Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la scarsa barba, dalla
tavola a cui sedeva Polla guardava a quanto poteva scorgere del
temporale. Passavano di furia i nuvoloni neri: uno ne dilacerò un
fulmine. E cominciava a piovere; nè ancora cessava il vento che faceva
sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
«Oh portasse via la bufera anche la casa! Una tempesta enorme
rovesciasse Roma e tutte le città d'Europa! Un ciclone rovinasse,
magari, il mondo!»
Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini come fratelli e pel
quale i borghesi sfruttatori e capitalisti erano non uomini ma belve
— si arrovellasse così, in un desiderio di distruzione, per malanimo
o per teoria socialista o per lotta di classe: no, no; solo risentiva
lui stesso di quel turbamento elettrico e meteorico e, per di più, gli
sommoveva pensieri neri come le nuvole, che si aggrappavano nel cielo
di contro, un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora infatti in
cui i borghesi andavano a desinare, egli restava alla tavola deserta,
perchè già pioveva e non aveva ombrello e perchè non aveva un soldo in
tasca e non sapeva qual trattore potesse più accoglierlo a credito.
Fino a quando?... Ah che appetito! In verità, quel giorno sarebbero
appena bastate al suo desiderio una porzione di spaghetti, una di
lesso, una di vitello, una di fragole e una bottiglia di barolo, il
vino che prediligeva.
Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava nella camera con
tal impeto e abbondanza che il buon Polla finalmente si alzò per
chiudere i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più densa, opaca,
precipitasse, abbattuta da una ventata, giù, alla volta della sua
finestra.... Una nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
cannone e non era una nuvola: un corpo strano, solido, straordinario:
un enorme animale!... Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
scampare alla parete, che già piombava nella camera: vi cadde con un
tonfo profondo su l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso? Era un misterioso
involto, che, come cosa morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
però dal primo spavento, invece d'invocare soccorso, il socialista
tacque, avanzò; retrocedette. Non era un condor, non era un'aquila,
non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali che s'erano raccolte al
cessare del volo, l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò di nuovo e ruppe
in un'esclamazione di meraviglia alla vista di sì fatti piedi e di
cosifatte gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio, una donna
volante! Una creatura umana, immota, svenuta o morta al suolo della sua
stanza!
Con che cuore egli la volse supina e ne udì battere il cuore (era un
uomo)! Con che cuore si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo spogliato delle fine e
seriche ali e della giubba cui stavano connesse! Un uomo non calvo!
I capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte e la lunga e
gentile barba non scemavano giovinezza all'aspetto venerabile; e tutta
la persona incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo paragonarlo
a un angelo, in cui non credeva, il positivista Polla lo paragonò
a Adone, se pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto il
sangue al cuore con massaggio; ne spruzzava d'acqua il volto; finchè
sospirarono entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza, e l'uomo
che aveva salvato un fratello, quantunque volante.
Polla disse subito:
— _Good day!_
No. Era biondo, ma non inglese.
— _Guten abend!_ — Non tedesco.
— _Bonjour, monsieur!_ — Non francese.
— _Buenas dies, caballero!_ — Non spagnolo.
Ricordandosi infine di essere italiano, Polla fece, cortesemente:
— Ben arrivato!
D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da prima incerti quali d'uno
che davvero sia cascato dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
melodiosa incomprensibile parola; poi contorse la bocca a pronunciare
una parola di lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
— Volapuk?...
— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi aveva presa l'abitudine di
parlare a voce alta. — Oh, oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
Non ha attecchito da noi! Non importa. A poco a poco, fratello,
c'intenderemo lo stesso! E, ditemi....
Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista, o per il dolore
della caduta, o per lo sfinimento di cui era prova il pallido viso,
l'infelice forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con uno sforzo
supremo non avesse rialzato il capo, e stringendo all'estremità le dita
della destra, non avesse portata due volte la mano alla bocca mentre lo
sguardo aiutava l'espressione del gesto.
— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto! Anch'io ho fame!
Ma io non posso offrirvi che un bicchier d'acqua!
Quasi indovinasse le condizioni economiche dell'ospite, l'altro
affrettava un segno della mano verso l'involucro rimasto sul pavimento.
E Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi dell'arnese (fosse
corpetto o giubba) eran fisse le ali, egli avvertì subito due bisacce;
nè esitò a introdurvi la mano, quantunque il forestiero già accennasse
di tastar più in basso. Ma..., e là cosa c'era? Sentiva un peso non
lieve, come di ciottoli, e per accertarsi se era o no la zavorra,
introdusse la destra. Questa volta Polla, che non credeva in Dio, che
credeva solo nel «fattore economico», esclamò:
— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono sassi! — Che cosa erano? Che
cosa erano?
Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno! Ma realtà! Un miracolo!
Diamanti! smeraldo! rubini! oro! Fu tale la meraviglia di Polla che
attese a lungo prima d'accorgersi come l'infelice girasse e chiudesse
gli occhi, e sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il misero
aveva volto il cenno, l'ospite trovò un grazioso vasetto piccolo
piccolo, che quasi si aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico a ristorare d'un
tratto dal profondo del cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia
offerse il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce e luminoso sorriso;
e per riposare reclinò il capo e chiuse gli occhi, non più alla morte,
ma al sonno.
Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto il naso, presente alla
gola l'«estratto» ch'effondeva quel profumo saporito, ineffabile;
eppure non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui, per tornare
all'involucro volatile. Nè riusciva a persuadersi che non sognava;
la zavorra era tutta quanta di gemme preziose! E se poteva ingannarsi
intorno alla qualità e al prezzo d'alcune delle pietre, su altre non
s'ingannava certo. Convinto, alla fine, le depose tutte in terra, in
un mucchio, e stette a contemplarle. C'era proprio da impazzire; tanto
più che la fatica della contemplazione accresceva la debolezza del
digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar dell'«estratto»!
Solo quando si sentì venir meno, allora prese un pizzico di polvere dal
vasetto, e parendogli néttare o ambrosia ne prese un secondo, eppoi
un terzo, eppoi un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe nausea;
che quella roba era troppo sostanziosa e focosa. Ma sublime! ma
incomparabilmente migliore d'ogni nostro più squisito cibo! Inoltre,
a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue, come per un eccitante
liquore, e una gran fretta e lucidità di idee e una gran letizia
nell'animo.
— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando alle gemme per raccoglierle
e metterne nella sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non le
teneva in conto di ciottoli ed era un borghese? Ebbene, in tal caso,
éccogli restituita la sua zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno
smeraldo per far moneta, per esercitare secondo conveniva gli uffici
dell'ospitalità e provvedere da pranzo non a sè, che non aveva più
fame e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite, che tra poco
si sveglierebbe e avrebbe fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo
dalla strana visita contraeva obbligo di gratitudine, di amicizia, di
compenso al disturbo.... Lui, Polla, si prendeva dunque uno smeraldo.
Una cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino da non
ringraziarne nemmeno la Provvidenza, quand'anche un socialista marxista
e inscritto al partito avesse potuto ammettere la Provvidenza.
Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro come mai in vita
sua, se al limitare non l'avessero trattenuto queste domande: Lo
smeraldo non era troppo grosso e non susciterebbe ingiusti sospetti nel
gioielliere? Qualcuno non aveva forse visto entrar là l'uomo volante?
Aveva questi un foglio di via? Non ne sapevan nulla le guardie di
pubblica sicurezza?
Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba e ali; osservò
meglio il piccolo e semplice congegno di molle riposte tra seta e
fodera e provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili tentativi
s'avvide che il congegno era guasto; forse irreparabilmente guasto!
Gli bisognava restare a terra, restar a Roma. Rassegnandosi, Polla
sostituì al grosso smeraldo un men grosso rubino, e dimenticandosi,
non di mettere questo in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
pieno di gratitudine stette a considerare il forestiero che dormiva
dolcemente, senza russare; ad ammirare quell'uomo la cui bellezza
assumeva a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra mai.
Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio, lor due, quantunque Polla
avesse il naso un po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura e rossiccia, e l'altro una
barba aurea, fine e copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e l'altro indossasse
sandali, calzoni e maglia di un'ignota materia che aderiva alle membra
e le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla sembrava di vedere se
stesso elevato a una razza superiore, o sè stesso trasferito in un
secolo di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo, uscì e
discese. Si era già accertato che aveva ben chiuso l'uscio a chiave.