.
Ed ora che la natura ti ha reso straniero al mondo, esule, nobile e
felice, non ti dolga se il migliore dei tuoi amici venga a parlarti di
battaglie ideali, ostinandosi nella guerra, alla quale ti sei sempre
rifiutato. Forse a qualche ora della notte o del meriggio, quando il tuo
spirito riposa, un'immagine del mondo abbandonato ti sovviene ancora e
svanisce; o nelle tue lunghe escursioni qualche fiore innominato o
qualche canzone selvaggia ti hanno già ricordato i nostri fiori dal nome
sapiente, le nostre romanze dal ritmo squisito. Che se migliaia di
miglia ci allontanano e due mondi diversi ci separano, la nostra
amicizia non ne sarà per questo meno intima, o il nostro commercio meno
stretto. Gettati dalla natura nel medesimo stampo, e condannati dal
destino alla medesima vita, sebbene tu abbia potuto eludere la condanna,
ci saremo pur sempre presenti; e mentre tu mi troverai spesso a
vagabondare pe' tuoi campi, io t'incontrerò sovente fra i miei libri,
nella luce di un pensiero o nel sorriso di una frase, nell'ombra di un
quadro o nelle pieghe di una statua.
Quando prima di partire per il tuo nuovo mondo mi scrivevi dissuadendomi
da questa inutile e crucciosa guerra letteraria, le condizioni della
nostra presente letteratura entravano forse per gran parte nel tuo
saggio e malinconico consiglio. Se è sempre triste il nascere, vi sono
epoche, nelle quali è tristissimo nascere uomo di pensiero o di azione.
Nei periodi di un fatto o d'un'idea ve ne sono alcuni che ci sollevano,
altri che ci lasciano affondare, finchè un nuovo gettito sotterraneo non
gonfi l'onda e l'innalzi fino al raggio del sole. La prima metà del
nostro secolo fu per l'Italia una delle più belle fioriture d'ingegni,
una delle messi più ricche di caratteri. La necessità sempre più
crescente della rivoluzione metteva negli eletti della vita una vera
forza di rappresentanza, che le finzioni parlamentari hanno poscia
cercato inutilmente d'imitare, e che non raggiungeranno giammai. Ognuno
di essi sentiva di riassumere qualche bisogno, o di esprimere un'idea
nazionale; quindi molti furono i grandi, moltissimi gli illustri. Come
se l'Italia volesse conquistarsi l'ammirazione dell'Europa per
strapparle in un applauso il permesso di risuscitare, profuse i
pensatori e gli artisti, i martiri e gli eroi; laonde dopo la rivolta
del '31, esplose la insurrezione del '48, scoppiò la rivoluzione del
'59. L'epopea fu così meravigliosa, che parve un miracolo, e resterà una
favola; ma nessuno ha ancora osato fare il computo di tutti i sacrifici,
che vi contribuirono, di tutti gli ingegni, che vi cooperarono. Vi
furono libri che valsero battaglie, battaglie che nessun libro saprà mai
narrare: si udirono motti che erano poemi, si fecero poemi, dei quali
nemmeno un motto fu scritto. Accanto ai colossi del pensiero si
drizzarono i giganti dell'azione, le corone dell'alloro furono posposte
alle ghirlande del martirio, il sangue fu scialacquato come il danaro,
le parole ebbero efficacia di fatti, i fatti prontezza di parole. E il
sogno colorato dalla luce di tante fantasie si solidificò, come per
incanto, sotto lo sforzo di tutte le volontà, mentre l'Europa guardava
attonita dalle Alpi, e Roma si levava trasognata sul Tevere. Ma appena
compiuto il prodigio, tutti si mirarono in faccia e nessuno più si
riconobbe; quasi tutti i caratteri si ritirarono, quasi tutti gl'ingegni
rimasero; gli eroi diventarono militari, i martiri si cangiarono in
impiegati. L'epopea finiva fatalmente alla commedia, dacchè l'idea si
era tradotta nel fatto, e il sentimento si riabbassava verso il senso.
Era una legge della vita e della storia. Ma allora quelli, che avevano
fatto l'Italia, cominciarono a sentirsi vecchi e ad essere riconosciuti
per tali dai sorvenienti, leggeri e rapaci come tutti i saccomanni dopo
la battaglia: l'arte e la filosofia, la politica e la milizia trionfanti
non piacquero più, e si chiese del nuovo. L'ingegno, che si era
manifestato così splendidamente nei padri, i figli se lo supposero
volentieri, e guardando ai rivali d'oltr'alpe, si accinsero a
sorpassarli nelle opere, come li avevano raggiunti nella vita. Ma la
nazione aveva esaurito creandosi forse l'ingegno di due età, e i
novatori d'Italia diventarono i plagiarii dello straniero. La
generazione del '49 mancò nella storia del nostro pensiero.
Fortunatamente l'ombra del monumento eretto sul suo confine lo nascose,
e i posteri non s'accorgeranno forse della lacuna. Ma poichè l'impotenza
rende malvagi e il sacrifizio ingrati, i nuovi scrittori risero dei
vecchi, Guerrazzi fu troppo asmatico, Manzoni troppo cristiano,
Niccolini troppo rettorico, Leopardi troppo classico. Il dualismo fra la
scuola toscana e la scuola lombarda divenne scisma, e le eresie
avvamparono nelle sue polemiche. Intanto nessun nuovo campione
discendeva bene in armi nell'agone a percuotere sugli scudi dei vecchi
tenitori di campo. Qualche paggio faceva bensì prova di destrezza
giocarellando con una mazza, o un catafratto, chiuso nell'armatura
pesante della erudizione, si pavoneggiava tutto solo; o un cavaliero,
montato sopra un magro cavallo, tentava un giro al galoppo e, cascando
ai primi passi col cavallo sul petto, giaceva. Finchè i tenitori di
campo rimasero, malgrado le vanterie dei torneadori e le grida della
folla, non vi fu nemmeno un duello, ma uno ad uno quegli scudi terribili
furono levati. Sul primo c'era scritto _Arnaldo da Brescia_, sul secondo
_Assedio di Firenze_, sul terzo _Promessi Sposi_. Uno solo, toscano alla
parola, vestito classicamente, con un elmo tedesco sulla testa, aveva
osato farsi largo fra la ressa e percuotere sprezzantemente col proprio
scudo, nel quale era scolpito un Satana, sullo scudo di Manzoni. Se non
che uno scudiero, dal volto smorto e gli occhi rossi, veniva in quello
stesso momento a levare lo scudo glorioso: il vecchio guerriero era
morto senza sapere della sfida. L'audace aveva troppo tardato.
Quindi egli rimase solo, e fu primo.
