Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel
quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita.
Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per
avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso,
rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la
posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste
l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza
visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro
accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e
talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un
sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò
a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in
fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette
alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì
insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.
Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola
insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola
d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani
nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato
l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti
ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli
occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi
un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre
d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei
volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del
padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il
mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il
Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:
— Sei italiano o brasiliano?
E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:
— Brasiliano.
Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto
sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il
Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli
parve d'assistere ad una metamorfosi. Il giovanotto aveva tutte le
fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già
una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era
così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti
parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima.
Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era
ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro
intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò
le spalle e uscì dalla scuola.
Disse al Rummo, quando furono in istrada:
— Queste scuole sono davvero un debole istrumento per la conservazione
dell'italianità nelle colonie!
E cercò d'intrattenere il Rummo parlandogli d'emigrazione e di doveri
nazionali; ma il Rummo gli disse:
— So, so! Ho dat'un'occhiata al suo libro, «La riforma borghese».
— Ebbene?
— Lei vorrebbe la nazione eroica, sogna conquiste affricane. Ma dove
vuol trovarlo l'eroismo tra la borghesia? L'eroismo è solo dalla nostra
parte e si chiama sciopero generale.
E sprezzantemente il Rummo se n'andò pe' fatti suoi, non solo, ma
da quella volta si tenne il più possibile lontano dai ritrovi dove
supponeva d'incontrar il Buondelmonti, e per la via si voltava
dall'altra parte e non lo salutò più.
Altre volte il Buondelmonti passeggiava per Rio de Janeiro insieme con
Quirino Honorio do Amaral, spesso lungo la riva del mare, e le loro
conversazioni s'aggiravano di solito su letterati e artisti europei
della cui conoscenza, specie degli italiani, il giovane brasiliano
si mostrava avidissimo. Egli aveva già un cervello addestrato alle
cose della letteratura e dell'arte di Europa ed aveva per tutto ciò
che fosse italiano una passione che lo divorava; la quale passione,
seppe il Buondelmonti in una delle loro passeggiate sul mare, gli
proveniva dall'avere egli qualche anno avanti, quando cioè era ancora
giovinetto, vista recitare in un teatro di Rio de Janeiro una grande
attrice italiana, e dall'essersi allora per la prima volta la sua
anima iniziata alla conoscenza del bello. Quirino era poeta d'ardente
e profonda anima, aveva già composto un poema intitolato «La patria
lontana» e l'aveva dedicato al grande poeta nazionale del Brasile
Joâo Antonio de Oliveira del quale egli era discepolo. La patria
lontana era l'Italia, culla della civiltà latina. L'anima di Quirino
vedeva continuamente l'Italia, perchè l'arte ne aveva risvegliato
in lui, il ricordo, ed ei la considerava come sua patria d'origine,
sin dall'origine de' suoi padri antichi. Sicchè quando si trovava
col Buondelmonti era avidissimo di saperne il più possibile e lo
interrogava su Roma e sulle altre città, sull'aspetto de' paesaggi, sui
monumenti e sulle vite degli artisti; tornava continuamente su Roma
e sulle rovine romane e faceva domande particolareggiate, minuziose,
dicendo spesso:
— Io so che questo monumento è posto così ed ha questa linea, ma com'è?
Il Buondelmonti gli rispondeva e Quirino domandava ancora, e il
Buondelmonti gli dava altre notizie sorridendo, ma Quirino era
insaziabile, per un'avidità dell'antichissimo sangue trasfuso in lui.
Spesso poi conduceva il Buondelmonti da un celebre libraio francese
della città il quale si chiamava Garnier e nella cui bottega
frequentavano letterati e artisti; questi pure, uomini di fino
intelletto e di curiosità spirituale, si mostravano desiderosi di
conoscere la letteratura e l'arte d'Italia, ma Quirino per placare la
sua nostalgia li stancava parlando e parlando loro del Buondelmonti,
quando questi era partito.
Finalmente una settimana dopo il pranzo del Berènga, Piero e gli Axerio
si ritrovarono in una casa brasiliana che dava un ricevimento in loro
onore, e Piero appena entrato nel primo salotto avendo scorto Giovanna
le andò incontro e le domandò:
— Perchè non mi ha più scritto?
Ma Giovanna non aveva ancora risposto quando sopraggiunse il Porrèna
dicendo:
— Questo Brasile m'accoppa con una congestione cerebrale di noia.
