VII.

Ora, come i nodi si aggruppavano sempre più intorno al pettine, la casa

Roccasciano era molto meno affollata di prima. La principessa andava

peggio con lo stomaco ed era ridotta a non lasciar più la poltrona. Il

circolo dei compagni di giuoco si assottigliava continuamente, ed ella

restava lunghe ore sola con un cuscino sulle ginocchia e le carte in

mano, a disporle in varie guise, a file, a mucchietti, per ingannare il

tempo.

Appena arrivava il duca di Santa Cita, lei se lo faceva seder di fronte

e gli proponeva di fare una partita.

— Ma io non ho un soldo!

— Eccoti cinque lire.

Non le importava se, vincendo, vinceva i suoi proprii denari: lei

non sapeva far altro che giuocare; ed aspettava impazientemente la

sera, quando venivano ancora parecchi, padre Agatino fra gli altri, a

disputarsi con accanimento, dinanzi al tavolo verde, gli avanzi della

sua fortuna. Se non fosse stato per costoro, la principessa non avrebbe

saputo più nulla di quello che accadeva per il mondo.

— Non sapete? — venne a dirle il marchese una sera — Donna Cecilia si

marita!

— Sul serio? — chiese lei, curiosamente.

— Sul seriissimo. Dopo quarant'anni di senno, ha perduto il lume degli

occhi per un paio di baffi. Si marita col barone D'Errando.

— Quanti anni ha?

— Lui? Trenta.

— E lei cinquantasette.

Padre Agatino e la principessa si guardarono.

— C'è già l'ambo. E settanta, matrimonio.

I numeri non venivano fuori, invece le citazioni dei creditori

continuavano ad ammonticchiarsi sul tavolo di don Peppino, che pensava

ad un racconto per l'_Imparziale_, che il _Commercio_ avrebbe poi

riprodotto. Così cominciò a parlarsi dell'espropriazione del palazzo

Roccasciano.

Giusto, la principessa andava sempre peggiorando e non riusciva più a

levarsi di letto. Ella voleva fare un voto alla Madonna del Carmine,

cercava una penitenza molto grave da infliggersi, perchè la Bella Madre

ne la rimeritasse, facendole ricuperar la salute.

— Ecco, io non giuocherò più il venerdì; non toccherò neppure una carta

col dito!

Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella

chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire

le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli

sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre

si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le

carte.

— Un giro... un giro soltanto...

Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinita sugli origlieri roventi,

rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano

a spegnere la sua sete ardente.

Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese

veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale

e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo

marito don Felice, per dire che era stata dalla _principessa_ e per

pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando

a sua figlia Antonietta.

— Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti

i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta!

Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se

l'è fatta lei, non c'è che dire!...

La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava,

sordamente.

Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente

da fare, altro che pensare all'anima.

— Sia fatta la volontà di Dio! — rispose la principessa quando

l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio.

Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra

stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa

chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e

chiese un mazzo di carte.

— Vostra Eccellenza che cosa fa mai!...

— Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai

giuocare?

— Eccellenza...

— Alla scopa?

— Un poco, Eccellenza...

E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una

campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono

estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale

insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro

tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa

in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava,

riversandosi da tutte le parti...

Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e

di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita

in profondi letarghi. Fanny che la vegliava ne profittava per andare

a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per

riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni,

costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno.

Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la

disdetta, ma inutilmente.

— Io non giuocherò più con voi! — gridava esasperato.

— Ma chi vince? — disse il marchese — Io non rientro ancora nel mio! —

E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in

città dell'acqua delle _Settefonti_: questa volta l'impresa era d'esito

certo.

Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei

volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide

il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa.

— Come vi sentite?

— Meglio... meglio... — rispose con un filo di voce.

— Siete svegliata da un pezzo?... Perchè non avete chiamato?... Volete

nulla?...

Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre

Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte.

— Questo?... Giuochiamo?...

— Sì, un poco... aiutatemi a sollevarmi.

— E i gettoni?

— Lì, pigliate quelle pasticche.

— Quanto valgono?

— ... Cinque lire...

E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva;

tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l'altra,

con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guancie si

accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano

violentemente, tutta la persona tremava.

Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un

quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante.

— Do carte — disse quello.

— Carte...

La principessa coprì la nuova carta con l'altra, che ritirò

lentissimamente.

— Nove! — disse scoprendo il suo giuoco.

— Nove! — rispose padre Agatino, mostrando il suo.

— Che... disdetta!... — E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati.

Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere

qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po' di zucchero in

mano.

La sorte · 第 12 / 54 题