Mai con più lena il campanaro di Rioronco s'attaccò alla corda delle
sue campane festaiole; mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i sessi
godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, nell'attesa dei
vesperi solenni al dì di San Michele; mai più di quel giorno il Santo
nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di stucco anch'esso)
sembrò sorridere dall'altar maggiore e dire a' suoi protetti:
All'inferno il demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne di
buona volontà!
Fino il curato era allegro; perchè lo scisma ridotto a quell'innocente
bipartirsi della processione, accresceva magnificenza alla festa;
significava come due prove di fervor religioso in una volta o due modi
di onorare pomposamente il Santo.
Ma pienamente felice era Carlone: libero di timori, libero di rimorsi;
orgoglioso del suo panciotto damascato e della giacca di velluto e più
orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita di nero col velo
bianco, quando la rettora non aveva che un abito di lana verde. Suo
giudicava il trionfo: tale che aveva permesso a quelle delle «figlie
di Maria» ch'erano rimaste al suo partito di andar con le altre,
bastandogli al fasto della sua parte le tre «compagnie»: quella di
San Vincenzo, con le mantelline rosse, quella di San Martino, con le
mantelline gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline celesti.
Poi, gli parve che i suoi sonatori e i suoi cantori avessero più fiato
degli altri quando la processione s'incamminò e lui e la priora si
mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» da portare alla
Madonna. Così cantando inni e sonando, fra i doppi delle campane e
lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione degli spettatori, la
processione partiva dalla chiesa.
In questo mentre i due soli carabinieri venuti dalla stazione della
Pieve erano corsi innanzi, all'angolo del bivio; e si eran messi là,
immobili, di malavoglia. Ciò che stava per succedere e di cui tardi
avevan avuta notizia e, più che interrogando, ascoltando le voci della
folla, li teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi d'un
disastro. Ma quando la processione giunse al bivio e sostò, non accadde
che un po' di subbuglio nel separarsi delle due parti e nel comporsi di
ciascuna processione in capo alla propria strada. Alla prima, ubbidendo
a Carlone, precedette uno dei lampadari per far le veci del crocifero
o del portastendardo: súbito dopo si mise la prima «compagnia di San
Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la numerosa «compagnia
di San Vincenzo», a cui seguirono, come preceduti da quella «guardia
del corpo», il priore e Carlone con la corona dei fiori finti, e dietro
la terza «compagnia» e il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
di questi s'abbandonavano a una commozione di riso; altri avevan le
lagrime agli occhi. Un po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
schiera: le figlie di Maria presero il posto delle «compagnie» dopo
ai cantori e ai suonatori, e nonostante che il cappellano dicesse: —
aspettate! aspettate! — le vergini ripresero l'inno con voci acute e
alte, quasi per sfida, appena udirono dall'altra parte l'intonare della
musica. E si avviarono anche i preti col Santo.
Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi ai carabinieri, passavano
lentamente le due file rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi del da fare, come
per un accordo che non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra e
l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, dissero a una voce:
— Di qua! —; ciascuno non trovando ragionevole l'errore del compagno.
L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra quei due bravi giovani
c'era mai stata parola a dire da quando si trovavano nella stessa
stazione e da quando infrangevano insieme il regolamento per far
all'amore a certa cascina dove avevano due belle ragazze, una per uno.
— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi dovuma stè a j ourdin! I
ourdin a soun d'andé à prés à la processioun, e la processioun bouna a
l'è coula!
Ribattè il toscano:
— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di attende all'ordine
pubblio; e chi lo minaccia 'un son mia i preti: sono i rivoluzionari!
Dunque s'ha ire 'on esti!
Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la testa brontolando:
— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
Se sempre l'unione fa la forza, tanto più l'unione è necessaria quando
la forza è rappresentata da due persone sole: chè due carabinieri
possono impaurire, ma un solo, tra la folla, muoverebbe a riso. E loro
non eran che due, e non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, à la processioun
_ufficiale_! — Evidentemente il piemontese sperò di piegare il compagno
con questa grave parola. Invece l'altro:
— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! Bada: do'è che stanno i più
scontenti? i più curiosi? là! Dunque si dee ire là!
Che! I _bugianen_ son _bugianen_! Il buon piemontese non cercava
ragioni da opporre; voleva essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente e s'aspettava da un
giorno all'altro la promozione ad appuntato; e, oltre a ciò, era più
vecchio d'anni e di servizio. Egli dunque severamente chiamò l'amico
per il cognome:
— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far il mi doere! 'Un vo'
mia gastighi per motio tuo! 'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno
appuntao!
— Cribio!... Rappaini, andouma!
— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E il toscano si mise a
sedere sul paracarri; si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia alle mani guardava
l'amico.
Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, con tali occhi da
spaventare. Ma Rappaini ch'era più furbo riprese:
— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun n'aete! Dimmi un po'....
S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe dee succedere? Io dio,
che succederà qui, quando torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, se
le daranno qui! e no quando i du' partiti sian fuor di tiro!
L'argomento era giusto solo in parte: perchè essi a quel punto
dell'incontro avrebbero potuto trovarcisi anche accompagnando una delle
processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà ch'un si diffida nè di
esti nè di elli!
