I.

— Voialtri, insomma, mirate a rovinare il commercio del vino italiano

in Argentina?

— Si capisce.

— Lei ier sera mi diceva che ha fatto educare i suoi figliuoli in

Italia e che non può stare senza ritornare in Italia per lo meno ogni

due anni.

— È vero.

— Ma è altrettanto vero che, non ostante questo, Lei non può vantare la

sua italianità come faceva ier sera.

— Perchè?

— Semplicemente perchè Lei è un produttore di vino di Mendoza, vale a

dire un nemico dell'importazione del vino italiano in Argentina. Lo ha

detto e non potrebbe essere altrimenti.

— Ma Lei dimentica che io, laggiù, do lavoro a molti italiani, e più

allargo la mia; azienda o più potrò dar lavoro ai nostri connazionali.

— Suoi, se mai, miei non più.

— Oh!

Un grido di protesta si levò dal circolo che si era formato intorno ai

due che discutevano, e più voci domandarono:

— Nessuno di noi dunque è più italiano?

E il produttore di vino di Mendoza andava strillando sugli altri:

— Io mi sento italiano, e come, e come, e come!

L'altro gli ribatteva:

— Per il sentimento non lo nego, ma per il fatto no.

Il primo andava ripetendo:

— E come, e come, e come!

E il secondo:

— Per il fatto no!

E gli astanti, sette o otto commercianti del Brasile, dell'Uruguay e

dell'Argentina, già emigrati d'Italia, facevano coro:

— Siamo ancora italiani! Siamo ancora italiani!

Quand'ecco s'avanzò un signore il quale portava una lunga barba nera

brizzolata e rivolgendosi a quegli de' due che negava all'altro il

diritto d'italianità, disse:

— Scusi, Buondelmonti, se questo signore è italiano per il sentimento,

basta; il patriottismo non è altro che sentimento.

Il Buondelmonti squadrò il signore della lunga barba, rimase un po' in

silenzio, poi rispose:

— No, caro professore, il patriottismo è anche un fatto.

— Un fatto, si capisce; tutto è fatto, compreso i sentimenti.

— Io dico un fatto di natura economica.

— Per il passato sì, lo ammetto; ma ora che le relazioni fra i popoli

si sono centuplicate, ora che non esistono più distanze, ora tanto più

di prima uno può dire: — La mia patria è il mondo!

Il professor Axerio parlava con accento di degnazione, perchè teneva in

gran conto se medesimo, mentre sul Buondelmonti seguiva l'opinione che

di lui s'eran fatta in Italia, che fosse cioè un uomo d'intelligenza

fuorviata. Il Buondelmonti lo squadrò ancora qualche momento senza

aprir bocca, come faceva quando discutevano tra di loro, perchè

in quei momenti di silenzio, prima di rispondergli, aveva bisogno

d'insultarlo mentalmente dentro di sè, tanto lo disprezzava. Tutti e

due, il Buondelmonti e il professor Axerio, in cuore si disprezzavano

e detestavano l'un l'altro, perchè erano due prototipi d'uomini per

intelligenza, per carattere, per cultura, per professione avversi: il

professore era sicuro di dare allo scrittore continue lezioni di buon

senso, lo scrittore aveva messo al professore il soprannome di pedante

de' luoghi comuni; oppure lo chiamava con lo Shakespeare «lingua della

bocca comune». Ma in apparenza erano amici. Ora il Buondelmonti squadrò

l'Axerio e mentre taceva, si domandava dentro di sè: — Debbo rispondere

a questo sciocco? — Gli rispose con un ghigno di beffa e di sdegno fra'

denti:

— Professore, Lei vuol dire che ora è più facile che per il passato

di abbandonare la propria patria come hanno fatto questi signori,

come potremmo far noi domani; ma la patria è ora quello che era

diecimil'anni fa.

— Ma no, ma no!

— Lei vuol lasciarmi parlare, vero?

Il professore agitava in alto le braccia come se volesse scuotersi di

dosso i troppo grossi spropositi dello scrittore, quelli spropositi

che in Italia ne screditavano l'intelligenza, quando una mano lo toccò

sulla spalla e una voce allegra gli disse:

— Jacopo, lascia parlare il signor Buondelmonti.

Era la signora Giovanna Axerio, sua moglie, una giovane donna di media

statura, con un volto lungo e magretto e i capelli leggiadramente

pettinati alla greca e cinti d'un nastro di seta color granato. Alcuni

de' commercianti s'eran distaccati dal circolo e trattisi in disparte

s'interrogavano e si ragguagliavano tra loro intorno al professore

Jacopo Axerio e a Piero Buondelmonti, che cosa fossero o non fossero

in Italia. Un altro circolo di signore stava seduto poco discosto;

alcune lavoravano e di tanto in tanto levavano gli occhi verso quelli

che discutevano. La signora Giovanna Axerio era rimasta accanto al

marito e fissava sul Buondelmonti due occhi ilari e intimiditi, con

quella leggiadra espressione che ha il fanciullo quando finge timidità

per giuoco. Qualcuno le si accostò, s'inchinò profondamente e le baciò

la mano; essa gli sorrise con gaia cordialità e si dissero qualche

parola. Il sopraggiunto era un signore alto, asciutto, aveva un

aspetto della più raffinata compitezza e una punta di canzonatura fra

ciglio e ciglio. La signora Axerio gli disse battendo insieme le palme

gioiosamente:

— Poltrone! Lei si alza ora?