Ma questo illustre, per il quale ogni aggettivo comincia oggi a parer
piccolo, e che seguaci fanatici invocano col nome ridicolo di pontefice,
si era faticosamente educato alla stessa scuola degli antichi, fra le
ombre incappucciate del primo rinascimento. I suoi giovani canti erano
sembrati echi di perdute ballate; poi la rivoluzione, strappandolo a
quei sogni toscani, gli aveva insegnato, coll'eroico linguaggio dei
fatti, nuovi ritmi e nuove parole. Nullameno ignorato od incompreso per
molti anni, invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne
continuasse un altro; mentre i giovani volontarii della letteratura, che
avevano forse lasciato allora le bandiere del Garibaldi, ne cercavano un
altro egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce,
che varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania, preludendo
alle teoriche ed ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una
profonda dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione
per una grande arte. Naturalmente i giovani volontari non intesero, o
sdegnarono, e l'austero superbo rimase senza esercito.
Intanto due capitani di ventura levavano il campo a rumore: uno era
vestito da bardo, l'altro da menestrello. Il primo coi panni sciattati,
un mantello reale, ricamato di perle e schizzato di fango
neglicentemente gettato sulle spalle, coi capelli che gli svolazzavano
da un elmo fantastico, si abbandonava alla stupenda dolcezza del proprio
canto, e cantava di tutto. Aveva la voce maschia e molle, le note piene,
le cadenze quasi sempre leziose: ma le canzoni salivano dalle sue labbra
con un volo inesauribile di insetti in un raggio di sole, e la sua
fronte, sulla quale le visioni passavano come le nuvole in cielo, aveva
una ineffabile espressione di malinconia. Bardo e capitano fu troppo
l'uno per poter essere l'altro, nobile e bello non cercò d'ingrossare il
proprio seguito, e procedette combattendo e cantando come un eroe di
Ossian. La gente lo chiamava Prati, i giovani imparavano le sue canzoni,
i critici insultavano il poeta e la sua poesia. L'altro menestrello era
una figura femminea. Portava le scarpette scollate, le calze di seta, il
giustacuore a sbuffi con un cuore, trafitto da una freccia d'oro,
ricamato sul petto, e un berrettino con due penne di airone, che gli
ricadevano sui ricci profumati della capigliatura. I suoi occhi avevano
il languore spasimante di un paggio, le sue dita erano cerchiate di
anelli come quelle della sua dama; e toccando il mandolino con una
grazia piena di civetteria si avanzava occhieggiando ai balconi. Un
giorno, da una finestra inghirlandata di vasi, una mano bianca gli aveva
gettato un mazzo di viole, ed egli le portò sempre sul petto. Quelle
viole diventarono la sua poesia, il loro profumo fu tutto il suo
pensiero, ed il suo sentimento. La gente lo chiamava Aleardi, le donne
cantavano le sue romanze, i critici basivano di ammirazione in faccia
alla sua poesia ed al poeta.
Ma dietro loro, nel corteo variopinto, più di una figura e di una testa
avrebbero dovuto attirare l'attenzione. Due vecchi, Mamiani e Tommaseo,
dalla fronte alta e serena, procedevano a braccetto dietro la medesima
idea e la medesima musa: il primo aveva pur trovato qualche canto, oggi
perduto, e che sarà forse rintracciato fra un secolo; il secondo aveva
dato il volo a qualche inno, che pochi avevano letto, ma che molti
avevano ammirato, come un anello, che tentava di congiungere filosofia e
religione, la tradizione dell'arte antica col sentimento dell'arte
moderna. Però l'Uberti, malgrado i grandi sforzi, non potè uscire dal
manipolo tumultuoso dei Tirtei da bivacco, i quali seguitavano le loro
storpie canzoni senza l'accompagnamento delle fanfare ed il rullo dei
tamburi: e quindi un levita ed un alfiere, irrompendo dalle file,
parvero raggiungere per un momento i due acclamati capitani. Il primo
era Zanella, il secondo Praga: questi morendo nominò eredi lo Stecchetti
ed il Boito, all'uno lasciando la sensualità famigliare, all'altro la
stramberia immaginosa. Zanella invecchiando sentì morirsi intorno quasi
tutte le proprie poesie. Eppure pensatore modesto aveva avuto qualche
nuovo ed elevato pensiero, cesellatore paziente aveva dato a qualche
strofa la solida eleganza di un bronzo, la finitezza squisita di una
orificeria. L'altro fu più una poesia che un poeta. Il tremito convulso
della mano gli guastò quasi sempre il disegno, o gli intorbidò il
colore, mentre il suo pensiero, che avrebbe avuto la grazia della
leggerezza, prendeva volentieri la goffaggine della gravità; e la
pretensione dell'orgoglio falsificava l'ingenua violenza o la mollezza
nervosa del suo sentimento. Nullameno egli fu nuovo, e più semplice
sarebbe stato originale.
Intanto Rovani, discendendo la parabola luminosa dei suoi _Cento Anni_,
arrivava fatalmente alla _Giovinezza di Cesare_, abbandonato da
Tarchetti e da Nievo, che gli si erano serrati attorno per un momento.
Ambedue erano morti presto, ambedue prima di spegnersi ebbero o parvero
avere un'ora di astro. Forse il raggio della pietà accresceva la luce
della loro gloria, e la morte incontrata all'avanguardia parve al resto
dell'esercito un segno di vittoria. Il primo scrisse perchè sentì, ed il
suo stile peccò come il suo sentimento; il secondo pensò e sentì ciò che
scrisse, ed il suo stile avrebbe forse potuto mantenere ciò che aveva
promesso. Tarchetti è diventato un martire nel martirologio della
boemia, Nievo è dimenticato persino dai cronisti dell'arte. E mentre il
romanzo si contorceva nella culla, il dramma e la commedia si
contorcevano nell'agonia. Giacometti, ingegno vasto, ma corroso dalla
rettorica, aveva ceduto il campo ai sorvenienti: Cicconi, sbocciato e
caduto come un fiore, non aveva lasciato dietro sè che alcune foglie
secche: Gherardi del Testa tentava ancora di celiare: Ferrari costruiva
impalcature, per le quali i personaggi salivano come manovali, la
schiena carica di tanti frammenti di una tesi: Torelli, un novizio, che
alla prima prova era parso un maestro, ridiventava mano mano uno
scolaro; Marenco imperversando pestava idillio e tragedia; Bersezio
credendo di dipingere qualche scena non si accorgeva di pitturare appena
una quinta, e il nostro teatro italiano era sempre uno scalo dell'arte
francese. Però la sua illusione abbacinava il pubblico, che intronato
dai critici gazzettieri, cominciava a credere nella nuova arte.