Pure, aveva un'allegria che gli schizzava fuori da tutti i pori e
la sua faccia arguta non era stata mai così arguta come quella sera.
Sotto voce prese a perseguitare tre brasiliani che attraversavano il
salotto, sparivano in quello attiguo, riapparivano, uno dietro l'altro,
tutti e tre soli, impalati e stecchiti come andassero in processione,
e mostrando sotto la pelle dell'uomo bianco la struttura del teschio e
il colore del negro.
— Eccoli lì: hanno i loro padri alle finestre.
E le finestre erano per il Porrèna le loro stesse facce da cui come da
finestre mettevan fuori il capo i padri. E il Porrèna non tanto rideva
di questo quanto a pensare come i tre brasiliani si sarebbero irritati,
infuriati, se uno avesse mostrato loro il destino di quelle loro facce
bianche, di far da finestre a' teschi dei loro padri negri. La visione
de' tre brasiliani che pestavano i piedi dal furore, ciascuno col
teschio del padre saltante dentro l'involucro della pelle facciale,
esilarava il Porrèna e dava al suo animo un'ebrietà di «vis comica»
che si trasfondeva nell'animo di Giovanna. Finalmente il giovane trovò
l'ultima parola per uno de' tre brasiliani deambulanti, molto vecchio,
tutto rughe, talchè come tra un arruffio di corde appariva il suo
teschio.
— Eccolo lì: ha ancora qualcosa di giovanile: lo scheletro.
Infatti il vecchio camminava con la persona diritta e qualcosa
d'inesprimibilmente giovanile era in lui, nel portamento della spina
dorsale. Il Porrèna e Giovanna a un tratto sparirono nella folla degli
altri invitati e Piero si mise a cercarli di salotto in salotto, finchè
poco dopo ritrovò la signora senza più il giovane e le disse:
— Ma che c'è dunque fra Lei e me?
La signora alzò il viso, lo guardò, ebbe un moto d'ira tra ciglio e
ciglio, gli disse:
— Lei perde contegno, signor Buondelmonti.
Poi vide la sua faccia sì stravolta che aggiunse:
— Venga dimani alla villa verso le quattro.
E andò dritta incontro al marito.
Il giorno dopo verso le tre Piero salì a Santa Teresa domandandosi
ancora la causa del mutamento di Giovanna e ricordandosi de' pochi
giorni del viaggio che eran successi alla notte in cui l'«Atlantide»
aveva camminato attraverso la nebbia. In quei giorni egli aveva sempre
creduto di legger chiaro nell'anima di lei; vi aveva letto che essa non
voleva trovarsi più sola in sua compagnia, ma era stata d'un'adorabile
dolcezza negli attimi fuggenti, e ciò era bastato a Piero e gli era
piaciuto e aveva pensato che non bisognava farle violenza, tanto
sarebbero giunti presto a Rio de Janeiro. Il giorno prima dell'arrivo
Giovanna stava nel corridoio avanti alla sua cabina, in ginocchio, e
riponeva le sue robe nel baule, quando era passato Piero e aveva detto:
— A domani!
Giovanna senza alzarsi di ginocchio gli aveva stretto la mano con tanta
luce negli occhi! Nè tutto quel giorno, nè il giorno innanzi, nè prima
l'aveva trovata più in compagnia del Porrèna. Ora perchè il Porrèna era
tornato accanto a lei? Che mutamento aveva fatto Giovanna? Perchè?
Piero era salito in tranvai; giunto dove bisognava scendere per
prendere il sentiero che menava su alla villa degli Axerio, s'accorse
che era troppo presto, scese e s'indugiò per la strada da dove
cadendogli gli occhi sulla città che stava giù nel piano, ripensò che
non aveva ancora avuto l'animo per contemplarne la bellezza, ne provò
rimorso e cercò di liberarsi dalla passione che già incominciava a
rendersi padrona di lui, cercò di liberarsene lasciandosi occupare
dalle cose esterne. Per la strada dove andava, c'era molta quiete,
casette sparse con giardinetti intorno, bambini scalzi, serve negre
e qualche venditore ambulante che passava battendo con una mano delle
bacchette di legno per farsi sentire. Talvolta si sentiva un batter di
mani dinanzi al cancello d'un giardinetto o alla porta d'una casetta:
era qualcuno che chiamava di fuori e qualcuno di dentro appariva, sì i
giardinetti eran piccoli e le casette piccole e leggiere. Piero prese
il sentiero della villa e a un certo punto trovò degli operai negri e
bianchi che lavoravano, alzavano un muro per reggere il ciglione che
non franasse, e fra loro Piero riconobbe un emigrante dell'«Atlantide»
e ne sentì altri dire qualche parola in italiano. Allora si accorse
quanto una delle due nature che erano in lui, la individuale, presa
d'amore, avesse sopraffatto l'altra che poteva diventar coscienza
nazionale, perchè non aveva più occhi per vedere gli uomini della sua
patria, nè orecchi per sentirne le voci. Ne provò un profondo rimorso
e si disse dentro di sè:
— Son venuto qui a innamorarmi come un fanciullo?