— Con vero rammarico, signora mia.

— Qui si discute di patriottismo.

— Quale fortuna per noi!

E così dicendo, il giovane signore serrò in circolo molte mani.

Il professor Axerio riprese prorompendo con enfasi:

— La patria! Ma tutti si è patriotti! Anche i socialisti son diventati

patriotti! E Lei sa che io non sono socialista!

— So bene che Lei non è socialista.

— Nè socialista, nè uomo del passato!

— So bene che Lei è un modello di borghese liberale.... democratico....

radicale....

— Sicuro! E come tale accetto tutte le supreme conquiste del secolo

decimonono, non ultima il principio di nazionalità.

Il Buondelmonti sentì mille echi di frasi ricorrenti sulla bocca comune

e il sangue collerico gli prese fuoco, ma guardando la moglie del suo

avversario che continuava a fissarlo sempre più intimidita sul serio,

il Buondelmonti si disse dentro di sè che bisognava portare la croce di

quello sciocco pedante e rispose:

— Io Le accennavo appunto quanto di più semplice, elementare,

fondamentale sta sotto il principio di nazionalità. È la stessa prima

premessa dell'economia, cioè che gli uomini sono spinti dall'istinto di

procurarsi il massimo di piacere col minimo di lavoro. Diciamo piacere

sotto forma di possesso, sotto forma di denaro. La patria, la nazione,

come la chiamo io più volentieri, perchè ha un senso più pratico, più

attivo, la nazione non è se non il campo di concentramento di un certo

numero di uomini i quali obbediscono a quell'istinto. La solidarietà

nazionale è per lo meno una solidarietà topografica, è la solidarietà

del campo di concentramento. Cioè la solidarietà del maggior benessere

nel minore spazio; il che, il risparmio di spazio dico, è poi risparmio

di tempo e di lavoro. Io so bene che la nazione, che la patria è anche

un sentimento, cento immensi sentimenti, ma coloro che non li hanno,

possono negarli! So bene che è altri cento, mille immensi fatti, e

potrei citarli tutti, ma sono messi in discussione, mentre non si può

discutere il fatto elementare, fondamentale, non si può discutere!

E perciò dicevo che questi signori praticamente, attivamente, si son

posti fuori dell'italianità: perchè non appartengono più al campo di

concentramento italiano. Se mai, saranno ancora patriotti, quando si

voglia dare a questa parola un senso più spiccato di sentimento, o

meglio di sentimentalità; ma non saranno più nostri connazionali nel

senso pratico, attivo, di questa parola. Perchè potessero restare

italiani, nazionalmente parlando, bisognerebbe che la terra sulla

quale lavorano e s'arricchiscono, diventasse italiana. Quando non si

voglia chiudere la nazione in un cul di sacco, il solo modo di essere

nazionalisti, scusino, patriotti, è di essere imperialisti.

I commercianti toccati di nuovo sul vivo non fiatarono, pensarono,

e qualcuno disse: — Parla bene —, così come avrebbe detto: — Oggi

fa caldo —, per il poco conto in cui simile gente ha tutte le cose,

tranne il combinare affari. Le signore le quali sedevano poco discosto,

continuavano a levare di tanto in tanto gli occhi dal lavoro verso

il giovane eloquente e più verso la signora Axerio la quale ispirava

invidia a molte per la leggiadria della sua bellezza e della sua

eleganza. Soltanto una non moveva gli occhi, ma li teneva sempre fissi

e aperti dinanzi a sè, e non moveva neppure la faccia, nè lavorava, ma

teneva le mani distese sulle ginocchia, perchè era cieca. Il giovane

signore guardava verso l'orizzonte avendo sulla faccia, dalle belle

labbra carnose alle due rughe dritte sul naso fra ciglio e ciglio,

un'aria tra il canzonatorio e il compunto, d'una compunzione che

era come l'ipocrisia della sua ironia. Guardava come se irridesse

l'orizzonte oppure pensasse ai suoi proprii guai, mentre un vento non

forte gli moveva indosso le vesti ampie e leggiere. La discussione

pareva finita, ma di nuovo l'Axerio spingendo avanti la barba con

cipiglio aggressivo, proruppe:

— Lei può dire quel che vuole, ma non potrà mai negare il progresso

dell'umanità.

— Ancora l'eco! — sfuggì questa volta dalla bocca di Piero Buondelmonti.

— L'eco?

— D'una frase....

— Frase? Voialtri siete fuori del tempo moderno, appartenete al

passato! La patria, come la vagheggiate voialtri, vuol guerre,

conquiste, ma ora non è più possibile, perchè va sempre più

affermandosi la fratellanza dei popoli. Oggi la vita dell'uomo è sacra.

La bella e forte gioventù, oggi, non dev'essere macellata sui campi di

battaglia; è sacra al lavoro fecondo. Siete uomini del passato!

La voce dell'Axerio fischiava, la barba gli sbatteva sul petto

convulsamente ed i suoi occhi schizzavano fuoco. Di contro a lui,

fronte a fronte, il Buondelmonti disse:

— Lei non s'accorge che queste sono frasi fatte, strafatte e disfatte.

L'uomo del passato è Lei.

— Lei, Lei, Lei! Noi siamo uomini del nostro tempo e dell'avvenire! Del

passato è Lei!

— Lei, professore.

