V.

Era, anche a prima vista, un cappello onesto. Esternamente patito

solo nell'orlatura e nel nastro, al margine inferiore; ma per il

colore resistente e per il denso feltro meritava lode alla manifattura

nazionale.

Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla cupola un critico

esteta avrebbe potuto rintracciare indizi di gocce asciugate prima

dalla polvere che dal sole; ma alla carezza di una mano o di una

spazzola ogni ombra sarebbe tosto dileguata. Elegante non era: nè alto,

nè basso; nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè lieve; d'una

forma, di un'indole quasi, non troppo avversa e non troppo data alla

moda; non perturbabile in vicende di stagioni e di gusti; non asservita

a umani giudizi. L'età senza infingimenti appariva dall'interno;

e forse per conoscerla, con un moto dispettoso, con l'amarezza e

la bieca avidità con cui il colpevole indaga l'altrui coscienza,

Giulio lo rovesciò, vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino

che annoverava tre mesi di sudori anche invernali; nemmeno sorrise

all'aquila, la marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul nome del

cappellaio italiano: ebbe, al contrario, istantaneo, uno sbigottimento;

provò il turbamento e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa

occhiata entro un cratere.

Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, in una comprensione

caotica! Quante prorompevan fuori; ricadevano nel vortice; superavano

la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete; vaporavan vane,

o risplendevan fatue! Quante faccende, propositi e illusioni

e disinganni; quanti conti, e missive e risposte di lettere, e

trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a cui sfuggire,

e colpi di fortuna avversa o buona, e contrattempi, e questioni e

contratti, e crediti e debiti! Tutte le commozioni e le vicende d'un

uomo d'affari che si consuma la vita per lucro; tutti gli affanni di

un uomo in balìa ora della propria testa ora della sorte, e involto

nelle complicazioni del commercio e delle industrie; tutti i gaudi

che generano l'operosità e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi

là dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di Giulio Galardi,

quantunque non vi guardasse più.

E d'improvviso nel turbine imaginario la sua fantasia gettò un grido

il quale disperse ogni cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, là

dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento di disperazione, una

quiete di morte.

«Tua moglie ti tradisce!»

E tutto era finito!

Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? tante angustie? tanti

sforzi? Per la famiglia; per i figlioli.

Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto non vecchio, ma avrebbe

lasciato in buona condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti

onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero un giorno la memoria

dell'avo che loro tramandava una cospicua eredità di quattrini e di

virtù.

«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»

Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; perduto ogni

affetto, ogni bene! Una tempra d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita

rigogliosa, fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!

Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che gli si sia rotta qualche

cosa dentro: un rovescio: un disastro. E non è nulla; non è altro che

il risveglio della coscienza.

E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno di Alfonso, quando

Alfonso, generoso fin d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;

e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni sospetto, gli annuncia il

suo matrimonio, gli presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!

disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati tutti e tre, anche

Giovanna!

— Porta questo cappello al signor Varchi: se non c'è, aspetta; e

prendi il mio! — Galardi comandò fieramente al servo accorso allo

scampanellare spaventevole.

Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi imbattuto nella

cameriera che veniva proprio per il cambio.

Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello suo!

Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; lo depose: lo giudicò in un

confronto spregiativo. Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; la

cui ala, in una linea esageratamente ondulata, accusava l'affettatura

della moda; la cui sagoma significava volubilità e leggerezza; e

quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè il cappello non

manifesterebbe qualche cosa del capo che lo porta?

Tornandogli perciò la nausea di prima e non volendo confessare agli

amici che un cappello gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare

quel giorno al solito luogo. Andò altrove; rincasò presto. E subito si

mise a letto.

Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna;

e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in

qualche modo la caduta d'una donna era fortezza o viltà? Viltà forse

per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti

gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti,

per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos'è la morale

se non il vantaggio dell'individuo in rapporto alla società? se non

un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i

pregiudizi che avvelenano il piacere!

Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire —

per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt'al più portano una

semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno

libero l'arbitrio. Invece l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,

l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o

una cosa convessa, che è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee

false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al

patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema

dell'uomo operoso o dell'uomo vano, del sapiente o dello stolto, del

buon amico o del cattivo amico!

Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l'alba.

Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una

lettera _urgentissima_.

Egli la lesse, d'urgenza:

«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da

me col vostro cappello in mano.

«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto

confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva

dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un

modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire

col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta

la mia colpa. Sarebbe un'infamia!

«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto

che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè

nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto....»

*

Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli.

Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi

e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma

con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più

innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui.

Efficacia d'una giarrettiera.