E guardò gli uomini della sua patria che rivoltavano la terra straniera
in mezzo ai negri schiavi d'Affrica. Quando a un tratto uno di questi
negri alzò la voce e si mise a gesticolare sulla faccia d'un italiano.
Altercavano e ad un certo momento il negro fece l'atto di metter le
mani addosso all'italiano.
— Ah razzaccia! — gridò Piero e spinto dal suo rimorso a far anche
di più di quel che fosse necessario per un uomo della sua patria fu
addosso al negro e l'atterrò, ma quegli fortissimo rimessosi in piedi
gli sferrò un pugno. Cieco d'ira allora Piero e più forte gli fu di
nuovo addosso e di nuovo l'atterrò e lo conficcò con le ginocchia a
terra e gli sbattè la faccia sulla terra rivoltata che era di color
rosso acceso, sicchè sulla faccia negra, quando questa si rialzò,
pareva brani sanguinanti. Ma subito Piero per lo stimolo di quella
stessa azione di lotta che aveva compiuta, si ricordò del Porrèna, il
suo amore lo rioccupò, la paura e l'ansia lo vinsero, d'un fiato sotto
il sole rovente corse su alla villa degli Axerio, nel salotto vide
che il Porrèna non c'era, la gioia lo invase, vide poi che Giovanna
era in compagnia d'una signora italiana, di due signori brasiliani
a lui sconosciuti e del marito. E sino alla fine della visita il
giovane, dimentico anche del mutamento di Giovanna, ebbe l'animo
libero, leggiero leggiero e gioioso. Il professor Axerio raccontò
della prima lezione che aveva fatta alla facoltà di medicina il giorno
avanti e disse bene degli studenti brasiliani che gli erano parsi
d'un'intelligenza raccolta e penetrante. La signora della colonia, una
madre di famiglia, raccontava a Giovanna delle difficoltà che ci sono
per educare italianamente i figli nella colonia, mancando buone scuole.
A un tratto Piero e le signore sentirono un galoppo serrato per il
sentiero sotto la villa. Eran accanto alla finestra, guardaron fuori,
videro dallo svolto del colle venir a cavallo di gran trotto una forma
femminile nella quale, quando fu più vicina, riconobbero Bruna Berènga.
Questa passò sotto la villa, alzò gli occhi, salutò mandando un grido
acuto, sfrenò il cavallo, divorò il tratto di sentiero che saliva sui
precipizi sino alla foresta nella quale sparve. E subito dal medesimo
svolto del colle apparve un cavaliere, era il Berènga il quale teneva
dietro alla nipote di gran corsa. Passò anch'egli sotto le finestre,
curvo il gran torso sul cavallo, non vide, lanciò un grido:
— Bruna!
Sparì anch'egli nella foresta e si sentì ancora la voce che richiamava:
— Bruna!
Giovanna dopo si levò dalla finestra per offrire il tè. E Piero tutto
animato di speranza da quella corsa selvaggia disse a Giovanna mentre
questa gli porgeva la tazza:
— Poi mi dirà, vero?... perchè con me non è più quella di prima.
Giovanna senza alzar gli occhi dalla tazza gli rispose:
— Sono sempre la stessa.
— Allora — riprese Piero — posso venir anche domani a salutarla?
Giovanna a capo chino rispose di sì.
E Piero qualche momento dopo, lasciata la casa di Giovanna, aveva
nell'anima un gran proposito di lavoro. Voleva nell'America del Sud
non passarsela in ozio, ma occuparsi utilmente studiando l'emigrazione
italiana. Perchè la felicità aveva nel cuor di lui, già stretto dalla
pena d'amore, resuscitata la coscienza nazionale come il vento da un
fuoco chiuso in un cespuglio appicca la fiamma a tutta la foresta.
Egli era sempre stato in Italia un forte lavoratore ed ora da più d'un
mese, tra il viaggio e il resto, aveva cessato ogni seria occupazione.