Allora due nuovi scrittori comparvero nell'arringo: un bozzettista, che
si fece poi viaggiatore: un novelliere, che salì fino al romanzo, De
Amicis e Verga. Al primo salto oltrepassarono tutti e nessuno li ha
ancora sorpassati. Quegli s'impossessò della fibra scossa dall'Aleardi,
ed ottenne un secondo trionfo di lagrime. Soldato formò dei soldatini di
piombo per il pubblico, che ne impazzì, perchè piangevano senza perdere
la vernice: li depose nel proprio libro come dentro a una scatola, e il
libro diventò una strenna. Tutti vollero averlo, la bottega dell'editore
fu messa a ruba. Ma nessuno di quei soldati era dell'esercito che aveva
fatto l'Italia, nessuno aveva la fibra dei veterani del trentuno,
nessuno l'impeto lirico dei ribelli del quarantotto, nessuno il
sentimento epico dei volontari del cinquantanove. Invano Garibaldi aveva
difeso Roma da tutta l'Europa, invano Lamarmora più tardi aveva salvata
la medesima Europa alla Cernaia, e le aveva per prezzo del servizio
dimandato l'Italia; invano tutti i villaggi erano clamorosi di soldati e
di racconti guerreschi, gli eroi ed i martiri caldi di entusiasmo e di
ferite: De Amicis invece di vedere e di ascoltare, aveva monturato i
versi dell'Aleardi, e ne avea fatti tanti soldati. Nullameno i paesaggi
salvarono le figure dei quadri, e la madre del figlio fu la più nobile e
fortunata risorsa dello scrittore. Verga più coraggioso e più acuto
sfiorò appena l'idillio e cercò il dramma. I suoi primi libri furono più
un ricordo che una scoperta, ma imitando gli altri finì per trovare se
stesso; e oggi, dopo un raccoglimento di qualche anno, ricompare più
severo e più italiano, mentre Fogazzaro tenta di oscurarlo colla sua
_Malombra_, Faldella vezzeggia ancora nei racconti, Barrili trova
lettori per le proprie immutabili favole, orlate della stessa immutabile
frangia di riflessioni; Capuana ne cerca per i suoi nuovi e piccoli
esperimenti naturalisti, e il Pratesi quasi ignorato ne merita.
Che se il romanzo aspetta ancora il proprio grand'uomo, il teatro ieri
ha perduto uno dei suoi migliori, che molti credevano tale, Cossa è
morto improvvisamente. I suoi primi saggi passarono inosservati, poi
diede il _Nerone_, e l'Italia che giustamente si era appena voltata
all'_Arduino_ del Morelli, ed avrebbe dovuto voltarsi al _San Paolo_ del
Gazzoletti, svenne quasi d'entusiasmo davanti a questo capolavoro di una
sera. I critici da giornale unirono in coro teorie ed applausi; si parlò
di arte nuova, di uomini, che sulla scena venivano dopo tanti secoli a
sostituire i personaggi, di una storia e di una vita, che uscirebbero
rinnovellate da quest'arte. I drammi successivi, per quanto poveri, non
valsero a smagare queste promesse, alle quali il poeta nella sua
contegnosa modestia non aveva forse mai pensato, e il nome e l'arte del
Cossa invasero pubblico e scena. Ingegno lirico senza profondità di
sentimento nè elevatezza di pensiero, invece di concepire un dramma
trovò spesso una scena, ve ne mise altre intorno, e lo fece; ma sempre
lirico ripetè le stesse figure o le stesse idee, sostituendo una
stampiglia ad un'altra, applicando alla storia la piccola pittura di
genere invece della grande pittura accademica. Se non che a forza di
impicciolire i personaggi, li fece quasi passare per uomini e credere
vivi, benchè campati nel vuoto e moventisi per una scena, nella quale
l'impero romano, reso con un processo di decalcomania, aveva appena il
valore di una ornamentazione da piatti. Come tutti i piccoli, che la
piccolezza inconsapevole rende temerari, affrontò tutte le epoche, si
attaccò a tutti i colossi, _Mario_ e _Nerone_, _Cleopatra_ e
_Messalina_, _Beethoven_ e _Ariosto_, _Giuliano l'Apostata_ e _il Duca
Valentino_, _alla repubblica di Rienzi_ e _a quella di Cirillo_,
mettendo sempre un'epoca intorno ad un individuo, come si mette la
paglia attorno ad un bicchiere, perchè non si rompa; poeta senza verso,
dopo che Foscolo e Manzoni avevano scritto i versi dell'_Aiace_ e
dell'_Adelchi_; drammaturgo senza potenza di evocazione; artista, che
del teatro aveva imparato la decorazione ed il macchinismo. Non avendo
fiato per le tragedie, credette di salvarsi chiamando drammi le proprie,
ma in questi drammi, ai quali la volgarità della forma avrebbe pur
sempre conteso l'esistenza, non seppe convenire le vere fisonomie
tragiche, le fatalità psicologiche o storiche, da cui solamente il
dramma si forma. Ma il pubblico ristufo dei gentiluomini apocrifi del
Ferrari si apprese ai romani falsi del Cossa, e contrapponendo per un
istante l'uno all'altro i due scrittori, li riunì come due amici nel
medesimo applauso. La fortuna di questi romani usuali ne attirò altri:
drammi e romanzi pullularono. _Tito Vezio e Spartaco_ tornarono col
Castellazzo e col Giovagnoli per mettersi il nostro sentimento moderno
sotto la loro tunica antica. Cavallotti, condannato dal destino alla
rivolta in politica ed alla imitazione in arte, per essere originale
seguendo il Cossa, andò in Grecia; ed egli, il poeta più sgraziato nella
forma, rappresentò il popolo più poetico della terra: non pensando che
scrivere una tragedia greca dopo Eschilo era una follia, e bisognava
chiamarsi Shakespeare o Goethe, perchè la follia potesse essere genio;
dopo Sofocle era un'imprudenza e bisognava essere un poeta come Foscolo,
perchè la profonda umanità del sentimento e la irresistibile bellezza
del verso la facessero perdonare. Ed invece parmi che a Milano l'_Aiace_
fosse fischiato la prima volta. Col Cavallotti si unì il Salmini,
ingegno rozzo, ma più forte; artista forse altrettanto scomposto, ma più
serio. Ed ora è morto egli pure. Poi fra tutti questi rantoli di
tragedie il Giacosa mise il riso gaio di una fiaba, che per un'ora
trionfò di tutto e di tutti; senonchè temperamento delicato e spirito
fine, salito trionfalmente dalla leggenda medioevale alla commedia
goldoniana, volle essere tragico, come i tragici, che aveva quasi fatto
dimenticare, ed allora il vincitore fu vinto. Ma col Giacosa avevano già
preluso il Martini ed il De Renzis tentando i proverbi; però, se il
primo valeva infinitamente più del secondo, nessuno dei due ricordò
nemmeno da lungi il Marivaux o il Musset: invece di cammei fecero delle
stampe, non furono abbastanza poeti per avere le perle, abbastanza
orefici per saperle legare. Quindi il Martini arrischiò il racconto, e
piacque; il De Renzis pretese al romanzo, e decadde.
