I.

La principessa di Roccasciano, sprofondata nella grande poltrona di

velluto rosso, con uno scialle avvolto sul petto scarno e una coperta

sulle gambe, dopo aver rimescolate lentamente le carte, posò sul tavolo

dal tappeto verde il mazzo perchè il cavaliere Fornari lo tagliasse,

e ricominciò la solita piccola partita con un'esclamazione di profonda

sfiducia.

— È inutile, non ho fortuna!

— Voi siete incontentabile, zia! — rispose il cavaliere, annusando la

presa che teneva ancora fra le dita.

— Se non ne azzecco neppur una!... Se perdo da una settimana!... Che ne

dici di questo tabacco?

Il cavaliere sospirò fortemente, socchiudendo gli occhi, con una

contrazione dei muscoli del viso che finì in uno sternuto:

— Ec...cellente!... In coscienza, però, voi non potete lamentarvi;

l'altr'ieri m'avete vuotate le tasche!

— Una volta non fa legge!

Come all'orologio scoccarono le due, la principessa parve in preda ad

una inquietudine: guardava tutt'intorno, sbagliava il suo giuoco. Alla

scampanellata che risuonò a un tratto:

— Fanny, chi è? — gridò alla cameriera, impaziente.

E mentre il cavaliere salutava i nuovi venuti, il marchese Sanfilippo

e il padre Agatino, che si disponevano in giro, la principessa pareva

sulle spine, accumulava sviste su sviste, di sotto le carte faceva

segni d'intelligenza al marchese e al monaco, che rispondevano con

altri piccoli cenni, come per dire:

— Pazienza!

— Che seccatore!

Il cavaliere continuava a giuocare, non accorgendosi di niente.

— Che cos'avete a desinare? — gli domandò il marchese, mandandolo via

cogli occhi.

— Io? Nulla! Un filo di spaghetti al sugo, un merluzzo, due cime

d'asparagi, una braciuola, mezzo pollo, un pan di Spagna...

La principessa adesso stava a sentire, estatica, cogli occhi luccicanti

e la bocca socchiusa, dimenticando le carte nell'ammirazione di quello

stomaco fenomenale.

— Come t'invidio! Io non digerisco più!

— Oh, non è che mangi molto! — disse il cavaliere, alzandosi a stento

— Mangio come tutti gli altri galantuomini; soltanto pretendo della

roba buona. È così difficile, oggi che ogni lavapiatti si dà l'aria

d'un cuoco! C'è più del sugo, che è il sugo? Vi fanno invece una

risciacquatura da guadagnarci un'indigestione. Voi sapete come si fa,

il sugo? Si piglia la conserva di pomidoro...

E, avviato sul suo tema favorito, il cavaliere non trovava più il verso

di smettere.

— Basta, per carità! — l'interruppe padre Agatino — Ce lo direte

quest'altra volta!

Appena quello fu andato via e la porta gli si richiuse dietro, la

conversazione cessò. Intorno al tappeto verde, con un mucchietto di

biglietti dinanzi, gli occhi intenti, le faccie infocate, le mani

nervose, quei tre rifacevano i loro conti, ripigliavano la partita

interrotta la vigilia, non sapevano più staccarsi dai loro posti.

Ma l'uscio di casa Roccasciano non stava mai chiuso dieci minuti

di seguito, e ad ogni scampanellata i giuocatori sospendevano la

partita, guardando la porta, inquieti. Fanny, la cameriera, non

annunziava nessuno, badando a pettinarsi, a lisciarsi, o a scherzare

col servitore, col cuoco, con Agostino Giarrusso, il contabile; e la

gente, certe volte, andava via stanca di suonare, credendo che la casa

fosse deserta. Don Ferdinando, duca di Santa Cita, il cugino della

principessa che veniva ogni giorno a desinare da lei dopo che il giuoco

lo aveva ridotto povero in canna, scampanellava talmente forte ed a

lungo, che tutti i servi correvano ad aprirgli; ma i giuocatori non si

prendevano soggezione di lui. Lacero, unto, egli si metteva vicino alla

cugina, e gli occhietti grigi gli si accendevano nella faccia scarna,

covando i denari, seguendoli ardentemente nel loro peregrinare pel

tavolo, dimenticando perfino la sua fame.

Nessuno diceva una parola, da principio. In capo a un quarto d'ora la

principessa perdeva la testa, non distingueva più le carte, vedeva

partire l'uno dopo l'altro i biglietti che teneva davanti; padre

Agatino diventava livido, convulso; il marchese si abbatteva, accusava

un forte dolor di capo, tentava di spegnere a furia di grandi bicchieri

d'acqua con anice l'arsura che lo tormentava.

Poi cominciavano a lamentarsi, tutti allo stesso modo, di perdere, di

perder sempre.

— Questo si chiama spogliar la gente! — esclamava padre Agatino,

irritatissimo.

— Dite a me? Non vi basta di portarmi via ogni cosa? Ancora un poco e

dichiaro fallimento.

— Se fallirete, è colpa della vostra testa bislacca!

— E la vostra farina il diavolo la fa andare in crusca!

Gli animi si esasperavano; il marchese accusava padre Agatino di

rovinarsi con donna Rosalia, la sua ganza; questi metteva in ridicolo

la smania delle speculazioni con le quali il marchese minava la sua

fortuna.

— Quanto avete guadagnato coi famosi agrumi?

— Gli agrumi sono per terra; ora ho aperta una fabbrica d'agro cotto.

— E domandate dove sono le vostre vincite? La fabbrica se le mangia,

col resto.

— E donna Rosalia vi ridurrà in camicia!...