Era tempo di ricominciare. E scendendo da Santa Teresa in città
benediceva Giovanna che gli aveva suggerita l'idea di quel viaggio
e degli studii sull'emigrazione. Ella diventava l'ispiratrice della
stessa sua coscienza nazionale e Piero l'adorava come non la aveva
adorata mai. Giunto in città corse al consolato italiano e fattisi dare
libri, relazioni, notizie, ogni sorta di documenti sulle condizioni
degli italiani a Rio de Janeiro tornò all'albergo e passò tutta la
notte a tavolino. Ma la mattina Giovanna gli mandò un biglietto nel
quale gli diceva che era dispiacente di non poterlo ricevere il giorno
per un impegno sopraggiuntole da parte di suo marito. Nulla più: non
l'invitava per un'altra volta.
E allora Piero ricadde in balìa della pena d'amore perchè era
orgoglioso e per tutto l'oro del mondo non avrebbe più battuto alla
porta di Giovanna. Costei l'aveva attirato tanto lontano, lusingato
e ora l'abbandonava. Gli riappariva il Porrèna. Li disprezzava tutti
e due. Erano degni l'uno dell'altra, erano il prototipo della coppia
cittadina raffinata, frivola e motteggiatrice con la quale egli non
poteva parlare. Ma altre volte, specie la mattina quand'era giunta
la posta senza portar un nuovo invito di Giovanna, la passione
s'impossessava di lui, e allora si ritrovava solo nella città
sconosciuta, i nuovi amici non esistevano più, tutte le cose esteriori
erano morte, non poteva restare all'albergo ed errava per le strade
senza mai trovar requie, sempre col pensiero fisso di Giovanna dentro
di sè e spesso si ricordava de' giorni che avevano passato insieme
sull'«Atlantide». La rivedeva tanto più amabile d'allora. La rivedeva
in tanti atteggiamenti di cui gli pareva che allora gli fossero
sfuggite la leggiadria e la grazia, allora che era per lui la donna
la quale sarebbe stata la sua amante di lì a pochi giorni. Rifaceva
la vita di bordo, giorno per giorno, ora per ora, e gli pareva di non
aver goduto abbastanza della sua compagnia e di lei. La rivedeva e la
risentiva parlare, ridere, camminare, uscire dalla sua cabina, entrare
nella sala da pranzo, battere le mani dalla gioia, fissarlo con gli
occhi ilari e intimiditi, chinare il piccolo, leggiadro capo sul mare,
dirgli tante tante frivole cose sotto voce, pendere dalle sue labbra
quand'egli le raccontava degli emigranti. Rivedeva quel nastro di seta
color granato su quel profilo greco de' suoi capelli castani tremare
al vento leggiero come la sua anima, gli era parso talvolta, a fior
del mare. E tutto era pieno di lei; i suoi occhi, il suo riso, le sue
vesti erano da per tutto, tutto prendeva qualcosa da lei, il mare, la
nave, il cielo, la notte, le stelle. Essi avevano contemplato insieme
le stelle, spiato l'apparire della Croce del Sud dopo l'Equatore,
visto ondulare nella notte le alberature e le sartie nere e attraverso
quelle brillare le stelle. Avevano visto la cima, dell'albero di
prua tentennare quasi impercettibilmente e sopra c'era una stella,
tre stelle, uno sciame di stelle, e l'albero pareva che si movesse
per toccarle. E Giovanna aveva mormorato qualche parola o mandato un
sospiro per esprimere la sua pena di non potersi esprimere, e a Piero
quel sospiro e quella parola non erano penetrati nel cuore come ora
che glie lo dilaniavano. Che paradiso avrebbero potuto dargli ora
quelli occhi da cui l'infanzia non voleva partire, quella voce, quel
riso, quella bocca, quelle mani piccole e magre che quella notte aveva
prese fra le sue e baciate e lasciate! Perchè le aveva lasciate? Ora
Piero se ne pentiva perchè sapeva che l'amore della donna è spesso il
frutto della sua caduta e che ci sono donne le quali non cadono perchè
amano, ma amano perchè sono cadute. Ei si diceva dentro di sè: — Perchè
ho avuto questa debolezza? — E ne provava rimorso. Si ricordava che
quella notte, quand'erano soli, sepolti nella nebbia, ed essa tremava
e aspettava, si ricordava d'aver sentito per un attimo sfiorarsi
il petto dal palpito del suo seno e di aver sentito per l'attimo
d'un attimo lungo la persona il contorno della schietta persona di
Giovanna, e questo ricordo gli dava un rimorso carnale che accendeva
la sua passione. In certi momenti Giovanna stessa mutava aspetto e la
sua voce non diceva a Piero come allora: — Pietà di me! — Ma diceva:
— Perchè non m'hai soffocata fra le tue braccia? Io volevo questo,
se tu l'avessi voluto. Perchè m'hai delusa? — Riappariva il Porrèna,
riappariva continuamente sulla nave accanto a Giovanna.
