Nessuna cosa ad uno scrittore, dopo il titolo del suo libro, è più
bisognevole d’una buona pròtasi, o cominciamento che dir si voglia.
Anche un adagio, prezioso stillato di scienza popolare, ammonisce
che «chi ben comincia è alla metà dell’opra»; il che per fermo non
s’intenderà esser vero, se non ammettendo che si possa tirare innanzi
a furia di sciocchezze, pur di aver fatto bella comparsa in principio.
Facciamoci vivi alle mosse; per tutto il rimanente della via è lecito
impoltronire, appisolarsi a cassetta (vedete Orazio che ne concede
larga perdonanza ad Omero); l’essenziale sta nello svegliarsi, da bravi
cocchieri, in prossimità della posta, e, con alto schioccar di frusta e
galoppar di cornipedi, mettere il borgo a romore.
Mano dunque alla pròtasi! Ma qui pur troppo le invenzioni scarseggiano;
testimone la repubblica letteraria tutta quanta, che, da forse tremila
anni, non ha saputo far altro che andare sulle pedate d’un cieco.
Egli è vero bensì che costui ci vede assai meglio di tutti i suoi
successori; tantochè nessuno è giunto così lontano com’egli, orbo
cantastorie di Grecia. Per ristringerci ai sommi, vediamo Virgilio
aver copiato da lui, l’Ariosto da Virgilio, il Tasso da ambidue.
«Canto l’armi pietose e il capitano», scrive Torquato. «Le donne, i
cavalier, l’arme, gli amori — Le cortesie, le audaci imprese io canto»,
ha scritto messer Lodovico. E Virgilio, quindici secoli avanti, aveva
lasciato il suo _Arma virumque cano_ che fa riscontro all’_Iram cane,
Dea_, dell’_Iliade_, e al _Dic mihi, Musa, virum_, dell’_Odissea_.
Insomma, già prima che mi sgoccioli dalla penna, lo avrete pensato voi,
lettori umanissimi: o canti tu, o canto io, gli è come a dir zuppa o
pan molle.
A me, per aver aria di novità, converrebbe far capo alla _Divina
Commedia_ o salire più in su fino al _Ramàiana_. Ma potrei io
raccontarvi con Dante che ero «nel mezzo del cammin di nostra vita»
e che avevo smarrito la strada? E ardirei giurarvi con Valmichi che
sulle sponde di un’altra Saraiù è una vasta e ridente contrada, ricca
di biade e d’armenti con un’altra città d’Aiodìa, bella ed avventurosa,
celebrata per tutto il mondo e fondata da Manù, padre del genere umano,
se la cronaca del Gange non mente? D’anni, a voler mettere in conto
il cominciato, ne avevo i miei trenta, e, lungi dallo aver perduto
la tramontana, ci diguazzavo per entro, a mia posta, in una di quelle
valli (meglio sarebbe dir forre) dell’Apennino, che quel dabben uomo
di Eolo ha lasciate in governo al primo ed al più turbolento de’ suoi
figli, Aquilone. Ero, per farvela breve, in val di Trebbia, e, poichè
si ragiona di venti, aggiungerò che me ne stavo al riparo in una
cittadella murata, trenta miglia a libeccio da Piacenza e ventotto a
scirocco da Voghera.
Ognuno, che abbia vissuto qualche giorno in quei luoghi, ricorderà
che dorsi di montagne, culmini e scoscendimenti, c’è n’ha in buon
dato, ma che la pianura si conta a palmi, pur troppo; che gli armenti
vi abbondano, ma solo di bestie lanose, e le messi non bastano pel
logorare d’una popolazione di quarantamil’anime, che tante ne dà la
provincia, spartite in ventisette comuni e sessantaquattro parrocchie;
che le più svariate famiglie d’erbe medicinali vi fioriscono in copia,
le industrie non già; nè magona, nè gualchiera, nè cartiera vi fa udire
il grato martellar de’ suoi mazzi scorrenti; che due fonti d’acque
minerali, l’una salsa, l’altra sulfurea, aspettando un imprenditore
di bagni, hanno tempo a seccarsi; che, per contro, i torrenti
s’industriano a rifare, con largo tributo di saporitissime trote, i
danni di lor piene invernali; che i tartufi amano qua e là disvelarsi
ai mortali collo svaporare delle fragranze natìe; che, finalmente, la
città capoluogo, se non è bella, nè avventurosa, nè celebre, non si
lagna altrimenti del fato, nè del governo centrale, e vive abbastanza
contenta de’ suoi quattromila abitanti, del suo sottoprefetto, del
suo vescovo suffraganeo, de’ suoi dodici canonici e de’ suoi otto
carabinieri.