L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, quando abitudine

o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per

rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l'ora del riposo,

quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie

degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel

deserto: il pericolo è all'ora della siesta; quando mentre fermenta il

cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una

dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che

si quieta, e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa

calura dell'agosto), l'anima risponde all'anima in cui avrebbe dovuto

integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto

che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino.

Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. Se no:

— Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto!

—

«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don

Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.

— Padre Ignazio, un altro gocciolo?

— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere

con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò

meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per

distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.

Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore,

ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito

liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete,

gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura,

non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a

predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.

— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio

_quel peccato_ il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.

— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con

l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la

tavola.

Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico

meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli

sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo

spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato

scampo in una partita col sagrestano.

Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa

carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,

o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e

rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato,

che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali,

e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non

assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il

diritto di lapidare il parroco!

.... Quand'ecco:

— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.

_Deo gratias!_ Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere,

padre Ignazio aveva rivolto il viso all'ospite; e il viso non più

bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch'esso dal

raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;

sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee

di prima, si rammentò dell'aneddoto che già gli era tornato in mente la

mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso

che giovevole per sè quanto un tresette.

— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di

esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il

Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto

medesimo della colpa.

— Sentiamo.

— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il

fine non giustifica il mezzo.

— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i

machiavellici; e.... Ma sentiamo il racconto, prima.

Uso a procedere francamente, senz'ambagi, ne' suoi racconti, il curato

ebbe uno sguardo di preghiera all'amico che non interrompesse; e

cominciò:

— Fu del '70 dopo _il fatto_....

L'altro scosse il capo, d'intesa.

— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; e abitavo in una

cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora

vedova....

— _Vidua, periculosa_ — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle

mani.

— .... giovane e belloccia.

Ma padre Ignazio chiese malignamente:

— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?

Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s'imbrogliò

un poco.

— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca d'una cappellania.

E parendogli che l'amico desse soverchia importanza all'aneddoto, che

altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per

quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro.

— Quella vedova era mia penitente.

— Uhm!...

Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva

anche dei consigli....

— Di che genere?

— .... aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi

in mezzo per riconciliarsi.

— Al solito; un pretesto.

Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva.

Si pentiva don Giuseppe d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un

inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare

o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale

del fatto, era inevitabile arrivarci.

— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova mi chiamò in casa sua.

Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra.

— _Lætitia, periculosa_....

— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... Ma in quel mentre

la punta d'un suo piede, di lei, faceva _toc toc_ per terra.

Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando

così il povero amico.

Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel

modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui

l'aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?...

— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d'una donna; e la scarpa

non era una scarpa.

— Pantofola?

— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il....

— Malleolo.

— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di femmine! La calza era nera;

la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le

vedove portassero le calze d'altro colore!

Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio.

— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po' più su,

si vedeva; e.... Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera.

— Non importa.

— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte.

Che pelle è?

— Non so...; di capra.

— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; _toc toc_; la gamba tremava

tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della

conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po' di

convulso. E voi, padre Ignazio?

— No; grazie a Dio.

Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:

— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non

sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! In

terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, voi?

— Al muro.

— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel

piede.... Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così

(il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede

indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il

_toc toc_, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo

se n'accorse, e smise di battere in terra.

Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il

padre.

— È finita?

— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo

dell'altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente

fosse! Voi che siete un sant'uomo, padre Ignazio, sareste scappato

via....

— E voi?

— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino...: il polpaccio!

— Cosa?

— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E.... Un altro

gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo....

— No, no; non ne voglio più. Avanti!

Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l'idea

di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente.

— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un giorno una melagrana

matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una

fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L'altro dì, quando

mi portarono i quattrini dell'uva, li contai due volte; prima mi

sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi

predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi

quasi vi invidio....

— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò

padre Ignazio, con un gesto d'impazienza.

— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora

però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè

quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di

quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio.

Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo:

— Dunque.... la gamba?

— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo,

certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio

e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze

bianche o di un'altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere.

Quel nero....

L'amico affrettava:

— Concludiamo.

— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione,

là faceva pensare a tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con

l'aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto.

— Quale effetto?

— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe togliendosi il peso

d'addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai

a.... vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo:

mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre

Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E

pareva uscito allora allora dal pericolo.

Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il

gesuita dimandò:

— Come? il legaccio? che cosa?

— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo il settembre?

— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il legaccio della calza?

— Sì! La gerr....

— La giarrettiera! Ebbene?

— .... bianca, rossa e verde!

La fortuna di un uomo.

Novelle umoristiche · 第 30 / 52 题