E in questa catena di opere e di scrittori, che doveva legare il teatro
italiano moderno al teatro italiano antico, che l'Italia non ha mai
veramente avuto malgrado il Goldoni; nella quale Cossa colava il il
bronzo delle statue antiche, Ferrari la ghisa dei mascheroni moderni,
l'ultimo anello fu il solo, che non si rompesse sotto lo sforzo della
critica. Il teatro popolare, che colle radici piantate nel cuore del
popolo, fuori di ogni abitudine classica, prosperava più forse per un
rigoglio di natura, che per una coscienza artistica, trovò nel Gallina
il proprio instauratore. Il quale, giovandosi col tristo esempio del
Torelli, che aveva fatto accettare sulla scena il proprio dialetto
italiano, v'impose il vernacolo di Goldoni; il pubblico accorse,
applaudì, non osò sentenziare fra questo principiante e i decani, fra
quest'arte fresca e quell'arte decrepita, ma l'incertezza del pubblico
fu il maggiore dei trionfi, giacchè per la prima volta il pubblico si
trovava in faccia a del nuovo. Gallina aveva vinto, il teatro era nato:
ma siccome i bambini non divertono che per una mezz'ora, quelle sue
commedie, penetranti come un vagito e graziose come un sorriso, non
potevano, e non possono bastare alla vita di un teatro.
Nè questa guerra nell'arte fu solo di uomini, chè sull'orme di Sara e di
Ouida, due inglesi della colonia italiana, molte donne, che l'esempio
della principessa Trivulzio ed il più alto ancora della Lorenzi non
aveva scosso, entrarono in lizza. Ma siccome le donne, che pensano, sono
una rarità nel loro sesso; così le donne, che scrivono, debbono avere il
valore di una grande eccezione nel nostro: una scrittrice o è molto o è
nulla; le nostre non furono che troppe. In un secolo, al quale la Stäel
apre la soglia, George Sand illumina il meriggio, Giorgio Eliot
rinchiude le porte del sepolcro, la donna che vuol perdere il proprio
sesso, facendosi scrittrice, deve barattarlo con un'immensa gloria sotto
pena di fare un contratto altrettanto dannoso che ridicolo. Certamente
il pensiero non ha sesso, ma la sua è una fatica talmente maschia, che
le donne non possono sopportarla, o sopportandola, vi si snaturano.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta dirimpetto all'arte, che ha fatto
l'Italia.
Che cosa è il Nerone in faccia all'_Adelchi_? l'_Arduino di Ivrea_ in
faccia all'_Arnaldo da Brescia_? Che cosa sono i _Rossi ed i Neri_ del
Barrili in faccia all'_Assedio di Firenze_? Una volta i filosofi
italiani si chiamavano Rosmini, Gioberti, Romagnosi: l'ultimo scolaro di
quest'ultimo, grande quanto il maestro, il Ferrari, è morto ieri, e
nessuno se ne è avveduto. Come si chiamano oggi i filosofi d'Italia? Ho
letto Vera, e l'enormità di Hegel mi ha ispirato una calda ammirazione
per l'interpetre; Ausonio Franchi, che Michelet battezzò il primo logico
del secolo, si è ritirato dalla lotta; Augusto Conti, sentimento greve e
ragione leggera, scema l'imponenza dell'autorità e il prestigio della
poesia alla vecchia causa, che difende: Ardigò applica a se stesso la
teorica della evoluzione, e di canonico si trasforma in ateo; Bovio, una
nebulosa nella scuola, è diventato una nebbia nel Parlamento. E gli
altri? Messedaglia e Correnti hanno trovato per la loro scienza una
delle prose più belle del tempo; il Villari, spirito saldo ed acuto,
preludia vigorosamente nella critica e nella storia; il padre Tosti
mantiene il magnifico stile italiano di una volta, l'abate Fornari
incolla l'abate Cesari sull'abate Gioberti, il Minghetti risente del
Costa, il Tabarrini unisce al profumo dell'eleganza antica i sentori
della vita moderna, il Bonghi, mente vasta e profonda, prodiga
osservazioni e consigli talmente buoni, che nemmeno egli stesso sa
praticare. Chi dunque alza una bandiera, la quale raccogliendo tutti gli
sparsi manipoli, rannodi un esercito? Dov'è la lingua vera? quale è lo
stile vivo? Manzoni prima di morire si abboccò col Bonghi su questo: che
ne decisero dunque? Chi ha ragione, la piazza o la scuola, la tradizione
o la vita? Certo col linguaggio della scuola non si può esprimere tutto,
ma col linguaggio della piazza è altrettanto certo che non si è intesi
da tutti. E non per tanto lo stile è tutta l'arte, perchè in pari tempo
parola e frase, colore e disegno, ombra e luce, forma e sostanza. Quale
oggi di tutti questi giovani ribelli, che disprezzano il passato e i
passati, scrive una pagina come alcune del Tommaseo, o detta solamente
un periodo, che si riconosca fra centomila, e sia forse il più bello,
come uno qualunque del Mazzini? Profeta, apostolo e condottiero, la
missione e l'epopea della sua vita gli contesero di essere forse dei
primissimi fra gli scrittori del secolo, e non per tanto d'Italia fu il
più nuovo ed il migliore. Immaginoso come il Niccolini ebbe il calore
del Guerrazzi, colla fluidità del Manzoni e la precisione del Tommaseo:
italiano dei tempi futuri, sarebbe parso un contemporaneo agli italiani
del secolo d'oro, e nullameno le sue erano idee, alle quali egli primo
aveva dovuto trovare una formula italiana. Filosofo etico come Socrate,
non entra e non entrerà nella storia della filosofia del nostro secolo,
che si inizia con Kant, sale fino ad Hegel, ridiscende fino a Spencer;
ma se in lui la elevazione del sentimento superò quasi sempre l'altezza
del pensiero, la perfezione del suo linguaggio ispirerà sempre una
ammirazione malinconica, come se nella fiamma dello stile, col quale
doveva riscaldare tutto un popolo, egli gettasse, sacrificatore
disperato, colla sua vita di uomo la sua immortalità di artista. Ed oggi
il Saffi, modesto Aronne di questo Mosè, che ha potuto morire nella
terra promessa, conserva tuttavia nella devota interpetrazione del
recente evangelo un raggio di quella purezza, che l'anima sembra
comunicare alla parola, un residuo di quella efficacia nella frase, che
il maestro gli apprese scaturire dalla sincerità del pensiero e dalla
rettitudine della intenzione. Mazziniano meno ligio alla nuova legge, ma
che pagò col proprio esilio e col sangue dell'eroico fratello la fede
