Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua che trascorreva lenta
e cheta, e della luna, attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
bastevole per rifletterne a specchio l'imagine. Similmente la sua vita
poteva forse trascorrere placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
maggior lume che quello sufficiente a una capacità mediocre. Ah sì!
Gli parve ora d'essere rinsavito; di saper con giustezza misurare il
proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era illuso e che l'avevano
illuso; e, a convincersene, riandava ancora una volta, l'ultima volta,
coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua. L'adagio della sinfonia
era soltanto una povera nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità, qualche lucida frase;
v'appariva un pensiero melodico, che cadeva subito come un volo cui
mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto sarebbe stato
bello se non avesse ricordato troppo l'_Ernani_. Dunque: a giudizio di
critica giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva poco, o nulla.
Per fortuna era breve!
Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto! vuoto!
L'introduzione?... Quale le promesse di certi amici. Dopo, la
preghiera; che non commoveva neppure la platea e che appunto per ciò i
critici avevano definita un canto di sirena nordica, senza rammentarsi
che la _Sposa selvaggia_ era affricana. Poi, il coro; elaborato senza
dubbio per quella rispondenza degli ottoni al richiamo degli archi, ma
privo di originalità; lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?...
Il terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no! Questo era
bello; c'era tant'anima! c'era il cuore del pubblico che sobbalzava
rapito quasi una volta a quello dei _Lombardi_! Bellissimo! Un pezzo
simile sfidava la critica, sfidava la malignità degl'invidi, sfidava
il tempo; nè chi l'aveva scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
quantunque s'annegasse, umilmente, nel canal Torbo!
Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di vanità al secondo atto;
come la romanza del tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
nome!
Sposa selvaggia, addio!
Io morirò per te!
Così soave e così semplice, questa soave e semplice e limpida sorella
della «Casta Diva» attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
non ostante le diavolerie dei wagneriani e i disaccordi che mortificano
ingegni, anime e gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore dell'armonia, lo spirito
dell'amore meridionale, il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
Viva l'Italia!
E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella divina romanza, che tutti
avevano imparata la prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
alla memoria di tutti, anche dei nemici; e si piangerebbe il giovane
maestro, che una sorte diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica e
pura arte della patria....
Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca anteponeva l'onore alla
gloria; perchè il mondo non dicesse che del commerciante fuggito
con i quattrini il maestro Bonarca era stato complice; perchè egli
riconosceva i suoi debiti e prevedeva che non avrebbe potuto pagarli
mai più; perchè insomma lo superava un destino crudele e non voleva si
credesse da alcuno della cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
avesse paura di morire!
Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca, la lettera al questore:
«Mi uccido per ragioni che è inutile rivelare....» (Infatti chi
non se le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini per la loro
benevolenza alla mia _Sposa selvaggia_....»
Erano due righe, ma animose; di un uomo senza paura. Qual rammarico
tuttavia nel pensare che la sua tragica fine servirebbe di _réclame_, e
l'opera presto data alla Scala o al Regio o al San Carlo solleverebbe
il pubblico, entusiasta del terzetto e della romanza, a chiamare il
maestro, che, essendo morto annegato, non potrebbe assistere alla
rappresentazione!
D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...» Un'idea gli balenò
nella tempesta dell'anima come suscitata da sentimenti opposti: un po'
di pietà, che finalmente aveva di sè stesso, e il coraggio ch'egli
era convinto di poter spingere fino all'audacia. «Se aspettassi....
a vedere cosa i giornali diranno, domattina, della mia morte?»
Certo, dopo morirebbe più volentieri; sia che i giudizi postumi gli
confermassero meriti e compianto, sia che la pubblica giustizia, fatta
libera dalla morte, lo condannasse senza pietà. Ma non era un'idea da
matto? Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E un birocciaio
che transitava, lo vide; e una vecchia, la quale passava con un
cesto al braccio, si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non sarebbe da matto quando
riuscisse a sfuggire a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo tutto, ai condannati a
morte è lecito soddisfare, qual si sia, l'ultima voglia!
Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse di là, non vedesse il
_paletot_, non leggesse la lettera e non la portasse in questura prima
della notte, egli si tolse il _paletot_ e lo pose sul parapetto del
ponte; gettò il cappello alla corrente livida, e quasi a scorgere, così
travolta, la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse subito
gli occhi per non commuoversi; quindi scese lungo la riva in cerca d'un
nascondiglio. Ricordava che alla distanza di forse un chilometro, fra
le canne e i giunchi, era la casupola d'un piccolo mulino abbandonato;
oltre il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto l'argine a
sinistra, impaludava il piano. Si avviò per il sentiero all'abitacolo;
v'entrò da una porticella, e al lume d'un fiammifero vide ove mettersi:
su poco strame, dietro un pezzo di macina; nè egli chiedeva più tenero
letto a riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe il giorno: per
i giornali manderebbe il primo ragazzo o galantuomo che transitasse
per la via e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto il
cappello dal ponte. Freddo gli sembrava assai, ma sopportabile a chi
non temeva il freddo della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
pensare a cose che lo distraessero. Le altre sere a quell'ora, se non
aveva teatro, giocava a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi).... Ma quel marito,
via!, non giocava mica male; anzi, da competitore formidabile.... E il
delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero, sebbene questurino;
giocatore mediocre a suo confronto, eppure vincitore in una classica
partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo delle prove.... Oh le
sudate prove della _Sposa_!...; con quei violini che non andavano;
con quella cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato; temuto.
Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche cosa che fa perdonare ogni
scatto. Per esempio, egli qualche volta era stato feroce; e mai un
lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva detto a un compagno, dopo
la seconda prova: — Se torna a darmi della bestia in orchestra, lo
fracasso con lo strumento. — Ma lui, alla terza prova: — Camandri: è un
_la_! un _la_! un _la_!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi e il
bombardone a posto; frenato e impaurito da quello sguardo....
Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i discepoli, quanti non
direbbero, con certo orgoglio: — Bravo maestro! Gli uomini di fegato e
di carattere fanno così; non scappano come quel mercante traditore....
— A proposito! (fe' Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
aveva il resto dell'ultima lira, che si era tratta di saccoccia per
l'ultimo _cognac_...
Dunque?
Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia addosso ed ebbe appoggiato
il capo alla pietra...., a poco a poco, senza perdere il coraggio,
s'addormentò.