E intanto ogni proposito di lavoro era caduto. Gli amici, Giorgio
Tanno, i fratelli Mùrola, andavano a cercar Piero all'albergo dove
abitava sulla riva del mare, e lo trovavano afflitto: rispondeva appena
alle loro parole e non domandava più delle cose della colonia, delle
scuole e de' sodalizi, che per lo innanzi aveva mostrato tanto zelo di
conoscere. Talvolta quella sua natura per la quale egli poteva uscir
da se medesimo e incarnar la coscienza d'una nazione, mandava il suo
nobile grido contro l'altra che la teneva schiava d'amore. Piero aveva
sempre avuto molto disprezzo per il romanzo borghese contemporaneo
il cui eroe è sempre il giovane signore ozioso, spasimante d'amore
in adulterio. Nulla di più sciocco aveva trovato mai di simile
letteraturaccia da omiciattoli. Ed ora in un paese d'emigranti della
sua patria, egli, apostolo della vita nazionale eroica, per altro non
era venuto se non per comporre, delle sue lacrime e de' suoi sospiri,
un romanzuccio d'amore e di gelosia, d'amore senza corrispondenza e
di gelosia forse senza rivale. Piero si disprezzava per il suo amore e
per la sua gelosia. Ma non poteva far altro se non pensare a Giovanna.
Seppe un giorno che gli Axerio avevano cominciato a frequentar qualcuno
della colonia e a far visite la sera. Egli andò or da questo, or da
quello con la speranza di trovar Giovanna, e la cercava per la città.
Una Domenica Piero si sentiva più afflitto e solo degli altri giorni
nella città sconosciuta, e più la coscienza della miseria nella quale
era caduto, lo tormentava. Quando pensò che un solo uomo gli avrebbe
potuto dar forza per risorgere o almeno un po' di consolazione, e
quest'uomo era il costruttore di case Lorenzo Berènga. Andò a trovarlo
nella sua villa a Santa Teresa dopo il tramonto. C'era nel giardino
della villa la nipote Bruna la quale appena lo scorse, gli si fogò
incontro a braccia aperte mandando grida festose, e Piero a un tratto
si sentì consolato da quell'accoglienza tanto cordiale. Subito Bruna
gli domandò:
— Lo zio?
E senza aspettar risposta s'incamminò avanti. Andava via in fretta per
il giardino e nelle sue membra c'era il fremito della corsa frenata a
stento. Ma a un tratto disse:
— Questa sera gli altri italiani non verranno.
Piero si sentì rimorire confessandosi ora che egli era venuto alla
villa del Berènga, soprattutto per la speranza di trovarvi Giovanna.
Appena toccò la soglia, Bruna s'alzò di statura, la sua faccia si
ricoperse di religione come quella del devoto che entra in chiesa.
Attraversò un corridoio camminando in punta di piedi per abitudine
contratta e come se un momento dopo non avesse dovuto disturbar lo zio
battendo alla sua porta. Quando fu dinanzi ad una porta chiusa, battè.
Una voce aspra rispose di dentro:
— Avanti.
Il Berènga appena il Buondelmonti entrò, gli chiese, senza nemmeno
dar tempo ai saluti, se sapeva di quelle società per la costruzione di
case operaie che ci sono in alcune città d'Italia, e quegli incapace di
parlare gli rispose di no. Il Berènga gli aggiunse che voleva vedere
se era possibile di tentar qualcosa di simile a Rio de Janeiro, e che
aveva incominciato a studiare intorno a quel disegno. Il Buondelmonti
facendosi forza gli disse:
— Mi hanno raccontato che Lei trova il tempo per molte cose....
— È vero.
E il Berènga portò il Buondelmonti nella sua biblioteca dove fra molti
altri libri di vario genere gli additò le più celebri e reputate opere
francesi, italiane, tedesche, inglesi, d'esegesi biblica, di storia del
cristianesimo, di controversia fra il cattolicismo e il protestantismo,
di dogmatica e di oratoria sacra. Poi tirò giù dagli scaffali alcune di
quelle opere, mostrò le pagine annotate nei margini. Domandò l'altro:
— Son note di suo pugno?