I due avversarii, a voce bassa, senza gestire, si trattavano con

le parole come con armi corte; l'un l'altro per un'opinione comune

tentavano di strapparsi l'avvenire e di relegarsi tra le generazioni

passate, come si sarebbero strappata la vita e si sarebbero messi

sotterra per loro propria vendetta. Come se veramente la loro esistenza

si estendesse per un tempo senza confine, cercavano di mutilarsi l'un

l'altro, di uccidersi nel tempo, tanto l'individuo è sempre pronto a

confondersi con la specie. Per fortuna sonò la campanella che chiamava

a colazione, il Buondelmonti s'avviò ripetendo dentro di sè nuovi

insulti che lì per lì aveva ritrovati contro l'Axerio.

— Pedanti dell'altrui ignoranza! Fogne dell'opinione pubblica!

La signora Axerio rivolse al Buondelmonti un'occhiata molto seria di

rimprovero e si accompagnò col giovane signore il quale le disse:

— Uomini di fede, signora mia!

— Certo! — rispose la signora con risentimento. — Se Lei stesse un po'

più in Italia, saprebbe che il signor Buondelmonti ha molto sofferto

per le sue idee.

La rissa aperta era scoppiata altrove e fra altra gente poco prima.

Le persone le quali avevano discusso e le altre le quali avevano

assistito alla discussione, erano appena entrate nella sala da pranzo

e s'erano sedute, quando un cameriere s'accostò al medico di bordo il

quale insieme col comandante della nave stava alla stessa tavola a cui

stavano il giovane signore, di nome Filippo Porrèna, il Buondelmonti

e gli Axerio. Il cameriere essendosi accostato al medico gli parlò

piano e il comandante vedendo il medico alzarsi in fretta ed essendosi

accorto che si trattava di faccende di bordo, domandò che cosa fosse;

il medico gli raccontò piano che era avvenuta una rissa fra gli

emigranti, e che c'era uno ferito di coltello. Il professore Axerio

non osò interrogare per discrezione, ma la sua faccia mostrandosi

incuriosita, il comandante non sapendo rifiutar nulla ad uomo tanto

celebre, gli accennò l'accaduto. L'Axerio quando sentì parlare di

feriti e di sangue, drizzò la barba, e gli brillarono gli occhi, perchè

subodorò che ci potesse essere da far qualcosa per la sua scienza e la

sua professione, e subito domandò al comandante se gli permetteva di

andare a visitare il ferito, e il comandante gli rispose che non c'era

angolo dell'«Atlantide» nel quale egli non potesse entrare liberamente

come in casa sua. L'Axerio, senza toccar cibo, uscì e si diresse verso

prua dove stavano gli emigranti.

Gli emigranti tumultuavano ancora; si erano spinti da prua fin verso

il mezzo della nave e rimanevano ancora fra loro gli strascichi del

tumulto che s'era suscitato alla vista della rissa e del ferimento.

L'Axerio attraversò una confusione di gambe, di braccia e di stracci

reggendosi a stento per il rullìo della nave sull'impiantito lubrico,

ed avendo domandato dove fosse il ferito, subito si levarono intorno a

lui due, quattro, dieci, venti voci nelle favelle più diverse, perchè

anche fra gli emigranti si era saputo chi era quel signore della

prima classe il quale aveva la lunga barba nera. Due, quattro, dieci,

venti tra uomini e donne gli si affollarono intorno e tutti gridavano

un particolare di ciò che avevano visto o sentito raccontare. Il

professor Axerio cercava di farsi largo con un gesto degnevole, tenendo

la fronte bassa e la barba sul petto come a difenderla dal contatto

della sozzura, ma una donna con i capelli sciolti e gli occhi fuori

dell'orbita gli si parava davanti e andava avanti urlando sul tumulto,

simile a chi porta una bandiera in una rivolta. Il professore potè

giungere alla scala che dava giù nelle cabine dell'infermeria, scese e

trovò il ferito nelle mani del medico e dell'infermiere. Gli avevano

messo a nudo il tronco e voltatolo sul fianco lo andavano lavando

sotto l'ascella dove c'era un largo foro che ancora versava un po' di

sangue. Il sudicio inveterato aveva fatto scoria sul corpo dell'uomo,

e il bianco della pelle veniva fuori a stento rigandosi subito di

sangue appena il medico interrompeva la lavatura. L'Axerio osservata un

momento la ferita domandò con brama:

— Non ci sarà mica bisogno d'operazione, dottore?

— Potrebbe darsi — rispose l'interrogato. — La ferita è larga e

dev'esser profonda; è fatta con un coltello da cucina.

— Potrebbe esser leso un vaso interno importante.

— Potrebbe.

— In questo caso avremmo un'emorragia interna.

— È quel che sospetto. Veda: l'abbattimento aumenta.

— Bisognerebbe allora tagliare per rintracciare il vaso....

— Stiamo a vedere, anche perchè ora la nave si muove troppo.

— Potremo operare a Dakar. A che latitudine possiamo essere stamani?

— Lo sapremo a mezzogiorno. Ieri eravamo a 23 e 15.

— Dakar è?

— A 14 e 45.

— Sicchè giungeremo?

— Nella notte.

Il professor Axerio esaminò di nuovo la ferita, la brancicò, cercò

intorno battendo con le dita se c'era un principio di versamento

interno, vi spinse dentro l'indice e fece ruggire e torcersi sulla

spina dorsale l'uomo che era con la faccia voltato dall'altra parte.