Anch’essa, del resto, se guarda al passato, ci ha da insuperbire la
sua parte. A chi, dei caduti in basso stato, non è mai occorso di
rinvergare le pergamene, di frugare per entro alle memorie domestiche,
di almanaccare sulle tradizioni orali della famiglia, per rintracciarvi
la nobiltà di sua stirpe? Il passato, assai più del presente, e quasi
come il futuro, è il grattacapo dei miseri umani. E Bobbio (ecco, m’è
uscito dalla penna il suo nome) si consola spesso della sua umile
condizione, ripensando ai re longobardi, al diploma d’Agilulfo e a
san Colombano, il quale la reputò degna di accogliere in prima il suo
glorioso monastero e quindi le sue ossa, perseguitate dagli sdegni di
Brunechilde. Mettetevi a dirla colle donne! Ma allora i santi erano
così fatti e pigliavano male gatte a pelare; donde i travagli in vita e
dopo morti la gloria.
Io bene intendo che di questi archeologici fumi si ha poco costrutto
oggidì. Per la gente che tira al sodo, vogliono essere istituti di
educazione, di carità e di credito; pe’ buontemponi, alberghi, botteghe
da caffè, teatri e casini; pe’ trafficanti, manifatture e mercati.
Rispetto a ciò, Bobbio è ancora bambina; ma neanco Roma è stata fatta
in un giorno, e quando per val di Trebbia scorra la vaporiera invocata,
anche alla prediletta di San Colombano deriverà qualche pagliuola del
nuovo Pàttolo, che dee rifar d’oro l’Italia. Così la pensa il notaio
Malinverni-Tidone, ottimo cittadino, a cui mi gode l’animo di poter
dare pubblica testimonianza di lode, per l’amore grandissimo ch’ei
porta alla sua terra natale, e di gratitudine insieme, per la nobile
ospitalità e per gli utili cenni di cui mi fu largo. Egli non si
ricorderà forse più del suo giovine e curioso ospite del giugno 1867;
a me intanto premeva di mostrargli come io non avessi dimenticato lui
nè fra Gualberto, che mi ha insegnato a conoscere, e del quale il mio
libro gli recherà più estesa notizia, che egli medesimo non avesse
finora.
Che diancine era io andato a fare laggiù? Certamente il lettore
s’aspetta che glielo dica; ma, quantunque io senta la necessità
d’entrargli in grazia, non mi farò a contentarlo. Sappia egli che
feci un viaggio e due servizi, e che il secondo servizio fu quello di
visitare il famoso convento.
Vero luogo di meditazione gli è questo! A Bobbio il sole tramonta
un’ora prima che sui borghi vicini, e cotesto a cagione dei monti
che gli si stringono a’ fianchi. Così ravvolto nella tetraggine
delle sovrastanti alture, il monastero è malinconico tuttavia a
vedersi, sebbene l’architettura sua faccia fede di una ristaurazione
leggiadramente condotta nello stile del risorgimento; ora argomentate
quanto più melanconico e’ non avesse ad apparire in sui primordi del
medio-evo, allorquando l’austero monaco irlandese venne ad alzarne le
mura e a mettervi stanza. Ciò fu intorno al 596, dopo che egli, sceso
in Italia a combattervi l’arianesimo longobardo, otteneva il favore
della bella e pietosa vedova di Autari, la quale aveva dato poco dianzi
la mano e lo scettro al duca di Torino, Agilulfo. Frutto di tal favore,
un diploma del re concedeva a Colombano, monaco di Benchor, il luogo
di Bobbio, con quattro miglia di terre all’intorno, per fondarvi un
monastero del suo ordine, siccome aveva già fatto egli in tre luoghi
di Francia, e Gallo, il suo ardente compagno, era per fare in un angolo
della Svizzera.
Nè a tali prove si rattenne l’affetto di Teodolinda pel monaco
illustre. Imperocchè, essendo egli nel 613 ritornato dalle sue
fortunose peregrinazioni di Francia e di Svizzera, a vivere nella pace
del chiostro i due anni che furono gli ultimi di sua vita, la regina
andò a visitarlo, con orrevole compagnia, nella sua tranquilla dimora.
