II.

La _Ventura_ stava per compiere in que’ giorni il suo carico, a ciò

invigilando Lanzerotto, il mio còmito. Io non avevo gentiluomini di

poppa con me, sebbene la mole della galera, accomodata ad uso di guerra

e di traffico, avrebbe potuto ragionevolmente consigliarmi a tôrre

compagni. Padrone della nave e desideroso di fare in ogni cosa il

mio talento, avevo amato meglio esser solo al comando, e Lanzerotto,

dal canto suo, siccome è uffizio dei còmiti, oltre il comandare alla

marinaresca e alla ciurma e dirigere la manovra delle vele e degli

ormeggi, era maestro nell’arte di stivar le galere.

Avevo divisato di portare le mie lane in Ispagna, non volendo

perigliarmi più oltre nel canale inglese, dove, per la guerra

incominciata tra Edoardo III Plantageneto e Filippo VI di Valois, non

era più sicura la navigazione da quattro anni in poi. Già tra le due

armate nimiche si era ferocemente combattuto nelle acque di Fiandra, e

in un viaggio precedente, aizzato da una nave britanna che non rispettò

lo stendardo di San Giorgio, avevo dovuto far arme in coperta e, col

divino aiuto, affondare il nemico. Siffatti scontri non mi piacevano,

imperocchè io non avessi odio contro nessuno; laonde da due anni non

solevo più veleggiare alla Schiusa, per recare o levare mercatanzie

dall’emporio di Brugge.

Ora, mentre io dava opera agli ultimi apprestamenti della _Ventura_,

triste in cuor mio ed impaziente ad un tempo, mi venne scorto un

giovine inglese, più notevole in vista di tanti altri che per solito

si soffermavano sulla riva a guardare le navi, quantunque e’ non fosse

meglio degli altri all’arnese. Il saio e le calze di bigello, con

sopravveste e cappuccio di mezzolano, lo dicevano marinaio; solo che,

nel muoversi, non aveva quell’andatura incerta che il continuo dondolìo

della nave conferisce alla gente di mare, e i suoi capegli erano più

lunghi che l’uso de’ suoi pari non comportasse. Ma forse in ciò era

da condonarglisi un poco di vanità giovanile, poichè quelle ciocche

bionde contornavano assai bene quel viso piacente che nulla più. Lo

notai, dico, essendo che egli rimaneva sul lido più a lungo d’ogni

altro viandante curioso, e parecchie volte, occorrendomi di andare e

venire sul ponte di sbarco, sempre lo avevo dinanzi, come desideroso di

darmi negli occhi. Non argomentando allora che cosa potesse bisognargli

da me, proseguii noncurante nelle mie faccende; ma egli, il giorno

appresso, fattosi animo, pose il piede sul ponte e venne diffilato in

coperta.

— Messere — mi disse egli nella sua favella sassone — una parola, se vi

aggrada.

Il suo aspetto e la scioltezza dei modi mi piacquero, e col gesto

amorevole, più assai che colle parole, gli accennai che parlasse.

— Mettete voi alla vela? — mi chiese egli allora.

— Domani; — risposi.

Egli rimase alquanto perplesso; indi mi volse un’altra domanda.

— Avete bisogno di marinai?

— No; — dissi a lui — ne ho più che non occorra per una nave di

carico. —

Ciò detto appena, vidi un’aria di così grande scoramento dipingersi sul

volto del giovine, che n’ebbi compassione ad un tratto.

— Non mi sembrate povero — soggiunsi, come per temperare a’ miei occhi

medesimi l’asprezza del diniego.

— No, veramente, non sono; — rispose egli con un sorriso, che volea

mostrarmi come da quel lato non ci fosse nulla a temere; — vi dirò anzi

che sono ricco; pel mio stato, s’intende; chè invero, se fossi stato

più ricco — proseguì, mutando il sorriso in un mezzo sospiro — sarei

oggi più felice d’un conte. —

Il suo fare m’andava sempre più a genio, e, per non aver aria di

dargli tosto commiato ed anche per offrirgli agio a dirmi in qual guisa

potessi tornargli utile, entrai a fargli qualche dimanda a mia volta.