Dopo di che se n'andò aggiungendo:

— Se mai, m'avverte, vero, dottore? Opererei volentieri.

Ripassando tra gli emigranti intravide il Buondelmonti in una ressa,

si ricordò della discussione e per la prima volta sentì d'odiarlo;

e perciò per non incrociare gli sguardi con lui alzò gli occhi verso

il ponte della prima classe dove al parapetto che dominava il ponte

basso degli emigranti a prua, scorse altri passeggieri che guardavano,

fra i quali sua moglie e il Porrèna, perchè già il ferimento s'era

risaputo da più d'uno. C'erano alcuni nella prima classe i quali

sentivano o ostentavano di sentire nausea e ribrezzo per quel carnaio

umano che attraversava l'oceano insieme con loro. Altri poi, la

gran maggioranza che da mattina a sera si saziava di chiacchiere

godendosi l'ozio della navigazione fra la sala da pranzo e il salotto

per fumare, non se n'occupavano e non ne sapevano nulla. Ma altri

invece sentivano compassione di quel migliaio di vite miserrime che

respiravano vicino, e altri infine vi cercava il pittoresco, il non più

visto, era attratto dallo stesso orrido e dallo stesso lurido; perchè

nessuno aveva conosciuto in terra uno spettacolo di moltitudine come

quello offerto agli occhi di chi riguardava dall'alto del ponte il

rifiuto del mondo che formicolava giù a prua. C'erano sull'«Atlantide»

napoletani, calabresi, siciliani, veneti, come c'erano d'altre nazioni

d'Europa, d'Asia e d'Affrica, spagnuoli, tedeschi, polacchi, arabi e

turchi di Siria, della Tripolitania e della Tunisia. C'erano bellissime

giovanette arabe con grandi occhi neri stupefatti in una faccia di

perla, e donne di Siria orribilmente tatuate dalla gola fin sopra al

mento, e turche di Tunisi bestialmente accosciate a terra nell'ozio

senza fine, e grassi lenoni di Lisbona che menavano a Buenos-Aires

femmine di Marsiglia tutte tinte di rosso. C'era il rifiuto della

feccia delle città cacciato dalla cupidigia della avventura, c'era il

rifiuto della miseria delle campagne cacciato dalla fame; i rifiuti de'

rifiuti del vecchio mondo navigavano verso l'ignoto del nuovo mondo.

Navigavano come altri avevano navigato prima, come altri avrebbero

navigato dopo, come onda segue onda incalzata dallo stesso vento; e

così quelli venivano incalzati ed espulsi fuori de' loro paesi natali

dalla ridondanza d'altri vivi. Venivano espulsi uomini e donne col

sacco de' loro cenci, con i loro figliuoli, con i cuori carichi di

superstizioni millenarie, con tutta la loro ferocissima bestialità e

tutta la loro umiliata umanità. Per venti giorni mangiavano, prendevano

il sole e il vento, la notte scendevano giù nelle stive e facevano

tutt'un carnaio fermentante e suppurante, con la prima luce risalivano

su a fermentare e a suppurare al sole e al vento guardando stupefatti

la purità del cielo e del mare, con le loro pupille umane, e poi

toccata la riva d'America si sarebbero dispersi, usciti dall'ignoto,

un'altra volta nell'ignoto.

— Guardi, guardi! — gridò a un tratto la signora Axerio a Filippo

Porrèna.

Proprio sotto il parapetto una donna s'avventò contro una ragazzetta

e l'addentò a un braccio arrovesciandole addosso tutti i suoi capelli

disfatti, e altre donne le quali sedevano intorno, glie la tirarono via

a fatica di sotto ai denti e ai capelli. La signora Axerio e il Porrèna

sporsero in giù gli orecchi, e allora la donna scagliandosi in su con

le braccia, col collo, col busto contro di loro, gridò in siciliano:

— È la creatura mia! È la creatura mia!

I denti bianchi le luccicavano tra' crini neri. S'avventò di nuovo,

perchè la sua creatura era cattiva, ed essa voleva mangiarla a morsi.

Il demonio della rissa continuava a infuriare in basso. Altrove altre

madri allattavano i loro bambini. Il Porrèna ne accennò una alla

signora Axerio e rivolgendosi per ischerzo allo stesso lattante andava

ripetendo:

— Succhia, caruccio, vuota quel sacchetto di cenci, succhia tutta mammà!

Il lattante infatti stava in braccio alla donna e pareva un morticino,

perchè per l'avidità di succhiare non dava segni di vita. Ma si vedeva

un po' della mammella materna fuor della veste, sopra la testa del

bambino che stava attaccato al capezzolo. La madre sedeva sopra una

seggetta e si teneva il figlio sulle ginocchia; aveva sulla faccia

e nella persona i segni della miseria e dello sfinimento e girava di

tanto in tanto gli occhi vagamente, come se si sentisse davvero vuotar

dentro da tanto tempo senza requie; e il figlio succhiava sì fermo alla

mammella da parer proprio che avrebbe succhiato tutta la madre.