È fama viva tra i terrazzani che in questa occasione la regal donna
salisse fino all’estrema vetta del Pènice, donde si scopre la più vasta
distesa di monti e pianure che sguardo umano possa abbracciare. Lassù,
quando l’aere sia puro e limpido l’orizzonte, vi si para dinanzi la
mirabil veduta di tutta la catena delle nevose Alpi, girata ad arco
dal mar Tirreno fino alle giogaie del lontano Tirolo. Più in basso,
a manca, tondeggiano i colli del Monferrato, da Valenza a Superga;
più sotto ancora si stendono i campi di Novi, di Marengo e della
Trebbia, e, seguitando a destra, la vasta pianura lombarda, stagliata
qua e là dai tributari del Po, del gran padre Bodinco, che scorre,
immensa striscia d’argento, a’ suoi piedi, e tratto tratto si nasconde
allo sguardo e vedesi ricomparire in uno sfumato orizzonte, che si
confonde col cielo, là verso l’Adriatico. La gran tela è stupendamente
istoriata; Voghera, Alessandria, Novi, Piacenza, biancheggiano di qua
dalla lunga e tortuosa zona fluviale, a cui concorrono, più umili
tributari discesi dalle balze apennine, il Tidone, la Staffora, la
Scrivia, la Nure, il Taro e la Trebbia; di là, Milano, Pavia, Cremona,
e Bergamo, con ampio corteggio di città minori e borgate, poco in vista
più grandi d’un chicco di frumento, ma nitide e di contorni ricise.
Volgetevi indietro; il Lesima, il Penna, l’Alfeo, con gli altri gioghi
dell’Apennino, vi contendono il mare lontano; ma, per mezzo alla fosca
merlatura delle loro ripide coste, si dipingono in tinte più chiare
i balzi di Rapallo, di Chiavari e di Spezia, mentre in fondo alle lor
gole si discernono, pe’ soavi lumi interfusi, le fertili valli di Nure,
di Enza e di Taro.
La bella longobarda, che la fantasia del poeta ama raffigurarsi alta
della persona e flessibile, come donna che è nata al comando, ma può
inchinarsi a sollevar gl’infelici, mirabile nel volto per nobiltà
di severi contorni, rammorbiditi da un riso di dolcezza ineffabile e
dall’aureola dei biondi capegli cresciuti alle nebbie del settentrione,
ma indorati ai raggi del sole d’Italia, potè da quel sommo vertice
contemplare il vasto suo regno, mentre in lei l’ossequio immaginoso
dei riguardanti forse credè di vedere l’angelo della pace, librato in
alto tra vincitori e vinti. E veramente fu cosa di cielo quella soave
anima di donna, che, rattemprando la ingenita ferocia de’ suoi, valse
a fondare, più assai che non avessero fatto le armi, un regno migliore
a gran pezza delle sue origini, dalla cui caduta ebbero principio le
millenarie sciagure della penisola.
Che non possono le donne! Il detto è antico, e più vero eziandio
che non pensassero gli antichi, nello incenso de’ quali, così per
le donne come per ogni altra maniera di numi, si frammetteva spesso
un granellino d’ironia. La donna, anco se muta parvenza adorata,
nè d’altro curante che di piacere, è inspiratrice di grandi opere
all’uomo. Il bello esalta, il buono consola, il vero ricrea; ma la
donna, se il voglia, ci è tutte queste cose ad un tempo. Per lei
l’uomo, nella medesima guisa che l’insetto veste la sua livrea d’amore,
screziata di più vivi colori, per lei riluce d’inusato splendore,
nella lieta stagione delle speranze e dei rapimenti. Tal fiata nel
suo incendio si consuma e si spegne; ma che importa? La luce fu bella;
l’uomo sfavillò, lieto o triste, soave o terribile, nobilissimo sempre.
Ma come è possente al bene, se buona, così possente al male è la donna,
se d’animo reo. Può farvene fede quel venerando, che dorme da mille
e duecento anni il gran sonno nel sotterraneo del suo monastero di
Bobbio. La sua vita è colma di amarezze e di conforti, di tenebre e di
luce, trabalzata come fu da donna a donna, da regina a regina (che è
come dir donna due volte); da Brunechilde, che lui, importuno censore
di rotti costumi, incalza come fiera d’asilo in asilo, a Teodolinda che
lo accoglie ossequente; da Brunechilde dissoluta, tiranna, micidiale
nel suo sangue, che manda sossopra un fiorente reame, a Teodolinda
che commove i longobardi feroci col raggio della sua casta bellezza e
della religione fa stromento efficacissimo di civiltà, anco preparando
inconscia le vie alla prepotenza dei pontefici. L’anima sua è ignara
del male; la santa figura di Gregorio Magno non le lascia scorgere in
lontananza Stefano II, invocatore malaugurato della gente d’Heristal,
sanguinosi fantasmi che funestarono la lunga notte d’Italia.
