IV.

Stupito della sua temerarietà, don Delfo fuggiva ancora dalla dolceria,

provando già ogni specie di brutti sintomi; e come vide lume in casa di

Rocco Minna, andò a picchiare all'uscio.

— Son'io, Filomena...

Riconoscendo la voce del sindaco, la comare aprì, a fessolino, senza

far rumore.

— Chi vi manda da queste parti?... Se viene mio marito succede un

guaio...

— Tuo marito è in piazza — disse don Delfo, entrando. — Il guaio è un

altro, che io sono rovinato!... Il freddo com'è, tonico?.. Vorrei un

po' d'acqua calda...

La Filomena gli diede sulla voce:

— Cominciate da capo, con le vostre paure?

Don Delfo, intenerito, la prese per la vita:

— Quant'è che non ci vediamo?

— State fermo!

Ma egli s'era appena seduto, che sentì una fitta allo stomaco, come

se glie lo lacerassero con un pezzo di vetro. Si guardò attorno, cogli

occhi smarriti; tentò di sbottonare il panciotto, ma il dolore riprese

più acuto.

— Filomena! Aiuto...

— Che cosa vi prende adesso?

— Lo stomaco... aiuto... il colera!

Quella l'afferrò per un braccio, scuotendolo, e l'avrebbe buttato

fuori, se non fosse stato pel rispetto.

— Siete impazzito?... Se vi odono i vicini!... Volete star zitto, sì o

no?

— Non se ne parli più! — gemeva don Delfo, trascinandosi verso il

letto, con una mano sullo stomaco. — È finita... questo è il colera!

Assassini!... l'hanno voluto a posta... con la festa del diavolo!...

Sono morto... Aiuto!... — E spalancò la bocca, come per vomitare.

Allora lei fu presa da uno spavento:

— O Santi del paradiso!... E ora come si fa!...

— Aiuto!...

La Filomena corse alla porta, per chiamar gente, malgrado il pericolo

e la pioggia che imperversava; ma, appena aperto, correndo, inzuppato

fino al midollo, con un coltello in mano, le fu addosso Rocco Minna.

— Dunque è vero?... È qui?

Ma don Delfo, pallido, cadaverico, vomitava sul letto, afferrandosi

alle coltri, torcendosi dallo spasimo.

— Il colera! — gridò la Filomena. — Ha il colera!... Gli è preso nel

passare qui dinanzi...

E Rocco Minna indietreggiava, fino al muro, lasciando cadere il

coltello, atterrito alla vista del male, all'idea del contagio, della

casa ammorbata.

— Dunque, non ha il contravveleno?

— Il medico, il farmacista, per carità...

Rocco Minna corse dal dottore, inciampando per le vie scure come un

forno.

— È andato dal capo banda, che si sente morire.

— Allora corro da don Gerolamo.

Anche don Gerolamo era stato chiamato, in fretta e in furia, dal

segretario. E mentre Rocco Minna aspettava, arrivò la moglie di

Napoleone, con le mani in testa:

— Don Gerolamo?... Don Gerolamo, per carità...

— Non c'è; che cosa volete?

— Mio marito se ne muore di colera!... Maledetta la festa e il suo

guadagno!...

Nel paese che si destava improvvisamente la notizia si spargeva intanto

come un lampo:

— Il colera! C'è il colera! San Placido ne scampi e liberi!... Don

Delfo aveva ragione!...

Il farmacista correva per tutte le case in rivoluzione, grattandosi la

testa, perdendoci il suo latino, interrogando gli attaccati:

— Ma che cosa avete mangiato, da potervi far male?

— Nulla... lo spumone — rispondevano tutti.

E mentre don Tino contava i soldi guadagnati la sera, si vide arrivare

i carabinieri, a cercar la sorbettiera.

— Pigliatela con voi e venite in caserma. C'è il paese avvelenato!

Don Tino restò con la bocca aperta, stupefatto, non credendo alle

proprie orecchie.

— O San Placido benedetto!... Ma come può essere, se la sorbettiera era

nuova?

Per la via, incontrarono la banda che inaugurava l'altra festa,

strepitando.

— E la bottega che mi resta chiusa, o San Placido benedetto!...

Ma come don Gerolamo ebbe dato fondo ai barattoli degli emetici, tutti

cominciarono a star meglio e il paese riprese l'allegro aspetto del

giorno prima, col sole che aveva rasciugate le vie e le bandiere. La

comare Venera continuava a girare, a piedi scalzi, e a mezzogiorno andò

a casa per pigliar Vanni e per contar le offerte, che mancava ancora

poco al prezzo della torcia.

— San Placido sia lodato!

Anche suo marito si sentiva meglio e volle esser vestito.

— Ora potrete venire anche voi in chiesa, a pregare per la grazia di

Vanni.

Compare Neli andò invece all'osteria.

— Almeno non bevete! — gli raccomandò la moglie. — Lo sapete che il

vino è il vostro nemico.

— Va al diavolo!