La signora Axerio vedendo tali cose si sentiva il cuore peso di

tristezza e continuava a restare con le braccia appoggiate al parapetto

e il viso chino. Finchè giù presso al boccaporto di prua gli apparve

Piero Buondelmonti tra alcuni emigranti i quali seduti per terra

stavano ad ascoltarlo attentamente. Altri poco discosto giocavano a

carte e altri dormivano sdraiati sull'impiantito con le braccia e le

gambe negli abbandoni più scomposti, e donne e uomini erano mescolati

insieme e fra quella confusione di membra abbattute apparivano qua

e là i resti del pasto di due ore prima, pane e legumi per terra,

e apparivano da per tutto ragazzi e ragazzette più abbattuti degli

adulti, attediati dalla navigazione e travagliati dal mal di mare. Già

anche la memoria del ferimento pareva cancellata.

La signora Axerio senza distogliere gli occhi dal Buondelmonti disse al

Porrèna:

— Lei, signor Porrèna, non vede la madre che allatta, ma il bambino che

succhia troppo avidamente. Lei, ecco, è proprio l'opposto del signor

Buondelmonti. Il signor Buondelmonti ha un gran cuore! E Lei punto. Lo

guardi laggiù come parla a tutti e tutti gli parlano! Sono i suoi nuovi

amici. Si fa raccontare la loro vita, i loro disegni per l'avvenire

ignoto, dà loro dei consigli, vede in tutti, anche nell'ultima

abiezione, una nobile forza da rialzare, da indirizzare a uno scopo.

Io stessa so di loro, perchè lui me li mostra di quassù, da questo

medesimo punto, tante volte, i suoi nuovi amici, mi racconta quello

che essi gli hanno raccontato, me li fa amare. Guardi come accorrono a

sentirlo! Parla davvero. Accorrono da tutte le parti! È una turba!

— E non Le ho già detto — rispose il Porrèna — che il signor

Buondelmonti e il professor Axerio sono due uomini di fede? Tutti e

due, l'uno in un modo e l'altro in un altro, hanno una robusta fede nei

destini del genere umano.

La signora alzò gli occhi e vide che il giovane aveva la faccia tutta

contenta, le due rughe gli saltavano sul naso dal piacere. Allora la

signora gli disse:

— Lei va a nozze, vero? Va a nozze quando può mettere in ridicolo

qualcosa di sacro.

E aggiunse:

— Già per Lei non c'è nulla di sacro.

— Infatti....

Rispose il giovane e fece una smorfia che non esprimeva nulla.

Dopo di che sopraggiunse il Buondelmonti e si mise a raccontare com'era

avvenuto il ferimento. Uno spagnuolo aveva accusato un napoletano

di averlo derubato; s'era accesa la rissa, si trovavano dinanzi alle

cucine, il napoletano era balzato dentro, aveva afferrato un coltello

e menato il colpo. Mentre così raccontava, Piero guardava sempre in giù

fra gli emigranti, dritta la persona alta e complessa, spirando ancora

la fiamma d'un fuoco interno dalla bellissima faccia tutt'ombrata da

una selva di capelli castani. Ei concluse:

— Ho parlato loro della viltà di chi ferisce un inerme.

E pareva che egli pure ardesse ancora di combattimento. Giovanna al

solo vederlo si era sentita rianimare, la gioia della mattina le

rinacque nel cuore. Volò alla sponda della nave e chinò verso il

mare il leggiadro capo dal profilo greco su cui il nastro granato

palpitava a una bava di vento. Sotto il cielo puro il mare multicolore

e mutevole andava calmandosi. Il mare aveva vasti campi azzurri e qua

e là nereggiava del nero d'azzurro o di verde, e verso l'orizzonte

aveva cinture di lilla carico biancheggiando per tutto di spume. E il

cielo aveva soltanto aliti di nube che vagavano per la sua volta, e

s'immergeva nel mare con un piè d'orizzonte lindo. Venne il tramonto,

venne la notte; nella notte l'«Atlantide» arrivò a Dakar nella colonia

francese della Senegambia.

A giorno il professore Jacopo Axerio operò l'emigrante ferito, e

il Buondelmonti e un altro passeggiero chiesero di poter assistere

all'operazione. I due estranei tenendosi in disparte stavano attenti

ad ogni atto del professore il quale aveva un fremito di gioia dentro

la barba mentre si metteva il grembiale bianco e i guanti bianchi.

L'uomo era stato spogliato, disteso sulla tavola, legato a' piedi,

addormentato, volto di fianco, e l'infermiere e un marinaio gli

tenevano fermi piedi e polsi. Il professore s'accostò con le braccia

nude, bianchissime, coperte di pelo nero, muscolose, si curvò, tagliò

al labbro della ferita, tagliò dritto, poi voltò ad angolo, scoperse il

grasso, fu dentro. Il Buondelmonti gli si fece alle spalle e allungò

il collo per vedere dentro il petto umano, ma non vide nulla; vedeva

le mani del professore con i guanti bianchi tutti sangue continuare

a tagliare, mettere delle pinzette ai labbri del taglio, e il medico

di bordo che gli stava al fianco, asciugare via via il sangue con

dei pezzi di velo. Gli atti delle mani che operavano, erano sicuri,

rapidi, ma parevan lenti tanto eran calmi. Non vi eran più se non

quelle mani e i due occhi fissi sopra, sicuri e calmi. Apparve un osso,

fu scarnificato, resistette al taglio della forbice, l'uomo mise un

orrendo fiato sotto la maschera del cloroformio, si torse tutto sul

fianco, era una costa. Dopo qualche momento il medico di bordo disse al

Buondelmonti sottovoce:

— Siamo sul cuore.