— Ma dunque, son'io che vinco? — chiedeva malinconicamente la

principessa. — Da un mese non vedo una carta!

Nondimeno continuavano, fino a sera, al lume delle candele, senza

decidersi a smettere.

— Gli ultimi tre giri? — proponeva di tanto in tanto la principessa.

— Gli ultimi.

Finiti quelli, si guardavano in faccia.

— Un altro?

— Un altro.

Così, ogni giorno la principessa andava a desinare un poco più tardi.

La sua tavola era sempre apparecchiata con molti posti; ella aveva

spesso dei commensali: ora il cavaliere Fornari, ora il marchese, ora

qualche altro.

— È una cosa disperante, non ho più appetito!

E si rimpinzava di droghe, di digestivi, mangiava per forza, si

levava di tavola più disgustata di prima. Invece il duca di Santa Cita

diluviava per due, con un appetito insaziabile; restava a tavola a fare

il chilo, allentando le cinghie dei calzoni e del panciotto, pel troppo

cibo.

La principessa andava a buttarsi un istante sul letto, ma non le davano

il tempo di pigliar riposo. Appena notte, cominciava a venir gente:

una processione continua di persone di ogni genere: vecchi abituati a

prendere il caffè da lei e a sonnacchiare sui divani, lunghi sdraiati,

con un sigaro spento fra le labbra: intere famiglie che prendevano

posto intorno al tavolo del sette e mezzo, o della tombola, o della

bassetta, secondo la stagione, o si sparpagliavano per le vaste sale

dell'antico palazzo, come in casa propria, disponendo il modo di passar

la sera; e poi certe figure enimmatiche, provinciali, forestieri che

nessuno sapeva chi fossero, neppure la padrona di casa, la quale

intanto stava sulle spine, annoiandosi al giuoco piccolo, andando

di tanto in tanto a dare una capatina nella stanza appartata dove il

marchese, padre Agatino, il dottor Felicetta e qualche altro facevano

la forte partita a primiera.

— Principessa, non giuocate?

— Come fare, con tutta questa gente...

— Un giro soltanto!

Lei non sapeva resistere alla tentazione, perdeva, tornava in salotto

tutta turbata, restava un istante per scomparire nuovamente e ritornare

a pigliar posto al tavolo della tombola, nascondendo male la sua

contrarietà.

— Non capisco come possiate divertirvi a questo giuoco! — diceva a

donna Cecilia Morlieri, mettendosele a fianco.

— Il più bel giuoco è quello a cui si vince!

Come donna Cecilia era in istrettezze, da tanto che s'era divisa dal

marito, comperava una sola cartella per volta, non arrischiava mai più

di due soldi e lasciava il suo posto appena aveva una vincita, anche

minima.

— Il bel giuoco dura poco!

Dall'altro lato del tavolo Giorgio Furleo e la signorina Marco

giuocavano in società, ogni sera, da parecchi anni.

— Come sono seccanti! — diceva la baronessa de Fiorio alla vicina, in

modo che tutti la sentivano.

— È una cosa che sta malissimo, e se le mie figliuole si permettessero

altrettanto, io le piglierei a scapaccioni, dinanzi a chiunque! —

rispondeva la Giordano, per fare intendere che le sue ragazze avevano

tutt'altra educazione.

Intanto, esse erano circondate da tutti i giovanotti della società.

Angiolina, la più piccola, benchè sembrasse ancora una bambina, teneva

fronte ai più arditi; Antonietta rispondeva alle occhiate del tenente

Costanzo, di nascosto, perchè sua madre non lo trovava un partito

abbastanza vantaggioso.

— Se ti vedo ancora attorno quel pezzente!... Uno che non si sa come

nasce!...

E andava a mettersi accanto alla marchesa Sanfilippo, alla contessa

Vita, alle signore titolate, per prendersela colla padrona di casa:

— Già, la colpa è tutta della principessa. Che rispetto volete che

s'abbia, quando si danno certi esempi!... Lei non vive che per il

giuoco, il cugino mangia alle sue spalle, chi va e chi viene!...

— Grazie! — diceva il cavaliere Fornari al cameriere, allontanando il

vassoio col gesto. — In fatto di liquori, non mi contento che della

mia sciartrosa. Oggi, sotto un cartellino fiammante, vi danno un po'

d'acqua inzuccherata...

E si voltava a criticare la composizione dei _menus_ del Grande Albergo

con Filippo Mordina, un povero diavolo sul cui viso magro e patito si

leggeva la fame.

— Non pensa che a mangiare e a bere! — faceva osservare il professor

Quartini al pretore Restivi. — Ma il pretore Restivi, rincantucciato

nell'angolo del divano, con la testa reclinata sulla spalliera, dava al

suo interlocutore uno sguardo spento, fra le palpebre socchiuse, poi

le richiudeva nuovamente e ripigliava il sonno interrotto. Dall'altro

lato del divano, don Felice Giordano sonnacchiava anche lui, quando sua

moglie veniva a destarlo bruscamente, sul punto di andar via:

— Che modo è questo di stare in società? Dove hai imparato

l'educazione?...

A poco a poco la gente se ne andava e le sale restavano vuote,

illuminate a giorno, nella notte alta. Nella stanza dei giuocatori

le candele finivano di consumarsi, con una fiamma lunga, rossastra,

illuminante le faccie gialle o infocate. La principessa trangugiava

la terza o la quarta tazza di caffè. Al profondo russare del Restivi

rispondeva in cadenza, come un'eco, il ronfo leggiero, inquieto, del

cameriere nell'anticamera.

La sorte · 第 6 / 54 题