— Il vostro nome?

— Bob.

— Roberto, dunque.

— Sì, Roberto; ma i miei compagni mi dicono Bob, il che riesce più

spiccio.

— Avete navigato a lungo?

— Sì, parecchio tempo, sulle galere del re.

— Come gentiluomo di poppa — diss’io che avevo notato pur dianzi le sue

mani bianche e leggiadre.

Diede egli un subbalzo a quelle inaspettate parole e mi guardò con un

piglio tra maravigliato e scontento.

— Messere — proseguii, rispondendo alla muta dimanda de’ suoi occhi —

le vostre mani vi accusano. —

Riavutosi dalla sua confusione, ed afferratami la destra, che io gli

avevo cortesemente profferta, il giovine Bob mi trasse alquanto in

disparte verso il tendaletto di poppa.

— Siete gentiluomo? — mi chiese.

— Nella mia patria non conosco chi mi vada innanzi per nobiltà di

lignaggio.

— Voi, dunque, non mi tradirete — soggiunse egli esitante.

— Serbate il vostro segreto, messere, se ciò temete di me — risposi

asciuttamente e in atto di por fine alla conversazione.

— Ah, perdonate! — sclamò egli allora con accento commosso. — Non è

già che io dubiti della vostra fede; ma il caso mio.... Infine, vi dirò

tutto; son gentiluomo, e mi chiamo....

— Non vo’ saperlo, il vostro casato; — interruppi. — Ditemi che cosa io

possa fare per vostro servizio, e basta.

— Vorrei lasciare l’Inghilterra, e vi chiedo ospitalità sulla vostra

galera. Dimandate pel tragitto quanto vi aggrada; pagherò.

— Non parliamo di ciò. Ditemi, invece, messere: avete voi ucciso

slealmente, o contraffatto in altra guisa all’onore?

— No, lo giuro nel nome di S. Giorgio e della mia dama.

— Or bene, la _Ventura_ è ai cenni vostri; rimanete fin d’ora, non

passeggiero, ma ospite.

— Ma... — aggiunse egli, mentre s’era inchinato per rendermi grazie —

io non vi ho detto ogni cosa.

— Che altro?

— Non sarei solo — rispose.

— Ah capisco, — esclamai sorridendo — la dama!

— Sì, una dama che condurrei meco; ma non già quale l’argomentate,

sibbene la più caramente diletta delle sorelle. Uditemi, messere,

— proseguì Roberto abbassando la voce, quasi temesse d’essere udito

dalla ciurma — la è una dolente storia, la nostra. Non ho che lei, di

mia casa, e per nissuna cosa al mondo mi ridurrei a farla infelice;

Edoardo, il nostro graziosissimo re, che Dio guardi, ha giurato che

ella andrà in moglie ad un potentissimo barone di questa contea,

che l’ha veduta e n’è fieramente invaghito. Ella abborre da queste

nozze e il Plantageneto vuol contentare il suo cortigiano, su cui fa

assegnamento grande per l’impresa di Francia, la quale, come non vi

sarà ignoto, sta per essere mandata innanzi colla maggior diligenza e

vigore. Ed eccovi perchè io tremo, perchè tento di fuggire, io, involto

nella sventura che il feroce amore di un possente chiamò sulla nostra

famiglia, io, minacciato della prigionia se non userò la mia autorità

di fratello, di padre, in obbedienza ai comandi reali; ed ecco perchè

mi rivolgo a voi per aiuto, anzichè ad un suddito d’Inghilterra.

La vostra nave mi è apparsa ieri come una tavola di salvezza ad un

naufrago. Che altro vi dirò? Ve ne supplico in nome della donna che

amate, calateci sulle rive di Francia e abbiate la mia gratitudine

eterna e quella di Anna.