Parve al Buondelmonti e all'altro di vedere il cuore battere alle

coste. L'uomo che vi aveva intorno le mani e i ferri, si torse più

orrendamente lungo tutta la spina dorsale: un'altra costa era tagliata.

Il Buondelmonti e l'altro passeggiero si trassero in disparte, si

dissero qualche parola, si riaccostarono, l'operazione era fatta:

già il professor Axerio ricuciva le carni. Il Buondelmonti fu preso

d'ammirazione per lui e disse al compagno sottovoce:

— Ecco un uomo che vale nell'arte sua!

E aggiunse che la celebrità di cui il professor Jacopo Axerio godeva in

Italia, era davvero meritata.

L'Axerio forse avendo sentito si voltò e continuando a togliersi i

guanti posò lo sguardo sul Buondelmonti sorridendo come l'uomo che ha

compiuto valorosamente la sua opera che gli piace. E il Buondelmonti

prima d'uscire dall'infermeria lo ringraziò e gli strinse la mano con

rinata cordialità.

L'«Atlantide» allora finiva di caricar carbone per il resto del suo

cammino e di lì a poco riprese il mare. Fino a Rio de Janeiro non

doveva fermarsi più. Il passaggio d'un'altra nave al largo, la pinna

nera d'un pescecane natante a fior d'acqua continuarono ad essere

gli avvenimenti di bordo ove la giornata consueta era intessuta di

colazioni e di pranzi, di qualche lettura, di qualche giuoco, della

contemplazione de' tramonti, delle discussioni, dell'incanto del

mare, quando qualcuno s'appartava nella solitudine. Piero Buondelmonti

discusse altre volte con il professor Jacopo Axerio, col produttore

di vino di Mendoza, con gli altri commercianti e anche con Filippo

Porrèna; continuò a far visite agli emigranti e ad occuparsi della loro

vita. Perchè egli era veramente un giovane di gran cuore, sentiva pietà

per quelli che soffrono e nutriva simpatia per il popolo, per i forti

lavoratori. Egli aveva le maniere e i sentimenti dei vecchi padroni

della campagna toscana da cui proveniva. Come quelli dando del tu ai

loro sottoposti se li affezionano ed attaccano tanto da formare insieme

una sola famiglia; così il Buondelmonti godeva nell'essere alla mano e

affabile con chi era da men di lui. Egli sapeva adoperare quel tu dei

toscani che dà confidenza e toglie la separazione delle condizioni e

delle classi, secondo il volere della vita che gli individui facciano

un tutto fra di loro e chi è più in basso si continui in chi è più in

alto. Soltanto quando diventava uno scrittore politico, quando nel suo

cuore parlava la nazione, allora non s'accorgeva neppur più di quella

parte popolare de' suoi sentimenti. Allora egli era semplicemente

l'apostolo dell'eroico nazionale. Egli era un artista. Egli aveva fatti

gli studii classici, e la storia, la letteratura, la lingua latina, gli

avevan formato lo spirito. La romanità era diventata sangue del suo

sangue e carne della sua carne, come espressione della più vigorosa

volontà collettiva di vastità, d'unità e di potenza. Così educato il

Buondelmonti era avverso al socialismo e odiava tutti coloro i quali

della nazione vogliono fare un istituto per rimediare ai mali degli

individui e delle classi e ignorano che le nazioni debbono esse agire

come individui validi. E per questo in patria Piero Buondelmonti era

stato accusato d'essere uno scrittore politico nemico del popolo, della

democrazia, della libertà. Nemico della libertà, perchè mirando alla

unione nazionale avrebbe voluto domare la lotta di classe e l'insorgere

dei partiti. Uno scrittore del passato, perchè ai più sfuggiva la

modernità di quel suo classicismo romano considerato come espressione

di ciò che il mondo moderno ha di più moderno, come espressione

d'una volontà di vastità e di potenza; ai più sfuggiva la modernità

di quel suo concepire la nazione come un maggiore individuo, attivo

nel vasto e potente mondo. I più insomma non sapevano distinguere

nel Buondelmonti l'uomo nazionale, l'uomo che può cessare d'essere

individuo e diventare coscienza di nazione. Egli invece distingueva in

sè queste due nature delle quali, quasi come in Cristo, l'una era umana

e l'altra era divina. E così ora sull'«Atlantide» essendo uomo fra

uomini sentiva pietà degli emigranti; ma quando in lui si risvegliava

l'anima italiana, si sentiva umiliato. Il suo cuore irascibile si

sdegnava contro un popolo in cui sì spesso l'uomo s'appaga di viver

miserrimamente, un popolo ignaro di ambizione e d'orgoglio, un popolo

che si appaga di mandare tanta parte di sè a far da materiaccia prima

alla formazione di vita d'altri popoli. Il Buondelmonti si sdegnava

contro le vilissime classi dirigenti della borghesia e contro i

ciechi conduttori del socialismo, teneri d'introdurre i diritti degli

uomini tra' cinesi; si sdegnava contro tutti i politici da ospedale,

contro tutti gli Axerio d'Italia i quali s'eran trovati d'accordo

nell'escogitare il rimedio umanitario per gli emigranti. Questi rifiuti

espulsi verso il lontano ignoto straniero vivevano per i quindici

giorni del viaggio sotto gli amorevoli occhi di un medico militare

della patria chiamato commissario regio, il quale pesava loro il cibo

scelto, misurava lo spazio e l'aria ventilata, medicava le piaghe

aperte da anni ed anni e che per anni ed anni sarebber rimaste aperte

sotto il furor del tropico. Spesso il Buondelmonti seduto in disparte

tutto solo considerava quella miseria che navigava con lui, e tanta

viltà che egli aveva lasciata in patria. E spesso allora non era più un

individuo ma l'uomo nazionale d'Italia il quale aveva vissuto in tutti

i tempi della storia italiana e di tutto si ricordava. Si ricordava

d'un altro popolo disperso per il mondo, fatto fango sotto i piedi

delle genti, e si diceva fra sè e sè: — Perchè così anche l'Italia?