— E di chi debbono essere? — rispose il Berènga e tirò giù altre opere
che avevano in margine annotazioni piene di acume e di profonda fede
religiosa. Ora l'annotatore approvava il testo e ora contradiceva, il
più spesso senza discutere, seccamente, sì e no, come uomo sicuro del
fatto suo e senza dubbii:
— Faccio sempre così; io non posso lasciarmi dominare quando lo
scrittore mi manifesta il suo pensiero; ho bisogno di dominarlo io e
annoto.
— Ma pure Lei è un uomo di fede.
Il Berènga aggrottò i fasci delle sopracciglia e proruppe corrucciato:
— Ma la mia fede è libertà, non schiavitù! La mia fede è mia, perchè me
la sono scelta io, e credo perchè ho visto! Credere non mi diminuisce,
mi fa così!
S'alzò sulla punta dei piedi, levò le braccia e poi sedutosi al
tavolino e invitato il Buondelmonti a fare altrettanto, riprese:
— Sì, caro signor Buondelmonti! Quand'ho lavorato tutto il giorno, mi
metto qui e leggo e studio. Veda, per le mie case operaie di cui Le
parlavo.
Di sotto a un cumulo di libri e di fogli trasse due grandi quaderni
tutti scritti e opuscoli in italiano. E dopo aggiunse:
— Vuol vedere quant'ho dovuto studiare nella mia vita?
Aprì un cassetto del tavolino e ne tirò fuori un monte di quadernetti,
come quelli degli scolari e disse:
— Ecco qua come mi sono imparato il francese e l'inglese. A
quarantacinque anni son ritornato ragazzo.
Il Buondelmonti dette un'occhiata ai quadernetti e s'accorse che
si calmava la sua pena. Guardò il costruttore che teneva il braccio
disteso sul tavolino in atteggiamento di riposo senza stanchezza e
aveva sulla faccia la franca soddisfazione di parlare di sè. Lo invitò
a raccontargli la sua vita. Ma il Berènga gli raccontò soltanto che
era nato in Abruzzo, all'ombra del Gran Sasso, e che suo padre era
capomastro famoso ne' suoi paesi e viveva ancora; e poi gli raccontò
come egli medesimo era passato da muratore a costruttore mettendosi
in un'impresa con un architetto di Rio de Janeiro il quale aveva
finito col presagirgli che sarebbe diventato il primo dell'arte sua in
tutto il Brasile. E gli raccontò come aveva imparato le matematiche
e l'architettura rubando le notti al sonno. A un tratto dette una
voce forte e chiamò Bruna la quale era uscita appena introdotto il
Buondelmonti. Accorsa Bruna le disse:
— Tutti qui per le orazioni.
E di nuovo rimasto solo col Buondelmonti gli disse:
— Oggi è Domenica, è l'ora di fare orazione; se a Lei non piace
assistervi, buona notte.
— No! Mi piace — esclamò il Buondelmonti e già respirava liberamente.
Il Berènga aggiunse contento, come per concludere:
— Insomma, caro signor Buondelmonti, qualcosa abbiamo fatto. Ho cinque
officine, settecento operai, ho arricchito i miei genitori e i miei
fratelli che son tornati in Italia, ho cercato nelle costruzioni che ho
inalzato qui di mettere un po' di solidità alla maniera di mio padre e
qualche linea italiana.
Il Buondelmonti sentiva di nuovo il desiderio d'aver notizie degli
emigranti e perciò disse al Berènga:
— L'altra volta m'accennò le difficoltà d'aprirsi una strada qui....
altra gente, disse, altro clima....
— L'altra volta non mi spiegai bene. Non son uomo io da lamentarmi se
trovo la vita dura. Io son più duro. Ma intendevo dire: per chi si
costruisce qui? Per chi ho costruito io tanto? Fra la madrepatria e
questo nobilissimo paese che ci ospita, che legame c'è? Siamo forse
cittadini qui, senz'esercitare i diritti politici? E se prendiamo
la cittadinanza del Brasile, siamo forse sempre italiani? E se le
volessimo tutte e due, che saremmo noi? E la forza di questo suolo non
divora subito i figli degli stranieri sin dalla prima generazione?