Vedete mo’ dove siamo venuti bel bello a far capo! Ma così avviene
in casa nostra, dove ogni zolla ha le sue lettere di nobiltà da
mostrarci. In processo di tempo la storia e la leggenda non daranno
più di cosiffatte molestie ai galantuomini. L’orario delle ferrovie non
concede che pochi minuti di sosta; si viaggia colle cortine gelosamente
tirate in giù, col bavaro del pastrano tirato anche più gelosamente
in su e accorciati sul sedile come in una cuccia di bordo. E quando la
vaporiera, di cui v’ho già detto, passi anche da Bobbio, il viaggiatore
non penserà più che tanto a coteste anticaglie. Per ora, pazienza;
sorbitevi questo po’ di cronaca che incomincia dagli scorridori di
Annibale e viene giù giù fino agli ultimi benedettini, mandati a rotoli
dagli straripamenti della grande rivoluzione francese.
Non vo’ per altro tenervi sulla corda. Tocco a mala pena di Annibale
che, vincitore sulla riva sinistra della Trebbia, varcò da queste parti
l’Apennino, per andare a perdere un occhio in Val d’Arno e a vincere
una battaglia sul Trasimeno. Metto da banda gli scarsi cenni che si
hanno di Bobbio antica e l’etimologia acquatica del suo nome, il quale
si legge _Bobium_ ed anche _Ebovium_ nelle carte longobardiche. Noto
che i primi abati di San Colombano ebbero podestà signorile, ad essi
poscia contesa dai vescovi, venuti dopo il mille; che la città si
scrisse alla Lega lombarda, e che, mal difesa da tanti pastorali, fu
agevolmente signoreggiata dai Malaspina di Lunigiana, fino a che, nel
1346, non cadde con Tortona ed Alessandria sotto il dominio di Luchino
Visconti, buon’anima sua. Filippo Maria, ultimo di quella gente, la
diede in signoria, nel 1440, al suo generale Pietro dal Verme. Lodovico
XII, fatto padrone del Milanese, la regalò invece al suo scudiero
Galeazzo Sanseverino, e i Dal Verme non la ricomprarono che alla pace
del 1505. Seguì poscia le sorti del Milanese fino al 1743, quando venne
in potere del Re di Sardegna.
Libera nel 1793 di rifarsi ligure di nome, ma francese di fatti, fu
involta nelle peripezie della guerra, repubblicana dapprima, quindi
imperiale, che finì nel 1814, e lei ritornò alla sudditanza di casa
Savoia. Scelta nel 1799 da Moreau come scala alla sua congiunzione
colle forze di Macdonald, fu tenuta da Lapoye con grossa schiera di
liguri. Ma innanzi che Moreau, disceso dai passi della Bocchetta,
romoreggiasse utilmente alle spalle di Suwaroff, l’ardente Macdonald
s’impegnava al guado della Trebbia, e cosiffattamente lontano dai
monti, che la gente di Bobbio non potè calare al soccorso. Il resto è
noto; io torno alla pacifica storia dell’abbazia, per dirvi che, verso
la metà del secolo XV, essendosi il numero dei monaci grandemente
scemato, l’abate Giovanni dei Malaspina del Mulazzo, d’accordo col
vescovo e col signore di Bobbio, Luigi dal Verme, invitò i benedettini
di Padova, i quali nel 1449 presero possesso della chiesa e del
monastero. Per tal guisa la regola di San Colombano, che comandava
castità, cieca obbedienza, povertà, digiuno, silenzio, preghiera e
fatica, nè risparmiava la disciplina ai falli più lievi, cedette il
luogo a quella di san Benedetto, alquanto più dolce e pe’ suoi tempi
più utile al prossimo, come quella che surrogava la vita operosa alla
contemplativa, le fatiche della mente e la diffusione degli studi alla
rugginosa inerzia delle solitarie meditazioni. E qui, come moralmente
fu rinnovata, così fu restaurata materialmente l’abbazia, in quella
architettura che di presente si nota.
Ho fede che i lettori non mi torranno in iscambio, per questo perdermi
ch’io fo attorno ad un convento di frati. Vivo il presente e anelo il
futuro, ma rispetto eziandio il passato, e in questa pacificazione
storica, che è un’altra maniera di giubileo, si racqueta il mio
spirito, volendo giustizia, anzi misericordia per tutti.