— Il suo cuore si riempiva dell'amarezza dell'ira e del dolore, e

talvolta il giovane chinava il mento nel cavo della mano e gli occhi

gli s'inumidivano sotto l'ombra della florida chioma.

La signora Giovanna Axerio riconduceva il Buondelmonti al sentimento

della vita individuale ispirandogli sempre più amore. Un mese prima

s'eran trovati insieme in casa d'amici a Roma. Si conoscevano sin

da quando abitavan tutti e due a Firenze, innanzi che Giovanna si

maritasse, e Piero aveva sempre avvertita dentro di sè una inclinazione

ad innamorarsi di lei, perchè essa era d'una leggiadria d'animo e di

persona che parlava a quanto egli aveva di più delicato in fondo al

cuore. Ma s'erano incontrati di tanto in tanto e per poco e Piero non

s'era mai innamorato di Giovanna. L'ultima volta che l'aveva trovata

a Roma, era pieno d'afflizione, perchè poche sere prima aveva fatto

in pubblico un discorso per esporre le sue dottrine politiche, e gli

avversarii di queste dottrine s'eran dati convegno nell'aula, gli

avevan troncato la parola e l'avevano costretto ad andarsene con

urli e fischi, nessun difendendolo. E questo sopra tutto lo aveva

afflitto: che nessuno fosse sorto a difenderlo, perchè egli non poteva

comprendere la viltà. Si doleva con Giovanna, appunto di quella sera,

e si mostrava afflittissimo, deliberato a non ritentar la prova, quando

ad un tratto Giovanna gli aveva detto:

— Perchè non viene con noi?

— Con loro dove?

— Nell'America del Sud con me e con mio marito.

— Parte? Quando?

— Ma presto, presto! Mio marito è stato invitato dal governo brasiliano

a fare un corso straordinario di un anno nella facoltà di medicina

di Rio de Janeiro. Partiamo fra un mese da Genova sull'«Atlantide».

Nulla è perduto, amico, e Lei ritenterà la prova. Ma ora ha diritto di

riposarsi. Venga con noi. Chi sa che non trovi laggiù l'ispirazione per

il suo capolavoro e per la sua rivincita.

— Lei scherza, amica, invitandomi?

— Un po' scherzo, se la mia proposta non Le fa piacere; ma sul serio Le

dico che a me farebbe molto piacere averla per compagno di viaggio.

— Anche se io Le dichiarassi fin d'ora che Le farei la corte?

— Anche.

— M'innamorerei di Lei. Già l'ho sempre amata un po'. Vuole che L'ami?

La signora aveva taciuto un istante come distratta o incerta; poi

mettendosi a sorridere, a sorridere, come se un animo le dicesse una

cosa che la faceva tutta contenta, aveva detto sottovoce battendo

insieme le palme dalla gioia:

— A Rio de Janeiro!

— Ma il professore Axerio che penserà del mio viaggio?

Giovanna aveva riso e risposto:

— Il professore Axerio è un uomo talmente sicuro del fatto suo che

non penserà mai ad essere geloso. Lei non si occupa di tante cose

nazionali? Faccia annunziare dai giornali che va a studiar le colonie

italiane dell'America del Sud.

I giornali avevano annunziato, il Buondelmonti aveva visto davvero un

campo di nuovi studii nelle colonie italiane dell'America del Sud ed

era partito con gli Axerio sull'«Atlantide». Che passava nel cuore

di Giovanna? Chi sa! Certo c'era fra loro come una tacita intesa.

Quel viaggio di Piero aveva avuto la prima origine da una specie di

loro complicità fra lo scherzevole ed il serio, e qualcosa di questa

complicità fatta meno scherzevole e più seria pareva che restasse

sempre fra loro. Così quando Piero discuteva troppo calorosamente con

il professore Axerio, Giovanna lo rimproverava con uno sguardo come se

volesse dirgli: — Non comprendi che fai il nostro danno se ti guasti

con lui? — E quando discutevano, spesso Piero voltandosi si vedeva

addosso gli occhi di Giovanna fissi e vigilanti come se volessero

dirgli: — Sii cauto, per il nostro bene! — E spesso quando lo vedeva

lontano e solo, lo chiamava con un cenno e si mettevano a parlare delle

cose più comuni, ma essa gli parlava sottovoce, proprio con la voce

di quell'animo che la faceva tutta contenta quando a Roma invitandolo

al viaggio gli aveva detto: — A Rio de Janeiro! — Che voce aveva avuto

allora e come aveva sorriso! Come aveva battuto insieme le palme! Come

era stata gioiosa! Egli si era deciso a partire per la città ignota

e lontanissima, in quel momento, per quel sorriso, per quel batter

di palme che aveva coperto il suono sommesso della voce. E sempre a

bordo quando Giovanna gli parlava sottovoce, egli risentiva quello che

le aveva dimandato in quel momento: — Vuole che L'ami? — E quello che

essa aveva risposto: — A Rio de Janeiro! — Ed ogni giorno più questa

risposta significava seriamente: — Voglio che tu mi ami laggiù!