— Anna! — gridai. — È il nome di mia madre. Messere, io ve lo ripeto,

la _Ventura_ è ai cenni vostri. Non avevo deliberato di toccare la

Francia, ma infine, farò di contentarvi anche in ciò, sebbene non ci

sia donna innanzi a cui io possa aver merito di un’opera buona.

— Non amate voi?

— Amo, sì, amo quanto si possa amare in terra, ma senza essermi

appressato mai alla donna dei miei pensieri e senza speranza alcuna

di vederla più oltre. Vi fa meraviglia? Noi, scorridori dell’onde,

ci abbiamo di questi amori sconsolati, stelle lucenti che ci guidano

inconscie nella solitudine dei mari e nell’orrore delle tempeste. Ma

non parliamo di me; quando v’imbarcherete?

— Voi partite domani a sera, diceste?

— No, domattina; ma se vi torna meglio per la sera....

— Sì, partite domani a sera. Nessuno dee vederla salire in nave.

— Per l’appunto; ma io posso anche far meglio. La _Ventura_ uscirà

domattina dal canale, sotto gli occhi di tutta Bristol, ed un

palischermo sarà domani a sera, con quattro de’ miei marinai, alla

riva degli Ontàni. Lanzerotto, il mio còmito, fidatissimo uomo, sarà al

comando e vi aspetterà, se occorra, fino al mattino.

— No, no; domani, alla prima ora di notte, saremo alla riva degli

Ontàni. Grazie, messere, e il cielo vi dia merito dell’atto umano e

cortese. —

Dopo queste e poche altre parole di commiato, il gentiluomo inglese

partì, correndo sul ponte di sbarco, che pareva avesse l’ali da tergo,

tanta era in lui l’allegra impazienza di giungere, siccome io credetti,

ad avvisar la sorella.

Anch’io era lieto di poter aiutare in quel suo bisogno il gentile

cavaliero. La gioventù (chi nol sa?) è pronta ad infiammarsi, e sembra

a quell’età fiduciosa e balda che il far servizio consoli. L’uomo

esperimenta allora le sue forze, e, sperimentando, dà tutto sè medesimo

altrui. In tal guisa avvenne che io più volonteroso mi facessi quel

giorno a mettere il legno in assetto di partenza. Poco del resto gli

abbisognava. Il carico era compiuto, vettovaglie, armi ed ormeggi

disposti nella stiva; le due grandi vele inferite alle antenne; i remi

diligentemente acconigliati sulle latte, aspettando la ciurma che li

ordinasse sulle posticcie e li tuffasse in cadenza per prendere il

largo.

Era bella a vedersi la _Ventura_, col suo castello di poppa

superbamente rilevato, il vessillo di San Giorgio sventolante in capo

all’antenna dell’albero di maestra e l’aquila dei Vivaldi scolpita

sulla freccia di prua; destra e sparvierata quant’altra mai, o

volasse sui flutti, portata dal suo palamento di quaranta remi, od

orzasse stringendo il vento con due larghe vele latine. I marinai

sull’arrembata e lungo la corsìa, la vedetta in sulla gabbia, sei

uomini ad ogni remo, il padrone ed il còmito sulla spalliera a comandar

la manovra!... Io la vedo ancora, quale essa fu per dieci anni, la

mia casa, il mio pensiero, l’amor mio, il mio tutto. E doveva perire!

Il giorno che l’amore di creatura mortale mi rese infedele alla mia

nave, la _Ventura_ fu condannata; ella doveva andare, senza il suo

signore, senza l’amico suo, in balìa dei marosi che aveva tante volte

impavidamente sfidati a rompere, negletto carcame, su d’una spiaggia

deserta. Ma non è sorte comune cotesta? Soli, ignudi di affetto,

giungiamo al tristo confine e tutti ci soverchia un medesimo flutto.

Che Iddio usi misericordia ai sommersi.