E fu tale argomento che il piemontese, vinto e tutto contento d'essere
stato vinto, alla fine esclamò ridendo:
— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i stuparie la buca a' na
foumna! Ma par sta volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
lui sul paracarri di fronte; deponendo il moschetto da lato e su le
ginocchia la borsa della corrispondenza.
Amici dunque più di prima tornarono a discorrere di ciò che più
loro premeva, mentre guardavan le processioni che dilungavano, già
scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran venute alla festa di
Rioronco....
— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo dal parroco. — Prendeva
la «ferma», faceva la carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
vivere di rendita, disse:
— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; che n'ho auto abbastanza
della patria! Vo a lavorà il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi ragazza....
*
.... Eppure, strada facendo, nell'una processione e nell'altra s'estese
un nuovo malcontento; sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva avuto il torto di
non lasciare almeno una «compagnia» al curato e questi aveva avuto il
torto di non concedere almeno un prete in cambio di tante «figlie di
Maria». In entrambe le schiere serpeva quel malessere che dan le cose
imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni pacifiche talvolta
rinasce anche ne' più docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono di mortai che pareva
il finimondo, la processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
dove per la porta spalancata era esposta agli sguardi di fuori l'altare
tutto adorno e luminoso. Ivi, dopo il _Jube Domine_, San Michele
s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla genuflessa, tra cui
erano molti signori e signore; e cantori e preti ripresero il canto; e
il cappellano diede l'ordine del ritorno.
Per ritornare come nella venuta, si comprende che gli uomini, i quali
prima erano in coda, avrebbero dovuto far ala sì che passassero
lo «scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero e quindi
le «figlie di Maria». Ma non tutti così fecero. Quasi la funzione
fosse compiuta, alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, per
alloccaggine e storditezza; e quando giunsero le vergini, non si
ritrassero; ne interruppero, confusi e confondendo, la prima fila.
Era tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani che, già si
disse, amavano con incerta fortuna la stessa «figlia di Maria»;
mentre l'altro, il Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
della strada. E il restare del primo là in mezzo fu sospettosamente
interpretato dal secondo, il quale appena la bella gli fu dinanzi con
le compagne, senza tante cerimonie le si mise a fianco.
Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè il Moretto,
d'improvviso, affrontava il rivale e diceva:
— Cosa pretendi tu?
— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei comodi! e tira via,
milordo, che è ora!
Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: il colpito l'afferrò, e,
accapigliati, caddero. Tutto ciò in minor tempo di quanto bisogna
a raccontarlo; così presto che, quantunque costrette anch'esse ad
arrestarsi, le ultime ragazze e i preti non avrebbero pensato a
una lite se non avessero visto accorrere di qua e di là coloro che
speravano dividere i contendenti.
— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga il collo: arriva
don Sigismondo. Ma d'innanzi, le prime ragazze si son voltate; il
crocifero chiama lo «scalco»; questi, che giungendo un momento prima
avrebbe subito fatto largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; e lui, perduto il
mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo intanto con le mani nei capelli
e gridando misericordia torna indietro, verso i colleghi e il curato;
e i suonatori e i cantori corrono innanzi ad aiutare il crocifero e il
vessillifero, che son corsi ad aiutare lo scalco.
Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla in un pagliaio; forse
perchè, alle esortazioni e alle preghiere di don Sigismondo, i
sacerdoti furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare il
Santo all'Oratorio; e tutta quella gente rimase come senza ritegno,
senza rispetto a nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni parte alla mischia;
addosso ai cantori e ai suonatori o a chi capitava, capitava. Addosso!
addosso con i ceri, con giannette e randelli e pugni; e bòtte da
orbi. Ci furono fratelli che diedero pugni ai fratelli; padri ai
figli, e figli ai padri; ci furono anche molti che nei giorni di poi
confessarono d'aver creduto di combattere con quelli della Madonnina;
e molti che confessarono d'essersela goduta un mondo a battere con le
mani e coi piedi non sapevano chi, ignari affatto della causa che aveva
generata la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli delle
donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano d'intorno, urlando....
*
.... Con grande impeto di tromboni e voci il partito della Madonnina
era per giungere all'olmo. La viottola essendo diruta e stretta,
Anacleto Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto il Chiù (i
traditori) avevano tentato troppo tardi di mettersi innanzi, di
precedere a tutti, perchè penetrati fra i «compagni di San Giorgio»
avevan dovuto cedere al comando di: — Indietro voi altri! — che Carlone
aveva dato loro con faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si
credessero scoperti, i tre scambiarono parole sommesse tra i seguaci,
in coda.
— Come si fa? — domandava quello scemo di Silverio. E Anacleto:
— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che ci venissero in tanti!
Saranno quaranta solo quelli di San Martino!
— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo Silverio il Chiù —, si
direbbe che Carlone ha imparato qualche cosa....
— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio lo zoppo.
— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
Allora Anacleto, lo spaccamonti:
— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
— Paura io?
— Paura io?
— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo il Chiù, che n'aveva avuti
meno degli altri; mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
Queste rampogne furono udite da un Tizio che sarebbe stato meglio non
udisse nulla; un muratore fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio e avesse incarico
da Carlone stesso di invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno
di quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le storie e senza cui i
critici della storia non avrebbero più niente da fare.
Quel Tizio domandò:
— Cosa avete, ragazzi?
— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
— Avete bisogno d'aiuto?
— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con insolenza. Il muratore,
sempre più insospettito, tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il
gomito l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; finchè voci e
musica cessarono. Ma allora la siepe non contenne più i curiosi: alcuni
la saltarono; altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; e la gente
affrettò e si strinse di qua e di là dal fosso, intorno all'albero;
al quale il figlioccio di Carlone aveva già poggiata la scala, già
ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», per attaccarla ai
rami e fermarvi, nel mezzo, l'imagine.
Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero far cadere la «fioriera»
come per disgrazia, e che a forza di gomiti e di urti si son fatti
innanzi quasi per veder meglio, non dovrebbero che dare una spinta
alla scala, e la darebbero se il muratore non la tenesse ferma e non
vigilasse.
Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore con aria di sfida,
ma non si muove; lo Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra anche,
ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal disposto dallo sguardo del
muratore, che ha dinanzi, e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, si
rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi altri la spinta! Io ho da
tener a posto questo qui.
— Me? — il muratore grida con un braccio a difesa della scala e l'altro
in aria. Il segreto è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
risponde: — Dicevo così per ridere....
Tutti vorrebbero sapere:
— Cosa c'è? Cosa c'è?
Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia il coro ultimo dei
fedeli:
_Maria, mater gratiae...._
Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo gradino. Quando,
oh! — che è? che non è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, che è all'ultimo
gradino, precipitano insieme nel fosso. S'odon grida. Cogliendo
l'opportunità di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano a difesa
del compagno, che il muratore martella di pugni, intanto che s'invoca
soccorso....
_Mater misericordiae...._
Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; s'avanza Carlone per
metter pace.
— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State buoni, ragazzi! — Ma
come pacificarli a parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno dei
cantori, che è un Ercole e che dove batte, abbatte. — Son qua io,
Carlone!
Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; e che c'entra lui?
Infatti una voce, non si sa di chi, ripete immantinente d'intorno: —
Son quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
aiuto! Son quelli di San Martino che portano le liti!... Son pagati
dall'ingegnere! Traditori! Addosso!
E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono insieme, si guardano
in faccia; spengono le torcie per usarle come armi.
— Dalli a quelli di San Martino!
— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso e felice d'essere
scampato dalle mani del muratore.
— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia par diventato dritto.
— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando via senza più ridere.
E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai «compagni di San Giorgio»
si gettan sui «compagni di San Martino», e gli spettatori forestieri
sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, grida pietosamente con le
mani nei capelli....
*
.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo finalmente
l'altro, cominciava a raccontare una sua avventura molto seria con una
_tota_ di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
— Hai udito?
Eran grida confuse e lontane, verso il monte: all'Olmo. Già dalla
viottola comparivano donne affannate, disperate, che a vederli alzavano
grida e braccia chiamando, terribili:
— Correte! correte!
I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti appena pochi passi (e
il toscano aveva appena mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre donne ansiose
invocavano....
— _Cuntacc!_
— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano all'Oratorio!
*
Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia fervida; s'attenuava
in una gioia di colori digradanti dalle fiamme della fede al biancore
della carità; si spegneva in vista alle prime stelle ch'esprimevano
raggi di meraviglia. Ombre di pace velavano i culmini e i dorsi dei
monti più alti; calavano; e il fremito della notte penetrava tra le
fronde e le foglie come voci d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi
per udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al mondo con che
soave fluire le ore della quiete e le sue acque scorrerebbero tra gli
steli cullati dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le piante
dormienti anch'esse (se Darwin non errò). E quante anime avevano veste
di penne, si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro ripari, col
capo sotto l'ala tepida e parecchi con una zampina in alto; e i buoi
russavano senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra pareva uscire
un respiro immenso di tregua e di riposo.
A domani! A domani le cure e le battaglie degli uomini di cattiva
volontà! Ma quei montanari semplici e buoni come animali, pur non
udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei preti, sentirono, quando
se ne furon ben date, che anche per le bastonate e le querele era tempo
di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi o a gruppi, e senza lo
spettacolo dei fuochi e del resto, se ne tornarono alle loro case. Non
più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli innamorati che non avevan
ricuperato il tempo perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. Tutti, fuorchè
Carlone e il curato; i quali meditavano la loro colpa e la colpa del
diavolo vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San Michele. E
quando fu stanco di dar volta per il letto, e sempre più rimorso, il
buon vecchio si levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in cerca di
sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. Questi in segretezza gli
raccontò che un birocciaio la notte aveva visto il diavolo vestito da
prete correre, leggero e veloce come una piuma, verso l'olmo. Forse il
diavolo non aveva più orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
nascosta in quella «fioriera»?
Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. Senza dubbio il curato,
non resistendo ai rimorsi, si era alzato, la notte, ed era andato alla
Madonnina per domandar perdono anche lui!