Una mattina, qualche giorno prima d'arrivare a Rio de Janeiro, Piero

trovò in sala di conversazione Giovanna che leggeva e le disse:

— So chi Le ha dato questo libro: il signor Porrèna.

— Chi glielo ha detto?

— L'aveva lui ieri. Ha molta amicizia per il signor Porrèna?

— Amicizia! Che parola!

— Ho notato che conversa spesso con lui.

— Sì.... m'incuriosisce quel suo modo di veder le cose....

— Semplicemente cinico, a me pare, come l'uomo a me pare semplicemente

spiacevole.

Piero fissò qualche momento Giovanna con occhi iracondi, e Giovanna

gli spalancò in faccia i suoi interrogatori, stupefatti, sorrise e gli

disse:

— Se io Le appartenessi, sarebbe geloso! Un uomo sì grande e quasi un

eroe!

E continuando a sorridere posò il libro, mentre Piero era diventato

rosso, perchè veramente era geloso del Porrèna. Egli non aveva mai

potuto liberarsi di certa timidità campagnuola e spesso dinanzi ai

piccoli motteggiatori della città perdeva la coscienza del suo valore

e giudicandosi inferiore a loro non parlava più. E così più volte gli

era accaduto con Giovanna in presenza del Porrèna.

La sera stessa Piero stava sul ponte; era già qualche ora di notte,

la maggior parte dei passeggieri s'eran ritirati nelle loro cabine.

Si levò la nebbia sul mare e la sirena dell'«Atlantide» dava frequenti

avvisi per paura d'incontri con altre navi. Piero vedeva l'«Atlantide»

tutta avvolta dalla nebbia e non vedeva più nè cielo nè mare; di

momento in momento gli ferivano gli orecchi gli ululati della sirena. A

uno, a due, a quattro alla volta tornarono sul ponte altri passeggieri

perchè quelli ululati erano spaventosi e pochi sapevano che cosa

fossero. I passeggieri lasciavano le loro cabine, risalivano sul ponte,

si cercavano, s'interrogavano, e fra gli altri il Buondelmonti scorse

il professor Axerio, sentì la sua voce che domandava, e gli parve che

tremasse un po'. La signora Axerio qualche momento dopo raggiunse

il marito il quale quando ebbe appreso, tornò nella sua cabina e

la signora si accostò al Buondelmonti. Rimasero in silenzio e sulle

loro teste gli ululati affittivano; alzarono gli occhi, il tubo della

macchina spariva, gli alberi a poco a poco sparivano, spariva tutta

quanta la nave. Giovanna disse:

— Senta! È un urlo di spavento, d'implorazione, di lamento, di

disperazione.

Nella sua voce c'era il terrore della nebbia, del mare, della notte,

del pericolo. Piero non le rispose. Stavano sotto il ponte di comando;

due marinai uno dietro l'altro passarono accanto a loro di corsa,

si gettarono su per la scaletta dalla cui cima li investì la voce

collerica del comandante. La campanella di prua si mise a battere

fitto fitto, quella del ponte di comando le rispose, la sirena mandò un

ululato e poi un altro. Piero disse:

— Forse un'altra nave! Vediamo.

E si diresse al ponte di comando. Giovanna disse:

— Non è permesso salire lassù!

— A me sì. Venga con me.

E Piero salì, seguito da Giovanna; ma anche di lassù non vedevano

nulla; soltanto il comandante ed altri uomini immobili al parapetto del

ponte e il marinaio alla ruota del timone curvo verso la bussola che

mandava lume dinanzi a lui. Il comandante diceva qualche parola e il

marinaio dava un tratto di ruota. Si vide baluginare un che di luce nel

mare, vicino, verso la destra dell'«Atlantide», s'avanzò a poco a poco,

passò lentamente sul fianco destro dell'«Atlantide», si perse nella via

opposta. Piero disse:

— I lumi d'un'altra nave.

E discese. Giovanna si diresse in fretta verso la porta che metteva giù

alle cabine, ma Piero le disse:

— Aspetti.

— Mio marito leggeva, ma ora vorrà coricarsi.

— Aspetti!

Erano appena visibili l'uno all'altra nella nebbia, non un'ombra

intorno. Ma Piero vedeva Giovanna dinanzi a sè e le vedeva sul piccolo

leggiadro capo tremare il nastro di seta che portava sempre a bordo;

gli pareva di vedere quel fior d'infanzia che essa conservava ancora

negli occhi, tremarle alla stessa maniera. Sentì il suo respiro, sentì

che tremava ed egli pure tremava. Disse:

— Rio de Janeiro!

Sentì il silenzio di Giovanna, ma nel silenzio passò l'eco della sua

voce di quando essa aveva detto:

— A Rio de Janeiro.

Le prese le mani, le congiunse in croce, se le strinse tra le palme, se

le portò alle labbra, sentì la sua voce che disse:

— Pietà di me!

Abbandonò e Giovanna sparì. Egli poi rimase ancora a lungo sul ponte

e dal suo petto prorompeva il canto dell'amor trionfante per lo spazio

dov'eran sepolti il mare, la notte, il mondo e la nave che ululava.

La Patria lontana · 第 4 / 18 题