Ora, come i nodi si aggruppavano sempre più intorno al pettine, la casa
Roccasciano era molto meno affollata di prima. La principessa andava
peggio con lo stomaco ed era ridotta a non lasciar più la poltrona. Il
circolo dei compagni di giuoco si assottigliava continuamente, ed ella
restava lunghe ore sola con un cuscino sulle ginocchia e le carte in
mano, a disporle in varie guise, a file, a mucchietti, per ingannare il
tempo.
Appena arrivava il duca di Santa Cita, lei se lo faceva seder di fronte
e gli proponeva di fare una partita.
— Ma io non ho un soldo!
— Eccoti cinque lire.
Non le importava se, vincendo, vinceva i suoi proprii denari: lei
non sapeva far altro che giuocare; ed aspettava impazientemente la
sera, quando venivano ancora parecchi, padre Agatino fra gli altri, a
disputarsi con accanimento, dinanzi al tavolo verde, gli avanzi della
sua fortuna. Se non fosse stato per costoro, la principessa non avrebbe
saputo più nulla di quello che accadeva per il mondo.
— Non sapete? — venne a dirle il marchese una sera — Donna Cecilia si
marita!
— Sul serio? — chiese lei, curiosamente.
— Sul seriissimo. Dopo quarant'anni di senno, ha perduto il lume degli
occhi per un paio di baffi. Si marita col barone D'Errando.
— Quanti anni ha?
— Lui? Trenta.
— E lei cinquantasette.
Padre Agatino e la principessa si guardarono.
— C'è già l'ambo. E settanta, matrimonio.
I numeri non venivano fuori, invece le citazioni dei creditori
continuavano ad ammonticchiarsi sul tavolo di don Peppino, che pensava
ad un racconto per l'_Imparziale_, che il _Commercio_ avrebbe poi
riprodotto. Così cominciò a parlarsi dell'espropriazione del palazzo
Roccasciano.
Giusto, la principessa andava sempre peggiorando e non riusciva più a
levarsi di letto. Ella voleva fare un voto alla Madonna del Carmine,
cercava una penitenza molto grave da infliggersi, perchè la Bella Madre
ne la rimeritasse, facendole ricuperar la salute.
— Ecco, io non giuocherò più il venerdì; non toccherò neppure una carta
col dito!
Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella
chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire
le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli
sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre
si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le
carte.
— Un giro... un giro soltanto...
Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinita sugli origlieri roventi,
rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano
a spegnere la sua sete ardente.
Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese
veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale
e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo
marito don Felice, per dire che era stata dalla _principessa_ e per
pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando
a sua figlia Antonietta.
— Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti
i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta!
Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se
l'è fatta lei, non c'è che dire!...
La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava,
sordamente.
Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente
da fare, altro che pensare all'anima.
— Sia fatta la volontà di Dio! — rispose la principessa quando
l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio.
Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra
stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa
chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e
chiese un mazzo di carte.
— Vostra Eccellenza che cosa fa mai!...
— Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai
giuocare?
— Eccellenza...
— Alla scopa?
— Un poco, Eccellenza...
E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una
campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono
estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale
insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro
tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa
in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava,
riversandosi da tutte le parti...
Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e
di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita
in profondi letarghi. Fanny che la vegliava ne profittava per andare
a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per
riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni,
costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno.
Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la
disdetta, ma inutilmente.
— Io non giuocherò più con voi! — gridava esasperato.
— Ma chi vince? — disse il marchese — Io non rientro ancora nel mio! —
E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in
città dell'acqua delle _Settefonti_: questa volta l'impresa era d'esito
certo.
Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei
volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide
il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa.
— Come vi sentite?
— Meglio... meglio... — rispose con un filo di voce.
— Siete svegliata da un pezzo?... Perchè non avete chiamato?... Volete
nulla?...
Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre
Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte.
— Questo?... Giuochiamo?...
— Sì, un poco... aiutatemi a sollevarmi.
— E i gettoni?
— Lì, pigliate quelle pasticche.
— Quanto valgono?
— ... Cinque lire...
E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva;
tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l'altra,
con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guancie si
accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano
violentemente, tutta la persona tremava.
Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un
quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante.
— Do carte — disse quello.
— Carte...
La principessa coprì la nuova carta con l'altra, che ritirò
lentissimamente.
— Nove! — disse scoprendo il suo giuoco.
— Nove! — rispose padre Agatino, mostrando il suo.
— Che... disdetta!... — E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati.
Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere
qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po' di zucchero in
mano.