all'Italia, Giovanni Ruffini, del quale i giornali recano oggi la mesta
notizia della morte, dovette farsi inglese per vivere del proprio
ingegno e della propria gloria. La patria ingrata non lo conobbe che
tardi, e non mandò nessuna rappresentanza ai suoi funerali. Scrittore
del tempo eroico, quando lo scrivere era un combattere, egli parve dopo
artista altrettanto fine, ma la sua arte, sempre mazziniana
d'ispirazione, rimase ottimista, difendesse l'Italia o un'idea, sognasse
una patria od una virtù. E nullameno fu posposto al D'Azeglio ed al
Grossi, pei quali vi furono monumenti, oggi già più vecchi dei loro
libri già morti. L'_Ettore Fieramosca_ ed il _Marco Visconti_
contemporanei del _Dottor Antonio_ destarono un entusiasmo, che dura
tuttavia in rispetto, malgrado che il primo fosse una degenerazione dei
poemi guerrazziani, e il secondo rappresentasse la putrefazione del
genere Walter Scott, che Manzoni, con uno sforzo allora incompreso e
adesso ancora quasi incomprensibile, aveva alzato quasi sino alla
maniera del Balzac. Ed oggi, che i violenti attacchi del Carducci alla
lirica manzoniana hanno quasi reso di moda il disprezzo del grande poeta
e romanziere, che fu naturalista, per usare questa nuova parola, quando
solo Balzac lo era senza teorizzarne, e Zola sognava forse nell'utero
materno, si osano citare a modelli il D'Azeglio ed il Grossi, la nullità
del pensiero ed il lattime del sentimento: dai quali derivò la teorica
dei buoni libri, eretta a dogma dai manzoniani. Per essa la moralità
privata deve valere l'ingegno pubblico dell'autore, e la misericordia
delle intenzioni ogni altra qualità di fantasia e di sentimento, di
forma e di sostanza. Così la critica minuscola, ridotta dai giornali a
sacerdozio come l'arte, crea e distrugge le effimere riputazioni sui
giornali sbocciati. La grande critica tace: Settembrini, temperamento
storico ed ingegno sistematico, è morto: il De Sanctis, temperamento
poetico ed ingegno filosofico, dopo aver messo la psicologia a base
della critica, sostituì troppo spesso la intuizione all'analisi; quindi
i suoi ritratti diventarono teste, e le pretese lezioni di anatomia si
cangiarono troppo sovente in speculazioni metafisiche, nelle quali il
tempo storico era appena un colore, e il simbolismo dell'idea toglieva
quasi ogni significato alla varia composizione umana dell'individuo. Il
Carducci, lirico ed erudito, volle essere critico, e lo fu splendido e
forte come in tutto ciò, che ottiene sempre dalla sua volontà. Forse se
non il genio, poichè dei primi fra i primi del mondo, egli ha comune nel
secolo col Balzac la nobile ed incalcolabile energia della volontà,
colla quale coltivando instancabilmente il proprio terreno è arrivato a
farne un ricco giardino, sebbene la sua flora originaria non fosse nè
troppo varia, nè molto opulenta. Ma egli vi trasse semi da tutti i
climi, le palme dell'Africa e gli abeti della Germania, le rose della
Grecia ed i gazuma dell'America; vi educò la vite colla stessa
perfezione dei vignaiuoli francesi, amò l'edera e si compiacque ad
incoronarne le vecchie statue dissepolte, colle quali andava ornando i
viali. Ma nella critica preferì la necroscopia alla diagnostica, i morti
ai vivi, simile in questo al D'Ancona, che spinse la passione
dell'anticaglia fino alla ghiottornia dei più minuti particolari,
sprecando non si sa se più ingegno o dottrina; mentre il Zendrini, morto
da poco, scambiava la propria cultura per una capacità critica, e il
Massarani sdottrineggia ancora pigliando l'arte per la riprova di una
teoria morale, piuttosto che per una totale rappresentazione della vita:
il Trezza svapora in una fraseologia nebbiosa, il Franchetti
nell'Antologia oscilla fra il buon senso ed il buon gusto, il Nencioni
in articoli brevi e talvolta bulinati corregge l'influsso delle
letterature straniere sulla nostra, analizzando gli esempi che la più
parte invocano senza conoscere. Così, mentre la critica diventata
embriologia nel Bartoli studia con amore sapiente le origini della
nostra letteratura, e falsa o sdegna l'opera contemporanea, il verso che
tubava ieri coll'Aleardi, zirla adesso col Fontana, parla collo
Stecchetti, sorride col Panzacchi, stuona col Rapisardi, abbaia col
Cavallotti, novella col Giacosa, si libra col Zanella, esulta ancora col
Prati, crea col Carducci. Questi risuscita miracolosamente gli antichi
metri latini, e vince nella prosodia una battaglia combattuta
infelicemente da altri ingegni in altri secoli, ma il pubblico applaude
senza gustare: Rapisardi, invidioso della risurrezione, profana il
sepolcro dell'epopea, e ne trascina sulla piazza il cadavere purulento.
Quando alla vita scema lo splendore manca il rispetto alla morte: i
forti sono prudenti, i deboli sfacciati. E tra il Carducci e il
Rapisardi, un poeta ed un ingegno, Renato Fucini è ancora l'uno e
l'altro, sebbene il Porta gli sia ancora troppo al disopra e il Belli
ancora molto innanzi. Ma primo fra i nostri lirici viventi, il Carducci
pretende di essere l'ultimo nella storia e nella nostra lirica, poichè
essa muoia: e già la musica, questa lirica della lirica, agonizza.
Verdi, il superstite dell'immortale quadriglia, ricorregge colla mano
tremula le opere della giovinezza, come un vecchio capitano ama di
riforbire egli stesso la spada, che non può più cingere: il Boito ha
impiegato dieci anni a scrivere il _Mefistofele_ e riposa sugli allori
guadagnati contro il Gounod: il Gobatti, giovane e fortunato condottiero
dei _Goti_, ha d'uopo ancora di nuove battaglie e di nuovi trionfi. La
musica classica è quasi obliata malgrado il valore dei suoi tre ultimi
campioni, lo Sgambati, il Bazzini, il Rinaldi; nella piccola musica si
adora il Tosti, e si misconosce il Gordigiani, si chiedono romanze da
salone, le quali girino sulle casse dei pianoforti come tanti scarabei
luminosi, invece di libellule, che balzino nei raggi del sole e vi
scintillino. Così il canarino vince l'usignolo, e il profumo dei
fazzoletti copre l'olezzo dei fiori.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta alla sbarra del mondo e della storia.