Poveri frati di Bobbio! Io m’intenerivo per essi, io, figlio, nipote, o
qual più vi talenti chiamarmi, della rivoluzione che li spazzò via. Ma
diciamo tutto sinceramente; più che della sorte dei monaci, mi dolevo
dello sperdimento di una biblioteca, che il notaio Malinverni-Tidone
mi diceva ricca di volumi a parecchie migliaia e sopratutto copiosa di
manoscritti antichi e rarissimi. Erano i frutti di lunghe indagini e
di assidue fatiche; erano l’armi pazientemente raccolte da que’ fabbri
della critica, e con inconscia diligenza ordinate alle più felici
battaglie del pensiero odierno. E tanta ricchezza d’arsenale andò in
breve ora dispersa; tanta copia di utili stromenti andarono divisi
a confondersi tra mille e mille altri trofei fuggevolmente ammirati
nei templi maggiori della scienza. La miglior parte furono condotti
alla biblioteca Ambrosiana di Milano; molti alla Vaticana di Roma; il
rimanente all’archivio e all’università di Torino.
— Con tutto ciò, — narrava il mio ospite, che lo aveva da suo nonno,
dottissimo uomo e fratello ad uno degli ultimi monaci di San Colombano
— nel 1795 rimanevano ancora alla celebre biblioteca forse ottocento
volumi, settantacinque casse di atti e diplomi e un centinaio di
manoscritti preziosi. Ma anche questi, dopo essere stati qualche anno
dimenticati, pigliarono la via di Torino. E laggiù, a che servono?
a chi giovano? I libri, la più parte faranno a doppio con altri; i
manoscritti e i diplomi, quasi tutti attenenti alla cronaca paesana,
giaceranno negletti in qualche cassa insidiata dai topi, e con poca
utilità esaminati, come quelli che più non fanno un corpo solo, con
rispondenza di parti e facilità di raffronti. —
Io, sebbene non ne avessi gran fede, m’ingegnavo a dimostrargli il
maggior profitto che si può cavare nelle grandi città da una ricca
suppellettile archeologica.
— Ah, non lo credete! — mi diceva egli di rimando. — Egli è soltanto
ne’ centri minori che si può metter l’animo in certe minutezze, le
quali sono, ora inizio, ora complemento, ad una più vasta intrapresa.
Chi ha a fare una storia in cui tante cose di minor conto debbano
entrare, ci metta la fatica del viaggio; la certezza di trovare in
un angolo di terra tutto ciò che si ragguarda alle memorie d’una
provincia, val meglio della facilità di aver notizie pronte, ma
insufficienti. Io, per me, credo che la piccola città sia il luogo in
cui debbono rimanere tutte le memorie sue, se pure si vuole che tornino
ad utile di qualcheduno. L’accentramento scientifico non è dovizia, ma
ingombro di materiali.
— Eh, capisco; — soggiunsi io, in atto di chi volentieri si persuade. —
Ma nella biblioteca dei frati c’era egli poi roba preziosa davvero?
— Figuratevi! Il catalogo manca, ma in casa nostra si conserva
religiosamente un elenco delle cose migliori, e potrete vederlo, se
vi aggrada. Gl’incunaboli, così rari adesso, c’erano in buon dato,
e tra essi il _Monte Santo di Dio_, stampato nel 1477 a Firenze, che
fu la prima opera con incisioni in rame, e il famoso _Salterio_ del
1457, che fu il primo libro stampato con certa data; almeno (aggiunse
coscienziosamente l’eruditissimo uomo) dopo le _Bolle di Niccolò
V_, che sono del 1454. Tralascio gli Aldi, i Giunti, i Gioliti e i
Griffi, dei quali si ebbero qui le più pregiate e rare edizioni. E i
manoscritti...... ricchezza sterminata! Fu sui manoscritti di Bobbio
che Pio VI potè fare la magnifica stampa delle opere di S. Massimo. E
dov’era, se non qui, l’originale in pergamena del _Carmen paschale_
di Celio Sedulio, elegante poeta cristiano del secolo V? Ora lo si
custodisce gelosamente a Torino, come tant’altri tesori nostri a Roma
e a Milano. Ma non tutti, e, se piace a Dio, si troverà in questa casa
ancora tanto di essi, da poter dare onorato principio ad una civica
biblioteca. Venite con me, voi che amate un pochino i cartabelli; ce
n’ho di tali che un principe russo pagherebbe in oro i dieci cotanti
del peso, e che voi persuaderanno di rimanere qualche giorno ancora dei
nostri; la qual cosa, poichè sono alle moltiplicazioni, mi sarà dieci
cotanti più cara. —
Volevo rispondere che non occorrevano manoscritti preziosi per
trattenermi a Bobbio; ma non ebbi tempo, nè modo, imperocchè, afferrata
la maglia d’una lucerna d’argento a quattro beccucci, che era anch’essa
un bel saggio dell’arte di due secoli indietro, il notaio Malinverni si
alzò da sedere e mi condusse nella sua biblioteca.
Dirvi che rimasi sbalordito, non posso. I libri non fanno già l’effetto
delle agate, delle calcedonie, o d’altra maniera di pietre preziose.