Diventano figli del paese. Lei, ho saputo, ha visitato la nostra
scuola. Son forse ancora italiani? E deve esser così, perchè questo
nobilissimo paese ha diritto di diventar grande, perchè come tutti
i paesi nuovi ha una forza d'attrazione immensa. Ma noi per chi
costruiamo? Io come io, Lei può crederlo, non sono scontento di me.
Ma come italiano, che avrò aggiunto con la mia forza, col mio mezzo
secolo di lavoro, a quella grande cosa che dovrebbe esser l'Italia?
Qui l'Italia non c'è in nessuna maniera! Qui c'è un altro paese,
nobilissimo anche questo, che prenderà uno de' primi posti nel mondo,
ma non è l'Italia. Io vorrei stare fra gli eschimesi, ma poter dire: —
Qui la mia patria domina! — Oh, sarebbe altra cosa!
Tacque un momento. Lungo il braccio ancora disteso sul tavolino corsero
gli occhi suoi sin alla mano villosa che s'aderse spalancando le dita.
Poi il Berènga ricominciò guardandosi sempre le dita:
— Le dissi l'altro giorno che più volte sono stato buttato a terra
da colpi di fortuna e che mi son sempre rialzato e rifatto. Una
volta avevo preso grandi lavori nella capitale d'uno stato del Nord.
Dovevo costruire un ospedale, un teatro e altri pubblici edifizi.
Noleggiai delle navi per conto mio, assoldai più di mille operai,
feci immense provviste di materiale, misi nell'impresa tutti i miei
fondi e tutti i miei crediti e via! Ma in quella città di cattivo
clima caddi malato, stetti dieci settimane a letto e dovetti tornare
a Rio. Rimessomi, stavo per tornare a' miei lavori, quando mi giunse
un telegramma con l'annunzio che eran rimasti in tronco. Corsi. A
farla breve, il contratto che io avevo, fu rotto e i lavori non furon
più ripresi. Tutta la mia fortuna se n'andò in quell'abisso e restai
con più d'un milione di debiti. Ma senta. Vengo a sapere che qualcuno
m'aveva voltato contro l'animo del governatore per agguantarsi poi
lui i lavori. Io lo conoscevo, l'uomo; era un mio nemico e rivale. Un
giorno l'incontro per la strada. Appena mi vide, affrettò il passo.
Aveva la morte dietro. Lo raggiunsi, l'afferrai per le spalle, lo torsi
all'indietro così, gli avrei troncata la spina dorsale e mangiata la
faccia, vidi la sua faccia pallida dallo spavento. A un tratto sentii
dentro di me una voce: — No! — Lo scossi per le spalle e gli dissi: —
Vattene! — Dio voleva così.
Tacque. Il suo occhio corse ancora lungo il braccio sino alla mano che
drizzò le dita come capi di serpi. Sotto il sopracciglio aggrottato
l'occhio nereggiava. Il Berènga ricominciò:
— Io ero giovane allora, amavo, mi dovevo sposare di lì, a tre mesi, si
seppe della mia rovina, i parenti di lei mi chiamarono e mi dissero:
— Tutto è finito! — Io ero troppo orgoglioso, risposi: — Sta bene! —
Portaron via quel giorno stesso la ragazza in un'altra città. E non
l'ho più rivista. Io stetti un giorno e una notte seduto così a un
tavolino a pensare se dovevo finirla. A un tratto una voce mi disse: —
Avanti! — Mi detti una frustata nella faccia, m'alzai e ricominciai.
Ma per chi, domando io? Se fossi stato nel mio paese e il mio paese
m'avesse aiutato, con questo mio braccio qui mi sarei sentito la forza
di creare un mondo.
Il Berènga alzò dal tavolino il braccio col pugno chiuso, e il
Buondelmonti vide correr per quello un torrente di forza.
Tornò Bruna con la servitù per le orazioni comuni della Domenica e
donne e uomini si disposero in circolo. Lorenzo Berènga lesse prima
un frammento della Bibbia e poi alzandosi in piedi incominciò a
pregare o meglio a parlare a Dio, a ringraziarlo de' benefizi che
gli aveva fatti, a raccomandargli se medesimo e la nipote e il padre
e la madre e i fratelli lontani e tutti i suoi servitori. Stava col
tergo e con tutte e due le mani appoggiato al tavolino; la lampada
elettrica che pendeva dal soffitto, non l'illuminava in pieno, sulla
faccia bruna e barbuta c'era un'ombra. Stava con la faccia un po' in
avanti e gli occhi chiusi e rassomigliava al cieco, quando sa d'aver
dinanzi a sè qualcuno, gli parla e non lo vede. L'ombra che egli aveva
sulla faccia, pareva venir da qualcuno al quale egli parlava. Pareva
l'ombra di Dio. I lineamenti eran sempre gli stessi, a taglio di spada
per la guerra terrena, ma eran sotto quell'ombra e la faccia pareva
accecata. E a chi ricordava il suo occhio di guerra, qualunque cosa il
Berènga dicesse a Dio nella sua preghiera, pareva dire: — Ecco, Dio,
tu hai voluto punirmi per il mio orgoglio e per la ferocia del mio
sangue accecandomi, ed ecco io mi umilio dinanzi a te! — E pareva che
quell'uomo pregando patisse indicibilmente.
