Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il curato. Era questi un
buon prete, superstizioso e religioso a un tempo; un po' asprigno e
cocciuto anche lui, un po' interessato, un po' gobbo, un po' sporco,
perchè tabaccando non spazzava il tabacco rimasto dalla presa sul
panciotto più rosso che nero; ma abbastanza affezionato al suo gregge
e al suo ovile e amico a Carlone de' Carli, col quale da anni e in
ogni stagione faceva la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
del moro o sotto il portico del forno o nella stalla. Veramente nei
primi anni di cura la prevalenza del vecchio aveva urtato il parroco
e quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto però egli si era
convinto che disgustarsi Carlone sarebbe stato come disgustarsi tutta
la parrocchia e che non potendo contrastare a un avversario, conveniva
preferirne l'amicizia. Carlone inoltre era liberale verso la chiesa;
e il figlio maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
di San Vincenzo», che s'era estesa per le parrocchie vicine; e tra le
donne della Ca' scura si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
«rettora».
Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario, súbito il curato
dubitò d'una rivalità fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende ecclesiastiche pur
in campagna, nè dubitò che tra i due litiganti resterebbe lui con la
testa rotta quando non riuscisse a barcamenare. A ciò non era molto
abile, e piuttosto che giovare, nuoceva alla sua intenzione onesta
con far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo troppi elogi
di Carlone: nondimeno volse il mese da che le radici della quercia
eran state messe al sole senza che il conflitto avvenisse. Per poco il
curato non imbaldanziva; non gli pareva più tanto difficile navigare in
buone acque fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere e la sua
ottima signora se n'andrebbero, grazie a Dio, di villa in città.
Ma egli non pensava a San Michele, che viene ai 29 di settembre; o
meglio, non prevedeva che dovesse recargli noie proprio la maggior
festa della parrocchia. Quell'anno non era stata scelta alla Ca' scura
che la priora; e rettora sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo ma così petulante, venne in
canonica, ed entrato nel discorso della prossima festa, espose chiaro
e tondo il desiderio che la processione si recasse all'oratorio da
lui fatto restaurare; come a dire che San Michele facesse una visita a
Sant'Anna.
A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi quale un cavallo che
adombri, esclamò in quella sua maniera un po' rude:
— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
Di consuetudine, la processione calando dalla chiesa prendeva una
viottola a bivio con la strada comunale (con la strada appunto che
conduceva al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, le cui fronde
composte in cupola facevan da tempio a una Madonnina in voce di
miracolosa. E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. Imaginarsi
dunque se si poteva mutare itinerario!
Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del curato, invece di
arrendersi, insistette. Il desiderio pietoso era della sua signora: a
lui pareva che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò comprendere
quanto gli dispiacerebbe dover abbandonare con malanimo quei luoghi
dove si era proposto far del bene; e alle giuste osservazioni che la
gente di lassù era ostinata; che la novità troverebbe oppositori; che
la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, disse:
— Le imagini davvero miracolose non si tengono sotto un albero! Io
sarei ben lieto, ben fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
una nuova cappella, se lei mi accertasse che questi miracoli sono di
grande importanza.... Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua Eminenza o, magari, alle
autorità civili.
«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. «Piuttosto tentare....»
Forse Carlone si persuaderebbe....
Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile quello che prima
gli era parso e aveva detto impossibile.
Per una settimana il poveromo anticipò la visita al vecchio; lo
prevenne più volte nell'offrirgli il tabacco; perdè più d'una partita
senza prendersela con le carte; ma quelle benedette parole: — Dite su,
Carlone: vi dispiacerebbe a voi se invece d'andare alla Madonnina....;
— quelle parole non riusciva a pronunciarle: gli si annodavano in gola
per la certezza di non riuscire a bene; per il timore di far peggio,
e per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato vecchio e
riconoscerne senza profitto l'autorità.
Finalmente il lunedì precedente alla festa il prete andò alla Ca' scura
zoppicando; disse per un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone un giovinotto!
— Basta — concluse con un sospiro mentre raccoglieva le carte dal desco
—; domenica, se Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei sassi
come gli altri anni....
Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò in faccia a mo' di
chi stando su l'avvertita discopra il tiro.
Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
— Andremo all'oratorio....
Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone lasciò cader forte il
pugno sul deschetto, gridando:
— Ah questa volta il suo ingegnere non se la cava! Finchè campo io,
glielo dica a mio nome, non se la cava!
— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il curato, rosso d'ira.
Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte e giocarono.
.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava il prete fino
alla siepe; quel dì l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero.
Intanto che andavano, l'uno aspettava che l'altro parlasse; e pensavano
entrambi: «Tocca a lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone si
fermò.
— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce pareva di pentimento.
— Addio — rispose duro il prete.
— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si ricordi di quel
che ho detto.
Ma il prete si rivolse:
— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro curato; si sa....
Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo per un braccio, eppoi
ponendosi la mano al petto:
— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! Nelle cose giuste
io a lei mi caverò sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se lei si
mette a gloriare i birboni, signor curato, mi creda, non c'intenderemo
più!
— I birboni? — il curato esclamò. — Già: chi non fa a vostro modo è
un birbone! Ma, in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare di
sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di sopra a tutti? fare sempre
a vostro modo? e chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi siete, voi?
Ribattè, umile, il vecchio:
— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! Ma la processione non è
solo lei che la fa! e la processione andrà dov'è sempre andata; glielo
garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre terra, Carlone
della Ca' scura!
Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, una tal fermezza
quasi solenne, che il curato ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se già prima non avesse
meditate e predisposte le minacce che dovevan servirgli a mezzo
estremo. Come contro sua voglia, queste gli scapparon fuori in fretta.
— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; voi non siete più
un ragazzo. La morte non guarda in faccia neanche ai giovani; da un
momento all'altro.... Ricordatevi che mettere la disunione in una
parrocchia è come metterla in una famiglia; ricordatevi che al curato
si deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi che le
prepotenze si scontano, presto o tardi, e che un'offesa fatta alla
madre della Santissima Vergine, a Sant'Anna....
— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe Carlone, di subito
arrossato in volto, preso da un oscuro timore che quei _ricordatevi_
gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, dai gangheri.
Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese coraggio.
— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! All'anima vostra ci
penserete voi....
— Io penso che ho la Madonna per me! che è lei che offende la Madonna!
che nostro Signore castigherà lei, perchè è lei che porta le novità
e la disunione in parrocchia! Ci fu mai niente da dire, tra noi due,
prima d'ora? Prima che lei, per il suo interesse....
— Interesse, voi dite? — interruppe il prete in cui l'altro aveva
toccato il tasto debole e la cui coscienza non era abbastanza
tranquilla. — Vi sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
parrocchiani; è il timore di far nascere una guerra; è la voglia che
ho di sopire un odio nato da una sciocchezza...: per una quercia!...
Negate che la questione è tutta qui? Negate che se non ci fosse
la quercia di mezzo, non vi parrebbe vero anche a voi di andare
all'oratorio e di fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
Ci conosciamo da un pezzo noi due!
Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non la nego io la verità! Ma
torno a dirle che se il signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
vincerà la seconda.... E schiavo suo!
Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo trattenne senza sforzo, per
un braccio; gli disse umilmente in tono di preghiera:
— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava con l'occhio di un
cagnotto che non si fidi a chi gli mostra il pane dopo avergli mostrato
il bastone, proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! Io vi prometto che
otterrò dal signor ingegnere che si vada prima alla Madonnina e dopo
all'oratorio.... Siete contento?
Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna novità! nessuna novità!
— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La vedremo, signor
prepotente! oh, se la vedremo!