Andate a Roma, e della Vaticana, famosa tra tutte le altre biblioteche
del mondo, non si additerà alla vostra ammirazione che una fuga di
stanze. In tal modo si misura l’importanza dei libri. Ma chi voglia
andare un po’ oltre l’apparenza, si faccia a considerare la ricchezza
di quei centomila volumi stampati; squaderni il catalogo di quei
ventiquattromila manoscritti; veda, tra gli altri, quell’esemplare
di Virgilio che ci conservò raffigurata ne’ suoi disegni tanta parte
degli usi e delle foggie romane; e per tal guisa, condotto mille e
ottocento anni a ritroso sul classico mare dell’età, tratto a vivere
d’un’altra vita, coetaneo d’una gente morta, testimone d’una civiltà su
cui si addensarono parecchi strati di barbarie e più altri di vergogna,
sentirà allora il pregio, vedrà allora la splendidezza di que’ gialli
e polverosi tesori. Così avvenne a me, quando il notaio, accennati
i libri alla grossa, si fece ad aprirmi un armadio, nel quale,
umili in vista e non numerose, giacevano le sue pergamene e filze di
carte, diligentemente legate e contrassegnate, siccome da notai e da
archivisti si suole.
— Tutta roba salvata dallo sperpero del monastero! — sclamai.
— E dalle unghie dei pizzicagnoli — aggiunse il mio ospite. — Non so
come ciò fosse, ma il meglio di queste carte era andato disperso per
le mani di tutti, quando i miei vecchi s’ingegnarono a raccattarle, e
qualcosa ho potuto scoprire io medesimo. Argomentate voi quant’altre
non ne saranno andate a male in mezzo secolo di scompiglio! Eccovi;
queste sono lettere di chiarissimi uomini vissuti qui nel corso di
trecent’anni; da Agostino Trivulzio, vescovo e poi cardinale, infino
al dottissimo Lorenzo Ballarini, nostro conterraneo, che fu medico
a Vittorio Emanuele I, e che io, giovinetto, conobbi preside alla
facoltà chirurgica nell’Ateneo torinese. Vedete questo libro in
cartapecora; esso contiene l’elenco degli abati della vecchia regola
di San Colombano, da Attalo e Bertulfo, suoi successori, infino a
Giovanni Malaspina che cedette il luogo ai benedettini. Quest’altro
è il Cartolario del Monastero, che contiene gli istrumenti pubblici,
condizioni, fedeltà, locazioni e tutte le altre congrue dell’abbazia.
Queste sono copie di antichi diplomi, tra i quali il famoso di Lotario
I, riferito dall’Ughelli e chiarito apocrifo dal Muratori. Nè mancano
le cose letterarie. Vedete questo volumetto di ottanta pagine in
pergamena della più fine, con lettere miniate ad ogni incominciar di
capitolo; è una raccolta delle rime di messer Francesco degli Accolti,
aretino. Tra queste potete leggere la nota canzone sulla _lorda vita
dei chierici_, che i bibliografi attribuiscono al fratello di lui
Benedetto. Converrebbe qui raffrontar gli esemplari. Questo manoscritto
è sincrono, e mi pare debba fare autorità. E adesso — chiuse
solennemente il notaio Malinverni — assaggiatemi questo. Se fosse
completo, non ci sarebbe niente di comparabile ad esso in veruna delle
più ricche biblioteche d’Europa.
— Capperi! Vediamo questa maraviglia! — dissi io, sorridendo.
Se mai v’ebbe rimorso che rapidamente seguisse il peccato, ei non fu
al certo più veloce del mio, poichè ebbi dato un’occhiata alle prime
pagine del volume postomi tra le mani dall’ottimo signor Malinverni.
Sperimentai allora in me stesso come sia sciocco il sorridere, quando
non è essenzialmente tristo, o essenzialmente sublime. Se a voi non
sembra che corra, lasciamola lì; io mi ristringerò a raccontarvi, senza
morale, come senza favola, che la mia mezza ironia mi tornò subito in
gola.