Quando il Buondelmonti lasciò la villa, qualcosa di nuovo era accaduto
dentro di lui. Una voce gli diceva:
— Se non altro per lui, per quell'uomo che ha saputo vincere il suo
amore e riprendere il suo lavoro, tu devi fare il tuo dovere. Tu
pure devi vincere il tuo amore e lavorare, se non altro perchè non
moiano sconosciuti, in esilio questi eroi della tua patria, questi
meravigliosi costruttori perfin della loro nuova fede libera e
veggente!
Si sentiva dentro di sè una forza nuova, una volontà di vincere il suo
amore per il suo dovere. Sino a quel momento aveva anche strenuamente
combattuto per le sue idee, ma sempre col piacere che nasce dall'agir
secondo i proprii istinti e il proprio carattere, mentre ora per la
prima volta sentì dentro di sè il primo svegliarsi d'una coscienza più
consapevole e più virtuosa che aveva alcunchè di religioso: si sentì
forte della volontà di soffrire per fare il proprio dovere. Tanto su di
lui era stato efficace l'esempio del Berènga. E a un tratto in questa
nuova disposizione di spirito per la prima volta gli apparve la colpa
iniziale del suo viaggio: la sua leggerezza. Egli era venuto in paese
d'emigranti, nel paese dove Lorenzo Berènga aveva lottato e sofferto
e tanti altri uomini della sua patria avevano lottato e sofferto e
fatto tanto; egli vi era venuto non condottovi da un serio proposito
di studio e di lavoro, ma per seguire l'invito d'una signora. Era la
sua colpa iniziale: egli aveva cominciato com'il giovane signore del
frivolo romanzucciaccio borghese. E del resto, anche per l'innanzi, non
era stato sempre così? Non era stato anche lui uno schiavo dell'amore?
Non s'era compiaciuto dentro di sè delle sue buone fortune d'amore? E
tutte le volte che amore era apparso, non gli aveva sempre sacrificato
ogni altra cosa? E non era stato anche lui un uomo, un giovane del
suo tempo, d'un tempo in cui ognuno è separato dagli altri e chiuso
nel suo atomo d'egoismo, nessun grande sentimento e nessuna grande
idea essendoci più a formare di tante esistenze una gran vita? Non
era stato anche lui l'atomo disperso con la sua cupidigia, con la sua
concupiscenza, con la sua cecità? Non era stato anche lui un figliuolo
del secolo, frivolo come gli altri? E perciò volendo seguire in
America una signora aveva potuto prendere per mero pretesto un disegno
di studii nazionali senza neppur accorgersi che offendeva la parte
migliore di se medesimo. E perciò tutto quello che ora gli accadeva,
se lo meritava. Sentì il rimorso di quello che aveva fatto, e questo
rimorso aggiunse nuova forza alla sua volontà. Ripensò a Giovanna e
improvvisamente n'ebbe una grande pietà, nè ora la giudicava più male.
Ora gli appariva com'una signora che gli aveva fatto quell'invito
innocentemente, forse leggermente, ma innocentemente, per semplice
simpatia e senza alcun secondo fine. Bisognava lasciarla alla sua
pace. Essa era una piccola creatura borghese la quale viveva nella
sua ignoranza, senza veder più in là della sua giornata. Bisognava
lasciarla alla sua pace.
Il Buondelmonti giunse all'albergo quando già era notte inoltrata.
Nel suo salotto trovò un biglietto d'invito degli Axerio. Riconobbe il
carattere di Giovanna. Dritto in piedi rimase lungamente con gli occhi
fissi sul biglietto aperto e posato sul tavolino, sentendo dentro di sè
rinascere la tentazione. La combattè e si disse:
— Mi scuserò gentilmente, ma non andrò.