Certo la grande questione pregiudiziale della lingua ha efficacemente
contribuito alla attuale miseria, epperò sorvolandola, penso collo Zola,
che la nuova lingua dovrà uscire dalla officina del giornale, se nella
scuola la tradizione contende il passo alla vita. Naturalmente occorrerà
un lungo processo, ma diggià sull'incudine dell'articolo quotidiano
qualche lamina viene superbamente battuta. La necessità di trovare un
nome per ogni nuovo oggetto ed una formula per ogni nuova idea,
egualmente compresa da tutti con uguale prontezza, ma specialmente uno
stile agile e nervoso, elegante nella semplicità della eleganza moderna,
colla fluidezza di un discorso e la correzione di un testo, predomina il
giornale. Fiume e cloaca, che raccoglie ogni rivo e ogni scolo, come
l'orchestra sognata da Berlioz, ha tutti gli strumenti e tutte le voci;
effimero ed immortale come la vita, ne ha la stessa unità multiforme; è
la forza più grande del nostro secolo, e ne sarà la gloria. Il giornale
è essenzialmente moderno. La lingua, che in fondo non è se non un
dialetto epurato, vi è in continua fusione; le parole vi si rompono e vi
si formano fra un rombo assordante, un lavoro minuscolo ed assiduo, al
quale cooperano migliaia di operai senza nome, mentre pochi direttori si
aggirano fra di loro, sorvegliando con orgoglio di padroni. Molti
articoli, che oggi si leggono già negligentemente, avrebbero fatto
strabiliare inserti nelle pagine di un libro di trent'anni fa. Nullameno
pochi sono ancora coloro, ai quali si possa riconoscere il merito vero
di stilisti, sebbene, come osserva giustamente il Martini, il
miglioramento nello scrivere comune italiano cominci ad essere
sensibile. Tra i primi il Martini stesso, il De Zerbi, il Panzacchi,
diversi di opinione e di indole; il primo forse ancora troppo toscano,
il secondo ancora scorretto, il terzo italiano veramente, più fino di
gusto e più forte di studi. Ingegno alato si posò dappertutto per
involarsi appena posatosi; nato oratore come pochi, poeta che potrebbe
tradurre nel verso più di una musica gentile, mentre tutti gli storpiano
in musica le sue delicate romanze; critico, pel quale nessuna musica ha
molti misteri, quella dei colori e delle note, della poesia e della
prosa. Egli è celebre ed avrebbe potuto essere glorioso, se la pagana
serenità del suo spirito, e l'ateniese indolenza del suo temperamento
fosse stata guasta da un solo vizio: la vanità. Intorno ad essi altri
molti vanno sorgendo, ma parlando di stilisti non posso citare nè il
Ferrigni, nè il Petruccelli della Gattina. Il primo, costretto ad una
moltiplicazione miracolosa di articoli, si sorregge collo spirito, come
gli operai estenuati si rinforzano coi liquori; il secondo discende
ancora nel giornale, come in un campo chiuso, a commettervi qualche
prodezza colla vanteria di un vecchio giostratore. Pensatore senza
sistema, dialettico senza metodo, artista senza forma, egli ha reso
quasi cosmopolita il proprio ingegno: conosce tutte le lingue, meno
l'italiana, ha difeso tutte le idee ed abbandonate tutte le opinioni. Ma
la sua fibra, che nè gli anni, nè le apoplessie poterono fiaccare, è
ancora della vecchia razza, che ha fatto l'Italia. Quando Petruccelli
della Gattina sarà morto, nessuno si accorgerà della sua perdita,
nullameno di tutti i giovani, oggi illustri, che piglieranno il suo
posto senza dirlo, nessuno vi porterà la stessa ricchezza di cognizioni
ed altrettanta forza d'ingegno.
E scioccamente i giovani letterati si lagnano ora della loro fortuna nel
popolo, giacchè la sorte non fu mai più lieta ai novizi. Quelli che
battono il teatro si dolgono perchè la società non abbia ben contornata
la propria fisonomia come in Francia, dove il salone uniforma costumi e
linguaggio, quasichè la società dovesse esistere per l'arte, e non
questa per quella; mentre nella stessa Francia i grandi scrittori, da
Balzac a George Sand, da Zola a Flaubert, cercarono i loro modelli fuori
dell'ambiente falso del salone, falsato ancora peggio dal Dumas e dal
Feuillet. Tutti gli altri del romanzo e del melodramma, del canzoniere e
della tragedia guaiscono sulla indifferenza crudele del pubblico, mentre
questi, che teme istintivamente la miseria della nostra arte, ne ricusa
la coscienza, ed è pronto ad acclamare delirando ogni più vaga apparenza
di grandezza. Applaude ancora al Ferrari: per dieci anni ha messo Cossa
sugli altari, ed oggi paga una sottoscrizione per erigergli un
monumento; si sollevò come un sol uomo alla marcia trionfale dei Goti,
ha imparato a mente tutte le canzoni dello Stecchetti, batte perfino le
mani ai greci di Cavallotti. Giammai vi fu epoca nella quale la
celebrità fosse più pronta, e la gloria più facile. Tutti i grandi sono
morti, tutti i seggi sono vuoti. Lo Stecchetti oggi è a fianco del
Carducci, come il Leopardi trenta anni or sono era a fianco del Manzoni.
Che se malgrado queste eccellenti disposizioni, cui la storia dovrà un
giorno trovare piuttosto ridicole, nessun nuovo nome sorge dalla folla,
si è che nessuno arriva nemmeno ad essere la larva di uno scrittore; e
quando non si tocca la vita è più spregevole che pietoso il lagnarsi
della immortalità. Muoia domani il Carducci, e dovremo per decoro di
patria augurarci che le Alpi, le quali non poterono mai trattenere
gl'invasori, trattengano la nostra letteratura dal commercio europeo.
Che avrebbero dunque esclamato questi pigmei, i quali implorano
istantemente il pubblico di farli grandi, poichè la natura non volle, se
invece di capitare oggi, che il minimo della statura nella leva è
diventato il massimo della statura nell'arte, fossero nati ottanta anni
or sono fra i colossi, che hanno fatto l'Italia, ed ella avesse detto
loro, come disse a Rossini, a Leopardi, a Manzoni: siate la mia gloria
in Europa, poichè io debbo con questa ricomprarmi la libertà; mentre la
Francia aveva Balzac e Hugo, la Germania Gian Paolo Richter ed Heine,
l'Inghilterra Dikens e Thakeray, la Polonia Mickiewitz, la Russia Gogol
e Puskin, l'America Pöe e Longfellow?