Il codice non era di gran mole, nè di molta appariscenza. Constava esso
di cinquantasei fogli di carta pecora, o, per dire più chiaramente,
di centododici facce di scritto. La coperta di pelle nera, bucherata
dai tarli, gualcita, sbrandellata, mostrava qua e là i rimasugli di
un fregio impresso sui margini; i fermagli di ottone annerito non
chiudevano più, lenti e sconnessi com’erano; il dorso lacero facea
scorgere i sudati artifizi dell’antico legatore, i capitelli disfatti
e il bruco penzoloni fuor di riga; i fogli, poi, apparivano giallicci,
grinzuti, co’ vivagni corrosi. Certo; il codice era più vecchio che non
dinotasse la sua scrittura, condotta in quei caratteri impropriamente
nominati gotici, che ebbero favore in Europa dal dodicesimo sino allo
scorcio del quindicesimo secolo. E difatti, guardando più attentamente,
si discernevano tra i versi dello scritto alcuni segni sbiaditi di più
vecchio inchiostro e traccie qua e là di lettere onciali. Non c’era da
dubitarne; io aveva sott’occhio uno di que’ palinsesti bobbiesi che
fruttarono rinomanza ai Niebuhr, ai Peyron, ai Vesme e più di tutti
ad Angelo Mai, che in due di essi ebbe a rinvergare i sei libri _De
republica_ di Cicerone.
Qual era l’autore perduto che si nascondeva nel mio palinsesto? Non
cercai di saperlo allora, nè poi; tanto mi parve degno di studio
il sovrapposto, che entrava in materia con queste parole: «_Incipit
liber confessionum Gualberti monachi;_» parole così semplici e così
promettenti ad un tempo.
Le confessioni di Gualberto monaco! Che cosa avrà avuto a dire questo
povero frate alla posterità? Per fermo egli ha molto operato e veduto,
molto pensato e sentito, fors’anco errato, certamente sofferto, e qui,
presso al fine della sua fortunosa carriera, colla schietta umiltà, ma
non colla gloriosa pace di Agostino, racconta sè stesso, o in penitenza
di falli, o per esempio di fede religiosa ai venturi. Questo pensiero
mi trasse a leggere; le prime pagine mi fecero suo.
Il mio ospite, chiamato dagli uffici del sue utile ministero, mi aveva
lasciato solo nella camera, ed io vi rimasi forse quattr’ore, assorto
in quella lettura, malagevole in sulle prime per la difficoltà di far
l’occhio ai caratteri, di deciferare le frequenti abbreviature, e di
cogliere il senso di molte frasi, non sempre di buona latinità, siccome
è facile argomentare d’un manoscritto del secolo XIV; chè di quel tempo
lo chiarivano per l’appunto i primi richiami storici dello scrittore.
Ma quel tanto che io ne avevo spiccicato, bastò perchè, quella sera,
deposto il volume, non pensassi più ad altro.
La notte, non furono che sogni della fantasia riscaldata. Vidi il mio
frate chiuso nella sua cella ed intento a scrivere le sue confessioni.
Le tempeste della vita gli aveano imbiancati anzitempo i capegli e
impresso il volto di segni fatali. Fredda era la cella; l’inverno
soffiava alle impannate; le dita del monaco s’irrigidivano intorno alla
penna; e tuttavia seguitava a scrivere, desideroso di versare in quelle
carte la piena delle sue ricordanze, prima che quel gelo gli penetrasse
nel cuore. E lo vidi, indi a poco, disteso sul suo letticciuolo; le
mani avea giunte sul petto; gli occhi, mezzo velati dall’ali della
morte, cercavano una immagine di donna, vapore diafano che tremolava,
vestito di forme a lui note, dipinto d’una pallida luce, nell’alto
della sua squallida cella. Quali arcane parole corsero tra il morente
e la morta? Era quello l’addio d’un vano fantasma, o l’invito d’uno
spirito eterno? Ella era là, librata in aria, e si facea man mano più
sopra a lui; si chinava l’omero mollemente; si stendeva il braccio e le
dita candide si appressavano, come per chiudere quegli occhi stanchi,
o cogliere l’ultimo sospiro, forse il primo bacio di quelle labbra
tremanti. E in quel mezzo, inginocchiati ai piedi del letticciuolo, i
bruni compagni venian recitando la preghiera degli agonizzanti.
Il giorno appresso ero da capo col manoscritto. Entrato in maggiore
dimestichezza coi vecchi caratteri, corsi più spedito nella lettura, e
non lasciai il volume che all’ultimo verso. Era una storia singolare,
quella del povero frate, e nel tempo istesso che la ci aveva per me
tutti gli allettamenti d’un romanzo, veniva a chiarire un punto di
storia di cui s’hanno scarsi lumi e testimonianze contradittorie.
Giunsi, dico, all’ultimo verso, non già alla fine, imperocchè le
confessioni di fra Gualberto, non solo non apparivano intiere, ma
s’interrompevano proprio là dove era più vivo il racconto.
— Peccato! — dissi al mio ospite, che in quel momento era venuto a
chiamarmi pel desinare. — Si resta in asso!
— Sì, ve l’ho detto ieri, se fosse completo, varrebbe un tesoro.