La notte che seguì il mio colloquio col gentiluomo inglese, dormii

sulla nave, già avendo tolto commiato dai mercatanti di Bristol. Nè

ad alcuno di essi io m’attentai di chiedere della sconosciuta. A che

l’avrei fatto? Partivo, nè forse sarei tornato più colà. Avevo io

mestieri di dare un nome a quella ricordanza cara ed acerba? Il suo

nome era bellezza, ed altra non ne avrei trovata di somigliante più

mai. Ben mi cuoceva il partire; ma la ragione, se non aveva potuto

consolarmi, m’aveva dato almeno la fortezza pari al proposito; e forte,

se non per avventura tranquillo, uscii in coperta al primo romper

dell’alba.

In breve furono salpate le àncore e sospese da prua. Ma quando al mio

cenno fu spiccato dalla riva il provese, sentii schiantarmisi il cuore.

Animo, via! La ciurma, sbucata di sotto la tolda, era già spartita

per branche, al suo posto, co’ remi armati e sospesi. Palamento in

guala! gridai, e tutti si disposero i remi in ordinanza, pronti a

pigliar voga insieme. I primi chiarori del giorno scoprivano a miei

occhi i tetti e le torri di Bristol; diedi uno sguardo all’abbazia

di Sant’Agostino, che campeggiava in disparte, e balenai, come uomo

percosso all’impensata nel petto. Cala remi e avanti! proseguii veloce;

e tosto la galera si scosse, scivolò sulle acque, volgendosi al mare.

Dopo un’ora di voga arrancata, più non si vedea la città.

Avanti, fanciullo, avanti! La tua dimora è là, dove sarà il tuo

sepolcro, nei flutti verdastri dell’Oceano. Tutti servono al fato, che

i volonterosi conduce, i ripugnanti trascina.

Con tali parole confortavo lo spirito. Anche il vento, che spirava

a seconda, parea recarmi gli auspicî, ed io li avrei colti, mettendo

subitamente alla via, se non mi fosse bisognato aspettare fino a notte

la fuggitiva coppia fraterna. Indettato da me, Lanzerotto erasi partito

col palischermo, ancora tra lume e buio, per non dare negli occhi

alla gente, e s’era appiattato in una cala non molto lunge da Bristol,

dietro la riva degli Ontàni, in attesa di due passeggieri.

Essi furono puntuali. A notte alta, un picciol lume, che parea scorrer

sull’acqua, mi additò il palischermo, che veniva a golfo lanciato verso

di noi.

Poco stante, giungeva all’abbordo, ed io potei offrire la mano alla

dama, per aiutarla a salire la scala.

— Grazie, messere! — mi disse il gentiluomo, poichè fu a sua volta in

coperta. — Il vostro nome, che ieri non ho ardito di chiedervi?

— Gentile Vivaldi.

— E il mio è Roberto Macham, vostro debitore per tutta la vita.

— Aspettate — dissi a lui di rimando — che gli uffici dell’ospitalità

siano compiuti, e che la _Ventura_ vi abbia condotto alle rive di

Francia. E voi, madonna, degnatevi di entrare in casa vostra. —

Per la seconda volta presi la mano di lei. Quella mano tremava. Il

volto non vidi, chè era coperto da un fitto zendado. Ma, come fu

giunta nella camera sotto il castello di poppa, che io di buon grado

m’ero disposto a cedere ai due ospiti, ella si fece a ringraziarmi in

francese, nella lingua prediletta alla nobiltà d’Inghilterra, tutta

normanna di consuetudini, come era d’origine.

Furono poche parole, dette con voce tremante, ma dolce, soave,

carezzevole, che mi scese nel cuore.

Indi, con atto cortese, recatasi la mano al lembo dello zendado, lo

trasse indietro, discoprendosi il viso.

Dio santo! la mia sconosciuta!

Le confessioni di fra Gualberto · 第 9 / 24 题