Se domani avremo una guerra, Cavallotti potrà essere il Petöfi, come lo
è stato il Berchet? Non sanno dunque costoro, che dopo la Grecia
l'Italia è artisticamente la più grande nazione, che l'Europa è il
continente più piccolo per la geografia, ma il più grande per la storia,
che l'America passa già dall'industria all'arte attraverso la scienza, e
che per rappresentare il pensiero di un popolo anche in un solo e nel
più piccolo dei momenti, bisogna essere ben grande, e quando non si ha
questo onore doloroso non bisogna commettere la sciocchezza di
augurarselo, o peggio la viltà di mentirlo? Quando Castelar combattendo
la elezione di Amedeo di Savoia a re di Spagna opponeva la storia
spagnuola alla nostra, conchiudendo ad ogni periodo del discorso col
pesante ritornello: siete piccoli! aveva torto; ma noi eredi di una
rivoluzione, che non avremmo mai saputo compiere, possiamo e dobbiamo
ripetercelo amaramente sul volto, perchè la prima speranza di un
risorgimento sta nella coscienza della propria prostrazione.
E ora che la natura ti ha ripreso dalla società, e il vento della steppa
t'invola ad uno ad uno i ricordi d'Italia, t'immagini tu come sia la
nostra coscienza nazionale? Mentre Garibaldi è ancor vivo crederai che
in noi sia spento il senso epico della nostra rivoluzione? Nullameno,
sventura od infamia, è vero. Quando Vittorio Emanuele morì
all'improvviso, parve che il cuore della nazione desse un balzo, e da
tutte le labbra rompesse un tremendo singulto: egli era l'Agamennone
della nostra Iliade, il simbolo più sintetico della nostra idea.
L'individuo non montava, e fosse stato pur pazzo, nullo come suo nonno,
o inferiore come suo padre, poichè con lui si era trionfato e in lui
s'incontravano la tradizione romana e l'italiana, il concetto dei
pensatori e la visione dei poeti: poichè aveva riassunto tutte le forze,
quella di Garibaldi e di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo: poichè aveva
fuso il regno di Piemonte con quello di Napoli, la repubblica di Genova
con quella di Venezia, il ducato di Milano con quello di Firenze; poichè
aveva riaperto Roma, chiusa dai papi al mondo civile; poichè infine
tutto quello che si era voluto, e che si era fatto, aveva dovuto passare
attraverso lui, come per un perno, che intrecciando i fili, torce la
corda; tutti coloro, che la miseria di partito non abbassava sotto il
livello del cittadino, dovevano convenire in questo simbolo, che uscendo
dalla vita per entrare nella storia, prendeva la consacrazione della
irrevocabilità. Cattolici e repubblicani, conservatori e socialisti,
l'unità italiana doveva imporsi a tutti ed essere accettata da tutti
come un campo, dal quale si erano scacciati i barbari e che restava
libero ed aperto ad ogni coltura. E parve che fosse così. Quindi una
voce, alla quale tutti risposero, invocò un monumento, che fosse
testimone eterno di un'ora già passata, ma che resterà una stazione nel
viaggio della civiltà. Si apersero sottoscrizioni, e tutti
sottoscrissero, poveri e ricchi, vecchi e fanciulli. La mente raggiava,
il cuore batteva. Ma quando il monumento dovè uscire dal sentimento per
concretarsi nell'idea e tradursi nella forma, nessuno più si comprese.
Le opinioni irruppero, i disegni fioccarono, le commissioni
moltiplicarono i pareri e i dissensi. Nullameno vi era una idea vecchia
di migliaia di anni, destinata a viverne altre migliaia, che era tutto
il nostro passato, in nome della quale eravamo risorti, perchè con essa
eravamo vissuti, perchè per essa il mondo aveva vissuto con noi. E
questa idea era il Campidoglio. Come ora fosse sconciato non caleva; il
Campidoglio era pur sempre il Campidoglio, il vertice più alto della
civiltà antica, il primo centro della unità mondiale, che l'idea
cristiana non osò occupare, e fece bene, poichè essa era un'idea
religiosa, e il Campidoglio è un'idea civile. Roma era stata
saccheggiata molte volte, distrutto il suo impero, ma nessuno di quei
barbari trionfatori aveva osato fermarsi sul Campidoglio e diventarvi
una statua. Se Giulio Cesare, al quale l'Italia deve ancora un
monumento, che le consacrerebbe il primato fra le nazioni, l'avesse
occupato, nessuno avrebbe potuto porsi al suo fianco: ma l'imperatore
Marco Aurelio vi è appena una decorazione, incomparabile artisticamente,
e senza storico valore. Perchè dunque tutti non hanno gridato: in
Campidoglio, in Campidoglio!? Perchè quest'idea non venne ancora in
mente ad alcuno? Perchè non si è sentita la necessità di riannodare la
nostra storia all'antica, mantenendo la grande tradizione romana, che
pure è la sorgente di tutta la vita moderna? Perchè rompere la serie dei
periodi nella eterna idea dello stato, abbandonando il Campidoglio, che
la repubblica di America ha dovuto copiare per ingrandire con questo
simbolo il proprio fatto? Perchè lo stato moderno non risale il
Campidoglio per provare alla chiesa la propria indipendenza, e al mondo
la eternità del loro dualismo parallelo e fatale? Rienzi, che sognò
forse primo la nuova Italia, morì sui gradi della scalea capitolina;
perchè Vittorio Emanuele, che ha riparato la sconfitta di quel vinto
sublime, non la monta, e mettendosi sul piedestallo di Marco Aurelio,
calmo altrettanto, non mostra al mondo che tutte le epoche storiche si
verificano solamente in Campidoglio, e che la libertà moderna per essere
immortale deve prendere il posto dell'antica?
Forse metteranno Vittorio Emanuele in una piazza recente di Roma; così
il rappresentante di tutta la nostra epopea sarà trattato come i
rappresentanti delle sue fasi, poichè Cavour, Mazzini e Garibaldi
dovranno egualmente occupare una piazza romana, ed allora col sentimento
epico della rivoluzione avremo perduto la coscienza della nostra storia.
E poichè ad ogni errore di testa, ne segue fatalmente un altro di cuore,
e quando la testa si annebbia, il cuore marcisce, si sono invitati
perfino gli stranieri al concorso per questo monumento, che costerà nove
milioni, come se si trattasse di una grand'opera decorativa e non di un
simbolo, che l'unità monarchica del fatto costringe nell'unità
individuale del re; mentre avvenuto colla unità repubblicana, il simbolo
avrebbe avuto una unità allegorica; come se a questo monumento, che noi
facciamo a noi stessi, perfino i manovali e la sabbia non dovessero
essere italiani.