— Ma, non avete cercato?.....
— E in che modo? i miei l’hanno avuto per caso, siccome vi è noto. Qui,
poi, tutte le mie indagini tornarono vane.
— Ma forse fuori di qui..... nelle biblioteche tra cui si divisero le
spoglie di San Colombano.....
— Ah sì, forse, ma ne dubito assai. Come vorreste che un’opera
somigliante andasse dimezzata in tal guisa a Roma, a Milano, o a
Torino? Vedete inoltre; qui il volume finisce e non c’è segno di fogli
strappati.
— Appunto per ciò io credo ce n’abbia ad essere un secondo. Questo è un
palinsesto, ed il frate, che ha così conciato un primo codice, ne avrà
rastiato un altro del pari. Egli scriveva per penitenza; avrà dunque
finito.
— Invero, — mormorò il notaio Malinverni, — ora che ci penso...... C’è
sicuramente un secondo volume; ma dove scovarlo?
— Qui no, poichè avete cercato invano; — risposi; — ma ci abbiamo tre
luoghi ancora. Lasciate fare a me. Così avessi fortuna col genio che
custodisce i tesori nascosti, come l’ho con quell’altro che protegge
i ferravecchi. Non vedete? Egli mi ha condotto a Bobbio per trovare
il primo volume delle memorie di fra Gualberto; egli mi assisterà per
trovare il secondo. E frattanto, mi permettete di copiar questo?
— L’ospite è padrone — disse il notaio.
— E la lingua nostra — soggiunsi, inchinandomi per ringraziarlo — ha
confuso in un solo vocabolo colui che dà l’ospitalità e colui che la
riceve.
— Filosofia del linguaggio! — esclamò l’ospite, mettendo amorevolmente
il suo braccio sotto a quello dell’ospite, per condurlo nella sala da
pranzo.
Così venni, o lettori, in possesso del mio bel trovato. Ma
l’interruzione del manoscritto fu cagione di lunga scontentezza per me,
che il mutar di luogo e l’avvicendarsi di molti casi tra malinconici e
lieti, non valsero a cacciarmi dall’animo. Troppo spesso mi si facea
vivo il ricordo, e sempre cuoceva, come se fosse stato un rimorso.
Eppure, non era colpa mia se le indagini non andavano di pari passo
col desiderio. Nè a Torino, nè a Milano, avevo potuto correre in
quell’anno; a Roma fui per entrare un giorno, ma il genio protettore
dei ferravecchi, col quale avevo fatto di soverchio a fidanza, non si
degnò di aprire, e noi non si aveva una di quelle chiavi famose, che,
tre anni di poi, dovevano vincere la toppa rugginosa di porta Pia.
Intanto tra me e fra Gualberto durava il vincolo antico, nè io potevo
camparmene. Come il vecchio malnato delle _Mille e una notti_, che
s’era accavallato al collo di Sindbad il marinaio e non c’era verso
che questi potesse sgabellarsene, il monaco s’era impadronito di me,
mi dava ad ogni tanto di sproni, nè io ottenni di levarmelo di dosso,
se non quattro anni più tardi, allorquando finalmente mi venne fatto
di metter piede nella biblioteca Vaticana, ove giaceva ignorato il
secondo volume delle sue Confessioni. Ignorato, sicuramente! In mezzo
ai codici, quasi tutti palinsesti, che recavano la scritta: _Liber
sancti Columbani de Bobio_, stava il poverino dispaiato, e siccome
niente di esso, nè sulla coperta, nè dentro, richiamava il titolo
vergato nel primo volume, così questo secondo era notato a catalogo
col modesto contrassegno: _Anonymi Bobiensis quae extant_. Fu questa
gretola dell’anonimo che mi diede nell’occhio, mentre io già disperavo
di trovare il fatto mio; cercai il libro, e, vedete fortuna! gli era
proprio quello, la continuazione del manoscritto di Bobbio.
Con che animo mi facessi a leggerlo, argomentino i discreti lettori.
Così gradita tornasse loro la lettura di questa mia, che, se non è una
versione pedissequa, è pur tuttavia più fedele di tante e tant’altre.
Per quanto è degli eruditi, io son certo che eglino, se non leggeranno
con diletto la mia prosa, godranno largamente della scoverta di un
preziosissimo testo, il quale uscirà tra non molto alla luce, nè
più negheranno fede all’Alcaforado, al paggio del principe Enrico di
Portogallo, sulla cui testimonianza soltanto poggiava finora la storia
singolare, oggi comprovata dal manoscritto di Bobbio.
Or dunque, ci siamo; _incipit liber confessionum Gualberti monachi_.