La comare Venera se ne andò con Vanni in chiesa, per offrire il cero al

Santo e far mettere il figliuolo sulla barella. Il sagrestano, presa la

torcia, la pesò con la mano e la infisse sopra uno dei chiodi ai piedi

della statua. Ce n'erano tre file, di torcie, con ogni sorta di nastri

e di mazzi, e San Placido quasi vi scompariva dietro.

Il campanone suonava a processione e le confraternite entravano in

chiesa una dopo l'altra. Il sagrestano, con una zimarra paonazza che

gli andava svolazzando fra le gambe, assegnava a ciascuno il suo posto

e accendeva le torcie dei fratelli, dei preti e dei canonici. Poi

afferrò Vanni il sordo e lo adagiò a cavalcioni sulla grossa stanga

della barella.

— Viva San Placido!

I devoti si cacciarono sotto la macchina pesante, e Senio Spata e Rocco

Minna dirigevano l'operazione, ciascuno dalla sua parte. La processione

uscì dalla chiesa; prima i tamburini, coll'uniforme rossa e gialla;

poi i gonfalonieri, con l'asta degli stendardi sullo stomaco; poi le

confraternite, il clero, il vicario, e infine San Placido e Vanni il

sordo portati a spalla. Dietro, la banda e una folla.

— Viva San Placido!

Peppe Duro, col mortaio in mano e le bombe in tasca, andava sparando

sul percorso del corteo; dalle finestre piovevano pezzi di carta

colorata e di tratto in tratto tutti si fermavano, mentre nuovi devoti

venivano ad offrire altre torcie.

— Viva San Placido!

Quando Senio Spata dava il segnale degli evviva, Rocco Minna non apriva

bocca; se Rocco Minna gridava pel primo, Senio Spata s'asciugava il

sudore. La comare Venera, scalza, sgranando il rosario, guardando

il figliuolo che traballava ad ogni riscossone della barella, con

le gambe spenzolanti, si raccomandava al Santo per la grazia. Ma,

improvvisamente, si sentì chiamare:

— Comare Venera!... Vostro marito... gli è ripreso il male!

Compare Neli era buttato come un morto sotto il banco dell'osteria, con

una bava alla bocca; e appena lo toccavano si dibatteva come un pesce

fuori dell'acqua.

— Soccorretelo, don Gerolamo, per carità!... — La comare Venera lo

affidò al farmacista, e corse a pregare dietro la processione.

Al cader della notte la piazza si rianimava; si accendevano i lumi, i

venditori ambulanti vociavano; lo zio Vito, con un sacco di nocciole

sulle spalle, andava vendendo di qua e di là, e solo il caffè di don

Tino restava chiuso. La folla continuava a gironzare; la gente stanca

si buttava per terra, sugli scalini della chiesa, sbadigliando; i

bambini dormivano con le teste dondolanti sulle spalle delle mamme, e

un ragazzo smarrito piangeva fra le gambe della gente.

Partita da un lato, la processione tornò da un altro, dopo aver fatto

il giro del paese. Una metà delle candele erano spente, il mortaio di

Peppe Duro scottava, i suonatori soffiavano negli strumenti, con le

faccie accese; i portatori si fermavano ad ogni passo, ma gridavano

ancora con le voci rauche:

— Viva San Placido!

Vanni, mareggiato, traballava sulla barella, e la comare Venera, come

la grazia non veniva e la processione stava per rientrare, pregava:

— San Placido bello, fate la grazia al figlio mio!

Vicino alla chiesa, la folla si fece più fitta ancora intorno al Santo;

lo zio Vito circolava a stento vendendo le sue nocciole e il sagrestano

raccoglieva le colature delle torcie.

— Girate a sinistra! — ordinò Senio Spata ai portatori, per far passare

San Placido dinanzi al _Circolo degli Operai_.

— Avanti! Non c'è tempo! — gridò Rocco Minna.

— A sinistra!

— Avanti!

— Sangue del diavolo!

E vennero alle mani. Ma ad un tratto si udì un gran scoppio, i vetri

della chiesa tremarono e delle grida si levarono intorno.

— Son morta!... Aiuto!...

Peppe Duro, più vicino al mortaio crepato, aveva tutta la faccia

riarsa, la comare Venera un occhio abbruciato, e il sagrestano, lo zio

Vito, Senio Spata e Rocco Minna si palpavano per tutto il corpo.

— Portateli alla farmacia... da don Gerolamo...

Ma Rocco Minna e Senio Spata avevano levato in alto le mani scottate,

gridando:

— La grazia!... La grazia!...

E mostravano Vanni il sordo che, allo scoppio, s'era messo anch'egli a

gridare, portando le mani alle orecchie.

— Miracolo!... Miracolo!...

La folla, delirante, si stringeva intorno alla barella, la musica

strepitava e i due rivali si buttarono le braccia al collo, sotto gli

occhi del Santo.

— Viva San Placido!

La sorte · 第 24 / 54 题