Ed ecco, mio nobile esule, come la letteratura è prostrata in Italia,
perchè, figli di ribelli conquistatori, noi abbiamo questa ciera da
domestici, accattiamo originali da copiare nei libri e nelle leggi, e
antesignani nelle scienze e nella filosofia, nell'arte e nell'industria,
anche quando eravamo servi dello straniero, oggi liberi ed italiani non
abbiamo nè l'orgoglio del passato, nè la dignità del presente. Forse non
si è osservato abbastanza come i figli dei grandi uomini siano quasi
sempre al disotto della media, in contraddizione con tutte le leggi
biologiche: ma forse questo fenomeno, che dipende dall'enorme consumo di
forze, onde si distinguono le grandi vite, si verifica egualmente nei
popoli. Dopo la rivoluzione dell'ottantanove e l'impero napoleonico, due
immense combustioni di pensiero, la Francia fu esausta e cadde sotto la
restaurazione, un governo anche più piccolo nelle idee, che nei fatti;
ma la decadenza fu effimera, e i bambini nati a quell'epoca, composero
quella splendida fioritura d'ingegni, che va oggi morendo. La vita è
immortale, e le giornate del tempo sono senza numero: però ogni giornata
è chiusa fra due crepuscoli, e il nostro meriggio durò dal quarantotto
al cinquantanove. Forse i grandi scrittori, che dovranno mantenere la
nostra gloriosa tradizione sono già nati e tempestano nelle scuole
elementari: fors'anche qualcuno dell'avanguardia a quest'ora si dibatte
nei primi dolori del genio e dubita di se stesso, come tutti i forti.
Coraggio, incognito infelice! Al pari di te noi tutti provammo le
angoscie del dubbio e le ebbrezze della fede, delirammo di orgoglio e di
umiltà, nel nostro secreto ci credemmo gli ultimi ed i primi. Come tu
fra poco, avventammo il nostro libro primo nato, quasi uno squillo di
fanfara in un mattino di battaglia; ma noi ci battevamo sotto l'eccelso
monumento eretto dai nostri padri e la sua ombra agghiacciò il nostro
entusiasmo. Ci sentimmo piccoli e deboli. Come gli egiziani moderni, che
guardando le piramidi millenarie non hanno più nemmeno il coraggio di
alzare una casipola, e spiegano lungo le vie le stuoie per dormirvi, noi
scrivemmo articoli e bozzetti, romanze e canzoni, radunammo parecchi
materiali e finimmo per servirci sopra. Invano gli stranieri ci
derisero, invano i superstiti di quell'epoca gloriosa ci incuorarono:
colle forze ci venne meno la fede, ed allora ridemmo, perchè il sorriso
della incredulità cela spesso il sogghigno della impotenza. Chiunque tu
sia, che applaudiranno domani, tu sarai fatale a noi tutti, giacchè i
nostri abbozzi spariranno nelle tue opere, e i nostri nomi si perderanno
dentro il fracasso del tuo. Larve del diluculo noi spariremo all'alba;
manovali innominati, che ammassammo la sabbia ed i mattoni, moriremo
appena arrivi l'architetto del nuovo monumento. Questo è il destino di
tutti i deboli, che la natura dispone a gradini nella sua scalea, sulla
cima della quale non arrivano che i forti; embrioni compassionevoli, noi
vivremo nella vita del genio, che realizzerà la nostra forma, come tutti
i malati e gli incompleti vivono della vita che i robusti fanno alla
umanità.
Non ridere, incognito superbo, del nostro sogno, che tu dovrai attuare;
il nostro dolore è comico, il tuo sarà tragico, ma pur sempre dolore.
Allorchè un contadino montato sopra uno dei tuoi puledri russi, che qui
vincono tutte le nostre corse, ti recherà dalla città più vicina questo
mio nuovo libro, parmi d'intendere fin d'ora il tuo malinconico ed
amichevole: ancora! e ancora un errore, giacchè non è nemmeno un vero
quartetto! Ma non ti dolga troppo dei tuoi saggi consigli, poichè
l'effetto oramai ne è maturo. Entrato, tu sai perchè, in questa guerra
letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi: concepii un
disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato come tutti i
vinti, non scesi mai, nè scenderò alla scempiaggine della replica, alla
bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri sarà più fortunato,
perchè più forte: pochi più sinceri ed intrepidi. Poichè ogni pompa
dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno, ebbi l'orgoglio
della nudità del mio pensiero; dissi tutto, forse dissi male, però
dissi. Nella società due sole persone possono essere senza riguardi, il
lazzarone ed il principe, ed essendo liberi, sono forse i meno
sfortunati: lazzarone del pensiero, io volli essere pari al principe
nella libertà, e se le mie parole dovevano andare perdute, non compresi
perchè avessero ad essere menzognere.
Questo libro è il principio della fine.
Domani comincerò il _Sì_, e sarà l'ultimo della serie concepita dieci
anni fa. Tu ne conosci le idee, e ne indovini meco la sorte. Sarà la
suprema battaglia perduta, dopo la quale, anche essendo buon patriota,
mi sarà permessa la ritirata; la coscrizione non dura adesso che tre
anni, io ne avrò passati dieci sotto le armi. Un proverbio dice che una
bella ragazza non può dare più di quello che abbia, e gli scrittori
buoni o cattivi non sono in migliori condizioni; laonde raggiungerò
forse la tua vita di coltivatore, lasciando ad altri lo sfracellarsi
inutilmente il cranio contro le porte bronzee della gloria, o l'aprirle
validamente coll'appoggiarvi solo un dito.
I deboli tentando la prova sono eroici, ostinandovisi diventano
ridicoli. Forse, anzi senza forse, la prova è già fallita, ma la
costanza non è composta altrimenti della caparbietà, e non è facile nè a
chi le ha, nè a chi le giudica, il distinguerle nettamente.
A rivederci dunque.
Quando il tuo cavallo russo ti sprofonderà galoppando dentro la steppa,
e il tuo occhio si riposerà nell'infinito della pianura, e il verde
della terra e l'azzurro del cielo si fonderanno in una sola sensazione
entro il tuo cuore, in una sola idea entro il tuo cervello, ricordati,
se puoi, l'amico lontano, del quale la fantasia prediletta è sempre
stata di partire dal mondo sopra un cavallo nero, stellato sulla fronte.
È una fantasia senza significato, ma che mi appare sempre al pensiero,
nella stanchezza di una meditazione, o nella noia di una distrazione. Mi
sembra di vedermi innanzi il cavallo sellato, e di avere agli occhi il
deserto. Il cavallo è alto e leggiero, la criniera gli tocca i ginocchi,
la coda gli batte i garretti: è senza testiera, la sella è piccola, il
deserto è sconfinato. In sella adunque e al galoppo:
_Allons, capitaine, appareillons pour l'infini_
come urlava il marinaio di Baudelaire alla morte.
In sella ed al galoppo, ecco adesso la tua vita: a rivederci dunque,
nobile esule, a rivederci forse nella steppa, nel silenzio della natura,
nel deserto del mondo, nella solitudine dell'infinito.